Attenti al peso di quei sei milioni di schede al macero perché inutilizzate

Il “piatto ricco mi ci ficco” non vale solo in cucina o a tavola, come preferite. Vale anche in politica, particolarmente nella lettura dei risultati elettorali quando si è a corto di voti ma non di fantasia, per cui ai primi si supplisce con la seconda. E si cerca di piantare bandierine anche dove non si dovrebbe, usurpando spazi, conquiste e quant’altro.

Titolo del Dubbio
Il titolo del Fatto Quotidiano sui risultati elettorali

 Mettete il caso del turno elettorale appena concluso, tra voti comunali, regionali e suppletivi, e soffermatevi sulla scoperta, chiamiamola così, del Fatto Quotidiano che a vincere non è stato praticamente nessuno, neppure la combinazione del Pd-5 Stelle vantata nel titolone di prima pagina e orgogliosamente contrapposta alle destre perdenti “anche unite”, nonostante la vittoria vantata da Silvio Berlusconi nelle regionali calabresi. Dove il centro-destra, grazie anche al trattino che l’ex presidente del Consiglio ha adottato e alla superiorità elettorale conservata dalla sua Forza Italia rispetto agli alleati, ha vinto alla grande.

Visto che i “non votanti”, come li chiama il direttore del Fatto Quotidiano, si sono confermati, anzi  rafforzati come “il primo partito d’Italia”, il più grande estimatore vivente di Giuseppe Conte ci si è voluto ficcare dentro scrivendo che a popolarlo sono “soprattutto i 5 Stelle in attesa di un’offerta credibile”. Che evidentemente non è, o non è ancora, e chissà se e quando diventerà quella dello stesso Conte finalmente insediatosi alla presidenza del movimento. E che ora -ha sempre scritto Travaglio- “dovrà trovare linguaggi e contenuti di populismo gentile e competente per recuperare almeno una parte delle periferie sociali ed elettorali che non si sentono rappresentate da nessuno”. O non più rappresentate, visto che dopo avere scommesso sui grillini, per esempio, nelle precedenti elezioni amministrative o nelle politiche del 2018, avrebbero ora, per la stessa analisi tentata da Travaglio, disertato le urne e rafforzato il già “primo partito d’Italia”.

Chissà se la finezza, o furbizia, di quel “populismo gentile e competente” supererà nella stessa redazione del Fatto Quotidiano il severo esame di Selvaggia Lucarelli, espostasi di recente in prima pagina contro il linguaggio troppo cortese o prudente di Conte. Che per difendersi o ripararvi provvide quasi nella stessa giornata a rinfacciare a Giorgia Meloni “il privilegio” della sua indennità parlamentare per contestarle il diritto di partecipare alla guerra appena dichiarata dai due Mattei -Salvini e Renzi- al cosiddetto reddito di cittadinanza, voluto dai grillini per sconfiggere finalmente, e addirittura, la povertà. Ricordate?

Del partito dei “non votanti” -di maggioranza relativa a livello generale sul piano amministrativo, secondo i dati di lunedì del Ministero dell’Interno, ma di maggioranza addirittura assoluta in molte delle grandi città, dove è andato alle urne meno della metà degli elettori chiamativi-  sono stato abituato a pensare tutto il male possibile prima a scuola e poi nelle redazioni dove mi à capitato di lavorare, pur non avendo avuto come maestri i discepoli a distanza di Antonio Gramsci. Il quale più dei fascisti odiava solo gli “indifferenti”, quali ben possono essere considerati i disertori abitudinari delle urne, spesso del resto accomunati non a torto agli evasori fiscali.

Vi confesso tuttavia che di fronte alle dimensioni ormai assunte dall’astensionismo comincio a chiedermi se sia giusto continuare a considerarlo come in passato, quando bene o male ci sentivamo un po’ tutti protetti in qualche modo da un sistema democratico abbastanza forte, fatto di partiti solidi, bene organizzati, con i loro congressi, le loro classi dirigenti selezionate eccetera eccetera. Adesso, con partiti senza idee, oltre che senza ideologie,  senza leadership o con leadership troppo personali, che finiscono paradossalmente per diventare la stessa cosa, mi chiedo se possiamo permetterci di alzare le spalle e continuare a dire che gli assenti hanno sempre torto. Che l’abbiano spesso avuto in passato non c’è dubbio, lasciando giocare la partita agli altri, come fecero i cosiddetti aventiniani lasciando a Mussolini il campo più libero di quanto già lui non fosse riuscito a procurarselo. Ma il passato vale ancora per il presente?

Mi chiedo se non sia il caso di cominciare a domandarci tutti insieme se gli assenti hanno davvero e sempre torto, così come i negozianti sono tenuti a dare sempre ragione ai clienti. E se anche gli assenti avessero ragione come a volte, quanto meno, hanno torto i clienti a pretendere, per esempio, prodotti di qualità a basso costo?

La vignetta di Sergio Staino sullla Stampa

Con un’affluenza alle urne ridotta ai livelli di domenica e lunedì scorso si dimezzano di valore, in un sistema rappresentativo già in crisi come quello parlamentare, anche le vittorie e le sconfitte. Penso alla vittoria, per esempio, del segretario del Pd che torna alla Camera votato da meno del 36 per cento del corpo elettorale del collegio in cui si è proposto. O alla sconfitta di un movimento come quello grillino – “scomparso al nord”, ha detto Romano Prodi-da cui però potrebbe continuare ancora a dipendere, nonostante l’isola milanese, il centrosinistra così orgogliosamente vincente da avere commosso il vecchio Sergio Staino sulla Stampa. E’ tutto vero o tutto falso? Chissà.

Pubblicato sul Dubbio

E se gli assenti, visto il numero, non avessero più torto ?

Titolo del manifesto

Abituato per una vita a pensare e a scrivere che gli assenti, almeno quelli volontari, cioè non impediti da malanni e altre circostanze sfortunate, hanno sempre  torto perché alla fine affidano la partita agli altri, mi capita alla mia bella età di dubitare dell’assunto di fronte al record di astensioni, cioè di diserzione delle urne, registrato in questo turno di elezioni un po’ di ogni tipo appena svoltosi: comunali dal nord al Sud e da est  a ovest, regionali in Calabria e suppletive per la Camera a Siena e a Roma. “Vittoria a metà”, ha sintetizzato e rimproverato  il manifesto con la solita titolazione felice a chi, a torto o a ragione, di questa vittoria ha rivendicato titolarità e merito.

Vignetta di Rolli sul Secolo XIX

Penso, tra i vincenti che hanno alzato mano, pugno, braccia e quant’altro,  e sventolato bandiere, innanzitutto al segretario del Pd Enrico Letta. Che, eletto alla Camera in un collegio toscano nel quale sono andati alle urne 35 elettori su 100, può finalmente tornare a Montecitorio “sereno”, come lo ha rappresentato Stefano Rolli sul Secolo XIX, non come ai tempi di Matteo Renzi alla segreteria del partito, e vantarsi delle città conservate o conquistate al primo turno col centrosinistra, senza o con la partecipazione di quel che rimane dei grillini: Milano, Bologna, Napoli. Egli ha tutti i motivi di compiacersene, per carità, ma sempre a metà, come dicono al manifesto.

Penso, sempre tra i vincenti dichiarati, a Silvio Berlusconi. Che, nonostante il sorpasso subitò dalla sua Forza Italia a Milano anche ad opera dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, pronti a superare la prossima volta pure i leghisti, si è sentito giustamente orgoglioso del primato conservato nella regione calabrese. Dove il centro-destra, come lui adesso lo chiama con tanto di trattino da tradurre presumibilmente  in una pausa mentre si pronuncia, ha sbancato concorrenti e avversari, onorando la memoria della compianta presidente Iole Santelli. Ma, ripeto, siamo sempre alla vittoria “a metà” per quella maledetta disaffezione che la sovrasta. E che Antonio Gramsci da sinistra, col fascismo che ne aveva approfittato, definiva a suo tempo “indifferenza”, aggiungendovi l’aggettivo “odiosa”.

Il Santuario del Divino Amore

Penso, inoltre, a Giorgia Meloni che si gonfia il petto per avere portato al ballottaggio nella sua Roma il sostanzialmente sconosciuto Enrico Michetti, ma deve ora mettere le tende davanti al Santuario del Divino Amore per pregare che la Madonna le dia una mano a convincere il buon Carlo Calenda a darle una mano nel secondo turno. Sennò vincerà il piddino Roberto Gualtieri coi voti dei grillini  sconfitti con la sindaca uscente Virginia Raggi e dal naso non turato, ma turatissimo.

Titolo della Stampa
Travaglio sul Fatto

Penso infine, sempre tra i dichiaratamente vincenti o soddisfatti, a un Giuseppe Conte che pure si trova a presiedere un movimento ridotto ai minimi termini, in quella che Massimo Panarari sulla Stampa ha definito “la Caporetto del grillismo”, scomparso ormai al nord e concentratosi, per postazioni di potere più che per voti, nella Napoli di Roberto Fico e Luigi Di Maio. E’ sempre comunque consolante per Conte vedere scrivere di lui dal solito Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano che “fra i vari ex premier in circolazione, è di gran lunga il più apprezzato dal “popolo”. Le virgolette al popolo le ha messe lo stesso Travaglio aggiungendo con insolita prudenza che “quel ricordo non dura in eterno”. Anch’esso, d’altronde, vale “la metà”, come tutto il resto.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Nessuno è inciampato per fortuna nella scheda elettorale

Per quanto di dimensioni simili a quelle ormai di un lenzuolo, tanti sono i candidati in corsa con e persino senza i rispettivi partiti, tra voti congiunti e disgiunti, nessuno è risultato inciampare nella scheda consegnatagli dal presidente del seggio, dopo la verifica dei documenti. Nessuno vi è inciampato almeno con i piedi. Se poi vi è inciampato nella cabina con le mani, o con le dita, sbagliando la croce o la preferenza in tanta confusione, nessun fotografo ha potuto certamente riprenderlo. E forse non se n’è accorto neppure lui, l’interessato e sfortunato elettore.

Mario Draghi al seggio, a Roma
Il “retroscena” di Repubblica

Immagino lo stupore paradossale, a Roma, del presidente del Consiglio Mario Draghi nel ricevere la sua scheda e pensare, compiaciuto, quanto gli stia riuscendo bene di governare da febbraio in uno scenario politico così vasto e pasticciato, affollato di partiti e correnti quasi tutti nella sua maggioranza di emergenza eppure così divisi fra di loro e al loro interno. Eppure c’è chi vorrebbe interrompere il lavoro di “SuperMario”, magari illudendosi che possa proseguire in altro modo e in altro posto, al Quirinale, collocando a Palazzo Chigi il competentissimo e fedelissimo Daniele Franco. Che lo affianca ora come ministro dell’Economia e si è visto oggi designato, candidato o solo immaginato alla successione  semplicemente da un giornale pur diffuso come Repubblica, abituato tuttavia a queste incursioni dal suo vecchio fondatore Eugenio Scalfari.

Quest’ultimo adesso è distratto da altri problemi e scadenze più personali, come ci ha appena raccontato lui stesso alla bellissima età di 97 anni: quasi 100, ha avuto il vezzo di aggiungere facendosi da solo gli auguri. Ai quali mi associo assai volentieri pur avendo avuto tante occasioni professionali e personali di dissentire dai consigli che diffondeva e delle mani che metaforicamente riusciva a mettere qualche volta anche nelle corse al Quirinale e nelle liste dei ministri, quando molti politici bussavano alla sua porta, o al suo telefono. Bei tempi, anche se non sempre felici: belli, perché pur sempre migliori dei nostri, ai quali davvero allora non pensavo proprio che si potesse arrivare.

Berlusconi al seggio, a Milano

Nella sfilata delle celebrità al seggio, chiamiamola così, mi ha colpito, oltre al silenzioso Draghi, il sempre imprevedibile Silvio Berlusconi. Che a Milano, a due passi dal Cenacolo, come hanno riferito le cronache, ha voluto a suo modo mettere la mani avanti ai prevedibili risultati a dir poco deludenti della sua creatura politica -di cui ora scrive col trattino per distanziare il centro dalle destre di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni- lamentandosi di come siano stati scelti i candidati. E auspicando altri criteri di selezione, magari da definire se e quando egli riuscirà a realizzare il sogno -a questo punto-di federare gli alleati. Vasto programma, direbbe il mai abbastanza rimpianto Charles De Gaulle.

Il vincitore italiano della Parigi-Roubaix

Di fronte a tanta ammissione o rassegnazione persino di uno come Berlusconi, che del centro-destra si considera un papà quasi come Beppe Grillo del MoVimento 5 Stelle, mi chiedo che bisogno avessero gli avversari nelle ultimissime curve della campagna elettorale di buttare su leghisti e fratelli d’Italia tanto fango: il classico spreco di energie, direi. E’ difficile che da tutta quella melma, impastata da inquirenti finti e veri, con barba e non, potrà uscire un campione paragonabile all’italiano Sonny Cobrelli, che ha appena vinto l’edizione forse più difficile e genuinamente fangosa della storica corsa ciclistica Parigi-Roubaix.  

A urne aperte, bocca chiusa, dita incrociate e fiato sospeso, per i più ansiosi

Chiamati alle urne in più di dodici milioni, chissà quanti alla fine voteranno davvero in questo vasto turno elettorale in cui è in ballo un po’ di tutto: a livello comunale, regionale e persino parlamentare, pur limitatamente a due soli seggi della Camera. Che sono uno a Roma e l’altro nel Senese per sostituire, rispettivamente, una deputata del Movimento 5 Stelle e uno del Pd dimessisi per altri incarichi in questa legislatura, peraltro, contrassegnata forse dal più intenso traffico politico di tutta la storia repubblicana per il passaggio degli eletti da un gruppo all’altro, senza rinunciare al mandato per l’assenza di “vincolo” garantita chiaramente dall’articolo 67 della Costituzione. Di cui sono diventati scrupolosi praticanti persino quelli fattisi eleggere, per esempio nelle liste pentastellate, anche per modificarlo, implicitamente impegnandosi così a rinunciare al seggio una volta usciti, o cacciati, diciamo così, dalla formazione con la quale si erano o erano stati proposti agli elettori. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come dice un vecchio proverbio.

Evidentemente, una volta aperto il Parlamento col tagliascatole, come propostosi o minacciato prima o addirittura in funzione dell’elezione, il tonno contenutovi deve essere piaciuto a molti dei deputati e dei senatori arroccatisi quindi nelle proprie postazioni come solo le tartarughe riescono a fare nei loro gusci corazzati.

Si potrà andare alle urne sino a domani con la sola mascherina antivirale, senza green pass, a bocca chiusa, dita incrociate e fiato sospeso, almeno per chi partecipa al voto con particolare ansia. Poi vedremo quanti saranno stati i veri indifferenti, che una volta erano pochi astenendosi e sono poi andati via via crescendo, col crescere della confusione politica o, come dicono alcuni sapientoni, con la fine o la caduta delle ideologie. Ma oltre alle ideologie sono spesso cadute proprio le idee, per cui si va votare con la pancia piuttosto che con la testa, per risentimento più che per sentimento, per rabbia più che per ragione, per rifiuto più che per adesione, insomma più contro che per. E spesso combinando cronache politiche e giudiziarie.

Se ne sono visti gli effetti particolarmente in questa legislatura cominciata nel 2018, riuscita in poco più di due dei cinque anni della sua durata ordinaria a bruciare così tanto e così rapidamente le “formule politiche” più o meno tradizionali da costringere il presidente della Repubblica, nella impossibilità da pandemia di ricorrere alle elezioni anticipate, a nominare un governo anomalo come quello -a mio modestissimo avviso- fortunatamente in carica: guidato con una buona combinazione di competenza, fermezza e duttilità da uno come Mario Draghi. Che per andare a lavorare a Palazzo Chigi dopo avere guidato, fra l’altro, prima la Banca d’Italia, come il compianto Carlo Azeglio Ciampi, e poi la Banca Centrale Europea, non ha avuto bisogno di alcun premio di incoraggiamento, o riconoscimento preventivo, come fu invece il laticlavio ben retribuito per Mario Monti nel 2011, in altre eccezionali circostanze.

Ho scritto abbastanza, credo, senza rompere -almeno volontariamente- il silenzio elettorale. Se poi pensate che lo abbia rotto lo stesso, me ne scuso.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Quei due -Salvini e Meloni- più si abbracciano e meno convincono

Trittico fotografico dell’Ansa
Vignetta di Stefano Rolli

Quei due -Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il “capitano” della Lega e la sorella neppure maggiore dei fratelli d’Italia liberatisi di Gianfranco Fini- più si abbracciano in piazza, per strada e davanti ai fotografi e meno convincono, dopo tutti i calci che si sono sferrati, e neppure sotto il tavolo: l’uno al governo, con tanto di ministri e sottosegretari, e l’altra all’opposizione, e contemporaneamente concorrenti in una stessa combinazione elettorale a un sorpasso che dovrebbe legittimare uno di loro alla carica di presidente del Consiglio nel caso, ormai non più scontato, di un successo quando saranno rinnovate le Camere. Più credibili delle foto romane che li hanno ripresi avvinghiati mi è sembrata la vignetta sfottente di Stefano Rolli, da “ultimo tango a Spinaceto”, sul Secolo XIX.

Della coalizione di cui i due si contendono, tra abbracci e sgambetti, la cosiddetta leadership dopo avere strappato negli anni scorsi al fondatore Silvio Berlusconi l’impegno di rimetterne la scelta direttamente agli elettori, in base ai voti portati a casa dai vari partiti, non è più certo neppure il nome. O la scrittura, come preferite. Noi continuiamo a chiamarla centrodestra, come il fondatore fece presentandola al pubblico una trentina d’anni fa tra le macerie della cosiddetta prima Repubblica, ma Berlusconi nel frattempo ha cominciato a scriverne, quanto meno, in modo diverso, mettendo un trattino tra centro e destra negli articoli che manda con frequenza crescente al Giornale di famiglia. Il centro insomma vuole prendere le distanze dalla destra, come si faceva nella Dc ai primi tempi delle trattative e dell’alleanza con i socialisti, mettendo o togliendo il trattino nel centrosinistra secondo le circostanze e le convenienze.

Se il trattino rispolverato potrà o dovrà servire a Berlusconi per rivendicare un giorno Palazzo Chigi, come elemento numericamente, oltre che idealmente, determinante dell’alleanza, non si può francamente dire adesso. Lo si può solo immaginare col permesso, naturalmente, dell’anagrafe. Che per Berlusconi, a 85 anni pur felicemente e appena compiuti, non è francamente vantaggiosa, aggravata dalla circostanza rimproveratagli dal pur amico Antonio Martino di non avere praticamente coltivato una successione dentro Forza Italia.  

Va detto comunque per onestà, a chiusura di una campagna per il voto prevalentemente amministrativo di domani, cui sono interessati sulla carta più di 12 milioni di elettori, che il centrodestra del trattino o non trattino non è il solo a soffrire, peraltro in condizioni peggiorate dalle solite incursioni giudiziarie: dal caso Morisi per la Lega ai presunti finanziamenti neri, in tutti i sensi, appena contestati alla destra meloniana.

Dalla prima pagina del manifesto

Il centrosinistra -senza il trattino per concorde linguaggio o scrittura sia di Enrico Letta come segretario del Pd sia di Giuseppe Conte come nuovo presidente del MoVimento 5 Stelle- in molte delle città in cui si sta per votare, e nelle regionali calabresi, neppure esiste. A Roma, poi, come ha impietosamente segnalato il manifesto, a Beppe Grillo è bastato un collegamento telefonico per seppellire con una risata sia la velleità dell’amica Virginia Raggi, consolata ancor prima di perdere, sia l’ambiguità di Conte. Che in uno strappo consentitogli dal segretario del Pd ha cercato di far cedere di volere davvero la rielezione della sindaca uscente contro il candidato piddino Roberto Gualtieri, e gli altri naturalmente.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il paradosso del Berlusconi leader politico sta nella sterilità

Titolo del Dubbio

Non è roba da psichiatria, per carità. Si mettano nuovamente l’anima in pace i magistrati di Milano, dopo essere stati presi di contropiede da Silvio Berlusconi con quell’orgoglioso e perentorio rifiuto di una verifica anche di natura psichiatrica, appunto, per vedersi riconoscere l’impedimento alle udienze del processo noto come Ruby ter. Che per una delle stranezze, a dir poco, del sistema giudiziario italiano -esso, sì, da analisi psichiatrica- è derivato contro l’ex presidente del Consiglio da un’altra vicenda giudiziaria, addirittura per prostituzione minorile, conclusasi però con la sua piena assoluzione. E poi anche con qualche sconfitta suppletiva delle giudici di primo grado che, avendolo condannato e per nulla trattenute dalla smentita subita in appello e in Cassazione, si sentirono diffamate da un bel po’ di giornalisti che le avevano criticate, fra i quali il sottoscritto, chiedendo centinaia di migliaia di euro di danni.

E’ solo da analisi psicologica e politica l’ultimo capitolo, in ordine rigorosamente cronologico, di quella che potremmo ormai definire la Berluconeide, versione in qualche modo aggiornata al Cavaliere e ai tempi nostri dell’Eneide, il poema epico di Publio Virgilio Marone  risalente al 19 avanti Cristo.

A Berlusconi, si sa, piace piacere, anche se non sempre ci riesce pur praticando con disinvoltura l’esercizio da lui stesso vantato di farsi concavo o convesso secondo le circostanze. Ho la sensazione che nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, quel giudizio sulla improbabilità, a dir poco, di un arrivo a Palazzo Chigi dei suoi pur alleati elettorali Matteo Salvini e Giorgia Meloni abbia avuto qualcosa a che fare col desiderio  di compiacere al telefono il direttore della Stampa Massimo Giannini. Che lo aveva chiamato per fargli gli auguri e scambiare due chiacchiere tradotte in un “colloquio”, a sua svolta scambiato da molti per intervista, smentita perciò dallo staff dell’ex presidente del Consiglio.

Chi legge abitualmente la Stampa e il suo direttore ha ben capito da tempo il poco gradimento, diciamo così, dell’una e dell’altro per l’ipotesi, anzi l’accidente, di un governo Salvini o Meloni. Già poco convinto di suo di un simile sviluppo della situazione politica ed elettorale del Paese, Berlusconi può quindi ben essersi spinto a parlare col cuore in mano della cosa a Giannini immaginando Draghi al Quirinale alle prese col problema di nominare il presidente del Consiglio dopo le elezioni, anticipate o ordinarie che potranno rivelarsi.

Berlusconi sul Giornale di famiglia

Che neppure a Berlusconi piaccia un governo Salvini o Meloni non è una mia illazione, o fantasia maliziosa, avendo appena letto sul Giornale della stessa famiglia Berlusconi un lungo articolo dell’ex presidente del Consiglio titolato in un modo che più chiaro non poteva certo essere: “Senza il centro moderato la destra regala il Paese alla sinistra”. “Forza Italia -ha scritto Berlusconi a proposito anche del voto amministrativo di domenica, che non si presenta obiettivamente facile per la coalizione portata al governo nazionale dal Cavaliere nel 1994, nel 2001 e nel 2008- non fa parte del centro-destra. Forza Italia è il centro-destra. Non si vince senza le nostre idee, oltre che ai nostri numeri. E noi siamo garanti della connotazione liberale ed europea della coalizione”.

Questo ragionamento ha tuttavia un limite, stavolta tutto politico e per niente psicologico. Il garante di un partito o di una coalizione è semplicemente il suo leader, a meno che non si vogliano imitare, o scimmiottare, i pentastellati che si sono inventati la distinzione fra Giuseppe Conte leader in quanto presidente dell’omonimo MoVimento e Beppe Grillo “garante” o “custode”, come più recentemente ha voluto definirsi il comico genovese.  Berlusconi è un uomo spiritoso ma, per fortuna, non un comico. Non può mettersi o sentirsi nella stessa posizione di Grillo separando fittiziamente le funzioni di leader e di garante, per giunta non in un partito ma in una coalizione di partiti.

E’ purtroppo accaduto negli anni scorsi, quando probabilmente egli riteneva indiscusso e indiscutibile il primato elettorale di Forza Italia, oltre che suo personale, che Berlusconi abbia imprudentemente teorizzato o accettato  l’assegnazione della leaderhip della coalizione, e quindi la candidatura a Palazzo Chigi, al partito più votato. Che è diventato nel 2018, per pochi punti di vantaggio sui forzizisti, la Lega di Salvini e potrebbe diventare la prossima volta la destra di Giorgia Meloni. E’ qui che sono nati i problemi, probabilmente destinati a crescere, anziché ridursi, al di là persino del rimprovero appena fatto a Berlusconi dall’amico sincero ed ex ministro degli Esteri e della Difesa Antonio Martino, in una intervista -guarda caso- proprio alla Stampa di Massimo Giannini, di avere troppo spesso sbagliato “nella scelta delle persone” e, ancor più, di non avere “coltivato una classe dirigente capace di rilanciare la sua politica”. Che pertanto è stata condannata -aggiungo io senza l’autorevolezza di Martino, per carità- a camminare solo sulle gambe, o essere portata solo sulle spalle, o essere appesa solo alla salute e all’età dell’ex presidente del Consiglio.

Mi sembra francamente difficile dare torto al detto, ma anche al non detto, di Antonio Martino, felicemente sopravvissuto con i suoi quasi 79 anni ben portati, peraltro tentato -mi è parso di capire- dal votare domenica a Roma per Carlo Calenda al Campidoglio e non per il candidato del centrodestra, alle 260 mila sigarette che ha calcolato, da buon economista com’è, di avere fumato “in tutta la vita”.

Pubblicato sul Dubbio

Berlusconi…denudato dall’amico Martino nella collisione con Salvini e Meloni

C’è della perfidia politica, ma anche un po’ personale, d’altronde comprensibile, nella reazione del direttore della Stampa Massimo Giannini allo sgarbo fattogli da Berlusconi dichiarandosi “frainteso”, o addirittura facendo smentire dal proprio staff di avergli rilasciato un’intervista per escludere, praticamente, che i due concorrenti della destra a Palazzo Chigi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, possano mai arrivarvi, almeno con un Draghi al Quirinale.

Titolo della Stampa di ieri

Declassato in giallo già in partenza da lui stesso, nel titolo di prima pagina, a “colloquio” il resoconto della telefonata di auguri fattagli nel giorno dell’ottantacinquesimo compleanno, senza quindi la pretesa di venderselo nelle edicole come una intervista, Giannini ha reagito a precisazioni, smentite e quant’altro con una intervista vera e propria, fatta di domande e risposte, del suo inviato Fabio Martini ad Antonio Martino. Che, tra i forzisti della primissima ora, è tra i pochi, forse l’unico oltre a Fedele Confalonieri, e a qualche familiare, ad avere con Berlusconi quello speciale tipo di rapporto -tra confidenza e autorevolezza- in grado di sopravvivere ad un dissenso anche netto e spietato.

Berlusconi e Martino sui banchi del governo

Così Martino, 79 anni da compiere a dicembre, mitica tessera numero 2 di Forza Italia, già ministro degli Esteri e della Difesa dei primi governi di Berlusconi, liberale a 24 carati come il padre Gaetano, mitico ministro degli Esteri ai tempi dei trattati europei di Roma, non  ha soltanto confermato l’inidoneità politica, diciamo così, sia di Salvini sia della Meloni, per quanto un po’ “maturata” negli ultimi tempi, a guidare un governo di centrodestra. Come egli naturalmente vorrebbe che fosse quello prossimo venturo: quando Draghi avrà compiuto la sua missione a Palazzo Chigi e nuove Camere subentreranno a quelle in cui i grillini arrivarono nel 2018 come una volta la Dc, da forza di maggioranza relativa, attorno alla quale fare ruotare gli equilibri politici.

In più, con la stessa sincerità con la quale una volta -pur senza raccontarlo nell’intervista- scrisse un biglietto a Berlusconi per esortarlo a non farsi prendere la mano, diciamo così, da donne di “molto senno e poco senso”, Martino ha amichevolmente rinfacciato all’ex presidente del Consiglio la responsabilità della curiosa situazione, a dir poco, in cui si trova il centrodestra.

Martino alla Stampa

“Silvio -ha detto testualmente l’amico- ha un grosso difetto: quasi sempre sbaglia nella scelta delle persone. Prenda i presidenti delle Camere: Pivetti, Casini, Fini. Quando ha fatto una scelta oculata, quella di Marcello Pera, poi non è stato conseguente”, sino a perderselo per strada. “Ma l’errore più serio -ha continuato impietosamente Martino-  è un altro….Non ha coltivato una classe dirigente capace di rilanciare la sua politica”. Di che cosa quindi lui può lamentarsi adesso?, è la domanda sottintesa a questo discorso.

Titolo del Giornale di oggi

La stessa candidatura di Salvini o della Meloni a Palazzo Chigi nasce d’altronde, pur senza che Martino glielo abbia ricordato, dalla concessione fatta all’uno e all’altra da Berlusconi di legare la leadership effettiva, in tutti i sensi, del centrodestra alla consistenza elettorale dei partiti componenti, quando probabilmente lo stesso Berlusconi si riteneva imprudentemente imbattibile sotto questo profilo. Oggi forse egli ha cambiato opinione, ma forse troppo tardi, avendo appena affidato o riproposto al Giornale di famiglia riflessioni secondo le quali “senza il centro moderato”, evidentemente più adatto a guidare un governo, “la destra regala il Paese alla sinistra”.  

La zampata…fraintesa di Berlusconi sul centrodestra sofferente

Titolo del Dubbio

Delle duecento telefonate -di cui ho letto o sentito- di auguri a Silvio Berlusconi per gli 85 anni felicemente compiuti, alla faccia di chi gli vuole male o solo ne sogna l’eredità elettorale con crescente impazienza,  l’unica ch’è finita sui giornali è quella fattagli dal direttore della Stampa Massimo Giannini. Che non dev’essere durata molto -vista la media di una ogni sei o sette minuti in diciotto ore, al netto quindi della notte- ma di cui Giannini ha riferito con garbata dovizia, pur fraintendendolo forse in un passaggio -vedremo- particolarmente delicato.   

La Cattiveria del Fatto Quotidiana sul compleanno di Berlusconi

E’ rimasto pacifico, non frainteso cioè, quel riconoscimento a Putin, riferito al direttore della Stampa a proposito degli auguri ricevuti pure da Mosca, di essere ormai l’unico o ultimo leader rimasto in questo mondo politicamente impoverito, a est quanto ad ovest. Dove invece Berlusconi ne ha visti e frequentati un bel po’, tutti purtroppo morti o tramontati.

Putin ospite di Berlusconi in Sardegna

Certo, la simpatia di Berlusconi per Putin è nota, senza bisogno di scomodare più di tanto il solito letto o lettone ricevuto in regalo, ma fa sempre una certa impressione vederla rafforzata. Una volta Paolo Guzzanti, pur deputato forzista allora alla guida di una commissione parlamentare d’inchiesta su certe cattive abitudini spionistiche di Mosca, gliela contestò duramente senza tuttavia turbarlo, ed essendone anche generosamente perdonato.

Ugualmente pacifico è rimasto il giudizio liquidatorio sulle capacità “modeste” del candidato socialdemocratico alla Cancelleria di Berlino, col quale però, dopo qualche resistenza iniziale del concorrente democristiano sconfitto, autorevoli esponenti tedeschi del Partito Popolare Europeo di cui Berlusconi si vanta di condividere opinioni e militanza, a cominciare da Angela Merkel, si sono congratulati,  incoraggiandolo così a fare il nuovo governo e smentendo l’avversario deciso invece a resistergli e a soffiargli i possibili alleati. Quando si perde un turno elettorale, sia pure di misura, anche in Germania, a lungo abituati a governi insieme di vincenti e sconfitti, se ne prende atto senza fare tante storie. E non è detto poi che un cancelliere democristiano possa fare oggi più comodo all’Italia di un cancelliere socialdemocratico in vista del negoziato europeo sul nuovo patto di stabilità, o come diavolo si preferirà chiamarlo, dopo la sospensione del vecchio per effetto dei danni procurati dalla pandemia.

Controverso invece è risultato, dopo il “fraintendimento” lamentato da Berlusconi, il passaggio in cui, deciso peraltro a “tornare in campo”, sempre che davvero lo abbia mai lasciato, anche durante i suoi controlli medici e simili, l’ex presidente del Consiglio  ha praticamente liquidato il centrodestra parlando dei problemi che lo affliggono, compresi quelli fastidiosissimi e imbarazzanti della Lega dopo l’infortunio bestiale, a dir poco, dell’ex portavoce ormai di Matteo Salvini.

Quest’ultimo sta probabilmente per avere conferme dei sospetti sull’operazione Morisi-  visto che traballa un po’ la storia del controllo fortuito di un’auto e di una successiva perquisizione dei Carabinieri in una residenza dell’allora portavoce del leader leghista- ma non per questo temo che riuscirà a limitare più di tanto i danni politici della vicenda. Che ha avuto la disgrazia suppletiva di  coincidere con un conflitto politico esploso col capo della delegazione leghista al governo Giancarlo Giorgetti, mica con un passante.

Titolo della Stampa di ieri
Massimo Giannini sulla Stampa

“Senta, siamo sinceri”, avrebbe detto Berlusconi a Giannini parlando di dove potrebbe trovarsi Draghi solo fra qualche mese, al Quirinale o ancora a Palazzo Chigi, come mi sembra di capire che l’ex presidente del Consiglio preferisca avendo egli detto che l’attuale capo del governo “deve durare”. “Se Draghi viene eletto presidente della Repubblica, poi a chi dà l’incarico di fare il nuovo governo? A Salvini? Alla Meloni? Ma dai, non scherziamo…”, si è sentito chiedere e rispondere da Berlusconi un Giannini non se più sorpreso o compiaciuto, che ha ironicamente concluso così, non so se in diretta o in differita, la cronaca della telefonata: “Auguri, presidente. A lei e al partito unico della destra divisa”.

L’ironia amichevole del Foglio su Berlusconi al Quirinale
Salvini e Meloni

Con tutta la simpatia che Berlusconi merita per l’ostinazione con la quale persegue e aggiorna il suo impegno politico guardandosi contemporaneamente da avversari ed amici, e dentro e fuori  i tribunali, comprese le redazioni amplificatrici delle inesauribili iniziative giudiziarie contro di lui; e con tutto il rispetto che merita il suo lamentato “fraintendimento” nella conversazione con un giornalista di pur collaudata professionalità come il direttore della Stampa,  mi sembra abbastanza credibile, o verosimile, che Berlusconi dia ben poche possibilità sia a Salvini sia alla Meloni di approdare a Palazzo Chigi dopo le prossime elezioni, anticipate o ordinarie che potranno risultare. E altrettanto improbabile mi sembra che possa aspirarvi lo stesso Berlusconi, alla sua età e nelle condizioni in cui si trova il suo pur amato e da lui fondato centrodestra, che sta arrivando alle elezioni amministrative di domenica col fiato a dir poco sospeso.

Partiti e schieramenti, un po’ tutti, messi in qualche modo a riposo opportunamente dal capo dello Stato col ricorso al governo atipico di Draghi nella legislatura più pazza della Repubblica , sono in una crisi dagli sviluppi davvero imprevedibili. 

Pubblicato sul Dubbio

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