L’autunno rovente del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano

L’apertura del Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Va bene che “è la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente”, come diceva nel 1952 Humprey Bogart recitando in un celebre film ambientato a Casablanca, ma fa lo stesso una certa impressione vedere i giornali, più d’uno, aprire più o meno vistosamente le loro prime pagine non con “l’autunno bollente di Olaf Scholz”, come ha titolato il manifesto a proposito dei rovesci elettorali a destra del cancelliere tedesco, ma con quello rovente del ministro italiano della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Dal Tempo

Di quest’ultimo si è dovuta occupare in prima persona la premier Giorgia Meloni in una trasmissione televisiva per garantire, fra l’altro, che la controversa, a dir poco, consigliera di Sangiuliano, appunto, non ha consumato neppure un caffè a spese dello Stato.  E per cercare di chiudere con questo il caso, che invece non si è chiuso per niente perché la più volte accompagnatrice del ministro, con tanto di fotografie e riprese televisive, la pompeiana -nel senso di essere di Pompei, nata e residente non fra i celebri scavi- Maria Rosaria Boccia, rivendica le funzioni svolte di consigliera senza alcuna nomina, pur promessale dal ministro. Ma evidentemente bloccata da un giro meno stretto ma più forte, diciamo così, dell’esponente del governo.

Dal Foglio

         In questo fuoco d’estate calante ci sarà, per carità, anche quel “pruriginoso in politica” su cui ha cercato di scherzare Giuliano Ferrara sul Foglio, mentre un collega sulla stessa prima pagina del medesimo  giornale c’informava dei consigli di livello politico di cui potevano vantarsi o lamentavano, secondo i casi, personaggi come Goffredo Bettini e Massimo D’Alema nei rapporti, rispettivamente, con Giuseppe Conte e con la segretaria del Pd Elly Schlein. Ma anche per la prurigine, spintasi nelle cronache alla precisazione che il ministro nelle foto con la Boccia risulta sempre “senza fede” al dito della mano sinistra abituale di un coniugato, penso che possa e debba esserci un limite quando le stesse cronache non sono rosa ma politiche, appunto.

Fausto Coppi e Giulia Occhini

         Da ragazzo, o quasi, mi divertivo alle notizie sulla “dama bianca”, per il colore dell’abito nel quale veniva spesso ripresa, che seguiva nelle corse ciclistiche Fausto Coppi. Da vecchio non mi diverto per niente a leggere di questa dama nera, dall’abito che le risulta addosso in alcune foto, che segue anche lei -e non è detto per le stesse finalità- non un corridore famoso ma un ministro della Cultura che rischia di diventare o rimanere più famoso per questa vicenda che per altre gaffe compiute durante il suo mandato. Dalla Cultura, con la maiuscola, mi aspettavo e mi aspetto francamente di più, e di diverso.

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Ciò che la Meloni può guadagnare a Bruxelles dai guai di Scholz

Dal Dubbio

La Francia di Macron, certo, ancora senza governo due mesi dopo le elezioni anticipate di primo e secondo turno, ma anche la Spagna, la Polonia e soprattutto la Germania di Scholz hanno lavorato più o meno dietro le quinte in questa torrida estate per inchiodare l’Italia alla croce del no degli eurodeputati della destra meloniana alla conferma di Ursula von der Leyen e negarle una vice presidenza nella Commissione di Bruxelles. Specie quando, prima ancora di essere formalizzata con lettera e comunicato, la designazione del commissario italiano si è focalizzata nella persona di Raffaele Fitto. Il cui problema non è la conoscenza o pratica della lingua inglese, su cui si è scherzato o si è fatto retroscena, in vista di quella specie di esame che dovrà superare nel passaggio delle competenti commissioni del Parlamento europeo. E’ piuttosto la sua appartenenza in Italia, ma anche a Strasburgo negli anni passati, proprio al partito di destra della Meloni che ha negato il voto alla conferma della presidente della Commissione.

         Eppure con la Germania, e col suo cancelliere personalmente, la Meloni firmò nell’autunno dell’anno scorso un patto d’azione e di cooperazione addirittura strategica. Con quanta soddisfazione per la presidente tedesca della Commissione, che aveva già instaurato rapporti personali di simpatia e amicizia con la premier italiana, è facile immaginare.

         Al socialista Scholz tuttavia, nonostante gli incontri anche successivi e fotograficamente cordiali con la Meloni, in ogni sede e circostanza, compreso il fantasmagorico G7 in Puglia, la natura e qualifica di destra del partito della premier è sempre andata un po’ di traverso. Ancor più dopo le elezioni europee dello scorso mese di giugno, nelle quali la Meloni ha confermato e consolidato la sua leadership governativa e Scholz invece ha avuto problemi, diciamo così, di tenuta.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz

         La situazione del cancelliere tedesco è peggiorata, a dir poco, con le elezioni regionali della Turingia e della Sassonia e il successo dell’estrema destra, orgogliosamente nazista, rispetto alla quale la destra italiana della premier si può considerare addirittura a sinistra. “La donna della Provvidenza”, ha scritto di lei sul Foglio, pur non citandola, il fondatore Giuliano Ferrara commentando proprio i risultati delle elezioni locali tedesche e raffrontando il quado politico della Germania a quello italiano. Ma anche raccomandando “il classico cero alla Madonna” per avere risparmiato all’Italia “la foresta nera” avvertita in Germania, per esempio, nella titolazione di ieri dalla Stampa.

         A Repubblica vedono Scholz a “rischio di posto”, senza neppure passare per un turno elettorale anticipato, potendo bastare ed avanzare a sostituirlo, per ora, un più popolare collega di partito e di governo, per esempio il ministro attuale della Difesa Boris Pistorius, capace di allontanare meglio e di più il fantasma di Hitler curiosamente cresciuto nella parte ex comunista della Germania ma avvertito anche altrove.

         Di fronte ai problemi di Scholz la Meloni, oltre ad assaporare in segreto un comprensibile senso di rivincita per i trascorsi polemici più o meno recenti, potrebbe ragionevolmente sperare in un allentamento, quanto meno, dell’assedio contro la sua ambizione a completare le deleghe del commissario italiano a Bruxelles con una vice presidenza. Che peraltro le servirebbe in Italia anche per farsi sentire e capire meglio, all’interno della maggioranza e dello stesso governo, da Matteo Salvini sul versante della politica europeistica ed estera, più in generale, vista quella certa confusione che ha accompagnato, tra gialli più o meno cartacei, il vertice del centrodestra a Palazzo Chigi per la ripresa politica dopo le vacanze. Non parliamo poi di Roberto Vannacci, il condottiero della lotta al “mondo al contrario”, scritto e parlato, che lo stesso Salvini sta allevando in casa, cioè nella Lega, come suo concorrente.

Pubblicato sul Dubbio

La rivincita di Giorgia Meloni sul cancelliere tedesco Olaf Scholz

Da Repubblica

         A meno di tre mesi dalle preoccupazioni espresse dal cancelliere tedesco Olaf Scholz dopo le elezioni europee per il perdurante primato elettorale della destra in Italia, e dall’azione da lui svolta col presidente francese Emmanuel Macron per tenerla nell’angolo nella gestione dell’Unione, Giorgia Meloni si è presa la sua rivincita. Il cancelliere di Berlino ora “rischia il posto”, come ha titolato Repubblica, per “l’onda nazi” che ne ha travolta il partito nelle elezioni regionali della Turingia e della Sassonia.   

Dalla Stampa

         Scholz si sta smarrendo nella “foresta nera della Germania”, come l’ha chiamata La Stampa. Una foresta al cui confronto quella che a sinistra si vede e si indica in Italia per la presenza della Meloni a Palazzo Chigi, e per i voti che continua a raccogliere, è imbiancata.

Dal Foglio

         Rispetto alla destra tedesca che avanza e rende “nero il cuore” della Germania Giuliano Ferrara sul Foglio ha scritto che “noi italiani dovremmo accendere il classico cero alla Madonna” per averci mandato con la Meloni a Palazzo Chigi, pur non menzionata esplicitamente, non una ma “la Donna della Provvidenza”. E pazienza, anche se Giuliano non si è spinto a scriverlo, se ogni tanto la premier italiana è costretta a subire nella guida e nella gestione del suo centrodestra, o destra-centro, gli scavalcamenti dell alleato e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, spalleggiato peraltro dal generale in aspettativa ed eurodeputato Roberto Vannacci. Che potrebbe a sua volta superare lo stesso Salvini a tal punto da mettersi in proprio con un partito concorrente.

Massimo D’Alema a Pesaro

         Intervistato ieri dal Fatto Quotidiano ai margini della festa dell’Unità di Pesaro, la stessa che aveva accolto nei giorni scorsi con una certa cordialità il suo rottamatore Matteo Renzi, il sempre pungente, sarcastico e quant’altro Massimo D’Alema ha voluto marcare la differenza dei nostri tempi da quelli in cui le carte in qualche modo le distribuiva lui da Palazzo Chigi. E non solo a sinistra, essendo arrivato alla guida del governo col soccorso della buonanima di Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica ma provvisto di un manipolo di parlamentari moderati, a dir poco, provenienti dal centrodestra, che lui si divertiva a chiamare “straccioni”. Come quelli storici di Valmy che sconfissero nel 1792 le truppe austro-prussiane salvando la Rivoluzione francese.

Massimo D’Alema al Fatto Quotidiano

         “Ai mei tempi -ha detto D’Alema, succeduto peraltro a Romano Prodi nel 1998 senza passare per le elezioni anticipate che lo stesso Prodi reclamava in difesa della propria designazione nelle urne di due anni prima- per vincere c’era bisogno di conquistare venti milioni di voti. Oggi Meloni è a Palazzo Chigi con dodici milioni di voti”. E’ vero, per carità. I numeri sono questi. Ma ciò è avvenuto grazie all’astensionismo, cioè all’allontanamento dalla politica e dalle urne, prodotto da quelli che hanno preceduto la Meloni alla guida del governo, compreso D’Alema. Che consideravano le formazioni dei governi operazioni di palazzo.

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La coppia di ferro Bettini-Conte rimette in sicurezza la premier

Dal Corriere della Sera

Ancora una volta, come accade ormai dal 2019, Goffredo Bettini chiama dal Pd e Giuseppe Conte risponde dal MoVimento 5 Stelle. Il primo ha scritto sul Fatto Quotidiano di ieri a proposito del penultimo Matteo Renzi offertosi al cosiddetto campo largo dell’alternativa al governo Meloni e del “quadro” che si è delineato con la disponibilità della segretaria del Pd Elly Schlein: “Da inopportuno si si sta trasformando in un letale errore politico. Giusto far cadere i veti, stravagante dare le chiavi dell’allargamento del centrosinistra a Renzi. L’ex premier ha esaurito un ciclo. Ha lasciato detriti che non vanno scaricati sul futuro”. Conte ha raccolto e rilanciato dichiarando all’Ansa che “resuscitare Renzi è un harakiri”, cioè un suicidio, per il campo largo. Di cui peraltro al presidente pentastellato non piace neppure il nome, cioè l’aggettivo, volendolo semplicemente “giusto”. E con Renzi, dopo tutto quello che gli ha fatto prima salvandolo a Palazzo Chigi e poi rovesciandolo per farlo sostituire da Mario Draghi, giusto non gli sembra per niente. E il Corriere della Sera ne ha fatto “la spalla” di prima pagina, come si dice in gergo tecnico.

Dalla prima pagina di Domani

Stefano Patuanelli, capogruppo pentastellato al Senato, ha rincarato in una intervista a Domani così titolata fra virgolette: “Il M5s mai con Renzi. Se il Pd insiste salta il centrosinistra”.

Elly Schlein

Elly Schlein, collegata da Procida con la trasmissione in onda sulla 7, per quanto infornata dalla stessa autrice dell’intervista di Domani a Patuanelli, si è rovesciata addosso un’infinità di parole e di gesti per lasciare lo stesso le porte aperte a Renzi. Ancora grata, evidentemente, di quel passaggio di palla da lui ottenuto in una partita di beneficienza che le consentì sul campo dell’Aquila di segnare un gol, peraltro beffardamente inutile perché in fuori gioco.

Nella situazione in cui si trovano i suoi avversari, che ne prevedono o annunciano la crisi un giorno sì e l’altro pure, Giorgia Meloni potrebbe godere e ringraziare.  A godere forse ha già provveduto. A ringraziare non ancora perché anche dopo il vertice della maggioranza voluto per annunciare un “nuovo patto di alleanza” e raccomandare, anzi reclamare “unità”, la premier continua ad avere problemi con i suoi due vice presidenti del Consiglio, e i partiti che sono alle loro spalle.  

Bettini e Conte d’archivio

La coppia che funziona sembra essere solo quella di Bettini e Conte, basata sulla convinzione espressa dallo stesso Bettini all’amico in una festa di compleanno: “In politica conta l’amicizia e l’alchimia, come tra me e Giuseppe”, cioè l’ex premier convinto di essere ancora “il punto di riferimento più alto dei progressisti in Italia”, cui proprio Bettini lo promosse nel già ricordato 2019.

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Sogni e spinte alla crisi di governo come ai tempi di Craxi a Palazzo Chigi

Da Libero

Da vecchio cronista -molto vecchio, lo riconosco, ma ancora vivo e con una buona memoria, ringraziando Dio- sto rivivendo di fronte al governo di Giorgia Meloni, pur in circostanze tanto diverse, per carità, la stessa esperienza emotiva e politica di una quarantina d’anni fa di fronte al governo di Bettino Craxi. Che non aveva vinto le elezioni del 1983, come Meloni invece quelle del 2022, ma era riuscito lo stesso a strappare Palazzo Chigi alla Dc guidata da Ciriaco De Mita. Che si era paradossalmente proposto al vertice dello scudo crociato, succedendo a Flaminio Piccoli, proprio per evitare che l’ingombrante alleato socialista rivendicasse quel palazzo mancatogli nel 1979, quando a spingerlo era stato l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Quest’ultimo aveva voluto dare alla Dc il massimo di garanzia nella ripresa dell’alleanza col Psi dopo il disimpegno di Francesco De Martino e la conseguente parentesi della “solidarietà nazionale”, realizzatasi con due monocolori democristiani di Giulio Andreotti appoggiati esternamente dal Pci di Enrico Berlinguer.

All’inattesa iniziativa di Pertini, conferendo a Craxi l’incarico di presidente del Consiglio, la Dc aveva reagito tuttavia chiudendosi a riccio. Solo Arnaldo Forlani, astenendosi in una decisiva riunione della direzione del partito, aveva apprezzato astenendosi sul no opposto da tutti gli altri.

Quattro anni dopo Craxi arrivò lo stesso a Palazzo Chigi, nonostante- ripeto- nel frattempo fosse diventato segretario dello scudocrociato il suo avversario più dichiarato e ostinato, ma penalizzato nelle urne perdendo sei punti percentuali in un colpo solo.

Bettino Craxi nel 1983

Dall’approdo del leader socialista alla guida del governo non vi fu praticamente giorno senza che la Repubblica -quella di carta diretta ancora dal fondatore Eugenio Scalfari- ne annunciasse la crisi imminente scommettendo sui malumori e quant’altro di De Mita. Che nel referendum del 1985 sui tagli antinflazionistici apportati dal governo alla scala mobile dei salari non ritenne di fare un solo comizio -dico uno- a favore di Craxi e contro i promotori dell’abrogazione di quel provvedimento.  Esso fu bocciato in alcune località grandi e piccole, come la Nusco di De Mita, in Irpinia, ma a livello nazionale confermato dal 54,3 per cento degli elettori contro il 45,7. E con un’affluenza alle urne di quasi il 78 per cento.

Craxi e De Mita

Fu uno smacco non so, francamente, se più feroce, come apparve, per l’ormai buonanima di Berlinguer, morto dopo avere imposto il referendum alla Cgil, o per De Mita rimasto tuttavia in sella al cavallo democristiano per continuare nella sua opera non proprio di fiancheggiamento al governo, dove pure la Dc era rappresentata dalla maggioranza dei ministri.

Nell’autunno di quello stesso anno il governo Craxi sopravvisse anche alla crisi tentata dal ministro della Difesa Giovanni Spadolini dimettendosi per protesta dopo uno scontro fra Craxi in persona e l’allora presidente americano Ronald Reagan sull’epilogo del sequestro terroristico della nave italiana Achille Lauro nelle acque del Mediterraneo. “Dear Bettino”, scrisse Reagan in persona al premier italiano per chiudere l’incidente scoppiato sulla pretesa della Casa Bianca di processare gli autori palesinesi di quel sequestro in America e non in Italia, dove i terroristi erano atterrati con un aereo egiziano che li trasportava in Tunisia, intercettato dai caccia statunitensi.

Amintore Fanfani

Per liberarsi di quel governo, dopo una crisi tentata nell’estate del 1986 dalla Dc cercando di mettere in pista per Palazzo Chigi Giulio Andreotti, allora ministro degli Esteri di Craxi, il segretario dello scudo crociato dovette ricorrere nel 1987 all’allora presidente del Senato Amintore Fanfani per un governo monocolore democristiano da fare bocciare a Montecitorio dalla stessa Dc perché l’imbarazzatissimo  presidente della Repubblica Francesco Cossiga potesse, anzi dovesse sciogliere anticipatamente le Camere. E mandare gli italiani alle urne con un anno di anticipo rispetto alla scadenza ordinaria.

Ai fortunatamente più giovani cronisti di me questo racconto risulterà forse incredibile. Ma corrisponde alla realtà, oggi improponibile e inimmaginabile per le diverse forze in campo e gli ancor più diversi rapporti di forza. Tutto è davvero cambiato da allora in Italia, anche con nuove edizioni della Repubblica: quella vera. Ma non nelle abitudini e aspirazioni della Repubblica di carta alla crisi di un governo sgradito. Eppure essa nel frattempo è cambiata di proprietà e più volte anche di direttore.

Pubblicato su Libero

Salvini rovina alla Meloni la festa del vertice e della ripresa

Dal Corriere della Sera

         Con quello che il Corriere della Sera ha voluto generosamente definire “il giallo” di un comunicato della Lega contro l’uso che l’Ucraina reclama di fare delle armi fornite dall’Occidente per resistere all’aggressione della Russia e contrattaccare -comunicato diffuso per anticipare le conclusioni dell’annunciato vertice della maggioranza Palazzo Chigi  e ritirato per intervento della premier-  il vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e soprattutto leader della Lega Matteo Salvini          ha rovinato, volente o nolente, quella che la premier voleva fosse la festa della ripresa dell’attività di governo dopo le pur brevi vacanze estive. Ma il sospetto è che sia stato volente, più che nolente.

Da Repubblica

         Grazie al giochetto del comunicato leghista diffuso e poi ritirato per riconoscersi in un altro “stilisticamente” -ha detto lo stesso Salvini con una certa disinvoltura- ridotto ad una generica “condivisione sulle posizioni del governo italiano relativamente alla guerra in Ucraina”, la nave ammiraglia della flotta di carta contro la Meloni, la Repubblica, ha potuto titolare sull’esecutivo “spaccato” senza forzare più di tanto la situazione. Perché vorrà pur dire qualcosa che lo “stilistico” contenimento del comunicato ufficiale del vertice voluto dalla premier di fatto smentisce anche il no di Antonio Tajani e di Guido Crosetto, non partecipi alla riunione, all’uso delle armi occidentali cui aspira l’Ucraina. Tajani, come si sa, è il segretario di Forza Italia, uno dei due vice presidenti del Consiglio e il ministro degli Esteri, ostinato nel ricordare ogni volta che può di non sentire l’Italia “in guerra contro la Russia”, pur nella partecipazione alla difesa dell’Ucraina dall’aggressione della stessa Russia. Crosetto, collega e cofondatore del partito della Meloni, è il ministro della Difes

La premier Giorgia Meloni

         In questa situazione, cioè nel racconto di quanto è avvenuto sul piano comunicativo e delle posizioni delle parti, c’è tutta la spiegazione della “generosità” che ho attribuito al Corriere della Sera nella formulazione del “giallo”. Che merita quanto meno il superlativo: giallissimo. Il governo, per carità, specie nelle condizioni in cui si trovano gli avversari aspiranti al cosiddetto campo largo dell’alternativa, continuerà a restare al suo posto, probabilmente sino alla fine ordinaria della legislatura, cioè fra tre anni, ma in una unità e stabilità relative. Che derivano, ripeto, più dalla mancanza di un’alternativa che da altro. E non è certamente poco, per carità.

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Il percorso di Fitto, anzi Fittissimo, verso la Commissione europea

Dal Foglio

Il ministro Raffaele Fitto -55 anni compiuti l’altro ieri, nato a Maglie come il compianto Aldo Moro, democristiano di origine familiare e controllata, approdato nel partito di Giorgia Meloni dopo un passaggio per Forza Italia gestito dalla buonanima di Silvio Berlusconi come peggio, francamente, non poteva fare, o  non potevano fargli fare quelli del cerchio magico di turno ad Arcore- è destinato alla nuova Commissione dell’Unione Europea con un portafogli di mille miliardi di euro su designazione, naturalmente, del governo italiano e con l’appoggio del Pd annunciato, prima che altri al Nazareno e dintorni potessero smentirlo, dall’eurodeputato del partito di Elly Schlein più votato nelle elezioni europee di giugno. Si tratta di Antonio Decaro, che prese nella circoscrizione del Sud 495 mila voti di preferenza, più del doppio dei 240 mila raccolti dalla capolista Lucia Annunziata, imposta da Roma.

Antonio Decaro al Foglio

Già sindaco di Bari e presidente dell’associazione nazionale dei Comuni italiani, Antonio Decaro ha testualmente dichiarato al Foglio: Al netto delle differenze e delle distanze politiche, note a tutti, tra me e Raffaele Fitto, posso dire che in questi anni in cui abbiamo lavorato insieme sull’attuazione del piano nazionale di ripresa nei comuni italiani, credo abbiamo dimostrato di sapere mettere l’interesse del paese davanti a tutto. Non sono mancati i diverbi, ma entrambi riconoscevamo all’altro la correttezza e l’onestà intellettuale delle reciproche posizioni. Spero di poter continuare a lavorare allo stesso modo nei prossimi mesi in Europa

Raffaele Fitto e Antonio Decaro d’archivio

Non Fitto ma Fittissimo, direi a questo punto del percorso del trasferimento del ministro degli affari europei da Roma, e dalla sua Puglia, a Bruxelles. Alla faccia anche qui, come dopo i 90 minuti di colloquio a Palazzo Chigi fra la premer e il presidente del primo gruppo dell’Europarlamento, il tedesco Manfred Weber, peraltro reduce da un incontro proprio con Fitto; alla faccia, dicevo, dell’isolamento dell’Italia in Europa addebitato a Giorgia Meloni dalle opposizioni, compresi il Pd e il quasi ritrovato e penultimo Mattei Renzi.  

La ciliegina sulla torta sarebbe naturalmente anche una vice presidenza esecutiva della Commissione per il rappresentante italiano. Una ciliegina negata al commissario italiano uscente Paolo Gentiloni ai tempi di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi e che gli avversari della Meloni sperano naturalmente negata anche a Fitto, pur di continuare lo spettacolo e il racconto di un’Italia all’angolo nell’Unione. Ma non è detto che essi riescano in quest’altra avventura dell’autorete nazionale appena chiamata dal sempre più apparentemente  mite Pier Luigi Bersani “l’autunno caldo” del governo.   Che, diversamente da quello da lui tentato nel 2013 e impeditogli al Quirinale da Giorgio Napolitano, non è “di minoranza” velleitariamente orgogliosa.  Ha la sua maggioranza, magari articolata come tutte quelle di coalizione sperimentate nelle varie edizioni di carta della nostra Repubblica.

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Tutte le sorprese del penultimo Matteo Renzi ospite del Pd a Pesaro

Dal Dubbio

E’ bello, divertente, persino educativo per una comunità politica che è stata abbandonata ma è in qualche modo rimasta nel proprio cuore, o è tornata fra quelle compatibili con le proprie visioni e ambizioni, che Matteo Renzi, ospite della festa dell’Unità a Pesaro, abbia preso le difese della segretaria del Pd Elly Schlein dall’opposizione o insofferenza interna. E abbia esortato i piddini, nella loro mescolanza fra post-comunisti, post-democristiani e altro ancora, a non indebolire la nuova leadership dopo averne prima indebolito e poi travolto altre: da lui stesso, risalendo sempre più indietro in meno di vent’anni di vita al Nazareno, sino al fondatore e primo segretario Walter Veltroni.

         E’ bello e persino divertente e educativo, ripeto, anche per un mancato figliuol prodigo come ha voluto precisare di sentirsi l’ospite di Pesaro rincontrando amici o facendosene nuovi. Un Renzi in cui altre volte ho intravisto una nuova edizione del “Rieccolo” affibbiato felicemente da Indro Montanelli ad Amintore Fanfani per la capacità che aveva di cadere e rialzarsi, sparire e tornare, in quell’associazione di scuderie o correnti che fu la Dc durando una cinquantina d’anni. Altre volte mi sono chiesto se non fosse il caso di soprannominarlo invece “Il pendolo”. Ma ora penso che a Renzi calzi meglio il soprannome di “Penultimo”, con la doverosa maiuscola, per la facilità alla quale ha abituato noi poveri cronisti politici, vecchi e giovani, di inventarsi, stampare e vendere di se stesso sempre nuove edizioni. Peraltro, senza mai rinnegare o scusarsi delle versioni precedenti, anzi vantandosene: dal riformatore costituzionale propostosi ultimativamente agli elettori nel 2016, dopo due anni di governo, e clamorosamente bocciato in un referendum, al salvatore di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi nel 2019, sottraendolo alle elezioni anticipate perseguite da Matteo Salvini per liquidarlo. E poi al rottamatore dello stesso Conte per sostituirlo alla guida del governo con Mario Draghi.

Giuseppe Conte

         Riconosciuti al Penultimo tutti i meriti che gli spettano, o demeriti secondo gli antipatizzanti e avversari, mi permetto di contestargli da un angolo di questo Dubbio, che migliore nome non poteva darsi all’anagrafe dei giornali, l’orecchio un po’ da mercante che ha fatto a Pesaro difendendo la segretaria del Pd Elly Schlein dal dissenso interno, ma non dalla contestazione che ne fa come candidata a Palazzo Chigi, se e quando verrà il momento, Giuseppe Conte. Che in quel palazzo, come si è già accennato, c’è già stato due volte, con maggioranze di segno opposto, e vorrebbe tornarci, per quanto sceso al di sotto del 10 per cento dei voti e in rotta ormai reciproca col fondatore, garante, elevato e quant’altro del suo MoVimento 5 Stelle Beppe Grillo. Che non mi sembra avere o solo avvertire le “trecentomila buone ragioni”, sarcasticamente ricordate dall’ex pentastellato Luigi Di Maio, per immaginarlo, con la sua consulenza ben retribuita in materia di comunicazione, innocuo per la sorte, il futuro e quant’altro di Conte.

Elly Schlein

         Di quest’ultimo, in particolare, il Penultimo ha ignorato o finto di non avere letto o capito la parte conclusiva di una recente, lunga intervista a Repubblica in cui il presidente del movimento ancora pentastellato ha declassato ad uno dei vari “criteri” possibili, accanto alle primarie e ad altri indefiniti, il diritto riconosciuto da Renzi alla Schlein di guidare il campo largo, o come altro si chiamerà diabolicamente se e quando scalzerà il centrodestra o destra-centro della Meloni, in quanto segretaria del partito più votato.

         In effetti, già nella prima Repubblica ad una Dc ancora pingue di voti, ma indebolita nel 1974 dalla sconfitta nel referendum contro il divorzio, capitò di cedere Palazzo Chigi prima a Giovanni Spadolini e poi a Bettino Craxi. Ma erano appunto la prima Repubblica e la Dc, estranei -a dir poco- alle origini, alla cultura e quant’altro del movimento voluto da Grillo gridando improperi sulle piazze. Ve lo immaginate così l’Alcide Gasperi di cui si sono appena celebrati, con le lacrime o gli applausi degli avversari sopravvissutigli, i 70 anni dalla morte? Piuttosto una certa cultura e pratica grillina, o pentastellare, dovrebbe riconoscersi paradossalmente in quella che portò Palmiro Togliatti a proporsi nella campagna elettorale del 1948 di cacciare a “calci in culo”, letterale, il leader democristiano dal Viminale, che allora condivideva col ministro dell’Interno Mario Scelba come sede del governo.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 agosto

L’incontro con Weber smentisce la Meloni isolata un Europa

Dal Corriere della Sera

         I 90 minuti trascorsi insieme da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi col presidente e capogruppo del maggiore partito rappresentato nel Parlamento europeo, il tedesco Manfred Weber, reduce peraltro da un incontro col candidato a commissario europeo per l’Italia Raffaele Fitto, hanno smentito da soli la rappresentazione della premier isolata nell’Unione per avere resistito e poi fatto votare dai suoi a Strasburgo contro la conferma della pur amica Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles. Dove l’Italia merita “un ruolo forte”, come lo stesso Weber ha detto in una intervista al Corriere della Sera prima di chiudere i suoi incontri romani con Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e collega di partito europeo.

Giorgia Meloni

         Se questo ruolo sarà così forte da assicurare a Fitto, oltre alle importanti deleghe già concordate o in via di definizione, anche una vice presidenza esecutiva della Commissione si vedrà nei prossimi giorni. Ma pur se la Meloni non dovesse farcela a procurargliela, c’è già chi nello stesso partito della premier ha voluto mettere le mani avanti ricordando -come ha fatto in onda sulla 7 Giovanni Donzelli- che neppure nella commissione uscente l’ex presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni riuscì a suo tempo ad ottenere un simile incarico. A Palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte, non ancora sceso al di sotto del 10 per cento dei voti, saltato furbescamente all’ultimo momento nella prima maggioranza di Ursula von der Leyen e tuttora considerato dal suo ammiratore Marco Travaglio il migliore capo del governo italiano fra tutti quelli succeduti a Camillo Benso di Cavour. Altro che il mago di Oz col quale l’ha invece scambiato Beppe Grillo in una delle sue dissacranti incursioni di piazza o di teatro. 

Renzi alla festa dell’Unità a Pesaro

         Il lungo incontro fra la Meloni e Weber deve avere sorpreso o spiazzato anche Matteo Renzi, distratto però ieri dal suo impegno nella festa dell’Unità a Pesaro, dove l’accoglienza è stata migliore del previsto, dopo tutti i timori avvertiti dagli stessi promotori marchigiani nell’invitarlo come aspirante al cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Il pubblico non gli ha fatto le feste evangeliche al “figliol prodigo”, nel quale lui stesso del resto  ha tenuto a non riconoscersi, ma lo ha accolto come un amico utile quanto meno a contenere in quel campo ciò che resta dei grillini e di Conte: poco ma non abbastanza da far passare all’ex “avvocato del popolo” la nostalgia di Palazzo Chigi e la voglia di tornarci. Perché -ha egli stesso avvertito di recente alla fine di una lunga intervista-  non potrà o dovrà bastare ad Elly Schlein di restare, quando dovesse arrivare il momento, la segretaria del partito più votato della coalizione eventualmente vincente. Di quel veleno nella coda anche ieri Renzi a Pesaro ha finto di non essersi accorto, limitandosi a raccomandare ai piddini di tenersi stretta la loro nuova segretaria, anche contro le abitudini di partito da lui subite.

Ripreso da http://www.statmag.it

La resa allegra della premier a chi le misurava l’assenza da Palazzo Chigi

Titolo di Domani

La resa di Giorgia Meloni -tra “l’ironia e la propaganda” lamentate da Domani- alla caccia condotta contro la sua assenza per per quattro giorni, 11 ore e 19 minuti registrati dal contatore della trasmissione televisiva “in onda” sulla  7, è ininfluente sui propositi di guerra, addirittura, delle opposizioni.

Dal Corriere della Sera

         Il pur solitamente mite, scanzonato, battutista Pier Luigi Bersani – l’ex segretario del Pd entrato praticamente nelle riserve della politica dopo il troppo ardimentoso tentativo del 2013 di allestire un governo “di minoranza e di combattimento”, impeditogli dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ritirandogli l’incarico di presidente del Consiglio-  ha annunciato sul Corriere della Sera che “in autunno sarà battaglia” contro il governo fra “voto regionale e riforme”.

Dalla Stampa

         Ma i problemi alla premier non vengono né verranno solo dalle opposizioni, visto che il suo “ritorno” dalle vacanze è avvenuto anche “tra gli alleati riluttanti”, su cui ha preferito titolare La Stampa, ritenendoli forse ancora più insidiosi degli avversari dichiarati. In effetti tra leghisti e forzisti si sono sprecati e si sprecano tuttora polemiche e sgambetti su diversi temi, e non solo su quello particolarmente vistoso della cittadinanza per cosiddetto ius scholae ai figli degli immigrati.

Vannacci e Salvini

         Ma leghisti e forzisti non sono solo in contrasto fra di loro. Hanno problemi pure al proprio interno: con Antonio Tajani più o meno assediato anche o soprattutto dai figli di Silvio Berlusconi e con Matteo Salvini che, pur negandolo a parole, deve guardarsi alle spalle anche dal generale Roberto Vannacci. Che alle elezioni europee di giugno ha raccolto più di mezzo milione di voti di preferenza destinati forse a creare all’arrembante leader del Carroccio più problemi di quanti egli non pensi di avere invece risolto arruolando nelle sue liste l’autore e nemico insieme del “mondo al contrario”.   

Dal Foglio

         L’unica o maggiore consolazione della Meloni finalmente tornata al suo posto, non riuscendo a guadagnarsi neppure il ringraziamento        di chi ne misurava l’assenza col calendario e il cronometro, sta forse nella consapevolezza dei problemi della sua antagonista Elly Schlein: la segretaria del Pd in arrivo  a Siena e poi a Procida dopo una vacanza che è riuscita a tenere segreta. Sul Foglio l’aspettano riduttivamente alle prese con i problemi di Andrea Orlando, da “scaricare” in Liguria come candidato alla presidenza della regione non gradito nel cosiddetto campo largo ai grillini, e di Paolo Gentiloni. Che, quasi ex commissario europeo oltre che ex presidente del Consiglio, va “sistemato” in qualche modo al Nazareno e dintorni.

Giuseppe Conte

         In realtà, il problema più spinoso della Schlein resta proprio quello del “campo largo”. Dove Conte contesta di Renzi non solo e non tanto l’ambizione a farvi parte ma l’opinione che la candidata delle opposizioni a Palazzo Chigi debba essere la stessa Schlein perché segretaria del partito più votato nell’area dell’alternativa al centrodestra.

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