In ricordo di Gerardo Bianco, della benemerita e mai abbastanza rimpianta “razza” democristiana

Il mio carissimo amico Gerardo Bianco-  “il democristiano restio al potere”, lo ha definito Il Mattino; “il gentiluomo Dc”, l’Avvenire– se n’è andato a 91 anni compiuti  nel bel mezzo della crisi del Pd che avvalora tutte le previsioni da lui formulate quando la sua “Margherita”, dov’era confluito il Partito Popolare Italiano-ex Democrazia Cristiana da lui guidato per un certo tempo, decise di confluire con i post-comunisti nel Partito Democratico. 

Gerardo Bianco considerò quell’operazione innaturale, una forzatura destinata a complicare la già confusa situazione politica scaturita dalla fine della cosiddetta prima Repubblica e dal bipolarismo realizzato da Silvio Berlusconi contrapponendo una improvvisata coalizione di centrodestra alla sinistra di Achille Occhetto. Una contrapposizione che non non teneva conto peraltro del Partito Popolare di Mino Martinazzoli, presentatosi alle elezioni del 1994 in modo autonomo insieme con Mario Segni. Poi sarebbe nato, con l’attiva partecipazione di Bianco, una nuova edizione del centrosinistra con l’Ulivo guidato da Romano Prodi, ma in una prospettiva diversa da quella poi assunta strada facendo

Ciò che del Partito Democratico, con le dimissioni del primo segretario Walter Veltroni, avrebbe detto Massimo D’Alema- “un amalgama mal riuscito”- Gerardo Bianco lo aveva inutilmente preannunciato ai colleghi post-democristiani della “Margherita”, a cominciare da Franco Marini, ma anche a Romano Prodi. Che peraltro avrebbero sperimentato sulla propria pelle nel 2013 come candidati al Quirinale la inaffidabilità del partito che li aveva entrambi candidati: prima l’uno e poi l’altro, pugnalati alla schiena dai “franchi tiratori”. Il povero Marini, per giunta, era stato designato al Quirinale d’intesa col centrodestra, o almeno con Silvio Berlusconi.

Di Gerardo Bianco rimane memorabile la  prova di forza nel 1979 con l’allora segreteria della Democrazia Cristiana retta da Benigno Zaccagnini per l’elezione a capogruppo alla Camera, contro la candidatura di Giovanni Galloni imposta da Ciriaco De Mita, nella cui corrente lo stesso Bianco si era pure fatto le ossa. 

A sostenere Gerardo mediaticamente fu soprattutto Il Giornale di Indro Montanelli. Ricordo ancora l’ironia con la quale Francesco Cossiga, che di lì a poco sarebbe diventato presidente del Consiglio, parlando al plurale mi chiese -io allora lavoravo appunto al Giornale– che cosa ci fossimo messi in testa sostenendo la corsa di una brava persona ma solo a capo dei cosiddetti peones. Alla mia convinzione che la causa non fosse per nulla perduta egli rispose con una smorfia sarcastica delle sue. Alla sorpresa del risultato ebbe la cortesia e il buon gusto di una telefonata di complimenti anche a me. 

Gerardo tornò a fare il capogruppo democristiano alla Camera nel 1992, dopo un’esperienza di governo nell’ultima compagine ministeriale di Giulio Andreotti e le elezioni ordinarie di aprile. Ma la legislatura, travolta dai marosi di Tangentopoli e dal referendum contro il metodo elettorale proporzionale, durò meno di due anni. Bianco tuttavia diede del filo da torcere ai rassegnati alla ghigliottina giudiziaria e al Pds-ex Pci. 

Al suo omologo Massimo D’Alema, per esempio, che alla Camera, in un incontro fra le delegazioni dei due partiti, aveva chiesto -a sostegno della svolta costituita dalla formazione appena avvenuta del governo di Carlo Azeglio Ciampi- “un segnale di novità” consistente nell’annuncio del voto in aula a favore delle autorizzazioni a procedere contro Bettino Craxi, fu proprio Bianco in persona a rispondere per le rime nell’aula. Egli pronunciò un discorso di grande rispetto e comprensione per il leader socialista. Che grazie al voto dei democristiani vinse alcune delle votazioni contro di lui provocando, fra l’altro, per protesta il ritiro dei ministri del Pds dal governo ancora fresco di giuramento. 

Quando infine il partito di Occhetto e D’Alema reclamò lo scioglimento anticipato  delle Camere, nel 1994, sapendo che lo avrebbe ottenuto dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, giunse al Quirinale una formale richiesta di udienza da parte di Bianco. Che era contrario perché convinto che il governo Ciampi avesse ancora una maggioranza con la quale portare avanti la legislatura. Scalfaro negò l’udienza, deciso ormai a procedere alle elezioni anticipate -che peraltro il Pds-ex Pci avrebbe clamorosamente perduto a vantaggio del centrodestra di Berlusconi- sentendo solo i presidenti delle Camere, per obbligo costituzionale, non anche i gruppi parlamentari e rispettivi partiti. 

Uomo di forti convinzioni, di grande cultura classica e di profonda umanità, Bianco  non ha mai avuto paura delle cause anche impopolari ma giuste. Difese, per esempio, i vitalizi parlamentari dall’assalto populista dei grillini, come anche l’integrità del Parlamento dai tagli di una riforma, sempre voluta dai grillini e subita dai loro altalenanti alleati, destinata a far vedere i suoi effetti negativi in questa legislatura appena cominciata.

Addio, Gerardo. Anzi, arrivederci nella nostra comune fede religiosa. 

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