Più che di Zelensky che “apre a Trump”, come hanno titolato il Corriere della Sera ed altri giornali riferendo delle ultime dichiarazioni del presidente ucraino, pur reduce da un duro scontro col presidente americano alla Casa Bianca, si dovrebbe scrivere e titolare che Zelensky si fida degli europei, aderenti e non all’Unione, e degli altri occidentali. Che gli hanno confermato solidarietà e appoggio, in incontri bilaterali o vertici sulla sicurezza, e chiesto, a loro volta, di continuare o tornare a fidarsi di Trump. Anche dopo essere stato trattato a Washington in un modo che ha sorpreso tutto il mondo, compreso Putin, che pure dallo spettacolo in diretta televisiva dall’ufficio ovale della Casa Bianca ha tratto vantaggio politico e mediatico in vista delle trattative sulla pace da restituire, augurabilmente con la sicurezza e la integrità della più grande parte del territorio di un paese che ha l’unica colpa, o inconveniente, di confinare con la Russia.
Dalla Stampa
Solo in questi termini si può capire e spiegare l’interlocuzione con gli Stati Uniti, scambiata dalla Stampa addirittura per “resa”, che il presidente ucraino ha deciso di non compromettere pur dopo l’agguato -come in molti lo hanno definito-tesogli alla Casa Bianca soprattutto dal vice presidente americano Vance. Che ha finito per prendere la mano, e fortunatamente non anche i piedi, a Trump.
E’ augurabile ora che europei, interni ed esterni all’Unione, a cominciare naturalmente dalla prenier italiana Giorgia Meloni, non facciano pentire Zelensky della fiducia ch’egli ha riposto in loro. Sarebbe un guaio anche per l’Europa, che non sono è separata dall’Ucraina dall’oceano che separa la stessa Europa dagli Stati Uniti.
Non so da chi possa o debba sentirsi disturbata, o minacciata, di più sul filo dell’equilibrista dove molti la indicano in questi giorni di grande esposizione sul piano internazionale. Un’esposizione superiore a quella del suo ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani.
Non so, in particolare, se su quel filo le diano più fastidio, o le procurino più distrazioni, le intemperanze del presidente americano Donald Trump. Col quale pure vanta un rapporto “speciale”, servitole molto nella vicenda della liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala dal carcere iraniano dove era stata rinchiusa per scambiarla di fatto con un trafficante e altro di droni finito in manette in Italia su richiesta americana, ma protetto da Teheran. O quelle -parlo sempre delle intemperanze- dell’ancora amico e leader della Lega Matteo Salvini, che è l’altro dei suoi due vice presidenti del Consiglio. Quello più trumpiano forse dello stesso Trump, della moglie ogni tanto defilata, del vice Jean David Vance, dell’animatore, finanziatore e quant’altro Elon Musk e del presidente argentino Javier Milei. Che non porta ma indossa la pur ingombrantissima e lucida motosega d’ordinanza.
Giorgia Meloni al vertice di Londra sulla sicurezza
Potrebbero disturbare l’”equilibrista” Meloni -nel Circo internazionale e interno della crisi ucraina, paradossalmente aggravatasi sulla strada della pace dopo tre anni e più di guerra scatenata dalla Russia di Putin- anche le intemperanze di un altro suo amico che è Volodymir Zelensky. Che la settimana scorsa -come gli hanno rimproverato anche estimatori suoi e della Meloni in Italia- è andato alla Casa Bianca per firmare un accordo con Trump e ne è uscito cacciato per averne contestato troppo la troppa fiducia riposta in Putin, sin quasi a scambiarlo da aggressore ad aggredito nella cosiddetta “operazione speciale” ordinata per la “denazificazione”, addirittura, dell’Ucraina.
Per sua fortuna politica la Meloni sul filo, ripeto, dell’equilibrista attribuitole a torto o a ragione non deve guardarsi dalle urla e dagli attacchi delle opposizioni in Italia. Che sono ancora più divise della maggioranza di centrodestra: divise fra sostenitori di Zelensky, sostenitori di Trump e sostenitori del nulla, o quasi. Opposizioni aspiranti ad un’alternativa al centrodestra che si dissolve ogni volta che deve affrontare un problema spinoso, di genere prevalente fra quelli di un governo reale o potenziale.
Meloni e Zelensky a Londra
La Meloni rischierebbe di cadere dal filo su cui si muove a braccia aperte se si mettesse a ridere, come forse avrebbe il diritto di fare, contemplando sotto i suoi piedi la povera segretaria del Pd Elly Schlein. Che le dà della fuggiasca e del coniglio anche nello scontro fra Trump e Zelensky ma non è riuscita, nel suo ufficio al Nazareno, a individuare una piazza dove farsi vedere, quanto meno, tra cartelli e grida a favore del presidente ucraino. E tutto per non perdere la ricerca “testarda” di un rapporto “unitario” col Conte, Giuseppe, del pacifismo senza se e senza ma.
Quello della Schlein è un po’ uno spettacolo esoterico, aggravato dalla impossibilità della segretaria del Pd in un eventuale dibattito parlamentare, che pure reclama un giorno sì e l’altro pure, di affrontarne la conclusione con un voto comune di tutte le opposizioni su un documento alternativo a quello della maggioranza. Sul quale invece la premier può contare, come è sempre avvenuto sinora nei passaggi parlamentari difficili, nonostante le intemperanze verbali di Salvini o di Tajani, o di entrambi.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare Francesco Cossiga non si stupirà del racconto fattone da Marco Follini in un capitolo del suo “Beneficio d’inventario” appena pubblicato dall’editore Neri Possa. Un capitolo che il mio amico Marco ha dedicato appunto a Cossiga cogliendo lo spunto dal ricordo di una telefonata natalizia nella quale l’ormai presidente emerito, cioè ex presidente della Repubblica, gli fece un po’ per inorgoglirlo -contando su una loro comunione di idee, sentimenti e umori- e un po’ per divertirsi all’idea di poterlo amichevolmente mettere in imbarazzo.
Il libro di Marco Follini fresco di stampa
Cossiga rivelò in quell’occasione al democristianissimo Marco Follini- graduato già con i pantaloni corti, o quasi, capeggiando il movimento giovanile dello scudocrociato- che suo padre, scomparso da poco, era stato “uno dei capi di Gladio”. Così si chiamava l’organizzazione segreta allestita in Italia, d’intesa con gli americani, per tenere il paese preparato, al di là delle strutture militari ufficiali, ad una invasione sovietica. Un’organizzazione della quale l’ultratlantista Cossiga, informatone già quando gli era capitato di fare il sottosegretario al Ministero della Difesa, era fiero. A differenza di altri che ai vertici o sottovertici governativi e istituzionali finsero di non sapere, e non gradire, quando ne fu rivelata l’esistenza.
Con la notizia del padre fra i “capi” di Gladio l’ormai ex presidente della Repubblica rivelò a Marco Follini un segreto ulteriore del già ex segreto ormai di quell’organizzazione giustificata dalle contingenze post-belliche, dovendosi prevedere anche la violazione degli accordi spartitori dell’Europa raggiunti a Yalta fra i vincitori della seconda guerra mondiale, La cosa -disse Cossiga a Follini, prima di fargli gli auguri di Natale- “forse non ti piacerà o forse magari sì”.
In un’intervista al Corriere della Sera Follini ha dato ieri l’impressione, a torto o a ragione, di una sorpresa scomoda. Ma leggendo il capitolo del suo libro pubblicato sulla Stanpa, sempre di ieri, ho avuto un’impressione diversa. Quella di un figlio sorpreso sì delle notizie ricevute sul padre, ma senza disappunto, incredulità e quant’altro. Del resto, idee, frequentazioni e ambienti del padre di Follini non potevano limitarne la figura ad un giornalista scientifico con lunga e meritata carriera alla Rai. La sua appartenenza ai vertici di Gladio era compatibile con la sua storia personale.
Aldo Moro e Francesco Cossiga
“Il presidente -ha scritto Follini di Cossiga dopo averne raccontato la confidenza familiare- era sempre stato per me un piccolo mistero. Perennemente in bilico tra la solennità della sua carriera e la compiaciuta ma tragica complessità del suo carattere”. Tragica come molte delle vicende da lui vissute nella sua attività politica, a cominciare dal sequestro e dalla lunga prigionia dell’amico e maestro Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse 55 giorni dopo l’agguato in via Fani tra il sangue della scorta che aveva fallito in quella rivelatasi come la sua ultima missione: il trasporto del presidente della Dc da casa alla Camera per la presentazione del secondo governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti a maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale”, comprensiva del partito comunista di Enrico Berlinguer.
Cossiga, ministro dell’Interno in quel periodo forse anche più misterioso della Repubblica, portato al Viminale dallo stesso Moro qualche anno prima, è stato descritto efficacemente da Follini nel suo libro come un uomo che “poteva essere inappuntabile come un cadetto asburgico o scherzoso come un fool shakesperiano”. “Una parte di lui, quella che aveva lungamente determinato le sue fortune, era ufficiale, istituzionale, notabilare, pienamente aderente a tutti gli aulici codici del protocollo, alle volte anche con qualche enfasi di troppo….” ma poi incline a “evasioni” per arrivare “laddove nessuno avrebbe mai immaginato che si fosse potuto rintanare”. A Cossiga sarebbe piaciuto – credo- riconoscersi in questa descrizione.
Aumentano i paradossi dopo più di tre anni di guerra in Ucraina, cominciata con l’invasione russa e programmata da Putin per durare tre giorni con l’eliminazione di Zelensky. Dopo tanto parlare genericamente di pace è bastato che essa si affacciasse davvero per provocare l’aggravamento della crisi. Anzi, per crearne altre due. Una è nei rapporti fra l’Ucraina e gli Stati Uniti, la cui posizione di sostegno al paese aggredito è cambiata a tal punto che il nuovo presidente americano Donald Trump in una sostanziale diretta televisiva dalla Casa Bianca ha cacciato Zelensky. E poi gli ha sospeso gli aiuti militari.
Zelensky al vertice di Londra sulla sicurezza
L’accoglienza solidale ricevuta rapidamente dal presidente ucraino a Londra in un vertice sulla sicurezza che ha accomunato aderenti e non all’Unione Europea, il segretario generale della Nato e i massimi rappresentanti istituzionali della stessa Unione, non poteva rappresentare di più la frattura fra Trump e l’Occidente che ci eravamo abituati a considerare un tuttuno, attaccato e guidato dagli Stati Uniti.
Sì, lo so, a cominciare dal promotore del vertice di Londra e dalla premier italiana Giorgia Meloni, riconosciuta “forte” davvero, e non per scherzo, anche dal presidente francese Emmanuel Macron, tutti hanno riconosciuto la irrinunciabilità al rapporto con Trump. Ma so anche che questo ormai è più un auspicio che una realtà, almeno volendo accompagnare la pace in Ucraina con due aggettivi, giusta e sicura, senza i quali essa è solo un inganno, o premessa di altre guerre. E so anche che quanto è accaduto negli ultimi giorni è bastato e avanzato per rafforzare Putin sul piano negoziale.
Ma voglio scendere di quota, diciamo così, e calarmi sulle ricadute di questo aggravamento della crisi ucraina sulla politica interna italiana. Ricadute negative sia per la maggioranza sia per le opposizioni che aspirano a creare un’alternativa di governo.
Nella maggioranza la prudenza, o l’”equilibrismo” attribuito alla premier rimasta solidale sia con Zelensky sia con Trump, nelle parole e nei gesti, prevedibilmente sperando di poter funzionare da ponte fra l’uno e l’altro più ancora di tanti altri aspiranti allo stesso ruolo, è ogni giorno contraddetto dalle prestazioni verbali del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, più trumpiano di Trump.
La segretaria del Pd Elly Schlein al Nazareno
Sul versante delle opposizioni si intrecciano ancora di più che nel centrodestra contraddizioni e contrasti. Non riescono ad essere uniti neppure nella solita protesta contro i soliti silenzi o le solite fughe rimproverate alla premier. Che questa volta è riuscita a guadagnarsi qualche consenso, riconoscimento e persino applauso da quelle parti. Non certo però dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha contestato mancanza di chiarezza e coraggio alla Meloni pur dopo non essere riuscita a trovare sinora una sola piazza alla quale affacciarsi per confermare la solidarietà vera del Nazareno, e non solo a parole, con l’Ucraina aggredita da Putin e abbandonata da Trump.
E’ stato in evento ad un tempo drammatico e beneaugurante il vertice svoltosi a Londra col proposito e sotto il titolo di “garantire il nostro futuro”. Vi hanno partecipato i rappresentanti di 16 Paesi non solo europei, come il Canada, la Turchia e la stessa Gran Bretagna da cinque anni fuori anche formalmente dall’Unione, dopo quattro di negoziati per dare esecuzione all’abbandono deciso con un referendum.
Giorgia Meloni a Downing Street prima del vertice
E’ stato un vertice per niente paradossale, come si sarebbe tentati di definirlo pensando da una parte alla eterogeneità degli invitati dal premier inglese-. in gran parte comunque europei, a cominciare dal presidente del Consiglio dell’Unione e dalla presidente della Commissione esecutiva, in trasferta a Londra- e dall’altra alla dichiarata volontà di salvare una solidarietà occidentale messa a dura prova dal principale alleato. Si tratta naturalmente degli Stati Uniti d’America, guidati da meno di due mesi da un presidente, Donald Trump, deciso a concordare di fatto con la Russia di Putin una soluzione della guerra in Ucraina alle spalle della stessa Ucraina, partecipe anch’essa del vertice di Londra che le ha confermato l’appoggio, e di quel che resta fisicamente e politicamente dell’Occidente dopo l’esplosione metaforicamente avvenuta alla Casa Bianca venerdì scorso. Quando al termine di un incontro fra Trump e il presidente ucraino Zelensky, che pure era cominciato e si era sviluppato per buona parte in un clima normalmente dialettico, poco è mancato che i due venissero alle mani, aizzati dal vice dello stesso Tramp e da giornalisti, operatori televisivi e altri ospiti che di solito per un evento del genere aspettano fuori per fare all’uscita le domande e togliersi le loro legittime e professionali curiosità. Questa volta invece – per motivi misteriosi, che alimentano anche il peggiore sospetto di un agguato teso nella Casa Bianca al presidente ucraino- si è preferita una sceneggiatura più da ring che da salotto o ufficio ovale, qual è quello dove lavora e riceve il presidente degli Stati Uniti. “Un’oscena rappresentazione”, l’ha definita sul Foglio Giuliano Ferrara scrivendo di Zelensky “appozzato, tenuto sott’acqua”.
Giorgia Meloni col presidente ucraino Zelensky a Londra
Che cosa sia destinato a produrre il vertice anomalo di Londra, dove tutti erano più in trasferta che di casa, eccetto naturalmente il primo ministro inglese, è difficile dire. Se lo staranno chiedendo per primi lo stesso Trump e chi ha forse teso un agguato anche a lui spingendolo a cacciare l’ospite troppo ostile o diffidente verso Putin, che da più di tre anni bombarda di tutto in Ucraina anche ospedali, scuole, chiese, teatri. E non solo obiettivi militari come sono considerati da Putin pure le centrali elettriche e termiche, ìn modo da fare morire di freddo in inverno anche quelli che hanno avuto non so se più la fortuna o la sfortuna di sopravvivere al fuoco.
Per quanto in trasferta londinese comunque, l’Unione Europea non mi è parsa “celebralmente defunta”, come la considera invece Lucio Caracciolo su Repubblica.
Dall’incidente a Washington, addirittura alla Casa Bianca, al pronto soccorso a Londra, al numero 10 di Downing Street. Dove il primo ministro britannico Keir Starmer ha ricevuto col massimo della cordialità e insieme della ufficialità il presidente ucraino Volodymir Zelensky. Al quale ha confermato l’appoggio “sino alla fine” nella guerra mossagli più di tre anni fa dalla Russia di Putin con una cosiddetta “operazione speciale” che avrebbe dovuto concludersi, nei progetti del Cremlino, in tre giorni. E non nei quindici risultanti al presidente americano Donald Trump, diventati più di nei quali gli ucraini gli ucraini hanno resistito con gli aiuti militari e d’altro tipo ricevuti paradossalmente anche dagli americani. O soprattutto dagli americani, come Trump ritiene sia avvenuto sotto la presidenza del suo predecessore Joe Biden. E ora rivendicare il diritto di rifarsi con le “terre rare” eventualmente rimaste all’Ucraina dopo la perdita dei territori che dovrà cedere alla Russia negli accordi di pace, effettiva o presunta, che finiranno per definire lo stesso Trump e Putin nei negoziati che sono ancora ai livelli preliminare.
Il premier ucraino all’uscita dalla Casa Bianca
Se Zelensky ha trovato difficoltà, diciamo così, a far capire a Trump la paradossalità di questo percorso o progetto studiato alle spalle dell’Ucraina, e non a suo sostegno, non ne ha certo trovate col premier inglese. Che probabilmente avrà condiviso la scelta sostanzialmente unanime della stampa britannica di definire “agguato” l’appuntamento dato al presidente americano a quello ucraino nello storico studio ovale della Casa Bianca, affollato di ospiti e operatori televisivi per uno spettacolo sostanzialmente in diretta. Conclusosi con l’altrettanto sostanziale cacciata di Zelensky, accompagnato all’uscita dalla Casa Bianca da una inserviente, o poco di più.
Al pronto soccorso del numero 10 di Downing Street ne seguiranno altri tra oggi e domani, sempre a Londra, a livello comunitario, come se l’Inghilterra stesse eccezionalmente rientrando dalla Brexit per l’emergenza creatasi, o aggravatasi, in Europa per ciò che Trump vuole fare dell’Ucraina dandogliela praticamente vinta a Putin. Forse oltre le stesse aspettative del Cremlino.
Oggi è l’ultima domenica di Carnevale, spero non solo in Italia.
Merita qualche riflessione non solo retrospettiva ma anche attuale, per la perdurante esondazione del potere giudiziario, il racconto di “Mani pulite” fatto giovedì scorso alla Camera da Massimo D’Alema partecipando alla presentazione di due libri pubblicati su Bettino Craxi nel venticinquesimo anniversario della morte. Che lo stesso D’Alema da presidente del Consiglio -gli va riconosciuto- tentò inutilmente di evitare in terra tunisina cercando di garantirgli un ricovero in ospedale in Italia senza l’umiliazione dell’arresto in quelli che sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita. Poi egli dispose i funerali di Stato che i familiari di Craxi, a cominciare dalla figlia Stefania, rifiutarono per protesta contro il trattamento riservato al loro congiunto nella vicenda giudiziaria di Tangentopoli con una “durezza senza uguali”, come avrebbe pubblicamente riconosciuto dieci anni dopo l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Di Pietro e D’Alema d’archivio
D’Alema ha raccontato, in particolare, secondo il resoconto fattone sul Riformista da Aldo Torchiaro, di avere raccolto da Antonio Di Pietro, non più magistrato ma ministro di Romano Prodi, la confidenza che a Milano, fra indagini, arresti e processi sul finanziamento illegale della politica, “noi volevano abbattervi e liquidarvi tutti”, incontrando però nei comunisti -o post-comunisti, come si chiamavano nel Pds-ex Pci- “un osso duro”.
Pur inorgoglito da questo racconto, D’Alema contestò a Di Pietro di avere portato in uno dei suoi processi un “falso testimone” sulla famosa visita fatta da Raoul Gardini nella sede del Pci. Dove, accolto proprio D’Alema per essere accompagnato dal segretario del partito Achille Occhetto, egli sarebbe arrivato con una valigetta piena -non credo di santini e simili- uscendone senza. Erano scomparsi contenuto e contenitore.
D’Alema, raggiunto dalla cronaca di quella deposizione nel 1994 mentre faceva campagna elettorale a Gallipoli, aveva cercato di smentire il testimone scrivendo al presidente del tribunale, ma inutilmente. Lui peraltro all’epoca di quella visita di Gardini non lavorava al partito con Occhetto ma nella sede dell’Unità, che dirigeva col solito zelo.
Ma l’”osso duro”, ripeto, riconosciuto alla sua parte politica dall’ornai ex magistrato in qualche modo simbolo di “Mani pulite” è rimasta pur sempre una consolazione per D’Alema. Che nel suo racconto ha impietosamente contrapposto alla durezza, disciplina e quant’altro dei suoi compagni, coinvolti nella pratica generalizzata del finanziamento illegale dei partiti, alla prova data dai socialisti. Che preferirono invece la “slealtà”. E in effetti si scannarono fra di loro contribuendo alla demonizzazione del segretario del Psi, diventato il capro espiatorio di tutta Tangentopoli.
Bettino Craxi
Sarebbe disonesto non riconoscere una parte almeno di verità al racconto, ragionamento e altro ancora di D’Alema. Il quale però deve ammettere che alla “durezza” dell’osso comunista contribuirono i magistrati: o almeno quel procuratore aggiunto di Milano, per esempio, che cercò e trovò personalmente un documento utile alla difesa di Primo Greganti, finito nei guai per la “gabbia” costituita da un conto svizzero dove passavano fondi destinati al Pci. Di prove a discolpa dei socialisti finiti nel tritacarne giudiziario personalmente non ho memoria.
Chiudo chiedendomi, senza la pretesa di aspettarmi una risposta, se Massimo D’Alema sia mai stato tentato di dare una mano a Craxi in quegli anni terribili, in cui i magistrati avrebbero voluto fare fuori “tutti”. E vi abbia rinunciato solo perché Craxi era stato abbandonato dagli sleali compagni del proprio partito. E non invece perché Craxi eliminato giudiziariamente dalla politica faceva un grande, grandissimo comodo al partito di D’Alema.
So bene che la storia non si fa con i “se”. Ma sospetto che la sinistra italiana non si troverebbe nella crisi attuale, di identità e di tutto il resto, se non si fosse liberata a suo tempo di Craxi in quel modo. Semplicemente orribile.
Le immagini televisive della lite alla Casa Bianca fra Donald Trump e Volodymir Zelensky mi hanno procurato la stessa, devastante impressione delle due torri gemelle di New York l’11 settembre del 2001 sotto l’attacco terroristico. Oriana Fallaci le vide e descrisse dalla sua casa come due fiammiferi che ardevano.
Come mai avrei immaginato lo spettacolo di quelle due torri, tanto da scambiarle a prima vista per un film, così mai avrei immaginato che Trump e Zelensky, in ordine non solo alfabetico, se le sarebbero dette e metaforicamente date così tanto davanti alle telecamere in un incontro o “agguato” -secondo Repubblica- in un cui le parole sono volate come schiaffi o pugni. Uno spettacolo del quale porta le maggiori responsabilità Trump non solo come padrone di casa ma anche come un attore dichiaratamente compiaciuto, alla fine, della sua prestazione, nel massimo della trasparenza. Che non è sempre una virtù, come dimostra la necessità della diplomazia avvertita e praticata da tempo, almeno sino a un momento prima dell’incontro di ieri.
Alle rovine dell’Ucraina dopo più di tre anni di guerra cominciata dalla Russia di Putin fra la distrazione di Trump, che prima ancora di riceverlo aveva attribuita a Zelensky l’attacco per compiacere lo zar o lo Stalin di turno. Che temo non glielo avessero neppure chiesto, tanto pubblicamente e orgogliosamente il Cremlino aveva annunciato il 24 febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina considerandola una “operazione speciale” di “denazificazione” da concludere in tre giorni. E non nei quindici indicati da Trump all’ospite, diciamo così, ucraino come il termine entro il quale i russi avrebbero portato a termine il loro progetto se non fossero stati sorpresi dagli aiuti occidentali all’Ucraina. Con i quali Zelensky, secondo Trump, avrebbe “giocato con la terza guerra mondiale”.
Trump -ho sentito dire ieri in televisione da Italo Bocchino, ospite del salotto di Lilli Gruber su La 7- è stato con Zelensky come gli americani lo hanno voluto e lo vorrebbero ancora. Si tratta però dello stesso Zelensky col quale la premier italiana Giorgia Meloni, di cui Bocchino è abitualmente invitato a prendere le difese solo contro tutti, ha un rapporto speciale quanto con Trump.
Dal Foglio
Siano solo agli inizi di un film giallo di cui temo che gli stessi protagonisti, attori e comparse non conoscono la fine, pur fingendo di averla in testa o di poterla condizionare. Non si può neppure augurare una buona visione, tanto pauroso e tragico è il contesto dello spettacolo, anche se Giuliano Ferrara sul Foglio è riuscito ad avvertire “il lato comico dell’Apocalisse”.
Evidentemente consapevoli della scarsa attendibilità, diciamo così, di quel vantato 80 per cento di adesioni dei magistrati allo sciopero contro il governo e la sua riforma della giustizia- -cui molti hanno aderito virtualmente, senza in realtà parteciparvi per non subire trattenute sullo stipendio- i tifosi dell’associazione nazionale delle toghe hanno improvvisato una caccia. Anzi una corte ai “grandi avvocati” che, in dissenso dai loro colleghi meno famosi ma largamente maggioritari, hanno criticato anch’essi la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Nella quale il sindacato delle toghe vede un disegno di asservimento delle Procure al governo. E liquida come bugie o truffe le smentite opposte da un ministro della Giustizia come Carlo Nordio, di lunga esperienza maturata nella pubblica accusa quando faceva il magistrato.
Toghe in sciopero
La caccia -o la corte, ripeto- ai “grandi avvocati” solidali con le preoccupazioni e le proteste del sindacato delle toghe, anche nella nuova gestione del presidente Cesare Parodi e del segretario Rocco Manuotti, ha portato al quasi arruolamento di Guido Alpa e di Franco Coppi.
Di Franco Coppi, invece, mi sento di dire qualcosa, nonostante egli abbia mandato in brodo di giuggiole i compiaciuti dello sciopero dichiarando di non avere avvertito l’influenza delle carriere non separate fra giudici e pubblici ministeri in nessuna delle cause che è gli toccato di perdere.
Di Guido Alpa, pur di simpatie notoriamente socialiste, non dico nulla. Può darsi che l’ex premier Giuseppe Conte, uscito un po’ dalla sua scuderia universitaria e legale, abbia preso da lui anche la preferenza per la carriera unica, sostenuta dal MoVimento 5 Stelle di cui lo stesso Conte è presidente. E forse persino imperatore, dopo tutti gli strappi col fondatore “sopraelevato” Beppe Grillo.
L’avvocato e senatrice Giulia Bongiorno
Di Franco Coppi è abbastanza nota non solo l’assistenza legale ma anche la simpatia maturata nei rapporti con Silvio Berlusconi. Di cui basta il nome ormai per capire l’opinione che aveva dei magistrati. Altrettanto noto è il fatto che sia uscita dalla scuderia forense di Coppi addirittura Giulia Bongiorno. Che unisce adesso la sua esperienza di avvocato a quella politica, di presidente della Commissione Giustizia del Senato, nella convinzione che la separazione delle carriere giudiziarie sia la naturale conseguenza del “giusto processo”. Esso “si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Parole che non si è inventate Giulia Bongiorno ma si trovano nell’articolo 111 della Costituzione aggiornato nel 1999, e stampato nelle copie curiosamente sventolate dai magistrati nei tribunali e fuori scioperando contro la riforma all’esame del Parlamento, E’ passato abbastanza tempo, credo, per garantirne davvero, e finalmente, l’applicazione.
L’aggiornamento costituzionale del 1999 non fu introdotto per capriccio o distrazione, peraltro a larga maggioranza. Ma per il combinato disposto del processo riformato, da inquisitorio ad accusatorio, ai tempi del ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli, nel 1989, e dell’aggiramento subito dopo qualche anno con la pratica dei processi targati Tangentopoli. O “Mani pulite”, come i magistrati vollero chiamare con enfasi igienica le loro indagini sul finanziamento illegale dei partiti. Allora- con la certificazione, che non mi stancherò mai di ricordare, di Giorgio Napolitano in una lettera scritta e pubblicamente diffusa dal Quirinale alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina- si verificò un “brusco spostamento degli equilibri nel rapporto fra politica e giustizia”. Cioè uno squilibrio, al quale in troppi si sono abituati, nei tribunali e fuori. E’ questa la verità alla quale vogliono sfuggire con i loro scioperi i magistrati scambiando per “vendetta” ogni tentativo davvero riformatore per riequilibrare ciò che è stato “bruscamente” -ripeto- oltre che surrettiziamente cambiato una trentina d’anni fa.
Pur con l’annunciato 80 per cento di adesioni, comprese però quelle solo virtuali di magistrati rimasti al lavoro per evitare le trattenute dallo stipendio, le toghe coccardate e guidate anche fisicamente dal presidente e dal segretario della loro associazione sindacale, Cesare Parodi e Rocco Manuotti, hanno sostanzialmente fallito l’assalto alle prime pagine dei giornali.
Da Libero
Lo sciopero è finito sopra gli altri titoli -come su Libero di Mario Sechi e sull’Unità di Piero Sansonetti- solo in chiave critica per gli “insulti” alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e all’articolo 111 della stessa Costituzione. Che che nel testo aggiornata nel 1999 sul cosiddetto giusto processo ne ha spianato la strada. Sulla quale il governo di Giorgia Meloni è deciso a proseguire in migliori condizioni politiche dei precedenti, pur aperto -come è emerso ieri da un vertice- a quale modifica sulle modalità del ricorso al sorteggio per la composizione degli organi di rappresentanza istituzionale dei magistrati.
Dall’Unità
Sulle altre prime pagine dei giornali hanno continuato a prevalere Trump con i suoi rapporti rovesciati contro l’Europa e a favore della Russia di Putin, la Brexit un po’ rientrata di fronte alle prospettive di una pace ingiusta in Ucraina, il Papa col suo ricovero al Policlinico Gemelli, il caro-bollette e, fresca di agenzie, la morte misteriosa del famoso attore americano Gene Hachman, della moglie e del loro cane.
Dal Fatto Quotidiano
Persino Il Fatto Quotidiano, pur mettendo in rilievo la partecipazione -taroccata, ripeto- dell’80 per cento delle toghe allo sciopero ha ammesso le difficoltà dei magistrati nella lotta alla separazione delle carriere. Esso ha cercato, in particolare, di amplificare riserve e simili dei “grandi avvocati”. Fra i quali il giornale di Travagli ha scelto, per appendervisi come a una stampella, Franco Coppi. Che ha dichiarato di non avere perso una sola causa per le carriere non ancora separate dei giudici e dei pubblici ministeri. Non sembra pensarla così però, in materia di carriere separate, il più famoso e riuscito avvocato uscito dalla scuderia di Coppi: Giulia Bongiorno, anche presidente della Commissione Giustizia del Senato.