Quante giustificazioni ancora per quell’ignobile linciaggio di Bettino Craxi

Per quanto fuori corso ormai dal 2002, quelle centinaia di monete da 50 e 100 lire, ben più pesanti delle monetine- esse sì- dei centesimi di euro che ne hanno preso il posto, sono tornate a rimbalzare se non a Largo Febo, davanti all’albergo romano dove abitava Bettino Craxi, nelle redazioni dei giornali che hanno voluto evocarle a 30 anni di distanza dal loro lancio contro il leader socialista. Ma ancor più, sia pure figurativamente, contro la Camera che il giorno prima, 29 aprile 1993, aveva osato negare a scrutinio segreto alcune delle “autorizzazioni a procedere” chieste nei suoi riguardi dalla magistratura per il finanziamento illegale dei partiti. E per i reati presuntivamente connessi, secondo gli inquirenti,  di corruzione, concussione e simili. 

Alcuni hanno evocato quella specie di riedizione dello spettacolo milanese di Piazzale Loreto del 1945 per dolersene e al tempo stesso storicizzarla come “l’antipolitica del Raphael che indebolì le istituzioni”, ha scritto Alessandro Campi, per esempio, sul Messaggero. Altri, senza neppure spendersi tanto nel rammarico, e di fatto replicando, hanno voluto ancora riconoscere a quegli squadristi rossi e neri -come li definì Craxi- l’attenuante di essere stati provocati. Da lui direttamente, come ha scritto Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano, con quel modo “arrogante” che aveva di rappresentare il potere e persino di muoversi fisicamente. Quel metro e novanta di altezza gli faceva vedere il prossimo dall’alto in basso. Enrico Berlinguer invece -suggerisco ai tifosi- aveva ispirato  ai suoi tempi tenerezza con quel fisico tanto striminzito da essere svolazzato affettuosamente in aria da un altro striminzito come Roberto Benigni. 

Ma oltre o ancor più che da Craxi, quegli squadristi furono provocati -secondo Gianni Barbacetto, sempre sul Fatto Quotidiano, e dove sennò? – dalla politica e dal Parlamento nel suo insieme, così guadagnandosi anche il trattamento nero di Giorgia Meloni ora a Palazzo Chigi, par di capire. 

“La Camera-ha raccontato al presente Barbacetto dopo avere ricordato il giuramento al Quirinale dei ministri anche del Pds-ex Pci del governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi- deve decidere se concedere alla Procura di Milano l’autorizzazione a indagare su Craxi per le tangenti scoperte dal pool di Mani pulite. Ha già detto si la Giunta per le autorizzazioni a procedere escludendo che le accuse di Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo siano viziate da fumus persecutionis. Tutti d’accordo, anche il democristiano Roberto Pinza, che invita maggioranza e opposizione a dire sì”.

Ma chi era Roberto Pinza? Un avvocato civilista approdato a Montecitorio l’anno prima, eletto in Emilia-Romagna: un quasi sconosciuto per i più fra gli stessi suoi colleghi, oltre che fra noi giornalisti. Ma la ricostruzione politica di Barbacetto è semplicemente falsa. La verità su quei giorni e quelle ore l’ha racconta più volte, senza essere mai smentito, quel galantuomo di Gerardo Bianco, allora capogruppo democristiano alla Camera. Al quale, adesso che è morto, sarebbe rivoltante se i superstiti dell’incontro da lui riferito opponessero una smentita. 

L’allora segretario della Dc Mino Martinazzoli scelse proprio l’ufficio di Bianco per ricevere, come gli avevano chiesto, il segretario del Pds-ex Pci Achille Occhetto e il capogruppo e compagno di partito Massimo D’Alema. I quali gli chiesero, come atto di buona volontà e di testimonianza della svolta costituita dal governo Ciampi appena nato, l’annuncio del voto della Dc nell’aula di Montecitorio contro Craxi per le autorizzazioni a procedere, messe curiosamente all’ordine del giorno della Camera nello stesso giorno della presentazione del nuovo esecutivo. Martinazzoli, peraltro  avvocato penalista, spiegò che i parlamentari democristiani avrebbero votato secondo coscienza, non su direttiva del partito. 

Infatti in aula -come lo stesso Barbacetto, del resto, racconta più avanti, sempre al presente- “intervengono in difesa di Craxi il capogruppo democristiano Gerardo Bianco e Vittorio Sgarbi allora eletto nelle liste liberali. Si schierano invece a favore dell’autorizzazione a procedere Rifondazione comunista, Pds, Rete, verdi, radicali, repubblicani, leghisti, missini. La Camera vota a scrutinio segreto: e per quattro volte su sei respinge le richieste dei magistrati.  L’aula di Montecitorio si trasforma in un’arena. Agli applausi di soddisfazione si sommano quelli beffardi. Poi urla, strepiti, ingiurie, lanci di volantini, scontri fisici, cori “Ladri! Ladri! “Elezioni Elezioni”.

Spettacolo e invettive vennero ripetute il giorno dopo alla folla in Piazza Navona da Occhetto, che ancora oggi nega di aver voluto con ciò spingere i suoi ascoltatori a spostarsi nell’attiguo Largo Febo. Dove il deputato missino Teodoro Buontempo, pace all’anima sua, distribuiva monete raccolte fra i tabaccai cambiando diecimila lire per lanciarle contro Craxi all’uscita dall’albergo, reclamandone peraltro l’arresto e il suicidio. Sì, anche il  suicidio. 

Largo Febo da elegante piazzetta divenne quella sera una fogna, della quale ancora oggi sento personalmente una puzza  che domenica mi ha tenuto lontano, anzi lontanissimo da chi vi si è raccolto con i garofani in mano per ricordare l’accaduto, sia pure in difesa della memoria del mio amico Bettino. 

Pubblicato sul Dubbio

La…meritata pioggia del 1° maggio sull’assalto della sinistra sindacale alle misure per il lavoro

Scriveva già ieri Luciano Capone nel suo “processo al sindacato” sul Foglio, non immaginando la pioggia che avrebbe fatto prevalere gli ombrelli sugli striscioni e quant’altro, che “una volta arrotolate le bandiera e tornati in sede dalla piazza”, anzi dalle piazze di Potenza e di Roma scelte per comizi e concerti, “sarebbe il caso di aprire una riflessione critica e magari adottare un approccio più pragmatico” ai problemi del lavoro. “Anche perché -osservava sempre Capone, che si definisce liberista per formazione e giornalista per deformazione- la politicizzazione non è qualcosa che faccia bene al sindacato, soprattutto in una fase storica ormai lunga e consolidata in cui gli operai votano in larga parte per la destra”, essendo diventato quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni “il primo partito tra gli operai”, seguito dalla Lega. E giù a ricordare impietosamente “un sondaggio Ipsos commissionato l’anno scorso dalla Cgil di Bergamo, proprio alla vigilia del Primo maggio” in cui emerse che “il 78 per cento degli intervistati era critico del legame storico tra sindacato e sinistra, il 79 tra i lavoratori, il 56 persino tra gli iscritti alla stessa Cgil”. 

Le misure adottate dal governo col decreto chiamato lavoro appositamente nel giorno della omonima festa, e illustrate sommariamente dalla premier davanti ad una telecamera camminando per i corridoi di Palazzo Chigi per non farsi forse accusare da Maurizio Landini di avere abusato anche dei giornalisti con una conferenza stampa, non sono certamente del tutto risolutive dei problemi sul tappeto. Non eliminano di certo la precarietà di tante occupazioni. Non sconfiggono la povertà, come si vantò comicamente di aver fatto nel 2018 dal balcone di Palazzo Chigi l’allora vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per via di quel 2,4 per cento di sforamento del bilancio rispetto ai vincoli europei, sceso poi in pochi giorni al 2,04. Non faranno finalmente passare l’ex presidente, sempre grillino, del Consiglio Giuseppe Conte dalle proteste per le sorti del “suo” reddito di cittadinanza al sollievo o alla speranza suscitata invece in lui dalla lettera della Meloni al Corriere della Sera in occasione della festa della liberazione del 25 aprile, anch’essa minacciata secondo altri da una permanente e neppure tanto nascosta marcia della destra su Roma. Non sarà né farà tutto questo, per carità, ma il decreto legge appena varato dal governo violando, secondo Landini, la sacralità di una festa alla quale potrebbero derogare solo i sindacati con i loro raduni, costituisce di sicuro un passo avanti, non indietro. E’ il massimo consentito dalle condizioni economiche e finanziarie del Paese, che grazie a Dio, tuttavia, sono un pò migliori di quanto non le descrivano, avvertano e quant’altro agenzie internazionali e, a casa nostra, sognatori di chissà quali disgrazie e speculazioni di mercato capaci di spazzare via un governo da essi indesiderato.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Oggi, 1° maggio, festa del o al lavoro? E’ scontro fra il governo e la Cgil di Landini

A proposito del “lavoro sporco dei media” lamentato dal Fatto Quotidiano per il discredito che i giornali avrebbero procurato al cosiddetto reddito di cittadinanza, voluto dagli amatissimi grillini e mazzolato anche con le misure oggi all’esame del Consiglio dei Ministri, vorrei offrirvi un campionario di questo lavoro appena offerto dagli stessi giornali su un piano più generale.

Meloni sfida il Primo Maggio, ha titolato  senza virgolette la Repubblica facendo quindi proprio il senso della protesta del pur sorridente Maurizio Landini, segretario generale della Cgil,  sulla soglia di Palazzo Chigi andando all’incontro col governo e strafregandosene dell’invito, con tanto di virgolette, attribuito dal Corriere della Sera al segretario generale della Cisl Luigi Sbarra:“Non buttiamola in rissa”. 

Landini ha finto, a dir poco, di non saper nulla delle misure predisposte dal governo per una  seduta del Consiglio dei Ministri “provocatoriamente” voluta il 1° maggio  non per onorarlo ma per fargli la festa. Come se, peraltro, il cammino parlamentare del decreto legge in arrivo fosse blindato, anzi blindatissimo, in un Parlamento dove la maggioranza è così bene organizzata da essere scivolata sul documento di economia e finanza.

In sintonia con la “sfida” gridata da Repubblica l’altro grande giornale – La Stampa- del gruppo guidato dal nipote del compianto Gianni Agnelli, che probabilmente non avrebbe per niente condiviso, l’ha buttata sull’amarcord titolando su una foto in bianco e nero: “Quando il lavoro era una festa”. E non invece, secondo Ezio Mauro su Repubblica, per tornare alla corazzata del gruppo, l’occasione di una “battaglia per l’egemonia sociale”. 

Questo titolo assegnato al commento dell’ex direttore di Repubblica avrebbero potuto  curiosamente usarlo pure al Corriere della Sera per l’editoriale di Dario Di Vico. Che ha scritto di misure del governo assai modeste nel loro contenuto, anche per la modestia dei fondi a disposizione, ma fortemente simboliche per una Meloni decisa a far capire che “in termini di consenso politico la grande platea dei lavoratori italiani avrà in tasca la tessera delle confederazioni del Novecento ma costituisce uno dei retroterra del suo partito e del progetto di costruire una destra conservatrice e tendenzialmente centrista”. 

Pure lo storico Ernesto Galli della Loggia,  intervistato da Libero, ha detto che ormai, e finalmente, “c’è spazio per il primo partito conservatore” in Italia. Chissà come si sarà sentito, a leggerlo, monsignor Giancarlo Maria Bregantini, “responsabile Welfare della Cei”, come l’ha presentato Il Fatto Quotidiano, dopo avere sposato in pieno la linea di sinistra di Landini. Il Consiglio dei Ministri oggi -ha detto l’arcivescovo al compiaciuto giornale di Travaglio- un errore: il governo delude, serve il lavoro degno”, non quello indegno evidentemente perseguito o proposto dalla premier pur elogiata, apprezzata e quant’altro dal Papa ogni volta che ne ha l’occasione. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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