Per una volta spero che sia vero un retroscena del Fatto Quotidiano. E’ quello sulla Meloni infuriata a Palazzo Chigi, pur alla vigilia della festa del primato di longevità del suo governo nella storia della Repubblica, per come i dirigenti della Rai di dichiarata appartenenza all’area politica di destra l’hanno non servita ma disservita nella gestione dell’affare Ranucci. Che si è concluso, per ora, con la rimozione sì del conduttore di Report ma con la promozione dei suoi fedelissimi, di cui è stata accolta la rivolta contro le nomine iniziali, per cui Report alla ripresa autunnale sarà praticamente e ancora rannucciano.
“Meglio lasciarlo”, è stato attribuito alla Meloni. Che avrebbe avuto pienamente ragione se questo avesse detto davvero parlando di Ranucci, per esempio, col suo sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. solitamente incaricato di seguire le vicende della Rai.
Ranucci non avrebbe dovuto essere rimosso in tempi e condizioni tali da farlo apparire vittima, anzi martire, dei malumori di “Telemeloni”. Vittima -anzi martire, ripeto- come Aldo Moro delle brigate rosse, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Piersanti Mattarella della mafia, cui lo stesso Ranucci si è smodatamente paragonato. Report più semplicemente e giudiziosamente avrebbe dovuto essere sospeso come trasmissione dal palinsesto della terza rete televisiva di Stato in attesa della conclusione delle indagini giudiziarie sull’affare Lavitola. Dove Ranucci reclama di essere considerato solo una parte lesa, per via dell’attentato promozionale della sua notorietà e possibile carriera politica procuratogli dall’amico faccendiere e pregiudicato. Ma in realtà deve anche lui chiarire qualcosa lasciandosi interrogare dagli inquirenti.
Il Report, al maschile come un oggetto misterioso, che i due nuovi conduttori si sono impegnati a perpetuare, è stato e continuerà a non essere praticamente diretto. Ranucci è stato per anni vice direttore. Che di solito presuppone un direttore risparmiato invece a Ranucci, rimasto quindi appeso al soffitto come un caciocavallo. E ciò nella indifferenza, distrazione e chissà cos’altro di una dirigenza aziendale della quale la premier avrebbe tutto il diritto di lamentarsi, in italiano e romanesco pur nei festeggiamenti del suo primato di durata alla guida del governo in quello che il costituzionalista Michele Aini in deriva populista ha addirittura definito “fascismo bianco”, un po’ anche gentile nelle apparenze. Che cosa non si riesce a pensare e a dire quando si perde il senso della misura anche accademica.
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