Sergio Mattarella mandato allo sbaraglio dai suoi laudatori

            Finalmente sceso dal Colle dopo averlo visto lambire dal fango delle intercettazioni provenienti dall’indagine di Perugia sulla presunta corruzione di Luca Palamara, e sui contatti di vario tipo emersi per   condizionare il conferimento di importanti uffici giudiziari, Sergio Mattarella si è voluto intestare l’annuncio di una svolta al Consiglio Superiore della Magistratura che presiede per apposita norma costituzionale.

           “Si volta pagina”, ha detto testualmente il capo dello Stato dopo “il quadro sconcertante Mattarella.jpge inaccettabile” e “il coacervo di manovre nascoste” scoperto dalle indagini giudiziarie. Che sono peraltro lontane da una conclusione, per cui potrebbe venir fuori ancora dell’altro destinato a sorprendere e scandalizzare di più il presidente del Consiglio Superiore e della Repubblica.

               Oltre però espressioni tanto forti quanto generiche Mattarella non ha potuto andare perché la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che si è resa necessaria dipende da altri, non da lui. Dipenderà, in particolare, dal Messaggero.jpggoverno se si farà carico di un disegno di legge e dal Parlamento che lo dovrà approvare, attenendosi o modificando la Costituzione. Una cosa comunque sembra esclusa, ed è già importante: un’autoriforma dell’organo di autogoverno delle toghe, col pretesto di sventare chissà quale attentato alla loro autonomia da parte dei riformatori legittimi ma esterni quali sono con le loro iniziative il Governo e il Parlamento.

               Mattarella per ora, pur deplorando l’accaduto, si è messo a disposizione con i consigli, se gli verranno richiesti o se riterrà di formularli autonomamente nell’esercizio di quella funzione persuasiva che svolge prevalentemente dietro le quinte. Alla fine però toccherà sempre a lui dire l’ultima parola con la controfirma e la promulgazione della riforma in cui dovrà tradursi la svolta annunciata, o richiesta.

               L’occasione è stata colta da Repubblica, che con la sua testata di carta si considera forse in qualche modo affine a quella che presiede Mattarella, per enfatizzare con un titolone su tutta la prima pagina il ruolo del Presidente, collegandolo anche agli sviluppi dell’attività di governo in sede europea. Dove fervono dietro le quinte trattative e quant’altro per risparmiare all’Italia la costosa e politicamente rischiosa procedura d’infrazione per debito eccessivo.

            Tutto è “sulle spalle di un uomo solo”, ha gridato il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto Repubblica.jpgda Carlo Verdelli, declassando così sul campo tutti gli altri attori e protagonisti della scena istituzionale: a cominciare naturalmente dal presidente del Consiglio, già preoccupato di suo e intento a smentire che stia difendendo i conti italiani dalla bocciatura Gazzetta.jpgdella Commissione uscente dell’Unione Europea, e trattando una loro eventuale modifica, “col cappello in mano” per evitare la procedura d’infrazione. E neppure col cappello al piede, come lo ha impietosamente rappresentato il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno prendendolo sulla parola a proposito delle mani libere.

            Per quanto mossa spesso dalle migliori intenzioni, umane e persino politiche, come espressione di rispetto personale e istituzionale, l’enfatizzazione del ruolo del capo dello Stato, come di un “uomo solo” al comando a sua stessa insaputa, perché abbandonato, o quasi, da tutti gli altri, inadatti Mattarella a Verona.jpgalle loro funzioni o rinunciatari, non è né giusta né opportuna. Non giova neppure al presidente della Repubblica, sulle cui “spalle”, per attenersi alle parole della Repubblica di carta, si mettono tali e tante attese degli italiani da condannarlo a deluderli. E’ come se qualcuno, all’Arena di Verona, dove Mattarella  alla fine di una giornata così difficile, si è recato con la figlia per assistere alla Traviata nell’ultima sceneggiatura del compianto Franco Zeffirelli, avesse preteso che l’autorevolissimo ospite salisse sul palco per unirsi, anzi per sostituirsi ad Alfredo o a chissà chi altro.

 

 

 

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L’Occidente smarrito in Italia in odio a Donald Trump e a Matteo Salvini

            In attesa di verificare, davanti e dietro le quinte del vertice europeo, gli inevitabili effetti politici, negativi o positivi che finiscano per rivelarsi, di un governo italiano che resiste allaSchermata 2019-06-21 alle 05.22.38.jpg procedura d’infrazione per debito eccessivo su una posizione di dignitosa fermezza, e non solo di disponibilità al solito compromesso, grazie anche ad una rete di rapporti oltre Oceano che si è appena intestato il vice presidente leghista del Consiglio, conviene tornare sulle reazioni “domestiche” alla visita di Matteo Salvini a Washington dopo il successo elettorale del 26 maggio.

            Una volta gli Stati Uniti andavano bene ai partiti italiani di governo, e ad un certo punto anche al maggiore partito di opposizione, il Pci retto da Enrico Berlinguer e successori, qualunque fosse il colore politico dell’amministrazione americana, democratica o repubblicana. Certo, a sinistra poteva piacere più la prima che la seconda, e viceversa alla destra, anche quella missina che non aveva ancora chiuso del tutto i conti con la fine del fascismo e della seconda guerra mondiale, ma l’America rimaneva l’America. Guadagnarsene i favori era sempre un affare ambito.

            Ora che il mondo non è più bipolare e del muro di Berlino siamo in tanti a conservare in casa dei cocci  procuratici da amici fortunatamente testimoni o addirittura partecipi degli storici eventi del 1989, l’interesse per gli Stati Uniti è diventato peloso. Esso dipende dall’inquilino di turno alla Casa Bianca e da chi di volta in volta può trarne vantaggio in Italia.

            Il fatto che Salvini, senza peraltro compromettere più di tanto i suoi rapporti con Putin, o rovesciarne il giudizio, sia stato accolto a Washington, e ne sia tornato, con buona considerazione, facilitato peraltro dalla prospettiva non certo peregrina di diventare prima o poi il presidente del Consiglio, ha fatto perdere bussola e testa a molti che una volta solo a sentire criticare gli Stati Uniti, o dubitare della loro identificazione con l’Occidente, si strappavano le vesti.

            Il mio amico Ezio Mauro, per esempio, mi è sembrato sulla Repubblica di qualche giorno fa letteralmenteezio mauro.jpg smarrito. Si era perduto per strada l’Occidente, con la maiuscola. Per sua sfortuna non ha potuto leggerlo e consolarlo, con qualcuna delle sue celebri e fulminanti battute, il compianto americano ad honorem Gianni Agnelli, che lo volle giustamente alla direzione della sua Stampa, a Torino, e ci rimase male quando Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti glielo portarono via.

            Un Occidente in mano a Trump e un Trump, a sua volta, smanioso di farsi fotografare la prossima volta con Salvini senza bisogno di fingere poi di non ricordarsene, come accadde durante la campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca, sono per l’ex direttore di Repubblica ossimori da infarto.

            Non parliamo poi degli anti-americani viscerali di un tempo, che hanno trovato in Trump e in una protesi  Salvini finalmente la prova regina della loro antica diffidenza e ostilità per gli Stati Uniti. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio – e chi sennò?- ha pubblicato un titolo Fatto.jpgarticolo di Pino Arlacchi, già parlamentare della sinistra e direttore degli uffici delle Nazioni Unite a Vienna, in cui Trump è stato rappresentato come “il padrino” di una Mafia mondiale, che non poteva naturalmente non incrociare e arruolare il leader leghista inaffidabile, anzi penoso, nelle sue dichiarazioni di guerra in Italia a mafiosi e affini.

            Per il suo anti-americanismo viscerale Arlacchi aveva già messo in difficoltà negli anni Novanta Massimo D’Alema, che si diede da fare per procurargli quella destinazione alle Nazioni Unite arlacchi.jpgche gli consentisse di rinunciare al seggio rosso blindatissimo del Mugello al Senato. Dove lo stesso D’Alema fece immediatamente eleggere il magistrato allora più famoso e idolatrato nelle piazze: naturalmente Antonio Di Pietro. Al quale gli Stati Uniti piacevano Schermata 2019-06-21 alle 05.38.11.jpgmoltissimo, frequentandone gli uffici consolari a Milano e accettando ogni invito formulatogli oltre Oceano per descrivere la decapitazione giudiziaria, in corso in Italia, di un’intera classe dirigente troppo a lungo scambiata negli USA per un esempio di patriottismo anticomunista.

            Pensate un po’, Arlacchi è riuscito a scrivere che Di Battista.jpggli Stati Uniti si inventarono o ingigantirono negli anni Settanta e Ottanta i missili sovietici puntati contro le capitali europee per ingaggiare una corsa agli armamenti finalizzata al crollo economico e infine politico  di quel Paradiso in terra che era, secondo lui, l’Unione Sovietica.

            Alla scuola immaginaria di Arlacchi potrebbe ben iscriversi, per le idee che ha della politica estera, il grillino ricomparso minacciosamente sulla scena nelle ultime ore: Alessandro Di Battista, il Che Guevara dei Noantri.

 

 

 

 

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La Repubblica di carta chiede ai lettori quanto potrà durare ancora il Governo

              La Repubblica, quella di carta, che per un bel pò di anni  ha potuto vantarsi non a torto di avere dettato la linea a fior di partiti e di governi, umiliata nel lontano 1992 solo dal Pds-ex Pci, che dopo Repubblica.jpgla strage di Capaci non accettò la candidatura di Giovanni Spadolini al Quirinale sponsorizzata da Eugenio Scalfari preferendogli il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, ha scelto per il numero oggi in edicola non di dare una notizia, come dovrebbe fare un giornale, ma di rivolgere ai lettori una domanda: “Governo sino a quando?”.

              Qui siamo al rovesciamento delle parti. Chi deve informare e anche indirizzare il pubblico fa mostra di volere essere informato e indirizzato. E’ uno dei tanti paradossi di questa curiosa congiuntura politica, forse più grave di quella economica.

            Va inoltre contestato quel singolare: il Governo, con la maiuscola. E’ infatti sempre più evidente che i governi -consentitemi a questo punto la minuscolo- che convivono nel condominio del portiere, o amministratore, Giuseppe Conte sono più di uno: almeno tre, stando alle ultime cronache. C’è il governo dei ministri targati cinque stelle, i più numerosi e nutriti, per i portafogli di cui dispongono i loro dicasteri, a causa dei voti ottenuti nelle urne l’anno scorso, e non confermati il 26 maggio scorso, quando si è tornati a votare in tutta Italia, anche se per il Parlamento europeo e non per quello nazionale.

           Poi c’è il governo dei ministri targati Lega, meno numerosi per le ragioni appena indicate a proposito delle cinque stelle, ma più visibili, in Italia e all’estero, per le funzioni, l’esposizione mediatica, la indubbia capacità di comunicazione, e ora anche per la consistenza elettorale, maggiore rispetto ai grillini, del leader, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che non vuole rimettersi a livello nazionale con Silvio Berlusconi, dopo averlo Mattarella e Salvini.jpgpraticamente stracciato come socio del centrodestra, ma ne ha ereditato la capacità, tante volte vantata dal Dibba.jpgCavaliere dai giorni di Pratica di Mare in poi, di trovarsi in sintonia sia con gli Stati Uniti sia con la Russia-ex Unione Sovietica. E di questa posizione cerca di farsi forte nei rapporti con l’omologo grillino Luigi Di Maio, sostanzialmente paralizzato dalla paura di una crisi e di possibili elezioni anticipate, cui si è appena prenotato nel suo partito quel mezzo amico e mezzo concorrente Alessandro Di Battista.

           Infine c’è il governo apartitico, tecnico, istituzionale, e altro ancora nella fantasia dei cronisti, retroscenisti e persino costituzionalisti, di Sergio Mattarella, che li ha nominati insieme con tutti gli altri, del presidente del Consiglio Conte, che è riuscito a far dimenticare l’adesione di piazza al movimento dei grillini nel raduno al Circo Massimo dell’autunno scorso, del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e del ministro dell’Economia Giovanni Tria.

          Tutti assieme questi tre governi si sono incontrati e intrattenuti a colazione al Quirinale in vista del vertice europeo dove si discuterà, davanti e dietro le quinte, di tutti i problemi comunitari Rolli.jpge anche italiani aperti dopo le elezioni del 26 maggio, compresa la pratica, formalmente estranea agli ordini del giorno, della procedura d’infrazione per eccesso di debito messa in cantiere dalla Commissione uscente di Bruxelles. Che si è mossa un po’ perché i conti di Roma in effetti non tornano molto e un po’ per indebolire la posizione contrattuale dell’Italia nelle trattative per la distribuzione delle cariche comunitarie. Chi nega quest’ultima circostanza è solo un disinformato o, peggio, un ipocrita.

           Quanto potranno durare il Governo, con la maiuscola, o i tre governi, con la minuscola, che lo compongono, o la federazione virtuale che è stata realizzata almeno in Italia, visto che in Europa non si riesce proprio a farla una federazione, dipenderà non tanto da noi italiani quanto da loro -i  nostri cosiddetti soci nell’Unione- giudicando l’aggiornamento di bilancio improvvisato a Roma, con tagli di spese per due miliardi di euro, per spegnere il fuoco della costosa procedura d’infrazione. Questa è la pura verità. Chiunque ve ne racconti un’altra mente sapendo di mentire. Scusate la franchezza, ma abbiamo per fortuna la libertà di scrivere quelle che pensiamo, senza inseguire sotto l’arco di Tito le farfalle dei mini-bot, della tassa piatta e altro ancora.

             La ciliegina su questa torta della sostanziale impotenza o inconsistenza italiana in questo momento, chiamatela come volete, è stata messa con involontario umorismo dai funzionari, portavoce e quant’altri del Quirinale quando hanno dato notizia dell’incontro di Mattarella con i ministri e della colazione Gazzetta.jpgche ne è seguita, con tutti i conforti e la solennità del caso, precisando che tutto si è svolto in un “clima disteso” e “nessuna discussione”, letterale. Si è quindi mangiato soltanto, discorso del più e del meno, magari del gran caldo arrivato, e poi, si spera per tutti i commensali, ognuno ha digerito per conto suo.

           L’imbarazzo, a questo punto, è solo di dirsi o sentirsi soddisfatti più delle foto ufficiali dell’incontro fra i tre governi o delle vignette  che, grazie a Dio, riescono a farsi capire sui giornali dai lettori più degli articoli, dei più o meno dotti commenti e delle domande sparate nei titoli al posto delle notizie.

 

 

 

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Dietro quella Merkel tremante e quel Salvini arrembante

            Non è fine, lo so. Si tratta pur sempre di una signora, colta in un momento di difficoltà, peraltro affrontato e superato alla grande, senza “crollare”, come ha avvertito giustamente Repubblica, e rinfrancatasi rapidamente con tre Repubblica 2.jpgbicchieri d’acqua formato birra, magari. Ma quella foto della cancelliera tedesca Angela Merkel tremante, e a labbra strette, mentre Merkel 3.jpgla banda militare suonava gli inni d’ordinanza per l’arrivo dell’ospite ucraino a Berlino, è davvero galeotta. E’ l’espressione casuale ma formidabile del passaggio politico che stiamo attraversando, degli equilibri in cambiamento, di certe abitudini ormai tramontate. E’ come se ai loro tempi fossero state colte tremanti e impaurite -già, perché sul volto della Merkel si è letta anche un’umanissima paura- Caterina di Russia, Maria Tersa d’Austria, la Regina Vittoria di Gran Bretagna, la Golda Meir d’Israele, la Margaret Thactcher d’Inghilterra, la Madeleine Albright d’America: donne forti che hanno fatto, ciascuno a suo modo, la storia.

            E’ come se la Merkel, già in difficoltà dopo le ultime elezioni tedesche, rassegnatasi a presiedere il suo ultimo governo di coalizione fra popolari e socialisti, avesse fatto un altro passo verso il suo pensionamento fisico e politico, pur rimanendo attrice importante, e persino protagonista forse, del grande tramestio in Europa per gli assetti che dovrà darsi l’Unione con l’insediamento del nuovo Parlamento e, poi, degli altri organismi comunitari.

            Quella foto in difficoltà della Merkel può aumentare di significato se paragonata a quelle spavalde, diciamo così, del leader leghista e vice presidente italiano del Consiglio Matteo Salvini a Washington e di ritorno a Roma, col proposito dichiarato di far sentire a Bruxelles e dintorni la voce dell’Italia come prima non era mai accaduto. E ciò anche se a negoziare tutto per l’Italia nelle sedi europee non sarà lui, Salvini, ma un Giuseppe Conte. Che muore dalla voglia di dimostrare, almeno nelle apparenze e con le parole, di essere davvero il presidente del Consiglio, e non o non più una specie di assistente, avvocato, consulente dei suoi due vice: lo stesso Salvini e il grillino Luigi Di Maio. I quali, dal canto loro, e nonostante la rivitalizzazione fisica e verbale di Conte, smembrano avere davvero superato l’incomunicabilità delle settimane conclusive della campagna elettorale per le europee e le amministrative, e ritrovato la voglia di stare insieme: Di Maio per non andare in eventuali elezioni anticipate peggio del 26 maggio scorso, quando ha perduto 15 dei 32 punti percentuali di voti guadagnati l’anno scorso col rinnovo delle Camere, e Salvini per non rimettersi a tutti gli effetti, e a tutti i livelli, con Silvio Berlusconi, specie ora che nella Forza Italia del Cavaliere si stenta davvero a capire che cosa stia accadendo, come del resto succede sempre quando una storia va esaurendosi.

            Non è un caso che, tornato dagli Stati Uniti in una dichiarata, anzi ostentata sintonia col presidente Donald Trump, deciso ad investirla tutta sul piano del programma di governo e delle leggi da approvare anche a breve, Salvini Salvini e Di Maio.jpgabbia voluto incontrarsi con Di Maio in un convegno dove si sono toccate con  mano, diciamo così, le diverse predisposizioni avvertite verso i vincoli europei. Per sottrarsi ai quali, o comunque per cercare di cambiarli con le buone o le cattive, i due vice sono ormai più vicini fra di loro di quanto non ne sia lontano Conte con la paura che ha -e va forse anche compresa- di fallire nel tentativo che si è proposto, o si è lasciato imporre dal Quirinale, di evitare ad ogni costo la procedura d’infrazione per debito eccessivo, non si sa se più allestita o minacciata dalla pur uscente Commissione europea.

            Si sprecano naturalmente le analisi e le previsioni sul trumpismo di Salvini, diciamo cosi, ironicamente già riscritto dal direttore del Fatto Quotidiano all’anagrafe politica italiana come Matteo Trumputin, visti i trascorsi del leader della Lega con Putin. Una volta -gli ha rinfacciato Corsera.jpgMarco Travaglio- egli trovò Mosca una città più confortevole delle capitali europee. “Nozze d’interesse” sono state definite anche dal Corriere della Sera quelle di Salvini con Trump, come se non fossero d’interesse anche quelle, in Italia, fra Salvini e Di Maio.

            Nella sua nuova grafica d’attacco, alle notizie e non solo alle persone o alle forze politiche non condivise, Repubblica ha lanciato l’allarme sul “ricatto americano a Salvini”. Ed è con un certo stupore che se ne scopre poi, Repubblica.jpgnello stesso titolo, il contenuto o la finalità: la realizzazione del gasdotto Tap, con terminale pugliese in Italia, in funzione anti-Putin, per rovinargli gli affari energetici in Europa. Ma la realizzazione di quest’opera, in effetti contrastata per un ben po’ dai grillini, è stata sbloccata da tempo, con tanto di intervento personale del presidente del Consiglio già costato un bel pò di voti alle cinque stelle, che li hanno pure digeriti. Ed è stata sbloccata, quell’opera, anche per intervento personale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recatosi sul cantiere di partenza del viadotto, sulla frontiera greco-turca, per sottolinearne l’utilità, l’urgenza e quant’altro. Non si vede, quindi, francamente dove stia questo ricatto, se non nel vistoso a altisonante titolo della Repubblica, quella di carta naturalmente.

 

 

 

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L'”americano” Salvini fa tornare la politica italiana indietro di 50 anni

             La visita di Matteo Salvini negli Stati Uniti ha curiosamente riportato la politica interna italiana indietro di moltissimi anni, sino ai tempi del Muro di Berlino bene in piedi e presidiato, per quanto il mondo bipolare non ci sia più e la Nato non sia più quella di una volta, spesso mal tollerata persino dagli americani, almeno nelle apparenze.

            L’interesse che il leader leghista, vice presidente del Consiglio e ministro degli Interni, titolare Salvini in Usa 2.jpgdal 26 maggio del partito più votato in Italia, quasi com’era una volta la Dc, si è guadagnato al Dipartimento di Stato americano e alla Casa Bianca, sia pure fermandosi a parlare in quella magione per cause di mero protocollo solo col vice di Donald Trump, e l’eco italiana dei suoi incontri e delle sue dichiarazioni oltre Oceano hanno ricordato ai meno giovani le cronache degli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta. Allora negli Stati Uniti facevano la fila per essere ricevuti e ascoltati esponenti italiani della politica in pericolo, e quindi desiderosi o bisognosi di aiuto, o in crescita, e quindi desiderosi o bisognosi di gradimento e incoraggiamento. Persino i comunisti parteciparono ad un certo punto a quelle file, pur stando all’opposizione ma essendo desiderati in Italia da chi era al governo.

            Il più brutale, o franco, e anche spaventato, nella ricezione e nella rappresentazione dei segnali reali o solo Il Fatto.jpgpercepiti attorno al viaggio americano di Salvini è stato forse in Italia, e sotto le cinque stelle, Il Fatto Quotidiano con quel Salvini agli ordini di Trump” gridato Repubblica.jpgin prima pagina. E’ un tLa Stampa.jpgitolo sotto certi aspetti simile a “L’amicone americano” di Repubblica, ma anche al Salvini che “si piega all’agenda Trump” della Stampa.

            Non parliamo poi del Giornale della famiglia Berlusconi. Che, smanioso com’è di una crisi di governo per interrompereIl Giornale.jpg la missione affidata dallo stesso Berlusconi al leader leghista l’anno scorso di dividersi il potere col giovane Luigi Di Maio, pur di risparmiare a Forza Italia  le elezioni anticipate d’estate, o le elezioni tout court, dopo il sorpasso subìto nel centrodestra il 4 marzo, rivela “il patto segreto” d’oltre Atlantico, tradotto in questo titolo su tutta la prima pagina: “Salvini porta a Trump la testa dei grillini”. Per Verità.jpgLa Verità, sempre da destra, “la sponda” che Salvini ha cercato e ottenuto a Wasghinton “contro la Ue”, mentre fervono davanti e dietro le quinte contatti e trattative fra Roma e Bruxelles perLa Gazzetta.jpg fermare la procedura d’infrazione per debito eccessivo predisposta dalla Commissione europea uscente, è stata “pagata” dal leader leghista allineandosi a Trump nei rapporti tesi con Iran e Cina.

            C’è Giannelli.jpgda chiedersi a questo punto se e come il buon Emilio Giannelli aggiornerà sulla prima pagina del Corriere della Sera la vignetta, diciamo così, di previsione dell’incontro di chiarimento di Giuseppe Conte con i suoi due vice, dopo il ritorno di Salvini dagli Stati Uniti. “Il vostro  -fa chiedere Giannelli da Giuseppe Conte ai suoi due ex angeli custodi- è un contratto a termine o un contratto terminato?”. Bella domanda, viene voglia di dire. Ma è anche una domanda che in qualche modo riavvicina Conte a Di Maio dopo le incomprensioni degli ultimi tempi, prima e dopo le distrazioni del presidente del Consiglio nel lontano Vietnam, reduce da una conferenza stampa a Roma che sembrava avergli fatto spiccare il volo ben oltre le cinque stelle.

Quando Andreotti rallentò a Milano la carriera di Borrelli convincendo Craxi

Non solo l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, sospettabile di averlo detto per coprire l’amico e collega di partito Luca Lotti nei guai per i suoi rapporti d’albergo o d’altro tipo con i magistrati, ma anche l’ex ministro leghista della Giustizia Roberto Castelli ha definito “festival dell’ipocrisia” le proteste e le polemiche sul traffico, chiamiamolo così, delle carriere giudiziarie. E sulla crisi che ha investito così duramente il Consiglio Superiore della Magistratura da averlo portato sull’orlo dello scioglimento, scongiurato forse solo per il timore, giustamente avvertito dal suo presidente, che è lo stesso capo dello Stato, di vederne poi eleggere un altro con gli stessi difetti e gli stessi rischi, senza una preventiva riforma. Che è poi una parte della più generale riforma della Giustizia di cui tanto si parla, da tanto tempo, e così poco e male si riesce a fare.

Il “festival dell’ipocrisia” consiste nel voler fingere che le cose non siano andate, nel Palazzo dei Marescialli e dintorni, compresi alberghi e ogni altro ritrovo, come è emerso, nelle more della nomina del nuovo capo della Procura di Roma, dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone, registrando col sistema particolarmente invasivo del “Trojan”, immesso nel suo telefonino, tutti indistintamente gli incontri di Luca Palamara: un ex consigliere superiore ancora attivissimo, ed ex presidente sempre allertato dell’associazione nazionale dei magistrati, ora sotto indagine per corruzione a Perugia.

Non ho per fortuna -sarei persino tentato di dire- l’esperienza politica, di governo e quant’altro di Renzi e Castelli, ma ho una lunga esperienza professionale di giornalista che mi consente di dire con tutta tranquillità che le cose non sono sempre andate come è emerso dall’intercettazione costante di Palamara, 24 ore su 24, e a telefonico anche spento, se non ho capito male: una dannazione, insomma. Certo, non sono mancate interferenze politiche nelle nomine giudiziarie spettanti sulla carta all’organo di autogoverno della magistratura, ma non del livello, del tipo, dello stile, chiamatelo come volete, di quelle apprese in questi giorni, peraltro col solito sistema, generalmente deplorato e insieme tollerato, delle fughe di notizie, verbali e quant’altro ad alta velocità.

A questo proposito vi racconto la storia, credo non minore, anche per gli effetti clamorosi, poco importa a questo punto se del tutto casuali o anche voluti, che ne derivarono, compresa la fine della cosiddetta Prima Repubblica. E’ la storia della successione, nel lontano 1991, al famoso e autorevole Adolfo Beria d’Argentine alla Procura Generale della Corte d’Appello di Milano.

 

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Sono gli anni della Milano craxiana “da bere”. Quando il potere del leader socialista è stato sì ridimensionato nel 1987 con le elezioni anticipate – imposte dall’allora segretario democristiano Ciriaco De Mita proprio per interrompere anzitempo l’esperienza di Craxi a Palazzo Chigi, a capo di un governo di cui la Dc deteneva la metà dei Ministeri lasciandone l’altra divisa fra i socialisti, i socialdemocratici, i repubblicani e i liberali- ma sembra prossimo a tornare splendente con le elezioni ordinarie del 1992. Dopo le quali, gestite dal governo di Giulio Andreotti succeduto nel 1989 a quello di breve durata dello stesso De Mita, si danno per scontati il ritorno di Craxi a Palazzo Chigi, la promozione di Arnaldo Forlani da segretario della Dc a presidente della Repubblica  e la giubilazione di Andreotti a presidente del Senato. Dove a sorpresa il capo dello Stato Francesco Cossiga l’ha trasferito dalla Camera conferendogli il laticlavio destinato dall’articolo 59 della Costituzione a chi ha “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”: una generosità che provvidenzialmente, per l’allora presidente del Consiglio, lo avrebbe poi messo al riparo dal pericolo di arresto nei processi che avrebbe subìto, uscendone peraltro assolto, sia pure con un pizzico, diciamo così, di prescrizione che ancora gli contesta alla memoria il suo grande accusatore oggi in pensione. Si tratta naturalmente di Gian Carlo Caselli.

Nella Milano craxiana -ripeto- “da bere” il potenteAdolfo Beria.jpg e prestigioso Adolfo Beria d’Argentine va in pensione il 6 dicembre 1990. La pratica della successione arriva e procede veloce al Consiglio Superiore della Magistratura. Concorrono alla carica di procuratore generale alla Corte d’Appello, in ordine alfabetico, il capo della Procura della Repubblica di prima istanza nella stessa Milano Francesco Saverio Borrelli, il procuratore generale di Trento Adalberto Capriotti e l’avvocato generale Mario Daniele.

Racconterà lo stesso Borrelli nel 1998 a Marcella Andreoli, autrice di una sua biografia  –Borrelli, direttore d’orchestra- Libro Borrelli.jpgpubblicata da Baldini&Castoldi: “Il Consiglio Superiore della Magistratura decise di ascoltare tutti e tre per poter decidere a ragion veduta. La commissione incarichi direttivi ci convocò a Roma e ciascuno di noi fece il suo piccolo show” (pagina 158).

“Ma poi, poche settimane più tardi, salta fuori dal cappello del prestigiatore -racconta l’autrice del libro- un quarto nome, quello di Catelani”: Giulio Catelani, “giurista di estrazione cattolica”, spiega la stessa autrice, “incoraggiato” a candidarsi all’ultimo momento “dal presidente della Corte d’Appello di Milano, Pajardi”. E sarà proprio Catelani, proveniente da Firenze come presidente di sezione della Corte d’Appello, a vincere la gara e ad ottenere il 14 marzo 1991 la successione ad Adolfo Beria d’Argentine.

L’informatissima biografa di Borrelli riferisce che fu il presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura in persona, FrancescoCossiga.jpg Cossiga, a convocare a Roma con una telefonata il nuovo procuratore generale di Milano per consegnargli il decreto di nomina e per incoraggiarlo “tra arazzi, stucchi dorati e corazzieri a fare una visita anche a Palazzo Chigi”, da Andreotti. Il quale “in contraccambio” dell’omaggio ricevuto come presidente del Consiglio -racconta lo stesso Catelani con le parole di Marcella Andreoli (pagina 159)- “mi onorò della sua presenza quando mi insediai” a Milano, arrivandovi – “mai successo”, commenta l’autrice del libro- con ben tre ministri: quelli della Difesa, il democristiano Virginio Rognoni, del Turismo e dello Spettacolo, l’ex sindaco socialista milanese Carlo Tognoli, e dei rapporti col Parlamento, il liberale di elezione ambrosiana Egidio Sterpa, non quindi il ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli, da poco subentrato al vertice del dicastero di via Arenula al collega di partito e giurista Giuliano Vassalli, diventato il 4 febbraio giudice della Corte Costituzionale per assumerne la pur breve presidenza l’11 novembre 1999, pochi mesi prima della scadenza del mandato.

Tra Borrelli e Catelani, l’uno sottoposto gerarchicamente all’altro con quella imprevista successione alla Procura Generale della Corte d’Appello di Milano, “non era mai corso un gran feeling”, racconta la biografa del capo della Procuratribunale di Milano.jpg ambrosiana riportandone così il racconto, o la spiegazione: “All’inizio, ma è normale, mi sembrò un po’ spaesato: non conosceva i problemi della magistratura milanese, né i suoi uomini. Ma era anche impaziente: alle riunioni con venti o trenta pubblici ministeri in cui ognuno di noi manifestava il proprio punto di vista, improvvisamente lui diceva: “Va bene, ci siamo capiti, siamo tutti d’accordo”. Invece non lo eravamo per niente”.

Non deve quindi stupire più di tanto il fatto che, arrivato a Milano l’anno prima della esplosione di Tangentopoli con l’arresto in flagranza di mazzette del socialista Mario ChiesaChiesa.jpg e con la storica inchiesta “Mani pulite”, destinata a spazzare via tutti i partiti di governo e a compromettere anche l’esordio della cosiddetta Seconda Repubblica, visti gli scontri anche diretti fra Borrelli e Silvio Berlusconi; non deve quindi stupire, dicevo, il fatto che il successore di Beria d’Argentine rimanga a Milano solo quattro, agitatissimi e contestatissimi anni. Nell’autunno del 1995 egli chiede e ottiene dal Consiglio Superiore della MagistraturaCatelani lascia.jpg un liberatorio pensionamento. Viene sostituito da Umberto Loi in una gara alla quale per ragioni di evidente opportunità rinuncia spontaneamente di partecipare Borrelli, che vi concorrerà invece, vincendo, la volta successiva.

 

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Nel tentativo di leggere, interpretare, spiegare circostanze e ragioni dell’imprevisto e in qualche modo insolito arrivo di Catelani a Milano, nel suo libro del 1998 la biografa di Borrelli, precisando nella premessa il carattere “del tutto personale” delle sue “valutazioni”, pur maturate dopo “lunghe e preziose conversazioni” con lo stesso Borrelli, scrive: “Ricordate il Caf? Sembra che sia passato un secolo, ma non è lontano il tempo in cui il tridente Craxi-Andreotti-Forlani faceva il diavolo a quattro vincendo spesso le partite. Figurarsi se non guardava alla Procura Generale di Milano con interesse. L’inchiesta Duomo connection aveva già messo il naso negli intrecci tra mondo politico e mondo degli affari”. Ne era stata in qualche modo investita la giunta comunale di sinistra di Milano, guidata dal sindaco socialista Paolo Pillitteri, cognato di Craxi.

Ebbene, proprio parlando delle prime anticipazioni di quel libro comparse, fra l’altro, sull’Espresso, quando già le sue condizioni di salute erano peggiori di quanto lui non ritenesse, tanto che lo avrebbero portato alla morte in poco più di un anno, Bettino mi raccontò e svelò nella sua casa tunisina  l’arcano di quella prima mancata nomina di Borrelli a procuratore generale della Corte d’Appello di Milano, sorpassato all’ultima curva da Catelani.

Non ci furono emissari e mercati di chissà quanto basso livello. Accadde solo che Andreotti in persona chiese a Craxi un incontro urgente e riservato, nel quale di prima mattina gli domandò, sorprendendolo non poco, se i “tuoi a Milano” avessero davvero preso impegni a favore dellaCraxi e Andreotti.jpg promozione di Borrelli. Bettino gli chiese le ragioni di quella domanda: in particolare, se gli risultassero condizioni ostative alla promozione del capo della Procura milanese. Andreotti gli rispose che non ne esistevano di nessuna natura, se non di opportunità. Borrelli -gli spiegò- aveva fatto la sua carriera tutta a  Milano: giudice del tribunale, consigliere di Corte d’Appello, presidente di sezione, procuratore aggiunto, procuratore capo. Diventando procuratore generale della Corte d’Appello a nove anni di distanza dalla pensione, egli avrebbe di fatto accumulato un potere d’influenza anomalo.

Il ragionamento di Andreotti parve -ahimè- condivisibile a Craxi, che forse non immaginava i sospetti, a dir poco, cui avrebbe potuto prestarsi il suo assenso a chi era destinato a farne le spese e ne fosse stato in qualche modo informato. O avesse solo potuto averne sentore.

Alla fine dell’incontro fu lo stesso Andreotti, un conoscitore non certo sprovveduto degli umori e degli equilibri del Consiglio Superiore della Magistratura pur presieduto dal vulcanico Cossiga, che aveva privato con una sfuriata pubblica di alcune deleghe il vice presidente Giovanni Galloni, a prospettare l’ipotesi di Catelani, proveniente da Firenze e più vicino alla pensione.

La riservatezza alla quale Craxi mi vincolò raccontandomi questo retroscena -e che retroscena- fu legata al percorso non tanto della sua vita ormai compromessa quanto di quella di Andreotti. Della cui buona fede, nell’intervento sulla vicenda milanese di Borrelli, Bettino era tanto convinto  da reagire malamente a chi, parlandogli, sospettava lo zampino, o qualcosa di analogo, dell’allora presidente del Consiglio, e suo ex ministro degli Esteri, in tutto ciò che andava maturando  e sarebbe rovinosamente esploso nella “mia” Milano, come diceva Craxi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ed ecco a voi il capitano Matteo Salvini a stelle e strisce

            A vedere, ancor più che a leggere, il giornale italiano di destra più simpatizzante per la Lega, che è Libero, Matteo Salvini sta facendo negli Stati Uniti d’America, con la sua visita finalmente avviata, gli esami Libero.jpginternazionali di Stato per diventare presidente del Consiglio a Roma, specie ora che il suo partito è salito al 34 per cento di voti e più, mandando al terzo posto il movimento grillino di quelle cinque stelle davvero misere rispetto alle ben più numerose e note della bandiera americana.

            “Se passa il test” dei suoi incontri negli Usa, Salvini “potrà pensare in grande”, dice Libero nel titolo di prima pagina. “Sarà ascoltato come un presidente del Consiglio in pectore”, ha scritto Alessandro Giuli. Un po’ di ragione gliela dà anche l’antileghista Repubblica, il cui esperto di cose americane, e non solo, Federico Rampini ha osservato: “Se lui è l’uomo forte”, come in Italia lo considerano gli amici per omaggiarlo e i nemici per combatterlo, ”gli americani si aspettano che la politica estera non la facciano i 5 stelle” alla Di Maio o Di Battista o altri ancora.

            Sullo sfondo della trasferta americana di Salvini rimane quella curiosa foto mezzo rinnegata da Donald Trump, scattata col leader leghista  italiano durante la campagna elettorale dell’allora candidato Salvini con trimp.jpgalla Casa Bianca, scattata quasi a sua incredibile insaputa, senza rendersi ben conto di chi gli avessero messo davanti a portata di stretta di mano. Ma da allora va riconosciuto che Salvini ha fatto un bel po’ di progressi, oggettivi e soggettivi, per guadagnarsi una maggiore considerazione nel pur sempre cangevole entourage del presidente americano. Le distanze che egli ha preso, all’interno del governo italiano, dagli affari con la Cina sulla cosiddetta Via della Seta, e dall’equivoca posizione sulla crisi venezuelana, e l’acqua versata nel vino dei brindisi con gli amici di Mosca hanno ridotto di parecchio diffidenze e timori verso di lui negli Stati Uniti. E lo hanno reso decisamente più affidabile dei suoi temporanei alleati in Italia, anche se Trump continua a rispondere alle telefonate del presidente del Consiglio Conte e a chiamarlo “Giuseppi”, per quanti sforzi facciano i suoi consiglieri e lo stesso Conte per fargli capire che si chiama Giuseppe.

            Qualcuno nella Lega si è spinto, in tema di speranze sugli effetti della visita di Salvini in America, molto in avanti, o anche molto indietro, se preferite ricordi, analogie e quant’altro. In particolare, si è spinto riservatamente, parlandone nei corridoi di Montecitorio, a paragonareDe Gasperi in Usa.jpg il “capitano” leghista addirittura al mitico presidente democristiano del Consiglio del dopoguerra Alcide De Gasperi. Che nel gennaio del 1947 s’imbarcò su un quadrimotore con la figlia  per una visita in America che gli fruttò una linea di credito di 100 milioni di dollari e il coraggio, una volta tornato in Italia, di licenziare il Pci di Palmiro Togliatti dal governo, lasciando senza alcun imbarazzo che ne uscisse anche il Psi di Pietro Nenni.

            Certo, c’è un po’ di fastidio non solo politico a paragonare al Pci di Togliatti e al Psi di Nenni, costernato nei suoi diari del “cambiamento” confessatogli da De Gasperi di ritorno dagli Stati Uniti, il movimento grillino sia dello scorso anno, con quel 32 per cento spropositato di voti raccolto nelle urne e la conseguente prenotazione di Palazzo Chigi, sia di questo 2019, col 17 per cento e un presidente del Consiglio che cerca di tenersi ancora su declamando la propria qualifica e le proprie generalità davanti al primo microfono a portata di bocca come un gelato, col caldo che fa.

            Se poi una crisi di governo azionata con la forza procuratagli dagli incontri americani dovesse fare intestare a Salvini anche le elezioni anticipate, sarebbe già pronto il nuovo capitolo della vicenda politica Repubblica.jpgitaliana immaginata, per esempio, da Repubblica col titolo di prima pagina in cui si indica nel Quirinale “la vera posta in palio”. In effetti sarebbe destinata ad essere ben diversa la successione a Sergio Mattarella nel 2022, fra tre anni, se il Parlamento rimanesse questo, coi grillini in testa alla graduatoria dei gruppi, o diventasse un altro, coi leghisti a dare le carte.   

 

 

 

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Le lacrime di coccodrillo per il mancato senatore a vita Franco Zeffirelli

            Al diavolo le cronache dei partiti, del governo, anzi dei due governi, quanti ne vedono fior di analisti incapaci di vedere davvero insieme i due movimenti che lo compongono, e persino di quel Consiglio che si continua a chiamare Superiore della Magistratura, ma che ogni giorno di più si rivela inferiore a tutte le peggiori aspettative, o paure, man mano che compaiono sui giornali le intercettazioni in libera uscita dagli uffici giudiziari che dovrebbero custodirle nell’inchiesta in corso a Perugia su Luca Palamara, ex consigliere e presidente dell’associazione nazionale delle toghe: tutto, per cortesia, al minuscolo. Oggi dobbiamo parlare del compianto Franco Zeffirelli, morto a 96 anni nella sua abitazione romana, sull’Appia Antica, con la mano nella mano del figlio adottivo Luciano. Che ha sacrosantemente definito il padre “un gioiello che Dio s’è preso e se lo terrà stretto”.

            Non vi è giornale, neppure quello che si considera il più anticonformista del mercato editoriale, cioè Il Fatto Quotidiano, che non abbia speso parole di elogio per Zeffirelli e sparso lacrimeIl Fatto.jpg che mi permetto però di definire qualche volta di coccodrillo, come i commenti affidati alle agenzie da tutte le Messaggero.jpgautorità, maggiori e minori, di questa davvero curiosa Repubblica. Un cui presidente, legittimamente eletto dal Parlamento, di suo ha sentito di poter conferire a un italiano già allora celebre in tutto il mondo, nel lontano 23 aprile 1977, solo il titolo di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica, con tutte le maiuscole al loro posto.

              Eppure quel presidente era un uomo dal cuore generosissimo: Giovanni Leone, che l’anno dopo avrebbe Repubblica.jpgrimesso il posto al Quirinale, costretto alle dimissioni sei mesi prima della scadenza del mandato, per avereCorriere.jpg cercato di salvare la vita di Aldo Moro non allineandosi alla cosiddetta linea della fermezza adottata dal governo allora in carica dopo il sequestro dello statista democristiano effettuato dalle brigate rosse fra il sangue della sua scorta.

            Nessuno al Quirinale ha mai pensato di nominare un uomo come Zeffirelli senatore a vita applicandogli l’articolo 59 della Costituzione: quello che premia col laticlavio i “cittadini che Repubblica 2 .jpghanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. A portare l’artista, letteralmente, a Palazzo Madama fu nel 1994, facendolo eleggere in Sicilia, l’esordiente in politica Silvio Berlusconi con Forza Italia, lasciandovelo peraltro per due sole legislature, che furono poi una e mezza per la brevità della prima: dal 1994, appunto, al 2001. Poi, magari proprio col pretesto di quel primo e unico arrivo col partito Zeffirelli al Senato.jpgdel Cavaliere, non vi fu presidente della Repubblica politicamente tanto coraggioso da riportarlo, questa volta a vita, a Palazzo Madama. Dove il povero Zeffirelli, ormai avviato alla morte, fu riaccompagnato solo qualche mese fa, in aprile,  per una festa organizzata in aula in suo onore dalla presidente, guarda caso forzista, dell’assemblea Maria Elisabetta Alberti Casellati, che gli consegnò il premio di “Eccellenza e genio italiano nel mondo”.

            Scusa, Maestro, la insipienza e, direi, anche la volgarità di una Repubblica che semplicemente e dolorosamente non ti ha meritato.

 

 

 

 

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Se un garantista impazzisce davanti al Palazzo dei Marescialli e dintorni

             Sì, lo so bene, anzi benissimo. Da garantista non dovrei scriverlo, e neppure pensarlo. Ma le vicende del Consiglio Superiore della Magistratura e dintorni, che hanno ormai occupato stabilmente le prime paginePalazzo dei Marescialli.jpg dei giornali relegando spesso a spazi minori anche i minacciosi  scambi epistolari e verbali fra Bruxelles e Roma  sui conti sempre malandati o controversi d’Italia, sono ormai tali che mi chiedo perché non siano ancora scattate le manette ai polsi di qualcuno degli indagati o affini.

            Penso, per esempio, all’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati ed ex membro dello stesso Consiglio Superiore Luca Palamara, che pure ricordo con una certa simpatia per avere partecipato una volta con lui alla presentazione del libro di un comune amico sulla storia del Giro d’Italia in Rolli.jpgbicicletta. E che, francamente, non avrei mai immaginato così sprovveduto, a dir poco, da trascorrere una notte in una stanza d’albergo, o qualcosa del genere, non per spogliare una bella donna ma per immaginare, con amici, ex colleghi, parlamentari e quant’altri, di fare indossare a qualche magistrato in carriera una toga più graduata.

            Non penso invece all’ex sottosegretario, ex ministro e tuttora parlamentare Luca Lotti in manette sia perché non sarebbe stato per fortuna facile applicargliele ai polsi per quel poco che è ancora rimasto delle immunità parlamentari dopo la riforma dell’articolo 68 della Costituzione, imposta a furor di piazza  negli anni di “Tangentopoli” e “Mani pulite”, ma perché ai miei sciagurati e improvvisi malumori giustizialisti basta e avanza l’amico di Matteo Renzi che Vauro Senesi nella vignetta di prima pagina del Fatto Quotidiano ha appeso allo stenditoio del Pd, credo sulla terrazza del Nazareno. Dove Lotti fa compagnia ai suoi indumenti dopo essersi sospeso dal partito volontariamente, diciamo così, forse deludendo qualcuno che ne reclamava le dimissioni direttamente. Che, secondo i malvagi, sarebbero state più opportune per il suo stato di imputato in attesa di giudizio nel tribunale di Roma, col coinvolgimento perciò di una Procura ai cui avvicendamenti di vertice lui s’interessava, magari a sua insaputa, nelle più o meno occasionali partecipazioni a conciliaboli d’hotel.

            Diciamo la verità, questa è una vicenda che non può non lasciare l’amaro in bocca, o l’amarissimo con i soliti abusi di pubblicazione di intercettazioni coperte dal segreto istruttorio ed eseguite con quelle diavolerie da troie -pardon, da “trojan”- iniettati con un clic nel telefonino del malcapitato di turno. E ciò forse anche in deroga alle pur larghe maglie consentite dalla legge, secondo i dubbi espressi pubblicamente da Cosimo Ferri: uomo di toga e di politica insieme, quindi da considerarsi assai competente.

            Peccato che in questo tramestio di alberghi e palazzi, cui non è stato risparmiato dalle cronache neppure il sacrissimo Quirinale, dove il capo dello Stato trascorre tutto il tempo libero lasciatogli dalle funzioni che la Costituzione gli affida anche di presidente del Consiglio Superiore Savona.jpgdella Magistratura, sia per forza di cose sfuggita ai più la preziosa prestazione di governo offerta, in qualche modo fuori ordinanza, dall’ormai ex ministro Paolo Savona. Che in veste di presidente della Consob ha pubblicamente smontato almeno in parte, con voce ferma e giovanile, a dispetto dei suoi 80 anni e più,  il castello di carte e di parole montato da tempo a Bruxelles e dintorni contro il debito pubblico italiano, ignorando il grande risparmio privato che in qualche modo lo compensa. E non giustifica, quindi, i giudizi comunitari “prossimi a pregiudizi”, denunciati da Savona.

           Quest’ultimo forse non prevedeva di vedersi poi contestare la sua coraggiosa uscita anche da un giornale che pure dovrebbe partecipare, almeno nei giorni pari o dispari, come preferite, alla causa della sopravvivenza dei grillini al governo. “Ma il presidente Consob non dovrebbe pensare alla vigilanza” sulle societàIl Fatti.jpg che si giocano il loro presente e avvenire nelle Borse ?, ha chiesto in un titolo sopra la testata il severissimo Fatto Quotidiano: sempre lui.  Che evidentemente ignora tutte le speculazioni finanziarie che il signor Spread, ormai noto anche ai fiorai ambulanti, conduce da tempo cavalcando il discredito che fanno del debito pubblico italiano gli Stati e le banche concorrenti, in Europa e altrove.

 

 

 

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