Renzi spiazza Calenda assaltando il governo col ritrovato amico Franceschini

Miracolo, a quanto pare, al Nazareno proprio mentre sul Corriere della Sera Antonio Polito annuncia che “il Pd si considera già sciolto”, tanto da impegnarsi in un dibattito su come chiamare quello che gli succederà. Partito Democratico del Lavoro con la sigla Padel o Pdl, che fu a suo tempo scelta da Silvio Berlusconi, nel centrodestra, per il Partito delle Libertà, al plurale, infelicemente improvvisato com Gianfranco Fini? 

Matteo Renzi, pur notoriamente impegnato a costruire con Carlo Calenda una “federazione” terzopolista, ha di colpo azzerato tutte le aperture del suo socio alla manovra finanziaria del governo di Giorgia Meloni all’esame del Parlamento per condurre col Pd una battaglia anche “ostruzionistica” contro l’abolizione del bonus cultura di 500 euro ai diciottenni. Che con un emendamento è stata progettata dalla maggioranza di centrodestra per destinare sempre alla cultura, ma in altro modo, qualcosa come 230 milioni di euro l’anno. 

Renzi ha improvvisamente ricostituito col suo ex collega di partito Dario Franceschini l’asse del 2016, quando istituirono insieme il bonus: lui da presidente del Consiglio e l’altro da ministro dei beni culturali. Si tolga quindi dalla testa la presidente del Consiglio di eliminare o solo trasformare un bonus -sostengono all’unisono i due amici ritrovati- copiato in Europa da Francia, Spagna e altri paesi. Una simile ostinazione, visti i tempi anche quest’anno strettissimi per l’approvazione della legge di bilancio, potrebbe così tanto rallentarne il percorso parlamentare da rendere inevitabile il ricorso all’esercizio provvisorio. Che, per quanto previsto dalla Costituzione, è generalmente considerato una disgrazia. Contro la quale si è già levata la voce del presidente del Senato Ignazio La Russa invocando lo spirito unitario da lui stesso appena avvertito, accanto al capo dello Stato, nel palco reale della Scala, a Milano, nell’apertura della nuova stagione teatrale. 

Pur di difendere il bonus ai diciottenni, indigenti ma anche ricchi, senza distinzione di reddito delle loro famiglie perché -come ha chiesto Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX- per un giovane “a che serve essere povero se non sei anche ignorante?”;  pur di difendere, dicevo, questo bonus Renzi si è dimenticato di avere promesso il giorno prima sostegno pressoché incondizionato al governo  Meloni per la riforma della giustizia anticipata alle competenti commissioni parlamentari dal guardasigilli Carlo Nordio. Al quale, compiaciuto, si erano talmente allargate le orecchie, nell’ascolto, da scatenare ieri la fantasia dileggiante del Fatto Quotidiano in una vignetta di dichiarata “satira difensiva”, dominata da un NO gigantesco ricavato con le prime due lettere del nome del ministro. Un NO evocativo -ahimè- anche di quello gridato, purtroppo con successo, nella campagna referendaria del 2016 sulla riforma costituzionale intestatasi orgogliosamente da Renzi nella doppia veste di presidente del Consiglio e di segretario del Pd. 

Benedett’uomo, non vorrei che per il senatore di Scandicci diventasse un’abitudine quella di impiccarsi politicamente da solo, trascinandosi appresso i malcapitati amici di turno.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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