Il fuoco col quale il presidente americano sta forse giocando un pò troppo

Da Repubblica

La recessione breve che il presidente americano Donald Trump ha promesso ai suoi elettori mentre la Borsa, al maiuscolo e al singolare, brucia in pochi giorni per il panico da lui provocato mille miliardi di dollari, mi ricorda la brevità della guerra in Ucraina propostasi o promessa da Putin più di tre anni fa ordinandola e chiamandola “operazione speciale”. Una guerra che invece dura ancora e di cui Putin potrà forse liberarsi fra qualche settimana o mese grazie al soccorso fornitogli dal presidente americano scaricando l’Ucraina sostenuta dal predecessore Biden e obbligando Zelensky se non alla resa, quasi. Questa è la verità dei fatti spogliati di tutti i veli nei quali sono avvolti per nasconderla o deformarla, tra scenate, lettere, incontri di delegazioni e tutto il resto.

Da Poggio Mirteto

Ma le Borse, questa volta al plurale, non sono come gli eserciti, ai quali si danno o si tolgono munizioni e quant’altro. Le Borse, sempre al plurale e al maiuscolo, non bruciano denaro metaforicamente, come a Poggio Mirteto, in Italia, in chiusura del Carnevale gli antipatizzanti di Giorgia Meloni hanno fatto avvolgendo nelle fiamme un suo fantoccio.

La recessione di cui Trump ha dovuto ammettere l’arrivo dopo il panico che lui ha creato insieme con Musk potrebbe essere la sua tomba. Almeno quella politica, se i servizi di sicurezza, sopravvivendo ai tagli e licenziamenti in corso, riusciranno a garantirgli la protezione dal solito matto. O finto matto che negli Stati Uniti ogni tanto si apposta dietro qualche finestra o simile e spara contro l’obiettivo politico di turno.

Ursula von der Leyen

Temo, per lui, che Trump stia giocando troppo col fuoco. Ma gli sono personalmente e modestamente, assai modestamente, grato per la sveglia che è riuscita a dare all’Europa sulla strada della difesa comuna. O del “riarmo”, come ha avuto il coraggio di dire la presidente della Commissione di Bruxelles, la tedesca Ursula von der Leyen, facendo inorridire le solte anime belle, specie in Italia. Dove giù la buonanima di Enzo Biagi scriveva ogni tanto che le donne, specie quelle infedeli, si sentivano “un po’ incinte”.

Giuseppe Conte come un pesce nell’acqua del mondo sottosopra di Trump

Dal Corriere della Sera

Nel mondo alla rovescia, o sottosopra, in versione Trump, ben più visibile di quello che porta il nome del generale italiano e leghista Roberto Vannacci, si muove come un pesce nell’acqua il presidente delle 5 Stelle, o di quel che rimane, e due volte ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che, in una intervista al Corriere della Sera, si è liberato della compagnia scomoda del suo ex vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel primo dei suoi due governi, dandogli del “pacifista di comodo”, cioè finto.

Conte sulla Lega al Corriere

“La Lega sostiene con i voti le politiche belliciste del governo. Il loro pacifismo di comodo -ha spiegato Conte- serve solo a dare fastidio a Meloni”. E ancora: “Noi invece siamo sempre stati fedeli alle nostre convinzioni, anche quando siamo finiti ingiustamente nella lista dei filo-putiniani”. E pazienza se all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, più di tre anni fa, come gli ha ricordato quella villana, evidentemente, dell’intervistatrice Adriana Logroscino, i pentastellati al governo con Mario Draghi a Palazzo Chigi, e Luigi Di Maio al Ministero degli Esteri, approvarono in Parlamento, come fanno oggi i leghisti con la Meloni, il soccorso militare a Zelensky. Per permettergli -ha spiegato oggi Conte parlando di Zelensky- di non perdere la guerra nei soli tre giorni programmati da quell’esagerato di Putin.

Conte sulla Schlein al Corriere

Liberatosi dell’ingombrante compagnia di Salvini dandogli del pacifista o trumpiano di comodo, ripeto, Conte si è ritrovato per un po’ insieme con la segretaria del Pd Elly Schlein nelle “critiche al piano di riarmo europeo soprattutto all’interno di un partito che ha varie sensibilità su questo terreno”. Che hanno infatti polemicamente indotto uno dei fondatori del partito, Luigi Zanda, a reclamare un congresso straordinario per chiarire la linea del Nazareno, e magari cambiare anche segretario.

In particolare, Conte si aspetta ora da Schlein un’opposizione più chiara al “grande piano di investimento” pensato in Europa “sul modello del Next Generation Eu”. Che fu “concepito e attuato per ridare speramza alle giovani generazioni dopo la pandemia”. “Eviterei di accostare -ha detto il presidente pentastellato- le prospettive di difesa e investimenti militari”. Cioè, la difesa e gli investimenti militari sarebbero politicamente inconciliabili in una visione del mondo alla rovescia o sottosopra, questa volta di Conte, dopo le edizioni giù ricordate di Trump e Vannacci.

Ripreso da http://www.startmag.it

I conti di comodo dei tifosi della gestione giudiziaria dell’immigrazione clandestina

Dal Fatto Quotidiano

Tutto per soli, 1.600 euro, ha titolato ieri Il Fatto Quotidiano, tornandovi oggi con un editoriale del direttore, per minimizzare la portata della decisione della Cassazione di imporre il risarcimento del danno da risarcire a ciascuno dei quaranta migranti clandestini che hanno promosso causa, fra i cento e più soccorsi nel 2018 dalla nave Diciotti della Guardia Costiera. Ma trattenuti a bordo per una decina di giorni, prima dello sbarco, dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per aspettare che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte concordasse con gli omologhi europei la distribuzione comunitaria dei salvati in mare. Lo stesso Conte si vantò a suo tempo di questa sua attività telefonica di supporto.

I milleseicento euro derivano dalla moltiplicazione di 160 euro al giorno stimabili come danno procurato sul piano più morale che materiale a ciascuno, ripeto, dei migranti, tutti eritrei, che hanno ottenuto giustizia, diciamo così, dalle sezioni unite della Cassazione. Le quali li hanno un po’ riscattati dal sadico trattamento riservato loro da Salvini, aiutato dal suo capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, oggi titolare del Viminale. Anche lui insorto- come Salvini, la premier in carica Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e altri- rivendicando una conoscenza dei fatti superiore a quella dei giudici della Suprema Corte, con le dovute maiuscole, che hanno smentito i precedenti gradi di giudizio contrari ai richiedenti,

Il segretario dell’associazione ei magistrati, Mastruotti, al Corriere della Sera

Milleseicento euro diventerebbero settantaquattromila se moltiplicati per i quaranta interessati alla causa. Diciamo pure centomila e rotti a carico dello Stato comprendendo le spese legali. Una cifra in realtà modesta, o relativamente modesta. Che il segretario dell’associazione nazionale dei magistrati Rocco Mastruotti, in una intervista al Corriere della Sera, difendendo il verdetto della Cassazione ha cercato di proteggere dal rischio di fare da precedente replicabile perché sarebbe improbabile un altro caso Diciotti a distanza di sette anni. Durante i quali il governo, affrontando il problema della lotta all’immigrazione clandestina con accordi con i paesi africani interessati, ha ridotto le partenze e quindi gli arrivi, nonché le emergenze nei porti italiani. 

Ma le cifre dietro alle quali si sono coperti e si coprono i minimalisti scandalizzati, anzi sarcastici con le reazioni persino “ingiuriose” del governo, come le ha definite la presidente della Cassazione, sono tanto modeste quanto devianti, di autentica distrazione dal nocciolo della questione. Che non è contabile, per quanto Nordio abbia prospettato polemicamente un dissesto del bilancio. La questione è politica.

Il problema, in particolare, è che ora grazie alla gestione giudiziaria dell’immigrazione clandestina tutti gli aspiranti all’approdo irregolare in Italia sono non scoraggiati ma incoraggiati pensando alla possibilità di ottenere una specie di rimborso spese, o premio, per sbarchi eventualmente ritardati.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Le picconate di Luigi Zanda, che chiede a Schlein un congresso straordinario del Pd

Da Libero

Luigi Zanda, 82 anni e mezzo magnificamente portati, intervistato per La Stampa da Fabio Martini che ne ha ricordato la partecipazione, con altri 44 amici, più che compagni, alla fondazione del Partito Democratico, nel 2007, ha impietosamente denunciato la necessità di un congresso anticipato, straordinario e quant’altro per la inadeguatezza, ormai, della sua linea nella nuova situazione internazionale. Nella quale la segretaria Elly Schlein, anche se Zanda ha cercato di contenersi nelle parole, si muove con una certa confusione o indecisione, a dir poco.

Se poi dal congresso, da svolgere non più tardi delle prime settimane dell’anno prossimo, dovesse venire fuori l’opportunità o necessità di cambiare segretario, senza più consentire che a sceglierlo siano più gli esterni che gli iscritti al partito, com’è accaduto anche per la Schlein, tanto meglio.

“Lei pensa -gli ha chiesto, in particolare, l’intervistatore- che il Pd dovrebbe cambiare segretario?”. “Quello che è necessario per il Pd -ha risposto Zanda- è una rigorosa e profonda riflessione sulla politica internazionale. Se da questo confronto dovessero emergere posizioni e candidature diverse, questo non lo possiamo sapere. In ogni caso il Pd avrebbe il dovere, anzi la necessità, di cambiare lo Statuto e decidere una volta per tutte se il segretario lo scelgono gli iscritti, oppure se chiunque possa continuare ad andare ai Gazebo, anche se non vota Pd, anche un avversario”.  Infatti sull’elezione della Schlein pesa l’ombra dell’aiuto ricevuto nelle primarie dai simpatizzanti ed elettori pentastellati.

Francesco Cossiga

Di fronte alla chiarezza, se non perentorietà e spietatezza di queste parole, peraltro in una situazione interna di partito in cui si mescolano le peggiori abitudini correntizie del Pci e della Dc, tra allusioni e messaggi in bottiglia, più che della partecipazione alla fondazione del Pd, di cui è stato anche tesoriere e capogruppo al Senato, di Zanda andrebbe ricordata la scuola di Francesco Cossiga che ha frequentato. Lavorando con lui prima al Ministero dell’Interno, nel periodo peraltro dal sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, e poi a Palazzo Chigi. E infine lasciando prudentemente Cossiga al Quirinale nelle mani di un diplomatico di carriera come Ludovico Ortona: una specie di ammortizzatore professionale di quella macchina imprevedibile e travolgente che era appunto il conterraneo e ormai amico di Zanda.

Di stile tutto cossighiano ho trovato anche la parte dell’intervista alla Stampa nella quale Zanda non si è lasciato trattenere da nessuna paura, ipocrisia e simili per contestare la demonizzazione che si fa al Nazareno della premier Giorgia Meloni.

Giuseppe Conte ed Elly Schlein

“Questi due anni e mezzo di governo -ha detto Zanda commentando “lo spazio contro” attribuito alla Schlein dall’intervistatore- non sembrano avere indebolito la presidente del Consiglio, anzi. Ora lei cerca di stare in equilibrio tra l’Europa e Trump, pur tra difficoltà. L’impresa le sta riuscendo”. Meglio, credo, di quanto la Schlein stia cercando di fare nel campo della sinistra europea nei rapporti con i socialisti spagnoli e tedeschi. Che strabuzzano gli occhi a vederla e soprattutto ad ascoltarla negli incontri alla vigilia dei vertici comunitari. Incontri nei quali la segretaria del Pd è condizionata più dalla paura che ha in Italia di Giuseppe Conte che dai problemi dai quali sono presi i suoi interlocutori del partito socialista europeo.

“Se il campo largo di fatto non esiste più -ha detto Zanda a questo proposito- significa che essere stati testardamente unitari non è servito a niente”. L’ex presidente del Consiglio Conte, peraltro, nella botte pacifista nella quale si è demagogicamente chiuso, col suo nome Giuseppe rigorosamente al singolare, ogni tanto trova anche il modo e il tempo di irridere alla “confusione” di Schlein e del Pd. Una situazione paradossale. Da Carnevale, direi, che però sta finendo anche nella coda di rito ambrosiano.

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La lunga passione di Pasquale Laurito per il giornalismo e la politica

Da Libero

Conobbi Pasquale Laurito, il decano dell’associazione della stampa parlamentare appena scomparso a 98 anni, più di mezzo secolo fa, Dio mio. Collaboravamo insieme al Globo, un quotidiano della Confindustriadiretto da Remigio Rispo, conservatore in tutto, a cominciare dall’abbigliamento, e da quel “Lei” che dava a tutti, dall’autista al redattore capo. Ciò mi lasciò pensare che anche Laurito in qualche modo lo fosse, anche se lo sapevo, anzi lo immaginavo, per le sue origini calabresi, spintosi sino a simpatizzare per il socialista Giacomo Mancini. Che nel Psi era un autonomista tosto, superato poi negli anni solo da Bettino Craxi, col quale peraltro non sarebbe andato d’accordo per questioni di carattere più che di politica.

Giacomo Mancini

Fu proprio Rispo a rivelarmi invece, e con un certo compiacimento, l’appartenenza di Pasquale, del quale ero diventato intanto amico, al partito comunista. E me lo disse contentissimo di sorprendermi, compiaciuto di averlo nella squadra degli informatori anche per la possibilità che gli dava in privato di sapere del Pci, e delle sue intriganti vicende interne, più di quelli che Fortebraccio sull’Unità chiamava “lor signori”.

Aldo Moro

L’amicizia con Pasquale si strinse ulteriormente nel 1968, quando ci trovammo insieme, pur non più nello stesso giornale, scambiandoci notizie e segreti, a difendere Aldo Moro dallo sfratto da Palazzo Chigi deciso dai cosiddetti “amici” di corrente della Dc, che si chiamavano “dorotei”. Essi gli avevano contestato troppa pazienza nei rapporti col Psi che aveva portato al governo nel 1963, salvo offrirgliene ancora di più pur di portare Mariano Rumor alla guida d una edizione dichiaratamente “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra“ a “maggioranza delimitata” permessa cinque anni prima a Moro.  

Ma mentre io solidarizzavo con Moro, peraltro pugliese come me, non condividendo quella che ritenevo una porcata fattagli nel partito pur di sostituirlo, Pasquale godeva, diciamo così, dell’occasione offerta a Moro dai suoi colleghi di partito per spostarsi reattivamente a sinistra, scavalcandoli. Il centrosinistra, ripeto, “più incisivo e coraggioso” di Rumor impallidì rapidamente di fronte alla sopraggiunta “strategia dell’attenzione” di Moro verso il Pci.  E persino verso la contestazione giovanile dalla quale i dirigenti comunisti cercavano di tenersi ad una certa distanza, avendo avvertito di non poterla controllare o convogliare come erano abituati a fare con tutto ciò che era protesta.

Sapevamo entrambi della diversa angolatura delle nostre comuni simpatie per Moro, ma costituimmo con Pasquale uno strano connubio politico a livello giornalistico, confezionando anche un’agenzia di stampa chiamata Ipe -da “informazioni politiche ed economiche”- che cessò le pubblicazioni dopo il fallimento della scalata tentata da Moro alla Presidenza della Repubblica alla scadenza del mandato di Giuseppe Saragat. Che lo stesso Moro nel 1964 aveva aiutato ad essere eletto al Quirinale, tra le resistenze e le paure dei democristiani, succedendo all’ormai impedito Antonio Segni.

Da allora, da quella nostra curiosa esperienza di “convergenze parallele”, secondo una formula propedeutica al centro-sinistra attribuita proprio a Moro ancora segretario della Dc, fra il 1959 e il 1963, il mio rapporto con Pasquale fu solo di amicizia e simpatia personale. Le assonanze politiche furono ancora più di carattere e di stile, a proposito dei leader succedutisi tra prima e seconda Repubblica, che di linea o di progetti.

Massimo D’Alema

Ci scontravamo amichevolmente, per esempio, io con le mie simpatie per Bettino Craxi e lui per Massimo D’Alema, mai lasciato indifeso in qualsiasi polemica in quella nota informativa, prevalentemente breve, che egli confezionava lasciandola chiamare “velina rossa”. Contrapposta a quella “bianca”, di ben più largo e remunerativo mercato, del compianto Vittorio Orefice. Che aveva sempre un occhio di riguardo, diciamo così, per la Dc.

Addio, Pasquale. E grazie dell’amicizia che mi hai ricambiato così a lungo.

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Le fughe nominalistiche dai problemi drammatici della politica

Dal Dubbio

Ci sono parole non magiche, come le definiva la buonanima di Amintore Fanfani irridendo ai benefici effetti che venivano ad esse attribuite dagli ottimisti, ma tragiche. Che fanno paura al solo pronunciarle, come la morte, il cancro, pur con tutti i progressi compiuti nel combatterlo, la guerra e il riarmo. Con cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha voluto impavidamente titolare il piano portato al Consiglio europeo per mettere maggiormente in sicurezza il nostro vecchio continente. E ciò nello scenario internazionale che va creandosi attorno alle sfide, provocazioni e quant’altro del presidente americano Donald Trump, pur all’ombra della pace da ristabilire in Ucraina con le buone o le cattive.

Anche alla premier italiana Giorgia Meloni, pur avendo contribuito ad approvare il piano a Bruxelles, quel “riarmo” messo nel titolo è piaciuto poco, o per niente. E lo ha detto quasi per scusarsene, forse agli occhi o alle orecchie del suo vice presidente leghista del Consiglio a Roma, Matteo Salvini. Che ormai quando si occupa di politica estera, sconfinando dalle competenze assegnategli dalla presidente del Consiglio, finisce per trovarsi, o ritrovarsi con Giuseppe Conte, di cui pure è stato vice fra il 2018 e il 2019, e con la segretaria del Pd Elly Schlein.

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni

Bisogna tuttavia stare attenti, secondo me, ad avere troppa paura della realtà, sino ad esorcizzarla con questioni nominalistiche. Sulla cui strada si rischia di imitare o di confondersi con l’inimmaginabile. Per esempio, essendo in gioco la partita della pace in Ucraina, con quell’ineffabile Putin che più di tre anni fa, progettando e infine ordinando una guerra lampo che pensava di concludere in tre giorni uccidendo o facendo scappare Zelensky da Kiev, la chiamò “operazione speciale”. E fece una legge, in quattro e quattr’otto, per mandare in galera dissidenti, cronisti e congiunti dei militari partiti per il fronte che chiamavano quella “operazione”, ripeto, col nome più pertinente di guerra.

Vorrei andare un po’ più indietro negli anni per ricordare quella mattina del 1980, o poco più avanti, in cui alla Camera  in cui Giancarlo Pajetta mi rispose beffardo  quando gli feci notare che i cortei di sinistra contro i missili che dovevano essere installati a Comiso per contrastare gli SS 20 installati nel blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale contrastavano con l’accettazione della Nato da parte del Pci all’epoca della “solidarietà nazionale”. Quando Enrico Berlinguer si spinse a sentirsi “più sicuro sotto l’ombrello della Nato”, appunto, nella sua politica di autonomia da Mosca.

Giancarlo Pajetta

Pajetta nella rudezza che lo contraddistingueva nello stesso Pci e fuori mi squadrò e disse, anzi chiese: “Ma come si fa ad aspettarsi il nostro silenzio, la nostra accondiscendenza di fronte al dichiarato riarmo missilistico della Nato ?”. Che doveva pertanto rimanere un ombrello bucato o bloccato. E che, invece, adeguatamente attrezzato, causò il collasso del comunismo senza bisogno di far partire un solo missile dalla base italiana di Comiso, o altrove.

Pubblicato sul Dubbio

Eccesso di soccorso giudiziario agli immigrati clandestini per legge

Da Repubblica

Ho sfilato dalla mia libreria un dizionario della lingua italiana appena appresa la notizia della decisione della Cassazione a sezioni unite che, smentendo una sentenza d’appello, ha riconosciuto il diritto al riconoscimento dei danni ai clandestini soccorsi nel 2018 dalla nave Diciotti, della Guardia Costiera. Ma trattenuti per nove giorni, prima dello sbarco, nel tentativo del governo allora in carica di ottenere una loro distribuzione fra i paesi dell’Unione europea, i cui confini marittimi sono italiani.  

Ho sfilato, in particolare,  il dizionario di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, alquanto malmesso dopo tanto uso, anche in epoca elettronica. E sono andato a consultarlo ala voce “provocazione”, a pagina 1501, trovando parole dalle quali mi sento autorizzato a questo modestissimo commento.  Che è di critica a quello che il dizionario definisce “un atto diretto a provocare una reazione irritata o violenta”.

La nave Diciotti della Guardia Costiera

Irritata è sicuramente stata la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dichiaratamente “frustrata”,  e di tutti gli altri esponenti del governo espressisi contro una decisione nella quale hanno avvertito l’ennesima invasione giudiziaria di campo in tema di lotta all’immigrazione clandestina. Una invasione peraltro aggravata da almeno due circostanze. La prima delle quali è il riferimento della Corte di Cassazione all’obbligo del soccorso in mare che il governo, in particolare l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, avrebbe disatteso. Eppure quei migranti erano sulla nave della Guardia Costiera proprio perché soccorsi. E non rischiavano certamente l’affogamento in mare stando su quella nave.

La nave Open Arms

La seconda circostanza è la recente assoluzione con formula piena di Matteo Salvini in primo grado dall’accusa di sequestro di persona per un caso analogo accaduto nell’anno successivo, sfociato in un processo penale per l’autorizzazione data dal Parlamento dove era intervenuto un cambiamento di maggioranza. Per cui i grillini che avevano evitato a Salvini il processo per la vicenda della nave Diciotti lo permisero per l’analoga- ripeto- vicenda della nave Open arms, braccia aperte in italiano.

Questa seconda circostanza espone peraltro maggiormente Salvini al rischio di un ricorso contro la sua assoluzione con argomenti appesi anche alla decisione della Cassazione, sia pure a sezioni civili unificate, di considerare i pur immigrati clandestini trattenuti sulla nave Diciotti danneggiati tanto da meritare un risarcimento.

Dal Giornale

Di fronte a questo ennesimo prodotto dei rapporti anomali, a dir poco, fra giustizia e politica penso che la cosiddetta popolarità della magistratura abbia poco da guadagnare e molto da perdere ancora. Se ne vedranno gli effetti, credo, nel referendum sulla riforma costituzionale della giustizia all’esame delle Camere e contestata dal sindacato delle toghe. Cui la Cassazione non ha fatto un grande piacere con la sua provocazione, ai sensi – come si dice in gergo giuridico- del dizionario della lingua italiana.   

Quel riarmo europeo che non si vorrebbe chiamare col proprio nome

La vignetta di ItaliaOggi

Questa storia, condivisa anche dalla premier Giorgia Meloni parlandone ai giornalisti dopo il Consiglio europeo a Bruxelles, di volere sì riamarsi per potenziare la sicurezza dell’Unione ma senza parlare di riarmo, come ha fatto invece la presidente della Commissione Ursula von der Leyen formulando la sua proposta di piano regolarmente approvata, è un altro dei paradossi prodotti dallo scossone del presidente americano Donald Trump ai rapporti internazionali. Uno scossone che ha obiettivamente complicato il percorso della pace in Ucraina che lo stesso Trump ha voluto avviare dubitando, diciamo così, della volontà del presidente ucraino Volodymir Zelenski, “dittatore non eletto e comico mediocre”, di porre fine davvero alla guerra nel suo paese.

Titolo della Ragione

Dai dubbi di Trump sono derivati il bisticcio suo e del vice Vance con Zelensky nell’ufficio ovale della Casa Bianca affollato per un incontro alla presenza un po’ anomala di troppi ospiti, compresi giornalisti e teleoperatori, e poi la solidarietà riparatrice ottenuta dal presidente ucraino in varie sedi. Che sono stati il vertice internazionale promosso a Londra dal premier britannico e il Consiglio europeo ieri  a Bruxelles, dove Zelensky ha raccolto strette di mano e abbracci da tutti i partecipanti.  Convinti tuttavia, come lo stesso Zelensky scrivendo al presidente americano che se n’è vantato davanti al Congresso, che Trump ha sbagliato approcci, toni e quant’altro, anche nei riguardi dell’Unione europea concepita, secondo lui, per fregare gli alleati americani, ma ha la “forza” e l’autorevolezza di giocare la partita in corso con Putin. Che per sentirsi meglio a suo agio nella trattativa sulla pace in Ucraina ha ottenuto dal presidente americano il riconoscimento, non falso ma falsissimo, di non avere aggredito l’Ucraina con una dichiarata e vantata “operazione speciale”, bensì di essere stato aggredito dal paese limitrofo, evidentemente con la complicità di tutti quelli che lo hanno aiutato con soldi e armi, a cominciare dagli Stati Uniti dei tempi di Joe Biden alla Casa Bianca.

Vi ho raccontato, anzi vi sto raccontando non un film comico o tragicomico, con un comico di professione prestato alla politica come Zelensky e un politico ormai professionale prestato allo spettacolo come Trump, ma semplicemente e banalmente lo stato delle cose. E degli altri attori o comparse che partecipano allo spettacolo.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov

Vedremo se, quando e come tutto questo si tradurrà davvero in una pace in Ucraina, nell’Europa cui essa ha chiesto di aderire e, ancora più in generale, in un mondo ridisegnato dopo le carte scritte a Yalta a conclusione della seconda guerra mondiale. Vasto programma, avrebbe detto la buonanima del generale Charles De Gaulle, di cui ha raccolto la successione dopo tanti anni a Parigi il presidente Emmanuel Macron, appena paragonato a Mosca da Putin e ancor più dal suo ministro degli Esteri Lavrov a   Napoleone e a Hitler, in ordine anagrafico o storico.

Giuliano Amato tra rimpianti e ammissioni sul progressismo tradito dalla sinistra

Da Libero

“Ce la siamo meritata”, ha confessato, ammesso e quant’altro il mio amico e coetaneo Giuliano Amato in una intervista a Repubblica riflettendo e sfogandosi sul mondo rovesciato dal presidente americano Donald Trump agli occhi dei progressisti. Nei quali il due volte ex presidente del Consiglio, l’ex presidente della Corte Costituzionale, l’ex braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi fra il 1983 e il 1987 si riconosce parlandone al plurale. E dicendo anche che “il tempo lungo” della loro storia “ce l’ho tutta dentro di me”.

Sono parole amare quelle di Giuliano e, in parte, anche di un’autocritica esagerata. Perché il progressismo sul quale egli si batte il petto, finito da noi nei salotti delle zone cittadine a traffico limitato e negli Stati Uniti negli “attici di Manhattan”, magari costruiti da Trump, non è quello in cui lui si è fatto le ossa sino alla prima scalata a Palazzo Chigi, Dove arrivò nel 1992 spinto da un Craxi messo ormai fuori gioco dal combinato disposto della Procura di Milano, col capo consultato in una crisi di governo, del Pci di Achille Occhetto e del Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro.

Giorgia Meloni

Il progressismo suicida, che ha fatto le fortune politiche in Italia prima di Silvio Berlusconi e ora di Giorgia Meloni, e di Trump in America, è quello di molte parole e pochi fatti, anzi pochissimi, se non niente in assoluto, che ha avuto la presunzione di vivere o addirittura di rigenerarsi nel deserto, come vedremo, del giustizialismo e dintorni. Un progressismo al quale Amato, a costo di rompere con un Craxi che gli diede del “professionista a contratto”, diede una mano nella sua seconda esperienza a Palazzo Chigi e altrove. Pur conservando -gli va riconosciuto- il merito e il coraggio di distinguersene. Come ha fatto nell’intervista a Repubblica difendendo la premier Meloni dal tentativo della sinistra di liquidarla come estranea alla liberaldemocrazia. E riconoscendole il merito di difendere in questa congiuntura internazionale terremotata l’Ucraina di Zelensky. “Non sembra -ha detto, sempre parlando della Meloni- che sia nelle condizioni di potersi sottrarre all’impegno comune europeo. E bisogna darle atto, nel suo intervento alla convention dei conservatori americani, di avere parlato di “aggressione russa”, formula scomparsa dal loro vocabolario”.

E’ la sinistra piuttosto, arrivatavi del resto col solito ritardo, che non riesce a stare al passo di quello che Amato ha chiamato – ripeto- “impegno comune europeo”. E’ bastata la parola “riarmo” usata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per parlare di come garantire maggiore sicurezza per fare venire le convulsioni a buona parte della sinistra, nel Pd di Elly Schlein e fuori.

La sinistra rimane quella di una cinquantina d’anni fa, che Amato dovrebbe ricordare bene. Quella che si tirò indietro dalla cosiddetta solidarietà nazionale -in qualche modo riproposta ora da Amato con un patto bipartisan di politica internazionale- non tanto per la morte di Aldo Moro, o per i voti che il Pci aveva paura di perdere, quanto per sottrarsi alla prospettiva che cominciava a delinearsi del riarmo missilistico della Nato. Sotto il cui “ombrello”, alquanto bucato o malmesso per gli SS 20 schierati dal blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale, Enrico Berlinguer era arrivato a dire di sentirsi “più al sicuro” nel perseguimento di un’autonomia dei comunisti italiani da Mosca.

Per non ammettere una realtà che smascherava la sua vera collocazione o linea Berlinguer si inventò, fra l’altro, la famosa “questione morale”, cavalcando la “diversità” della sua comunità politica da tutte le altre e seminando quel campo poi intitolato alle “Mani pulite”. Vi dice nulla questa formula, all’ombra del quale i comunisti italiani avrebbero poi cercato, solo in parte riuscendovi, di sopravvivere alla caduta del muro di Berlino e di tutto il resto? A me dice tutto, ancora. E dovrebbe dirlo anche a Giuliano Amato.

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Un’altra pace difficile è quella fra politica e giustizia, o governo e magistrati

La premier Giorgia Meloni e il presidente dell’associazione magistrati Cesare Parodi

Dopo un incontro di due ore col governo, da lui stesso chiesto e ottenuto in una data successiva allo sciopero delle toghe indetto contro la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici e altro proposto dalla riforma della giustizia all’esame del Parlamento, il nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Cesare Parodi non ha voluto riconoscere appieno l’utilità del confronto avuto con la premier Giorgia Meloni. “Io credo non sia stato inutile”. Non inutile, quindi, piuttosto che utile.

Dal Corriere della Sera

Di più evidentemente il presidente dell’associazione, di una corrente moderata diversamente dal predecessore Giuseppe Santalucia, non poteva dire dopo essersi consultato col segretario del sindacato Rocco Manuotti, dell’area di sinistra. Al quale aveva già dovuto concedere dopo la richiesta dell’incontro correzioni e precisazioni alla lettura di una possibile svolta che era stata data della sua iniziativa.

La pace fra governo e magistratura, o politica e giustizia, o viceversa, che sono ai ferri piò o meno corti in Italia da almeno una trentina d’anni, è forse ancora più difficile di quella che il presidente americano Donald Trump, d’accordo col quasi omologo russo Putin, ha deciso di perseguire in Ucraina su una linea ben diversa, se non opposta a quella del predecessore Joe Biden.

Se vogliamo mettere, in questa metafora che riconosco al di sopra delle righe, la premier Meloni sullo stesso piano del presidente dell’Ucraina aggredita più di tre anni fa dalla Russia, bisogna riconoscere che a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio ha assunto la postura del suo amico Zelensky.

La delegazione delle toghe al tavolo di Palazzo Chigi

Lo stesso presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, prima di un analogo comunicato ufficiale del governo, ha annunciato che l’esecutivo è deciso ad “andare avanti senza alcun tentennamento, e alcuna modifica sul punto” per completare il percorso parlamentare della riforma della giustizia e la prevedibile coda referendaria. Qualcosa i magistrati, presentatisi all’incontro a Palazzo Chigi con un documento che racchiude in otto punti le loro posizioni di protesta o di proposta, potranno ottenere nei decreti e nelle leggi ordinarie di attuazione della riforma costituzionale.

La delegazione del governo al tavolo di Palazzo Chigi

Ora che le cose si sono messe in questo modo, si può dire, per tornare al linguaggio usato dal presidente del sindacato delle toghe, che l’incontro se è stato “non inutile” per la folta rappresentanza dei magistrati, è stato utile per la chiarezza della posizione del governo, con la Meloni che è stata affiancata alla sua destra dai due vice presidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini,  e alla  sua sinistra dal principale sottosegretario e dal  Guardasigilli, entrambi peraltro ex magistrati.  Le divisioni sono soltanto nei sogni altrui.

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