Giorgia Meloni smaschera la subordinazione del Pd nei rapporti con Giuseppe Conte

Offuscata solo dalla notizia della morte di Pelè, il re del calcio che ha entusiasmato generazioni di ogni colore, Giorgia Meloni si è giustamente guadagnata l’apertura di tutti i giornali con la sua prima conferenza stampa di fine anno come presidente del Consiglio. Essa è durata il tempo record di tre ore, durante le quali hanno potuto fare domande 43 giornalisti. 

Le risposte della prima donna alla guida di un governo italiano, fra regime monarchico e repubblicano, sono state liquidate in rosso dal solito, immancabile Fatto Quotidiano come “le bugie di fine anno”. Non contento di questa liquidazione sommaria, Marco Travaglio si è proposto nel suo editoriale di segnalare ai lettori “la bugia più odiosa”, fra quelle della presidente del Consiglio, senza tuttavia riuscirvi perché dalla lettura le bugie sono risultate tutte più o meno ugualmente odiose, soprattutto nella genericità, indeterminatezza e quant’altro degli autori, e quindi responsabili, degli “abusi” , veri o presunti, dei vari diritti -dalle intercettazioni al reddito di cittadinanza- che andrebbero pertanto meglio disciplinati o aboliti. 

Scontatissimo, direi, da parte di un giornale come quello nel quale più si riconosce -penso- l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, aspirante guida dell’opposizione di sinistra per lo stato sempre più liquido o gassoso in cui si è ridotto il Pd di Enrico Letta. E ormai di chiunque dovesse riuscire a succedergli nelle primarie congressuali di febbraio fra i candidati già iscrittisi alla corsa e quelli ancora tentati dall’avventura. 

Il ritrovato avvocato pugliese “del popolo” ormai ha la vittoria a portata di mano nell’opa lanciata sul Pd reclamando un nuovo gruppo dirigente meritevole di aspirare ad una ripresa dell’alleanza con i grillini. Lo dimostra, fra l’altro, la reazione contraria, cioè succuba, giunta subito dal Pd alla conferma da parte della Meloni dell’accordo col cosiddetto terzo polo per ripristinare la prescrizione abolita, con l’esaurimento del primo grado di giudizio, per iniziativa dell’allora ministro della Giustizia pentastellata Alfonso Bonafede. Che intervenne con una supposta introdotta in una legge di tutt’altro contenuto, criticata dal Consiglio Superiore della Magistratura ma, nonostante questo, lasciata nella promulgazione dal presidente della Repubblica. Dal quale si sarebbe potuto aspettare, quanto meno, un rinvio alle Camere per un’altra valutazione consentita dalla Costituzione.

Il ritorno alla prescrizione, e l’uscita conseguente dalla “improcedibilità” escogitata dalla successiva ministra della Giustizia Marta Cartabia predisponendo la durata massima dei vari gradi di giudizio con possibilità di allungamenti, significherebbe ritorno alla disciplina della materia che porta il nome di un altro ex ministro della Giustizia: Andrea Orlando, del Pd. 

Ebbene, pur di non compromettere la ripresa di un’alleanza con i grillini, della quale lo stesso Orlando al Nazareno è tra i più impegnati sostenitori, il partito tuttora guidato da Enrico Letta -ripeto- si è schierato contro l’accordo fra il centrodestra e il terzo polo confermato dalla presidente del Consiglio. Figuratevi per gli altri aspetti -a cominciare dalla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri- della riforma o “tagliando” della giustizia, come ha voluto definirlo la Meloni, su cui sta già lavorando l’”ottimo” -sempre parola della presidente del Consiglio- guardasigilli Carlo Nordio. 

Dalla conferenza stampa di fine anno della Meloni è uscito confermato anche il progetto costituzionale del cosiddetto presidenzialismo, anch’esso naturalmente avversato dal Pd nonostante fosse stato condiviso anni fa da una commissione bicamerale presieduta non da Silvio Berlusconi, allora capo del centrodestra a tutti gli effetti, anche per consistenza elettorale rispetto agli alleati, ma da un onorevole deputato della sinistra di nome Massino e di cognome D’Alema. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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