Che traffico di diavoli dentro e fuori le mura del Vaticano….

Non farò qui nomi di testate e di giornalisti per non emulare le une e gli altri   nel loro modo, per me esagitato e discutibile, di trattare il caso del “Monsignore dimezzato”. Così è stato chiamato l’interessato, purtroppo col suo stesso contributo, per le polemiche provocate dalle proprie riflessioni, chiamiamole così, dopo la scomparsa del cardinale Joseph Ratzinger e poi Papa Benedetto XVI, effettivo e infine emerito. Di cui padre Georg Gaenswein ha avuto il grande privilegio di essere stato il segretario, cioè il più stretto collaboratore. 

Una notizia, si sa, è una notizia, per cui  bisogna rassegnarsi anche alla sua scomodità,  e persino agli effetti indesiderati, senza sottrarsi all’obbligo di raccoglierla e raccontarla. E di notizie di un certo clamore non si è certamente risparmiato, né ha risparmiato il pubblico inteso in senso lato, credente o non credente o diversamente credente, come preferite, Padre Georg appunto. 

Lo ha fatto, per esempio, lasciandosi intervistare, a salma ancora quasi calda del suo superiore spentosi dichiarando il suo amore per Cristo, per raccontare dei “diavoli” avvertiti in Vaticano da un bel pò di tempo. E per definirsi lui stesso dimezzato, come ho accennato all’inizio, per una decisione presa dal successore di Benedetto XVI proprio sul suo conto, invitandolo a restare prefetto della casa pontificia solo di nome, ma non a pretendere di farlo davvero in una casa nel frattempo allargatasi, diciamo così. Dove gli ordini spettavano non più all’emerito ma all’effettivo pontefice. 

Perché “dimezzato”?, mi verrebbe  proprio per questo da chiedere, considerando la situazione molto particolare creatasi con la rinuncia di Papa Ratzinger a portare a termine operativamente il proprio mandato sino alla morte. E che c’entrano i paramenti e le vesti di padre Georg con le bende, le ferite e tutte le altre fantasie del Visconte Medardo dimezzato di Italo Calvino, scomodato da qualche giornalista erudito per trasformare nel Vaticano di questo secolo la Boemia cinquecentesca della guerra contro i turchi immaginata dal celebre scrittore italiano? 

Libera fantasia in libero giornalismo, come libera Chiesa in libero Stato, per carità. Ma qui sulla voglia, e sul dovere, di informare mi sembra prevalsa la voglia, e nessunissimo dovere, di intorbidire le acque, anche quelle dell’aspersorio in Chiesa e dintorni. Una voglia diventata alla fine sfrenata quando, intingendo il biscotto o la metaforica penna nell’inchiostro di un libro autobiografico di Padre Georg dal titolo già così infelice come quello quasi giudiziario di “Nient’altro che la verità”, qualcuno ha sparato su tutta la prima pagina del proprio giornale “la guerra tra i Papi”. Dei quali lo sconfitto dalla dannata combinazione della rinuncia e della sopraggiunta morte fisica potrebbe contare dall’aldilà -se davvero lo volesse, come personalmente non credo per le mitiche mitezza e obbedienza mostrate in vita- sulla difesa del segretario rimasto a combattere sulla terra, compiaciuto tra i “falchi”. E deciso a “raccontare la verità” sino all’ultimo respiro: cose, anche queste, tratte o desunte e sparate in titoli da qualche giornale leggendo le prime copie, o le bozze ancora del libro del monsignore. Che, ricevuto o convocato dal Papa in una udienza laconicamente annunciata all’improvviso, avrebbe lamentato la non infrequente abitudine dei malintenzionati, magari convinti addirittura di essere d’aiuto, di leggere parole e avvertire sentimenti di uno scrittore o di un oratore “fuori dal contesto”. Dove notoriamente si può far dire all’interessato anche l’opposto della realtà o di quel che lui davvero voleva dire o scrivere.  E’ un pò ciò che ha tentato di fare in America in questi giorni il principe inglese Harry di fronte alle reazioni al suo libro sulla già abbastanza tormentata famiglia reale britannica. 

Il diavolo, per tornare a casa nostra, o quasi, sembra davvero penetrato materialmente nelle mura del Vaticano, secondo le prime impressioni avvertite da Padre Georg, o a lui attribuite. Figuriamoci fuori dalle sacre mure, giornali e tipografie comprese, dove le difese da Satana e sottoposti sono per natura più deboli. E le tentazioni conseguentemente più forti.

Pubblicato sul Dubbio 

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Al pettine del Papa i nodi del segretario del suo predecessore emerito

Come anche quella di oggi, fra l’udienza del Papa a Giorgia Meloni, l’incontro della premier con l’ononimo nipponico, il Consiglio dei Ministri e altro, quella di ieri è stata una giornata infernale -anzi, ancora di più- per cronisti, fotografi e operatori televisivi costretti a rincorrere gli eventi: l’incontro a Palazzo Chigi fra la presidente del Consiglio e la presidente della Commissione europea, la commemorazione di Davide Sassoli a un anno della prematura scomparsa dell’allora presidente del Parlamento europeo, la partecipazione del presidente della Repubblica all’anteprima del film sul generale Carlo Alberto dalla Chiesa, vanto insieme dell’Italia e dell’Arma dei Carabinieri, l’udienza del Papa ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede. 

Senza voler togliere nulla a tutto questo, si offuscata per il suo carattere imprevisto l’udienza di Papa Francesco al segretario dello scomparso Papa emerito Benedetto XVI. Per corredare di qualche immagine la notizia improvvisa si è dovuto ricorrere a foto d’archivio e -temo- più a intuizioni che a informazioni concrete per riferire sul contenuto dell’udienza. Della quale non si è riusciti a sapere di certo, per esempio, chi l’abbia promossa: se padre Francesco o padre Georg, il primo convocando l’altro o l’altro chiedendo e ottenendo di essere ricevuto rapidamente. Preponderei per la seconda ipotesi, avendo saputo da buona fonte della brutta sorpresa avvertita dallo stesso segretario del defunto pontefice di fronte al titolo sparato ieri mattina su tutta la prima pagina da Libero per anticipare il contenuto del suo libro autobiografico clamoroso già nella titolazione da processo “Nient’altro che la verità”. “Lo scontro tra i Papi”, gridava il giornale diretto da Alessandro Sallusti attribuendo tra virgolette al monsignore queste parole, a dir poco, sismiche. “I seguaci di Bergoglio già nel 2005 volevano fermare l’elezione del Pontefice”, cioè di Joseph Ratzinger, chiamatosi poi Benedetto. “Si, io -proseguiva il virgolettato- sono un falco e vi racconto la mia verità”. 

Oggi Libero ha portato quasi in fondo alla prima pagina il seguito dell’affare per avvertire, neppure questa volta aiutando molto il segretario del defunto Papa emerito, che egli “rischia l’esilio”. 

Il vaticanista  del Corriere della Sera Gian Guido Vecchi riferisce, dal canto suo: “Resta la questione del futuro di Ganswein, ora prefetto della Casa pontificia. Se nella Chiesa tedesca non sembrano entusiasti all’idea di un ritorno in patria come vescovo o altro, si è ipotizzato un incarico diplomatico in una nunziatura all’estero o una sistemazione romana, possibilmente discreta”. 

Nel titolo, sempre del Corriere della Sera, apposto alla cronaca si fa dire da padre Georg al Papa in tono, direi, difensivo e pentito: “Voci malevole. Ora devo stare zitto”. Voci malevole alimentate dalle parole dello stesso “Monsignore dimezzato”, com’è stato definito il prelato, purtroppo pubblicate e interpretate “fuori dal contesto”: parola carissima alla buonanima di Leonardo Sciascia. 

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La virtù del silenzio che padre Georg farebbe forse bene a recuperare…

Per il segretario del defunto Papa emerito Benedetto XVI, piegatosi devotamente sulla bara del superiore ai suoi funerali sotto gli occhi di milioni di fedeli collegati televisamente da tutto il mondo, ci sarà pure una via di mezzo fra l’impietosa immagine di un “Monsignore dimezzato” -appiccicatagli addosso sul Corriere della Sera da Aldo Grasso ispirandosi al celebre Visconte Medardo di Italo Calvino- e la figura ieratica, e tutta intera, senza bende e altre diavolerie, rimasta impressa, magari immeritatamente secondo Grasso, negli occhi e nella mente degli spettatori del 5 gennaio. 

All’editorialista e critico televisivo del Corriere, ancora memore dei “giorni in cui padre Georg godeva della confidenza di principesse romane, giocava a tennis, era imitato da Fiorello, veniva elevato dai rotocalchi a “Geroge Clooney della Curia”, il simbolo della Grande Bellezza ratzingeriana”, non è piaciuta la “loquacità” improvvisa del prelato. Che, a spoglie di Ratzinger ancora quasi calde, e già impegnato in un’autobiografia dal titolo giudiziario, si è lasciato intervistare dall’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro sui diavoli avvertiti all’opera negli anni della convivenza in Vaticano fra i due Papi, l’effettivo e l’emerito. Diavoli all’opera anche contro lo stesso monsignore, dimezzato nel suo ruolo, nelle sue funzioni e in tutto il resto da Papa Francesco in persona con l’invito a rimanere “prefetto” della casa apostolica ma a togliersi dalla testa di farlo davvero. Il suo recinto doveva essere quello noto come Santa Marta.

Oltre alla sorpresa, sgomento e quant’altro lasciato trasparire giustamente da Grasso, e attribuita dal monsignor allo stesso Papa emerito quando venne da lui informato delle proprie condizioni ristrettesi, permettetemi di immaginare la sorpresa, lo sgomento e quant’altro -ripeto- dello stesso Francesco nel vedere racconti, sfoghi e simili del monsignore su un giornale: per giunta, quello alla cui lettura e al cui rispetto egli era stato abituato a suo tempo dal fondatore in persona, Eugenio Scalfari. Che sino alla morte, risalente a meno di un anno fa, aveva ricevuto dal Papa, in carne e ossa, un trattamento a dir poco straordinario. Mancava solo che venisse da lui nominato cardinale, mi verrebbe voglia di scrivere se non fossi trattenuto dalla paura della blasfemia conoscendo la condizione, diciamo così, di diversamente credente del compianto collega. 

Non credo di conoscere neppure la milionesima parte delle cose vaticane che sa il mio amico Massimo Franco, anche lui del Corriere della Sera come Aldo Grasso, ma sento o avverto  che il 66enne Georg Gaenswein non potrà avere molto di confortevole e gratificante da aspettarsi fra le sacre mura. Papa Bergoglio peraltro parla bene  di carità, perdono e altre virtù ma ho l’impressione che gli capiti di razzolare male quando s’imbatte in qualcosa che lo disturbi.. Mi sentirei pertanto di consigliare a chi davvero stima e vuole bene a padre Georg di non assecondarne la loquacità: esattamente l’opposto di come lo rappresenta oggi Libero anticipandone vistosamente il già ricordato libro autobiografico con un virgolettato che dice: “Si, io sono un falco e vi racconto la mia verità”.

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La Lepanto immaginata dalla sinistra in navigazione contro il governo Meloni

Funestate peraltro da morti e funerali di persone mitiche per tanti di noi, secondo le proprie fedi, culture e passioni, le feste sono finite, grazie a Dio. Ma non è per niente finita la crociera della corazzata dell’ex sinistra, o della ex corazzata della sinistra, come ho già chiamato e torno a definire La Repubblica, quella di carta. Una crociera contro la disgrazia che l’Italia avrebbe ereditato dal vecchio anno. E’ naturalmente il governo di centrodestra, anzi di destra-centro, presieduto da Giorgia Meloni: la prima donna peraltro -disgrazia nella disgrazia-  salita così in alto nella storia d’Italia a dispetto del femminismo sostenuto, praticato, vantato e quant’altro da più generazioni sventolando bandiere rosse e simili.

“Migranti dirottati sul Pd” con spirito ovviamente malvagio ha gridato Repubblica su tutta la sua prima pagina riferendo poi i nomi, cioè le città dei porti “sicuri” cui la Meloni, e i non meno perfidi Matteo Piantedosi e Matteo Salvini, ministri dell’Interno e delle Infrastrutture, hanno destinato le navi del volontariato con i migranti soccorsi nelle acque del Mediterraneo dove gli scafisti li avevano mandati a naufragare dalle coste africane nella gestione del più indecente affare che si possa immaginare: quello della carne umana, di disperati in fuga da guerre e miseria. 

Segnatevi, per favore, o tenete bene in mente, queste località di approdo, diverse -una volta tanto- dalle solite Lampedusa, Pantelleria, Catania e dintorni, con annesse strutture sovraffollate di accoglienza. Sono, in ordine rigorosamente alfabetico, Ancona, Bari, Gioia Tauro, Livorno, Ravenna, Salerno e Taranto: tutte diabolicamente accomunate da amministrazioni guidate o comunque condizionate dal Pd. Che paga così anche la sua opposizione al governo, persino meritandoselo forse anche per certi settori politici o giornali di cosiddetta o nuova sinistra come, per esempio, il solito Fatto Quotidiano. Dove oggi si può leggere l’abituale e lungo editoriale del direttore Marco Travaglio anche contro amici e collaboratori “ingenui” come Tommaso Montanari e Domenico De De Masi, spintisi a criticare il rifiuto o le resistenze di Giuseppe Conte ad accordi elettorali nella regione Lazio con un Pd che ha preteso di scegliersi solo con Carlo Calenda il candidato alla presidenza. 

“Che razza di alleanza è -ha chiesto scandalizzato ai suoi amici Travaglio, forse già provvisto della maglietta con la scritta “Io sono il peggiore” propagandata da Beppe Grillo sul suo blog per la nuova stagione teatrale- quella in cui il terzo e il quinto partito portano il candidato e il programma, e il secondo partito porta i voti?”.  Il punto interrogativo, in verità, non c’è, ma l’ho messo io per comodità di lettura. 

Nella sua navigazione verso la Lepanto dei nostri giorni  la corazzata o ex dal nome altisonante di Repubblica è stata affiancata stamane da quella specie di veliero che è il manifesto, col titolo forse più rassegnato “Di mare in peggio”. 

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A lezione da Lenin con Paolo Mieli per non fare riforme importanti

Ci sono voluti quattro giorni ma alla fine si è levata una voce diversa dall’editoriale di incoraggiamento a Giorgia Meloni comparso sul Corriere della Sera come una specie di messaggio di Capodanno a firma dello storico Ernesto Galli della Loggia. Si è levata dall’interno dello stesso Corriere con un editoriale a firma di un altro storico, e in più ex direttore dello stesso giornale, Paolo Mieli. Che ha suonato un’altra musica, ma alla sua maniera, cioè con misura, sino ad evitare una polemica diretta col suo collega e amico Ernesto, neppure citato come per dire di avere voluto prendere le distanze dalla Meloni a prescindere dall’editoriale del 3 gennaio, semplicemente affrontando l’argomento del governo da un’altra ottica. E partendo tanto da lontano da arrivare in Russia e al 4 marzo 1923, quando un Lenin ormai già colto da un ictus ma lucido abbastanza per rendersi conto di avere  forse un pò troppo esagerato con la sua rivoluzione, in una lettera alla Pravda esortò i compagni ad una certa cautela, addirittura da “autentica cultura borghese”: parole sue, di Lenin, non del mio amico Paolo. 

Alla Meloni l’ex direttore del Corriere della Sera ha consigliato di adottare alla guida del governo, a circa due mesi dal suo decollo, il “meglio meno, ma meglio” proposto da Lenin ai compagni, avendo “messo -le ha rimproverato Paolo- troppa carne sul braciere”: tanta da essere stata costretta a “retromarce con impressionante regolarità”. 

In particolare, la presidente del Consiglio ha messo insieme sul terreno poco saggiamente “tre riforme gigantesche” come quelle “dell’autonomia differenziata, della giustizia e costituzionale”, intesa quest’ultima a “irrobustire il corpo istituzionale del nostro Paese con una potente iniezione di presidenzialismo”. Proposito, quest’ultimo, “in sé non disdicevole”, ha ammesso Mieli, “purché sia sia in possesso di idee chiare, si possa contare su una maggioranza sufficientemente compatta e si disponga di una strategia per coinvolgere una parte consistente dell’opposizione”. Sono condizioni delle quali Mieli dubita, quanto meno, l’esistenza nonostante in tema di tenuta della sua maggioranza la Meloni mostri di considerarla “una falange oplitica”, cioè granitica. 

Più ancora della maggioranza per niente o meno “oplitica” -insisto- di quanto la Meloni ritenga, Mieli ha segnalato alla premier la debolezza dell’opposizione: in particolare del Pd, senza il cui concorso certe cose importanti come il presidenzialismo, in qualsiasi variante, o la riforma della giustizia da compiere mettendo mano anche per essa nella Costituzione, non si potrebbe realisticamente pensare di realizzarle. 

Ma mettiamoci, d’accordo, caro Paolo. Se l’opposizione è forte nel contrasto ad un vero progetto riformatore questo è precluso. Se l’opposizione è debole, proprio per questo, il progetto è precluso lo stesso. Diciamo allora chiaro e tondo, senza arrivare a Lenin e scomodarne la mummia, che le riforme vere in Italia non si possono fare.

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Lunga vita a Mario Draghi, presidente emerito del Consiglio

Leggevo ieri con la dovuta e meritata attenzione sul nostro Dubbio l’interpretazione politica e un pò anche psicanalitica, da parte del buon Aldo Varano, delle recenti sortite critiche o solo preoccupate del ministro della Difesa Guido Crosetto sugli effetti della linea data alla Banca Centrale Europea dalla presidente francese Christine Lagarde, notoriamente succeduta all’italiano Mario Draghi. E pensavo sempre di più al colloquio svoltosi  il giorno prima fra lo stesso Draghi e il suo amico e attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ai margini dei funerali di Papa Benedetto XVI. Un colloquio che aveva interrotto le preghiere del ministro, ritratto dai fotografi con un rosario in mano, in memoria dell’ex o emerito Pontefice Joseph Ratzinger, nella cui lingua viene chiamato nello stesso nome il debito e il peccato. E di peccati, intesi  anche come debiti, l’Italia è notoriamente stracolma, pur nella distinzione politica, economica e, direi, anche scientifica che Draghi fa, al singolare, fra debito buono e cattivo. 

Mi chiedevo, sempre dividendomi fra la lettura di Varano e l’immagine di quel colloquio fra l’ex presidente del Consiglio e il tuttora ministro, se i due avessero avuto la voglia e il tempo di una pur rapida riflessione sui timori diffusi ai quattro venti da Crosetto,  fra i quali Aldo ha intravisto -non so francamente se più a ragione o a torto- un certo rimpianto di Draghi a Palazzo Chigi. Dove pure è arrivata in ottobre, sull’onda di una netta vittoria elettorale, Gorgia Meloni: la prima donna salita così in alto nella storia d’Italia ma soprattutto, per le nostre riflessioni odierne, amica, estimatrice e capa del partito del ministro della Difesa dopo le sue esperienze di liberale, democristiano e forzista. Un ruolo -quello di ministro della Difesa “in guerra contro Francoforte”, lo ha ha un pò attaccato e sfottuto l’impertinente manifesto- che Crosetto ha accettato, pur rimettendoci un bel pò come imprenditore, solo per non sottrarsi alle insistite richieste e attese della premier condivise dal presidente della Repubblica, che l’ha nominato.

Su una cosa comunque sono tentato amichevolmente di dissentire da Varano: sul condizionale di quel Draghi che “servirebbe ancora” all’Italia e al suo governo “per contare in Europa”, com’è scritto anche nel titolo apposto al suo articolo. Dove, in verità, si va anche oltre perché si prospetta, si auspica, si ventila e quant’altro un altro governo Draghi, cioè un suo ritorno a Palazzo Chigi. Ma a mio modestissimo e discutibilissimo avviso, per carità, che Draghi per primo contesterebbe con segni anche di insofferenza se venisse interpellato, egli di fatto ancora si avverte nella sede della Presidenza del Consiglio, anche se non si vede e non si sente. 

La continuità fra il governo Draghi- al netto di ciò che gli impediva o pretendeva inutilmente Giuseppe Conte alle spalle e persino contro i ministri che pure rappresentavano il suo movimento- è ancora più reale e significativa di quanto non appaia allo stesso Conte, che lo ha gridato anche nell’aula di Montecitorio. E lo avrà ripetuto alla sua compagna nella costosa e legittima  vacanza -per carità-  che si è appena concessa a Cortina d’Ampezzo scandalizzando solo gli stupidi e gli ipocriti. Come sarebbero quelli che ancora oggi avrebbero da ridire sui dieci giorni trascorsi da Lenin a Capri nel 1910.   

Anche a costo di sembrarvi irriverente e persino blasfemo, e con tutti gli auguri di lunga vita che egli merita, avendo peraltro soltanto 75 anni rispetto ai 96 non compiuti da Ratzinger, Mario Draghi meriterebbe di essere considerato emerito com’è stato Papa Benedetto XVI dopo le sue volontarie e clamorose dimissioni propedeutiche al pontificato di Jorge Mario Bergoglio, Francesco per i fedeli. Il quale è stato fortunato nella successione a Benedetto XVI come Giorgia Meloni da presidente del Consiglio, e vincitrice delle elezioni anticipate dell’anno scorso, dopo l’iniezione di fiducia nell’Italia procurata all’estero dalla saggia decisione di Sergio Mattarella nel 2021 di precettare, praticamente, l’ex presidente della Banca Centrale Europea affidandogli la formazione di un governo particolarissimo, nella impossibilità di mandare alle urne in piena pandemia un Paese letteralmente sfuggito di mano a tutti, ma proprio tutti i partiti avvitatisi attorno o contro l’ex, poi ritrovatosi, avvocato del popolo. O “punto di riferimento” più o meno alto “dei progressisti” promosso in tandem dall’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti e da quella specie di oracolo della sinistra che ancora si considera, forse, col suo ultimo libro il peso massimo Goffredo Bettini.

Pubblicato sul Dubbio

Quanti occhi su Mario Draghi ai funerali di Papa Benedetto XVI

Da buon fedele, forse anche amico e apprezzato anche dall’estinto, oltre che da Papa Francesco, cui deve la nomina alla Pontificia Accademia delle scienze sociali, pure Mario Draghi ha voluto partecipare ai funerali del Papa emerito Benedetto XVI, per quanto l’Italia fosse rappresentata ai livelli più alti del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il cui predecessore, pur non avendo il diritto -per carità- di essere chiamato e neppure considerato emerito pure lui, non è certamente e giustamente passato inosservato. E ciò sia per il prestigio internazionale e la notorietà di cui egli gode sia per lo zampino, a dir poco, che a torto o a ragione gli viene attribuito ogni tanto anche nella gestione o ispirazione del nuovo governo, succedutogli del resto in un clima di continuità dichiarata e cordialità insoliti nella storia italiana, considerando anche il fatto che Giorgia Meloni gli aveva praticato l’opposizione dal primo momento. 

Solo dopo sarebbe arrivata la fiducia negata o praticamente sterilizzata al governo Draghi, in ordine rigorosamente cronologico, da Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi: tutti oggi accomunati da una pesante insinuazione espressa dal Riformista con questo titolo stampato un pò in  nero e un pò in rosso: “Settantrè CDA da nominare: 1000 posti al sole. Tutto in mano a Crosetto (perciò volevano cacciare Draghi)”. Riuscendovi, si è risparmiato di aggiungere il giornale di Piero Sansonetti solo per non rendere sproporzionatamente lungo il titolo, tanto nota essendo la realizzazione dell’obbiettivo attribuito ai promotori della crisi dell’ultimo governo della scorsa legislatura.

Paolo Conti ha riferito sul Corriere della Sera, nell’articolo sulla partecipazione degli ospiti illustri ai funerali di Benedetto XVI, dello “scambio di opinioni, prima della cerimonia, tra l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, già suo ministro dello Sviluppo economico: immagine -ha raccontato- subito rilanciata da Dagospia tra mille interrogativi”. “Il ministro -ha precisato ancora il cronista- ha seguito la cerimonia con un rosario tra le mani”. E Dio solo sa di quante preghiere abbiano bisogno i conti e debiti italiani, per quanto la nuova presidente del Consiglio e lo stesso Giorgetti si sforzino quotidianamente di operare “in continuità”, ripeto, rispetto a Draghi. 

Meno male che ai funerali di Papa Ratzinger, nella cui lingua il debito equivale al peccato, non ha avuto la possibilità di incrociare occhi, mani e voce con l’ex premier anche il ministro della Difesa Crosetto, indicato dal Riformista come il regista delle mille e più nomine del cosiddetto spoils syistem, e dal manifesto “alla guerra di Francoforte” contro la Banca Centrale Europea, ora guidata dalla francese Christine Lagarde discostandosi dal predecessore italiano, Draghi appunto.  

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L’assordante polemica sulle nomine del nuovo governo consentite da una legge del 2001

Quella che il Corriere della Sera ha chiamato con una certa sobrietà, tutto sommato,  “ondata di cambi ai vertici” di “Ministeri e agenzie statali” per il meccanismo noto un pò in tutto il mondo come “spoils system”, tradotto in italiano in una specie di bottino del vincitore di turno nell’eterna corsa al governo, è diventata sulla prima pagina di Repubblica “la lottizzazione dei Palazzi”. O, gridato ancora più forte e riferito direttamente alla presidente del Consiglio, “Meloni pigliatutto”. 

Il giornale già corazzata di una sinistra di lotta o di governo, secondo i casi non necessariamente distinti perché già ai tempi di Enrico Berlinguer il Pci si proponeva come un partito insieme di lotta e di governo, è stato inseguito persino dal Foglio. Che scendendo dall’Olimpo dove spesso si sente per saggezza e altro ha evocato un “terremoto” in corso e “la scopa di Meloni”. E’ vero che nel titolo c’è anche una domanda retorica contro la presunzione che il potere di fare e disfare nomine sia “solo” del Pd, o di ciò che ne sta rimanendo nel percorso congressuale, ma c’è con tanto di virgolette. Che in pratica attribuiscono la domanda ad altri, forse malintenzionati e per niente credibili, non al Foglio. Dove del resto da qualche giorno, se non da qualche tempo, non si fanno più certi sconti da cui sembrava tentato quanto meno il direttore Claudio Cerasa scommettendo sulla capacità e volontà della capa della destra italiana, oltre che del governo, di evolvere, maturare, rinsavire.

Nell’ultimo numero dell’anno ormai passato, per esempio, facendo un bilancio dei meno di due mesi trascorsi a Palazzo Chigi dalla prima inquilina riuscita ad arrivarvi, Il Foglio titolava in rosso su “i sette vizi di Meloni”. E li elencava così nel sommario, in nero: “Imbarazzo sui vaccini, europeismo claudicante, complottismo contro i francesi e sull’immigrazione, disprezzo per le banche e per l’innovazione, evasione dalla realtà sul fisco”. 

Non più tardi dell’altro ieri, 3 gennaio,  questa volta in turchese, Il Foglio se la prendeva con quello della Meloni come “un governo contro i giovani”, che sarebbe stato addirittura redarguito fra le righe del suo messaggio di Capodanno letto in piedi al Quirinale dal presidente della Repubblica. Che invece a me, ingenuo o probabilmente rincitrullito secondo i canoni foglianti, era sembrato un messaggio di sostegno e incoraggiamento alla Meloni, non a caso affrettatasi a telefonare a Mattarella ringraziandolo, per via della democrazia ormai “compiuta e matura” con la formazione del governo in carica. Il quale peraltro con le nomine in cantiere o già disposte non sa facendo altro che applicare – come ha spiegato sul Corriere della Sera Federico Fubini- “l’articolo 19, comma 8 della legge Bassanini sulla pubblica amministrazione del 2001”. In forza del quale “gli incarichi di funzione dirigenziale cessano decorsi 90 giorni dal voto di fiducia del governo”. Cioè, nel nostro caso, mentre scrivo, fra 19 giorni:  il 24 gennaio.

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La vernice rimossa dalla facciata del Senato e quella ch’è rimasta a imbrattare l’interno

Il Senato, quello non di chissà quale accademia ma della Repubblica, più contenuto della Camera ma presieduto dalla seconda carica dello Stato, e quindi un pò il ramo   nobile del Parlamento, è stato imbrattato più volte, almeno tre, in questi primi ma poco fausti giorni del nuovo anno. 

La prima volta dimostranti armati di vernici al servizio -dicono- della causa dell’ambiente e simili hanno imbrattato la facciata di Palazzo Madama approfittando “vigliaccamente” di una rete di sorveglianza e di sicurezza minore rispetto ad altre che proteggono Montecitorio, o Palazzo Chigi, o il Quirinale, come ha ricordato il presidente Ignazio La Russa. Che ha naturalmente deciso di muoversi per ridurre lo svantaggio improvvidamente accumulato dai suoi troppo ottimisti predecessori. Come dargli torto? Ma i soliti, chiamiamoli così, ci hanno già provato lo stesso.   

Uno dei giornali più orgogliosamente nuovi e proiettati sul futuro, tanto da essere stato chiamato Domani dal suo editore Carlo De Benedetti, stanco della improvvida rinuncia dei suoi eredi alla ben più solida e diffusa Repubblica, ha diviso la sua prima pagina dopo il fattaccio fra una cronaca lacrimevole e un commento di solidarietà agli autori della protesta, realizzando così un secondo, sostanziale imbrattamento.  

“I politici -raccontava il titolo di cronaca dell’”azione contro il Senato”- hanno più paura di un pò di vernice che della crisi climatica”- “Un gruppo di militanti di Ultima generazione -continuava il racconto sommario dell’accaduto, con tutte le maiuscole e le minuscole al loro posto- ha imbrattato la facciata di palazzo Madama. I ragazzi rischiano multe e carcere. Intanto il governo Meloni annuncia nuove misure di sicurezza”. E che altro doveva fare?, mi chiedo considerando che le indagini e tutto il resto è competenza della magistratura rigorosamente libera e autonoma. 

“Hanno ragione loro a sposare la superficie dell’indifferenza”, gridava il titolo di un editoriale-arringa “in difesa degli attivisti” firmato dal direttore in persona, probabilmente gonfiando di giovanilismo il petto dell’anziano editore. Che i suoi anni, del resto, se li porta meravigliosamente. 

Il terzo imbrattamento, volontario o casuale che sia, è quello consumatosi con la denuncia fotografica, da parte di due giornali stavolta di area di destra, Libero e Il Tempo, di un Senato disertato dalle opposizioni nella seduta convocata, pur ad alberi di Natale ancora esposti e illuminati nelle case private e pubbliche, per l’annuncio, arrivo, deposito e quant’altro del decreto legge ormai abituale dal titolo, o soprannome, che parla da solo:  mille proroghe, in due o anche in una sola parola. 

Un’aula parlamentare desolatamente vuota, in tutti o in una parte cospicua dei suoi settori, fa sempre una certa impressione e, se volete, anche tristezza naturalmente. Ma imbrattarla di una malizia- direi- di sapore qualunquistico, nel segno di un’antipolitica che possiamo considerare indifferentemente figlia o madre dell’antiparlamentarismo, non mi sembra cosa di cui potersi vantare. E tanto meno scambiare per uno scoop. 

Si dirà in difesa di questi altri “attivisti” -per rimanere nel solco del direttore di Domani a proposito dei primi imbrattatori- che la seduta di cosiddetto annuncio o arrivo di un decreto legge, da convocare entro cinque giorni, è imposta dall’articolo 77 della Costituzione in un testo concepito e scritto nella presunzione di una effettiva, reale straordinarietà e urgenza dello strumento “temporaneo” -dice anche questo la norma costituzionale- del decreto legge. Ma il deposito, annuncio e quant’altro di simile non significa discussione e votazione in aula, essendo di due mesi il tempo lasciato alle Camere dalla stessa Costituzione per l’approvazione, conversione o come altro volete chiamare il sì  del Parlamento. Questo lo capisce anche un alunno di prima elementare, senza bisogno di arrivare all’Università e alla laurea in legge, e tanto meno alla cattedra. 

Se il livello di alfabetizzazione giuridica è sceso così in basso nella politica sia di chi la fa sia di chi la racconta e la commenta, è forse il caso di modificare l’articolo 77 della Costituzione con precedenza assoluta, priva di arrivare alle vette del presidenzialismo, e sue varianti, riproposto dalla presidente del Consiglio. Che vi è arrivata peraltro non per prima -come da donna a Palazzo Chigi- ma per ultima in una lista di presidenzialisti aperta già nell’Assemblea Costituente dal giurista e azionista Piero Calamandrei. Questo lo ricordo anche a quelli che in questo 2023 appena cominciato hanno l’aria di salire in montagna, come i padri o nonni partigiani della Resistenza, se davvero si dovesse arrivare all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, o del Consiglio. 

Pubblicato sul Dubbio

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Non usano solo la vernice gli imbrattatori delle istituzioni e della democrazia

Per favore -come dice spesso Papa Francesco  parlando di ciò che non vorrebbe sentire e vedere- finiamola di rincorrere con i giornali gli imbrattatori delle istituzioni, cioè della democrazia. Che non sono soltanto quelli -come Domani, il  nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti-spesisi contro le reazioni di biasimo agli ambientalisti  accanitisi con le loro vernici sulla facciata del Senato, simbolo di una democrazia sporca, insensibile e quant’altro. In dichiarata “difesa degli attivisti” il direttore in persona di quel quotidiano, Stefano Feltri, ha scritto e titolato che “hanno ragione loro a sporcare la superficie dell’indifferenza”. Bisognerebbe anzi ringraziarli, si è anche detto altrove, per avere usato vernici lavabili facilitando gli interventi di pulizia, più apprezzabili di quelli della Polizia. 

Mi imbarazza, inquieta, sorprende, indigna pure quell’aula del Senato a suo modo imbrattata anch’essa -senza bisogno che nessun attivista riuscisse a raggiungerla a e a rovesciarvi secchiate di vernice- con una foto che su Libero e sul Tempo, in prima pagina, incita praticamente all’indignazione popolare. E ciò per la diserzione dell’opposizione dalla seduta svoltasi -ha spiegato pur correttamente Pietro Senaldi sul quotidiano diretto da Alessandro Sallusti- “per annunciare il decreto Milleproproghe, provvedimento piuttosto importante, nel quale si possono provare  a infilare norme rimaste fuori della Finanziaria”. E che -aggiungerei- è purtroppo diventato un provvedimento ormai abituale. “Destra al lavoro, sinistra in vacanza”, ha titolato Libero, anche se non è stata offerta l’immagine di uno, uno solo dei senatori della destra diligentemente presente al suo posto. 

Il Tempo è andato oltre attribuendo in un fotomontaggio al presidente del Senato Ignazio La Russa una battuta in siculo-romanesco che, una volta tanto, la seconda carica dello Stato si è  risparmiata per non mancare al rispetto promesso ai senatori d’opposizione in occasione dell’insediamento: “Questi se so prorogati pure la fine delle vacanze”. 

Stento davvero a riconoscermi in questo giornalismo presuntuosamente “guardiano” -dicono gli esegeti- della verità e affini. Una seduta di “annuncio”, come l’ha chiamata Senaldi, di un decreto legge è imposta dall’articolo 77 della Costituzione nella parte in cui dice, letteralmente, che “quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni”. Per prenderne evidentemente atto, non avviarne già la discussione direttamente in aula e votare. 

Ebbene, questo articolo della Costituzione, per l’uso che riescono con tanta evidenza a farne i detrattori della democrazia, andrebbe modificato, prima ancora di altri di cui si parla in questi giorni in tema, per esempio, di presidenzialismo e varianti.

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