La pentola del congresso del Pd senza il coperchio, come quella del diavolo

 Per quanto sia o soltanto appaia in una condizione eccezionale, alla ricerca addirittura di una identità perduta, se mai ne abbia avuta una davvero, essendo stato definito un amalgama mal riuscito da uno come Massimo D’Alema, che pure aveva partecipato alla sua fondazione, il Pd non è il primo e non sarà neppure l’ultimo alle prese con un congresso condizionato da ombre esterne. Come sarebbe quella di Matteo Renzi intravista o denunciata, per esempio, da Lucia Annunziata sulla Stampa dietro alla candidatura del presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini a segretario, sostenuta dal sindaco di Firenze Dario Nardella e da altri amministratori locali all’insegna della concretezza e del legame con i territori, più che con le varie correnti. Che sono proliferate al Nazareno come funghi non sempre commestibili, a volte anzi tanto tossici da eliminare segretari come il fondatore Walter Veltroni, l’imbattibile battutista Pier Luigi Bersani, leader delle metafore, e Nicola Zingaretti. Che sembrava un monumento alla mitica figura del funzionario di partito adatto a tutte le evenienze: un fratello a tutti gli effetti del commissarioMontalbano.

           Sono bastati vecchi rapporti di amicizia non rinnegati dopo rotture o divergenze politiche pur serie  per esporre Bonaccini e Nardella al sospetto di collusione con l’ormai nemico Renzi. Che sognerebbe di divorare elettoralmente, forse già fra meno di due anni, in occasione del rinnovo del Parlamento,  quella parte del Pd rifiutatasi di seguirlo nell’avventura prima di Italia Viva e ora della federazione con Azione di Carlo Calenda.

              È bastata un’intemerata verbale antirenziana della candidata ancora fresca di annuncio Elly Schlein per esporla al sospetto opposto di essere funzionale agli interessi, tutti esterni al Pd, di Giuseppe Conte. Che  sogna anche lui di assorbire o asservire il Pd e non perdonerà mai a Renzi di averlo rottamato quasi due anni fa come presidente del Consiglio per sostituirlo con Mario Draghi

             La Schlein, anche per via della sua mancata iscrizione al vecchio Pd per attendere di iscriversi al “nuovo” direttamente da segretaria, non si sa con quale dei tre passaporti di cui dispone, sembra fatta opposta per far sognare Conte. Di cui ha peraltro mostrato di condividere quanto meno i dubbi su altri aiuti militari all’Ucraina non votando la mozione favorevole presentata recentemente dal Pd alla Camera.

            Il congresso in cantiere al Nazareno mi ricorda un po’ quello della Democrazia Cristiana, il quindicesimo, nella primavera del lontano 1982. Che fu condizionato dalla paura, ombra e quant’altro di Bettino Craxi, improvvisamente affacciatosi a Palazzo Chigi tre anni prima su incarico del compagno di partito e presidente della Repubblica Sandro Pertini. 

Fra i democristiani nell’estate del 1979 ve n’erano ancora di fiduciosi di riprendere i rapporti col Pci interrotti dopo la tragica fine di Aldo Moro da Enrico Berlinguer. Al quale francamene tutto si poteva offrire in cambio di una riedizione della cosiddetta “solidarietà nazionale” fuorché l’appoggio ad un governo guidato dall’odiatissimo Craxi. Che d’altronde era stato messo in pista da Pertini non per farsi sostenere dal Pci ma per garantire personalmente alla Dc ancora guidata da uno scettico  Benigno Zaccagnini la sincerità e stabilità di una ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti e i partiti laici. Ma nello scudo crociato solo Arnaldo Forlani, astenendosi in una votazione conclusiva e negativa della direzione, si era mostrato incline a pagare per la ripresa dell’alleanza con i socialisti il prezzo di Craxi a Palazzo Chigi. 

           Era bastata comunque una settimana o poco più di trattativa vera col segretario del PSI per creare nella Dc, peraltro abituatasi ad ottenere da Berlinguer sostegni esterni a governi monocolori, un vero e proprio panico. Di cui decise di assumere la guida Ciriaco De Mita proponendosi poi al congresso come l’uomo che non avrebbe mai ceduto la presidenza del Consiglio al troppo ingombrante e pericoloso leader socialista. E così nell’elezione diretta del segretario al congresso De Mita vinse e Forlani perse, peraltro in un rimescolamento di correnti da capogiro, con i fanfaniani definitivamente spaccati fra lo stesso Fanfani e il suo ormai ex delfino Forlani, appunto.

            Poiché il diavolo fa notoriamente le pentole ma non i coperchi, l’anno dopo De Mita perse ben sei punti percentuali nelle elezioni per il rinnovo ordinario delle Camere. E, perdurando una dura opposizione di Berlinguer, che ne aveva fatto addirittura una dura “questione morale”, toccò allo stesso De Mita come segretario della Dc negoziare con Craxi -addirittura in un convento- la cessione di Palazzo Chigi. Che nel frattempo tuttavia era stato occupato per un anno e mezzo dal repubblicano Giovanni Spadolini, in carica con due governi, in particolare, fra l’estate del 1981 e il tardo autunno del 1982. 

            Ah, il diavolo. Vedremo, fatte le debite differenze, se e quali sorprese il maligno riserverà al congresso del Pd messo in cantiere da Enrico Letta e ai passaggi successivi.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 12 dicembre 2022

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