Gli effetti della diaspora socialista sulla geografia politica dell’Italia

La diaspora socialista, rovinosamente politica per una sinistra che finge di non rendersene conto e non mostra alcuna voglia di superarla, e drammaticamente familiare, avendo investito gli stessi figli di Bettino Craxi, l’ultimo leader avuto dal socialismo italiano, è riemersa con una reazione stizzita del mo carissimo amico Bobo ad una intervista della sorella Stefania al Corriere della Sera. In cui la presidente della Commissione Esteri del Senato, da sempre eletta al Parlamento nelle liste della berlusconiana Forza Italia, ha detto che “sono tutti di destra” quei “ragazzi” che “ogni tanto” le scrivono “sono craxiano”. 

“Chi votava Psi vota centrodestra”, ha continuato Stefania che, avendo parlato in tutta l’intervista del padre chiamandolo non papà ma Craxi, ha spiegato all’intervistare curioso di saperne la ragione: “Per mantenere un distacco emotivo. E perché non voglio fare l’orfana. Ce ne sono un pò troppi in Italia. E di solito abbracciano quelli che gli hanno ammazzato il padre”. Un padre, nel suo caso, “disconosciuto dalla sinistra cui apparteneva”, ha ricordato e al tempo stesso denunciato la figlia non a torto. 

L’unico a sinistra, fra i dirigenti meritevoli di questo nome, a difendere Craxi dalla dannazione della memoria inflittagli da quelle parti fu nel 2010, nel decennale della sua morte ad Hammamet, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con una nobilissima e circostanziata lettera alla vedova. Alla quale riconobbe, lamentandolo, il trattamento di severità “senza pari” ricevuto dal marito per il fenomeno pur generalizzato del finanziamento illegale della politica. 

Nessuno nel Pd nato da pochi anni con la fusione fra i reduci del Pci, della sinistra democristiana e cespugli laici, ebbe il coraggio civile, politico e umano di seguire il Capo dello Stato. Figuriamoci se si può attendere qualche sorpresa adesso che il Pd è finito nelle mani, o fra le braccia, di una digiuna di storia politica come temo che sia Elly Schlein, sommersa nelle ombre, nelle vacuità e nei risentimenti di un’attualità che ossimoramente – da ossimoro-  vive solo alimentando il peggio del passato. E facendolo, per giunta, in ossequio formale, anzi in difesa di una Costituzione evidentemente sotto minaccia, la cui norma più cogente e attuale, appunto, sarebbe la dodicesima delle diciotto disposizioni transitorie. In essa è scritto che “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. 

Sotto quella  “qualsiasi forma” si riesce a vedere o intravvedere tutto: dal braccio alzato di qualche cretino in piazza alle sgrammaticature storiche del presidente del Senato Ignazio La Russa parlando dell’attentato partigiano di via Rasella e della odiosa strage ritorsiva delle Fosse Ardeatine. Si arriva persino alla giovane presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nata nel 1977 ma afflitta  -secondo il manifesto di qualche giorno fa- da  “mal d’Africa” per avere messo piede festosamente ad Addis Abeba. Dalla quale -ha ricordato il quotidiano ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista- il maresciallo Pietro Badoglio nel 1936 aveva annunciato telegraficamente a Benito Mussolini la conquista dopo 7 anni di guerra coloniale. 

Neppure nei momenti, volenti o nolenti, consapevoli o non, più imitativi dell’esperienza craxiana di modernizzazione della sinistra, che furono quelli di Matteo Renzi alla guida del Pd e del governo, la sinistra osò porsi il problema di una rivalutazione del leader socialista, o di un più sereno esame del suo lascito storico. Lo stesso Renzi tenne a dire, quasi per scusarsi di ripercorrerne un pò la strada riformatrice, di preferire alla memoria di Craxi quella opposta di Enrico Berlinguer. Che dell’astio per il leader socialista era per un ceto verso persino morto, secondo l’onesto ricordo dei fatti e degli uomini contenuto in un libro autobiografico dell’ex o post-comunista Piero Fassino, come preferite. 

Eppure Bobo Craxi -il mio caro amico Bobo, ripeto- non ha gradito, navigando in internet, che la sorella abbia ricordato il fenomeno dei voti dei socialisti al centrodestra e la sua personale, per  niente imbarazzata, anzi orgogliosa partecipazione a ciò che la sinistra ha prodotto di paradossale con i suoi errori nello scenario politico italiano. Egli, come tanti altri amici, del resto, per esempio Ugo Intini, ancora insegue la speranza, il sogno, l’illusione -chiamatela come volete- che nel socialismo autonomo e riformista di Bettino Craxi possa riconoscersi o ritrovarsi  prima o poi una certa sinistra pasticciona e astiosa che non a caso è finita all’opposizione. E riesce a contestare persino il carattere ormai emergenziale di un fenomeno come quello dell’immigrazione che non il governo di turno  a Roma, ma l’Italia è costretta a fronteggiare senza l’adeguata solidarietà dell’Unione Europea. Lo ha appena riconosciuto in una rammaricata intervista al Corriere della Sera il presidente del Partito Popolare Europeo, e capogruppo al Parlamento di Strasburgo, Manfred Weber. 

Che facciamo? Mettiamo adesso anche il Ppe nella consorteria internazionale, chiamiamola così, dei violatori reali o potenziali della già ricordata dodicesima disposizione transitoria della Costituzione italiana? Mettiamo il fez fascista e gli stivaloni agli eredi non di Hitler ma di Konrad Adenauer, di Helmut Kohl e dell’ancor viva Angela Merkel? Via, cerchiamo di essere seri. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 aprile

L’assist dei popolari europei alla Meloni sul fronte rovente dell’immigrazione

Le due notizie, quasi appaiate sulla prima pagina del Corriere della Sera, sono certamente diverse ma politicamente complementari. Una è il passaggio di Silvio Berlusconi dalla terapia intensiva a un reparto ordinario dell’ospedale milanese dove migliora e prepara il ritorno al comando, se mai lo ha davvero abbandonato o attenuato, del suo partito appena avviato verso rapporti più stretti e distensivi con l’alleata Giorgia Meloni. L’altra notizia è un’intervista del presidente del Partito Popolare Europeo Manfred Weber, e capogruppo al Parlamento di Strasburgo, di forte sostegno alla stessa Meloni e al suo governo sul terreno più contestato dalle opposizioni in Italia, ma anche da altri paesi nell’Unione. Che è naturalmente quello dell’immigrazione, specie dopo la proclamazione dello stato di emergenza, la nomina di un commissario -Valerio Valenti- e la rivolta, promossa neppure tanto dietro le quinte dal Pd di Elly Schlein, delle regioni e dei Comuni amministrati dalla sinistra. Da cui il governo è minacciato di boicottaggio nella politica restrittiva  dei permessi ed espansiva invece nella creazione di centri di raccolta per il rimpatrio dei clandestini non accoglibili. 

Di Weber, le cui foto assieme a Berlusconi sono ormai d’archivio più che altro, l’’intervistatrice Francesca Basso ha ricordato che “da mesi si sta spendendo in prima persona per l’alleanza guidata da Giorgia Meloni”. Di cui condivide notoriamente il progetto di rovesciare nell’Unione Europea i rapporti di forza e di collaborazione, sostituendo i conservatori ai socialdemocratici nelle scelte preferenziali del Partito Popolare. 

Espressione delle vecchie preferenze dei popolari per la sinistra è la Commissione Europea di Bruxelles presieduta dalla tedesca Ursula von der Leyen, collega di partito di Weber. Che non per questo si è risparmiato di criticarne la lentezza e le incertezze sulla strada di una piena assunzione delle responsabilità comunitarie per fronteggiare il fenomeno di una immigrazione troppo vasta per essere lasciata sulle sole o prevalenti spalle dell’Italia per via delle sue frontiere marittime, e perciò più esposte. Un fenomeno la cui emergenza è negata dalla sinistra italiana come la destra all’opposizione negava a suo tempo quella del Covid.

“A livello europeo -ha denunciato Weber- la solidarietà non funziona. Ringrazio il governo italiano per il modo in cui accoglie i migranti e cerca di salvarli e aiutarli”, altro che lasciarli morire in mare o boicottarne i soccorsi, come grida il Pd della Schlein e affini. “Il governo tedesco e francese, ma anche gli altri, non possono stare a guardare. Devono portare volontariamente i migranti con un diritto di asilo sul loro territorio”, ha detto Weber rinfacciando peraltro al suo stesso Paese i sei miliardi di euro spesi a favore della Turchia per farle contenere il traffico di migranti e i soldi che si stentano a trovare per aiutare, nella stessa direzione, la Tunisia. 

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La caccia alla foto che riscriverebbe la storia politica di Berlusconi

Di solito la caccia si fa a un latitante, umano o animale che sia, come l’orsa Jj4 che ha ucciso  di nuovo nel Trentino dopo essere scampata alla pena di morte ripristinata apposta per lei ma bocciata da un tribunale amministrativo in una storia che francamente poteva accadere solo nell’Italia dei paradossi. Dove viviamo in un intreccio continuo di opera e operetta, di reale e irreale, di lacrime e risate. 

Da qualche tempo, ma lo si è appreso solo da qualche giorno, non so quante decine o centinaia di uomini e donne dell’ordine e di inquirenti stanno  dando la caccia ad una foto segnalata alla magistratura da Massimo Giletti dopo averla vista nelle mani di un frequentatore quanto meno di mafiosi, Salvatore Baiardo. Che lo stesso Giletti  ha ritenuto di cercare a sua volta e di intervistare anche nello studio televisivo de la 7 che l’editore Urbano Cairo ha appena chiuso per prudenza.

La foto, che Giletti non ha potuto neppure toccare nei pochi minuti in cui gli è stata esposta, e forse anche promessa se avesse saputo o voluto guadagnarsela con tutti i mezzi consentiti e non,,  avrebbe ritratto nel lontano 1992, forse per motivi di estorsione, Silvio Berlusconi a un tavolino con un generale noto, forse anche troppo, alle cronache giudiziario, Francesco Delfino, e a un mafioso del calibro di Giuseppe Graviano, soprannominato  sicilianamnte “Martidduzzu”, da Madre Natura notoriamente dispensatrice insindacabile di vita e di morte. Che fu arrestato nel 1994 a Milano in tempo  per non organizzare o eseguire altre stragi dopo quelle già intestategli dalla magistratura condannandolo all’ergastolo. 

In mancanza ancora di questa foto se davvero esistente, visto che lo stesso Baiardo ha smentito Giletti parlandone con i magistrati, Marco Travaglio sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di ieri ha messo insieme Berlusconi, Delfino e Graviano in un  fotomontaggio su sfondo azzurro. E sotto questo titolo da strillo: “Caccia alla foto di B. con Graviano e Delfino”. Cosi, tanto per fare sognare chi insegue fuori e dentro i tribunali la storia di un Berlusconi “fruitore finale” e politico  delle stragi di mafia come delle prostitute che gli offriva un amico, secondo una formula usata dal compianto avvocato Niccolò Ghedini. 

Ci ho pensato su 24 ore prima di segnalarvi questo modo di fare giornalismo, o scuppettare,  in quello che è il cosiddetto e vergognoso circuito mediatico-giudiziario giustamente lamentato dal Giornale dei Berlusconi. Sono stato trattenuto dal rispetto per una professione scelta a costo di litigare a suo tempo con mio padre, che si aspettava altro da me. E ho deciso che proprio questo rispetto impone di denunciare quello che considero un giornalismo solo presunto, peraltro dimostrato dal riduttivo ritorno oggi dello stesso Fatto sulla vicenda con questo titolino, non più titolone: “Baiardo, il boss e B.: gioco delle 3 carte da 28 anni”. Che non sono pochi. Sono anzi troppi per meritare tanta attenzione, sia pure a giorni alterni.

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La corsa al Centro, voluta o non, di Giorgia Meloni per la dissoluzione del terzo polo

Eh, quanta fretta hanno al Foglio di sposare i consigli, presunti o reali, di Romano Prodi al Pd di riempire, per quanto sotto la guida di Elly Schlein, il vuoto creatosi al centro con la crisi del cosiddetto terzo polo. Che sulla Stampa  è finito anche sotto esame dallo psicanalista Massimo Recalcati, reduce da un elogio di chi riesce a “fare l’amore in tutta la vita con la stessa persona”: cosa che politicamente non si può certo dire né di Carlo Calenda né di Matteo Renzi. Che se le stanno dando e dicendo di tutti i colori accusandosi a vicenda di avere disatteso gli impegni  sulla strada di un partito unico.  

Per non riparlare del sollievo attribuito ieri immaginariamente, in una vignetta, dallo stesso Foglio a Silvio Berlusconi, che si gode dal letto dell’ospedale in terapia intensiva lo spettacolo mediatico della dissoluzione della coppia aspirante alla sua successione, va sottolineata una intervista al Corriere della Sera nella quale il ministro della Difesa Guido Crosetto ha praticamente raccomandato a distanza a Giorgia Meloni di accelerare l’evoluzione al centro della sua destra conservatrice, non più missina, e tanto meno fascista come molti ancora si ostinano a considerarla, o temerla. Al manifesto, per esempio, proprio oggi in prima pagina per riferire della visita in corso della premier italiana in Africa hanno evocato addirittura il telegramma del maresciallo Pietro Badoglio del 5 maggio 1936 a  Benito Mussolini per annunciare, dopo 7 mesi di guerra, “l’ingresso delle truppe del regio esercito ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia”. Da qui deriverebbe il presunto e coloniale “mal d’Africa della Presidente del Consiglio”.

Eppure non c’è giorno che passi senza che qualcuno a sinistra, con l’intenzione di denigrarla , e di farle perdere voti, ma con l’effetto di accreditarla e fargliene guadagnare ancora altri, non accusi la presidente del Consiglio di tradire questa o quella origine, questa o quella promessa. Sono gli scherzi della propaganda quando supera certi limiti e diventa autolesionista. 

Crosetto, con quell’aria e con quelle dimensioni un pò da King Kong, il famoso mostro cinematografico, non ha mai smesso metaforicamente di sollevare da terra – come da una storica foto di tanti anni fa- fra le sue braccia e cullare la fisicamente minuscola sorella dei fratelli d’Italia, sino a depositarla nell’ottobre dell’anno scorso a Palazzo Chigi con l’aiuto dell’insospettabile presidente antifascista della Repubblica nata dalla Resistenza eccetera eccetera: il buon Sergio Mattarella. Che sempre più spesso- riferiscono le cronache e i retroscena- l’assiste con consigli anche conviviali e telefonate ad amici e omologhi all’estero, essendo evidentemente consapevole della solidità del successo elettorale conseguito dalla Meloni e della debolezza, ai fini della governabilità del Paese, delle opposizioni divise fra di loro e al loro interno. 

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Il trittico della Stampa contro Giorgia Meloni e il suo governo

Le difficoltà, chiamiamole così, di navigazione del cosiddetto terzo polo occupano più o meno le prime pagine di tutti i giornali, oltre a contribuire al miglioramento delle condizioni di salute di Silvio Berlusconi. Che il vignettista del Foglio si è divertito a descrivere sollevato dal trasferimento del pericolo di morte dal suo letto a varie centinaia di chilometri di distanza, lambendo quelli che dalla fine politica e fisica del Cavaliere pensano di potere trarre vantaggio. Tutti i giornali, dicevo, meno La Stampa, che merita per diffusione, tradizione eccetera anche il nome di giornalone, pur scadendo ogni tanto, come oggi appunto, in una informazione a dir poco partigiana, come si diceva una volta dei quotidiani di partito: anche di quelli fatti meglio e diventati, nel loro genere, scuole di formazione. Partigiana, in questo caso, contro il governo pur uscito indenne, se non rafforzato a giudizio di alcuni, dalla difficile partita delle nomine, raccontata per settimane a tinte fosche. 

Quello offerto oggi dal giornale diretto da Massimo Giannini è un trittico. La maggiore evidenza è stata accordata al sondaggio di Alessandra Ghisleri che prospetta la perdita di gradimento o fiducia  di Giorgia Meloni di un ridicolo 0,3% per cento in una sola settimana, scendendo “sotto il 40”. Non mi sembra, con la volatilità degli umori, e dei voti, cui dovremmo essere ormai abituati, un grandissimo risultato per le opposizioni. Il gradimento o la fiducia per la presidente del Consiglio continua ad essere molto più alto dei voti che si guadagna, nelle urne e nei sondaggi, il suo partito. Ma se alla Stampa hanno bisogno di tenersi su il morale, come si dice comunemente, tutto va bene: anche questo “sotto il 40 per cento” personale della presidente del Consiglio. 

Meno evidente, ma pur sempre con un richiamo collocato dove di solito si mette l’editoriale, è l’annuncio di una “scivolata dell’Enel in Borsa” dopo la nomina di Scaroni a presidente e di Cattaneo ad amministratore delegato. Il mercato insomma non avrebbe gradito le scelte del governo, ma all’interno del giornale, a pagina 7, il lettore può chiarirsi meglio le idee apprendendo, pur sotto un titolo che ripete la musica della prima pagina, che “il balzo dei tassi d’interesse minaccia il colosso con 60 miliardi di debiti per sostenere gli investimenti”. Con questo balzo dei tassi d’interesse il governo naturalmente non c’entra niente, e tanto meno il nuovo vertice dell’Enel, ma evidentemente non importa.

Chiude il trittico del giornalone di Torino l’annuncio di Lucia Annunziata -nomen omen-  che “adesso la premier si gioca la faccia”, come se non se la stesse giocando dall’arrivo a Palazzo Chigi. Tutti, o quasi, hanno convenuto nel rappresentare la premier sfuggita alla tentazione dell’”imperatrice pigliatutto”, ma l’Annunziata ha preferito l’ironia del “benvenuto al centrodestra nel mondo della realtà”. Dove -ha spiegato- “le coalizioni sono fatte per litigare”.

Affollato come quello di Diana e Carlo il matrimonio di Calenda e Renzi

Ho la sensazione -non molto di più per ora- che il matrimonio politico tra Carlo Calenda e Matteo Renzi. già messo duramente  alla prova delle elezioni politiche dell’anno scorso e poi, con minore fortuna ancora, di quelle successive a livello regionale, sia diventato troppo affollato. O lo fosse, come altri dicono parlandone già al passato. Come quello lamentato a suo tempo dalla povera Diana Spencer con Carlo d’Inghilterra ancora principe ereditario. 

Nei panni di Diana, augurandogli naturalmente di non fare la stessa fine, per quanto partecipata con tanto amore dal popolo di cui avrebbe potuto diventare regina se solo avesse accettato un certo menage, si trova l’ex ministro Calenda. Che mostra di sospettare della fedeltà e quant’altro di Renzi, troppo preso da interessi, se non amori, diversi rispetto a quelli del cosiddetto terzo polo immaginato o perseguito da chi sinora se lo è intestato col consenso dell’altro socio.  

Già allarmato dalla sorpresa riservatagli da Renzi con l’annuncio della direzione, sia pure solo editoriale e non anche responsabile, del Riformista che Piero Sansonetti sta lasciando per riportare nelle edicole la sua vecchia Unità entrata nel portafoglio dell’imprenditore campano Alfredo Romeo, l’ex ministro Calenda non deve avere preso bene neppure la notizia successiva dell’accoppiamento giornalistico di Renzi con l’ex deputato forzista Andrea Ruggieri. Il quale sarà il direttore responsabile del Riformista, non credo solo per prendersi le querele, come qualcuno ha subito sospettato: per esempio, volente o nolente, Giovanna Vitale in una intervista all’interessato raccolta per Repubblica.  

“Io -ha educatamente risposto a domanda Ruggieri, che peraltro è anche avvocato- sono a favore del diritto di querelare e contro il carcere per i giornalisti. Per me il diritto di informare è sacro, ma lo ius sputttanandi è sacrilego e va perseguito. Se sbagliamo siamo pronti ad affrontare le conseguenze”. Quella di prendersi le querele non sarà tuttavia la sola funzione di un direttore che è responsabile anche della linea politica del giornale, che Ruggeri ha detto di essere ben felice di concordare con Renzi. Del quale egli ha già condiviso spesso, se non sempre, le scelte pur compiute, secondo lui, stando dalla parte sbagliata, quando era segretario del Pd. E guadagnandosi anche un’offerta di candidatura nelle ultime elezioni politiche con l’Italia viva dell’ex presidente del Consiglio, quando egli si trovò boicottato in Forza Italia da dirigenti “mediocri e invidiosi”. I quali tuttavia -ha precisato Ruggieri- non sono riusciti a fargli perdere la simpatia per Berlusconi, delle cui reti televisive non a caso egli è frequentemente ospite, dopo avervi anche lavorato: per esempio, ai tempi della “Radio Londra” di Giuliano Ferrara.  

Un’altra domanda a dir poco maliziosa rivolta a Ruggieri dalla giornalista di Repubblica è stata questa: “Prima di lanciarsi” nell’avventura di direttore responsabile del Riformista “ha chiesto consiglio a suo zio Bruno Vespa?”. E lui, sempre con molta educazione, forse anche troppa, ha così risposto: “In vita mia non gli ho mai chiesto aiuto, né lui me lo avrebbe dato. Nessun dirigente Rai ha ricevuto da mio zio mezza telefonata per me, anche se la parentela mi è stata rinfacciata. E non per favorirmi”. 

Renzi e Ruggieri, per come parlano e si atteggiano, mi sembrano insomma fatti apposta per intendersi. L’accoppiata non è per niente acrobatica. E -temo nel pensiero di Calenda- adatta pure a riproporre di Renzi l’immagine, il desiderio, la profezia del “Royal baby” coltivata da Giuliano Ferrara ai tempi in cui Silvio Berlusconi era il monarca praticamente assoluto del centrodestra, e non solo di Forza Italia.

Questa operazione del Riformista, alla quale certo non può considerarsi estraneo il direttore uscente Sansonetti, ha risvolti, aspetti, sottintesi politici di sin troppa evidenza. Essa realizza peraltro il sogno dallo stesso Sansonetti, confessato in un articolo ancora fresco di stampa, di restituire all’editoria politica, grazie ad Alfredo Romeo, la dignità e vivacità perduta con la crisi o scomparsa delle testate dei vecchi partiti protagonisti della storia della cosiddetta prima Repubblica. 

“Probabilmente -ha scritto il mio amico Piero- il vecchio castello ormai un pò ammuffito dell’informazione italiana, specie sul versante che si autodefinisce di sinistra, non era pronto a questa frustata. Non l’ha gradita. Ha messo in campo tutte le energie  che le sono rimaste per reagire”. Naturalmente alla solita maniera: per esempio, allestendo o riproponendo nel salotto televisivo di turno o di comodo- che per carità di professione non sto qui a chiamare per nome, come ha ritenuto di fare invece Piero- processi di corruzione o simili a Romeo, da cui peraltro l’interessato è uscito assolto. Si sa come le assoluzioni sono viste e rappresentate da giustizialisti d’arte e di toga: il modo di farla franca. 

Pubblicato sul Dubbio

Si chiude a sorpresa la partita delle nomine, con la solita figuraccia dei giornaloni

La partita delle nomine ai vertici delle aziende a partecipazione statale si è chiusa leopardianamente nella quiete dopo la tempesta. O nelle “nomine dopo le tensioni”, come ha titolato il Corriere della Sera. Dove Antonio Polito, considerando anche quanto è accaduto su questo fronte, ha potuto commentare che “il governo non galoppa ma trotterella, e spesso nella direzione giusta”. 

Il Foglio è passato in 24 ore dall’”impero Meloni” sparato in prima pagina sulla o contro “la premier piglia tutto”, dall’Eni all’Enel, dalle Poste a Leonardo, con la formula “Ecco i nomi, grazie”, alla rappresentazione odierna della stessa Meloni che “salva il governo ma perde Enel” facendo “esultare” Salvini. Ma anche Silvio Berlusconi dal reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Raffaele, a Milano, visto che Il Giornale ancora di famiglia ha titolato su tutta la prima pagina: “Meloni accontenta tutti”. 

Strano impero e strana imperatrice “piglia tutto”, che anche secondo l’astioso Fatto Quotidiano si lasciano “sfilare Enel” da “Salvini e B.”. “Compromesso sulle nomine. I vertici Enel scelti da Lega e FI”, ha titolato Repubblica, anch’essa abbandonatasi nei giorni precedenti nella rappresentazione di una Meloni assatanata e paragonabile al marchese del Grillo, che notoriamente liquidava il prossimo che “non contava un cazzo”. E scusate la parolaccia sua, non mia. 

Sulla Stampa l’ex direttore Marcello Sorgi ha certificato anche lui una premier che “cede alla spartizione”. Grazie alla quale, con l’Enel conquistata -ripeto- da Salvini e Berlusconi, il vignettista del Secolo XIX, Stefano Rolli, si è potuto divertire annunciando “Niente crisi al buio”. E tanto meno alla luce rimasta ben accesa a favore della premier e del suo “trotto”, per tornare all’immagine dell’editorialista del Corriere della Sera. Ma altro che trotto secondo l’ex presidente del Senato Marcello Pera.

Quest’ultimo, già forzista e appena tornato a Palazzo Madama candidandosi nelle liste del partito della premier, ha detto in una intervista a Repubblica che sarà proprio la Meloni a “finire il lavoro di Berlusconi” in politica cominciato nel 1994 sconfiggendo a sorpresa la famosa e “gioiosa macchina da guerra” allestita da Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci, e primo del Pds. Che  aveva deposto ai piedi di una quercia la falce e il martello della storia propria e dei suoi compagni. Incalzato da una domanda sulla troppa “nostalgia del fascismo” nutrita in una “forza liberal-conservatrice” quale egli considera il partito della presidente del Consiglio, Pera ha risposto: “Non sopravvaluterei alcune manifestazioni di pensiero folcloristiche. Meloni sta marciando spedita, anche a costo di scontare una diminuzione di consensi nell’immediato, perché ragiona da statista e sa che il consenso si misura sulla grande distanza”. 

Giorgia Meloni in Consiglio dei Ministri come su un’astronave atterrata

Il Def approvato dal Consiglio dei Ministri non è naturalmente l’incipit in vernice rigorosamente rossa della deficiente che il vignettista Nico Pillinini attribuisce sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno alla protestataria segretaria del Pd Elly Schlein, emula dell’ammiratore Carlo De Benedetti. Che nella sua nuova “radicalità” ha recentemente dato della “demente” a Giorgia Meloni incorrendo nella censura di Domani, il quotidiano da lui fondato e posseduto forse rimesso in riga proprio per questo con la destituzione del direttore Stefano Feltri.

Il Def è solo l’acronimo del Documento di Economia e Finanza liquidato forse un pò troppo frettolosamente da Repubblica come un prodotto “da tre soldi”, pur se con la copertura di un commento di Carlo Cottarelli, un esperto sicuramente di economia eletto senatore nelle liste del Pd come indipendente ma chiamato ironicamente da qualche cronista politico anche “il Draghi dei poveri”. “Un’operazione di cassa priva di futuro”, l’ha definita appunto il mancato presidente del Consiglio di cinque anni fa, incaricato dopo la rinuncia di Giuseppe Conte e ritiratosi per il ripensamento dell’avvocato e professore designato dai grillini. 

Troppo pochi quei tre miliardi di euro destinati al cosiddetto cuneo fiscale per i redditi bassi, riducendone gli oneri contributivi, ha detto in un salotto televisivo Per Luigi Bersani scontrandosi con un inaspettato Giorgio Mulè: il vice presidente forzista della Canera ancora fresco di un’intervista contro il nuovo corso del suo partito più favorevole a Giorgia Meloni. 

Oltre al Def e a un provvedimento a maggiore tutela dei beni artistici imbrattati da ambientalisti quanto meno un pò fuori di testa, il Consiglio dei Ministri ha proclamato lo stato di emergenza, per ora di soli sei mesi, di fronte all’aumento degli sbarchi di immigrati clandestini. Una “scelta autoritaria”, ha gridato con le opposizioni Il Riformista che Piero Sansonetti, impegnato a riportare l’Unità nelle edicole, sta per consegnare a Matteo Renzi complicandogli peraltro la già pericolante gestione del cosiddetto terzo polo formalmente guidato da Carlo Calenda. Fra i due infatti è aria ora più di divorzio che altro. 

Certo, lo stato di emergenza firmato dalla Meloni fa una certa impressione se paragonato -come è accaduto nel salotto televisivo citato per lo scontro fra Bersani e Mulè- ai discorsi che la stessa Meloni, dai banchi parlamentari dell’opposizione, pronunciava animatamente contro  l’emergenza per il Covid disposta dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accusato di volerne profittare per rafforzarsi politicamente. In questa obbiettiva contraddizione, senza volersi chiedere con Avvenire se quella per i migranti è “vera emergenza”, data ormai la cronicità del fenomeno degli sbarchi, e dei naufragi, ha avuto facile gioco Pier Ferdinando Casini a descrivere, pur scherzando e un pò compiaciuto, la Meloni alla guida di un’astronave giunta sul pianeta Terra. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakrmag.it

Anche Forza Italia ha il suo Macron, contrario al vassallaggio: Giorgio Mulé

Nei lunghi e impietosi corridoi della Camera, dove il battutismo si mescola all’analisi politica e  il retroscenismo alla cronaca, gli amici del vice presidente forzista Giorgio Mulè -amici naturalmente in senso lato, comprensivi quindi anche dei colleghi di partito che non la pensano esattamente come lui- lo hanno promosso al “nostro Macron”. 

Quello vero, Emmanuel, il presidente della Repubblica francese, è su tutti i giornaliper il rifiuto opposto durante e dopo la sua recente visita a Pechino, costellata di buoni affari per il suo Paese, alla realtà o prospettiva di un’Europa “vassallo” -o vassalla, se si potesse dire- di qualcuno, a cominciare dagli Stati Uniti. I cui interessi sempre meno di frequente coinciderebbero con quelli del vecchio continente meritevole di diventare un terzo polo, auguralmente più fortunato di quello in via di costruzione in Italia, a fini soli di politica interna, da parte di Carlo Calenda e di Matteo Renzi. Il quale ultimo peraltro si compiace ogni qualvolta viene da qualche ammiratore, o da qualche avversario in senso sarcastico, indicato proprio come il Macron italiano capace di marginalizzare insieme la sinistra e la destra. 

Ma con Mulè siamo in un campo ancora più ristretto: quello del centrodestra nostrano finito per consistenza elettorale e di governo sotto la guida di Giorgia Meloni. Dove il vice presidente della Camera, come ha appena detto in una intervista alla Stampa e al confratello Secolo XIX, non ha nessuna intenzione di partecipare alla temuta trasformazione dei forzisti in “replicanti di Fratelli d’Italia”. E se questa prospettiva dovesse davvero piacere, dopo il mezzo terremoto avvenuto nel partito appena prima del ricovero di Silvio Berlusconi in terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano, allo stesso Berlusconi, alla figlia Marina, alla quasi  moglie Marta Fascina e ad altri del cosiddetto cerchio magico appena aggiornato, Mulè non mostra di essere timoroso, frenato, imbarazzato e via discorrendo. A lui basta e avanza, col conforto della festa di Pasqua appena  celebrata, la fede in Berlusconi e nel suo ritorno in pieno alla politica e alla guida del partito, se mai avesse dovuto un pò disinteressarsene nel nuovo ricovero ospedaliero. Che non a caso non gli ha impedito -per quanto, ripeto, in terapia intensiva- di fare e ricevere telefonate e di incontrare quotidianamente familiari ed amici. “Tutte le altre professioni di fede, come ad esempio la fedeltà al governo Meloni sono dissonanti”, ha detto il Macronino di Montecitorio. 

Ma “se Berlusconi dovesse essere sempre meno presente nella vita del partito, come si dovrebbe comportare Forza Italia?”, ha insistito l’intervistatore Francesco Olivo, forse condizionato dal medico curante dell’illustre infermo appena espostosi in una polemica con chi è convinto che l’ex premier sia ormai già in forma. Ebbene, “servirebbe -ha risposto Mulè parlando ad Olivo ma forse pensando anche alla Fascina, a Marina, a Fedele Confalonieri, a Gianni Letta, ad Adriano Galliani eccetera- un supplemento di maturità, ovvero quello che Berlusconi ha sempre fatto: trovare nella coalizione (di governo) dei compromessi nonostante i rapporti di forza che ci darebbero perdenti”.

Se qualcuno ha scambiato il ridimensionamento della capogruppo al Senato Licia Ronzulli, privata del coordinamento del partito in Lombardia, e la sostituzione di Alessandro Cattaneo alla guida del gruppo della Camera con Paolo Barelli, che ha definito “originali” le posizioni del vice presidente di Montecitorio, in un cambiamento o correzione di linea politica, si è sbagliato di  grosso. Quella degli avvicendamenti, ridimensionamenti e simili “è una vicenda -ha sostenuto Mulè- d cui ancora bisogna scrivere la storia. Alessandro e Licia altro non hanno fatto che essere la voce parlante di Berlusconi. Non sarà il cambio di un assetto a determinare la mutazione del nostro codice genetico”. Come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani dicevano di quello del Pd cambiato a suo tempo da Matteo Renzi.

Sempre all’intervistatore che aveva ostinatamente ripreso a parlare di successione  al Cavaliere chiedendogli se “toccherà ad Antonio Tajani”, che già lo rappresenta al governo come vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e continua ad essere considerato titolare dell’incarico pur inesistente formalmente di coordinatore nazionale del partito, Mulè ha opposto questa interruzione: “La fermo subito. Io non penso alla successione di Berlusconi. Fino a quando c’è lui io non dedico nemmeno un minuto a pensare a cosa ci sarà dopo”. O a pensare -altro tema postogli dal giornalista della Stampa- all”antipatia personale” manifestatagli dal presidente del Senato Ignazio La Russa. “Se lui avesse l’idea -ha detto Mulè- di quanto importa a me di stargli antipatico, avrebbe l’idea dell’immensità”. O dell’Infinito leopardiano, come non gli è scappato di aggiungere. 

Con queste premesse, chiamiamole così, ancora freschissime di stampa immagino la fine riservata da Giorgio Mulè ieri mattina alla pagina della rassegna stampa della Camera riportante un articolo del Foglio costruito attorno ad alcune dichiarazioni di Pier Ferdinando Casini, già socio del centrodestra ma da qualche tempo ospite a tutti gli effetti del Pd, titolato “Forza Italia è Giorgia”, al femminile. Che secondo “l’ultimo democristiano”, come Casini si autodefinisce orgogliosamente, la successione di Berlusconi se la sarebbe già “presa” stando a Palazzo Chigi da quasi sei mesi. 

Pubblicato sul Dubbio

La rivolta di Giorgio Mulé in Forza Italia contro la svolta favorevole alla Meloni

Cinquantacinque anni da compiere il 25 aprile, festa della Liberazione, vice presidente forzista della Camera, già sottosegretario alla Difesa nel governo di Mario Draghi, ancora più indietro negli anni direttore di Panorama, orgogliosamente siciliano di origini, Giorgio Mulè ha voluto liberarsi di ogni scrupolo parlando alla Stampa e al Secolo XIX dell’assai presunta, secondo lui, svolta “governista” a favore  di Giorgia Meloni, impressa al suo partito da Silvio Berlusconi prima del ricovero tuttora in corso in terapia intensiva all’ospedale San Raffaele di Milano.

“Le professioni di fede in questo momento -ha detto Mulè parlando della Pasqua appena festeggiata- devono essere concentrate solo in una direzione: Berlusconi si ristabilisce e tornerà a essere il leone che abbiamo sempre conosciuto. Tutte le altre professioni di fede, come ad esempio la fedeltà al governo Meloni, sono dissonanti”. “Il nostro appoggio -ha precisato il vice presidente della Camera- esiste già, è inutile ripeterlo in continuazione. Non è mai venuto meno”, neppure quando lui stesso ha creato qualche problema nella maggioranza con polemiche rintuzzate con un certo fastidio dalla presidente del Consiglio, ma ancor più dal presidente del Senato Ignazio La Russa. La cui “antipatia” sottolineata dall’intervistatore Francesco Olivo è ampiamente ricambiata. “Se lui avesse idea di quanto importa a me di stargli antipatico, avrebbe idea dell’immensità”, ha detto Mulè giudicando poi così il modo in cui la seconda carica dello Stato sta esercitando il proprio ruolo: “I silenzi e gli imbarazzi dei suoi colleghi di partito riguardo alle sue posizioni la dicono lunga. Le istituzioni sono sacre”. E La Russa evidentemente non le sta trattando come meritano e “come io nel mio piccolo provo a fare tutti i giorni”, ha rivendicato il vice presidente di Montecitorio non rendendosi forse conto di contribuire anche lui con questa polemica personale a trattarle male.

Per quanto gestita con una certa prudenza, pubblicata a pagina 8 da entrambi i giornali senza un richiamo in prima pagina che forse avrebbe meritato per l’attenzione quasi spasmodica che l’informazione riserva alla salute di Berlusconi ma anche a quella della sua creatura politica, l’intervista di Mulè è liquidatoria anche rispetto ai cambiamenti intervenuti nel partito per decisione personale del fondatore, fra i quali la sostituzione del capogruppo della Camera Alessandro Cattaneo e  una certa provvisorietà della capogruppo al Senato Licia Ronzulli. “Questa -ha detto Mulè- è una vicenda di cui ancora bisogna scrivere la storia. Alessandro e Licia altro non hanno fatto che essere la voce parlante di Berlusconi. Non sarà il cambio di un assetto a determinare la mutazione del nostro codice genetico”. Che -ha detto Mulé in un altro passaggio- va difeso “nella coalizione” di governo, “nonostante i rapporti di forza che ci darebbero perdenti”, e i tentativi di considerare i forzisti dei “replicanti” del partito della Meloni. 

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