Più che al Senato per la Diciotti, Salvini rischia alla Consulta per la sicurezza

Non è per niente detto che il fronte più rischioso su cui sta combattendo Matteo Salvini sia quello del processo che gli vorrebbero fare a Catania per sequestro aggravato di persona, abuso d’ufficio e altro. E neppure dopo che il presidente della Camera Roberto Fico, volente o nolente, ha cercato di sgambettarlo politicamente intervenendo contro di lui nel dibattito in corso fra i grillini, al Senato, su come rispondere all’azione promossa dal cosiddetto tribunale etneo dei ministri, in difformità dall’archiviazione richiesta dalla Procura della Repubblica, per la vicenda del pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti. Dove il ministro leghista dell’Interno fece trattenere  per quattro o cinque giorni in agosto più di 170 immigrati, doverosamente soccorsi in mare, per trattare a terra la loro ripartizione fra più paesi europei e i vescovi italiani. Che furono poi poco solerti a trattenere gli ospiti nelle destinazioni assegnate loro vicino Roma.

Voglio proprio vedere, quando verrà il momento nell’aula del Senato, tutti i grillini votare contro Salvini, e le garanzie costituzionali che gli spettano nell’azione di governo per il perseguimento di un interesse superiore, peraltro riconosciutogli in prima persona, e pubblicamente, dal presidente del Consiglio.

Sono altrettanto curioso di vedere votare contro Salvini tutti i senatori del Pd, per quanto spronati in questa direzione assai strumentale anche dall’ex segretario del partito Matteo Renzi, disinvoltamente dimentico delle rivendicazioni del “primato della politica” quando era lui alla guida del governo.

Posso sbagliare, per carità, ma più facile di un sì al processo è  la maggioranza assoluta del no, nell’aula di Palazzo Madama, grazie al concorso determinante dei forzisti di Silvio Berlusconi. E per i grillini, se ufficialmente schierati per il sì ma incapaci per questo di provocare una crisi, sarebbe uno schiaffo politico clamoroso. Non parlo dei piddini perché aspetto, col buon Emanuele Macaluso, che si decidano a diventare un partito, almeno dopo che avranno tentato di regolare i conti fra di loro con l’elezione del nuovo segretario.

Non credo particolarmente rischioso per Salvini neppure il fronte della Tav, o della versione maschile preferita da Marco Travaglio, per quanto il leader leghista si sia guadagnato del “rompicoglioni” da Alessandro Di Battista per l’insistenza con la quale sostiene la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità per le merci da Torino a Lione. Da Luigi Di Maio invece Salvini si è sentito dare del supercazzolaro – da autore di una “supercazzola”- per avere proposto una versione almeno light del progetto tanto inviso ai grillini. Che pur di combatterlo meglio ne hanno moltiplicato a tavolino i costi per l’Italia, facendoli salire a 20 miliardi di euro dai 6 e anche meno cui furono ridotti già nella versione rivisitata dal governo precedente, con Graziano Delrio al Ministero delle Infrastrutture.

Decisamente rischioso, o più rischioso, per Salvini è invece il fronte della Corte Costituzionale, dove è materialmente approdata la contestazione della legge su sicurezza e immigrazione al sessantesimo giorno dalla pubblicazione della legge di conversione del decreto di urgenza emanato il 4 ottobre scorso, in curiosa coincidenza con la festa del patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi.

A mio modesto avviso, Salvini prese sottogamba nelle settimane scorse la rivolta degli amministratori locali capeggiati dal  sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Che peraltro ha appena ripreso la sua offensiva politica facendo iscrivere in questi giorni all’anagrafe del suo Comune gli immigrati col permesso umanitario scaduto o in via di scadenza.

Appresso ai sindaci, ritenendo le nuove norme su sicurezza e immigrazione lesive delle autonomie e competenze locali indicate dalla Costituzione, si sono mossi anche i governatori -e relative giunte, con tanto di deliberazioni- di ben otto regioni: dal Piemonte all’Emilia-Romagna, dalle Marche all’Umbria, dalla Toscana alla Sardegna, dalla Basilicata alla Calabria.

Diversamente dai primi cittadini, che in ogni caso, essendo eletti direttamente, hanno una rappresentatività politica maggiore di quella di un governo maturato non nelle urne, come ai tempi pur impropri della legge prevalentemente maggioritaria adottata nel 1993, ma in Parlamento dopo le elezioni, e composto da partiti contrappostisi in campagna elettorale; diversamente dai sindaci, dicevo, le regioni e i loro governatori, anch’essi di elezione diretta, hanno accesso diretto alla Corte Costituzionale. Dove sono appunto approdati i nodi della legge nella quale si è avvolto come in una bandiera il ministro  dell’Interno: una legge che il presidente della Repubblica firmò a dicembre, dopo la conversione parlamentare, così poco convintamente da scrivere al presidente del Consiglio una lettera per raccomandarne in pratica un’applicazione avveduta, conforme al rispetto dei principi costituzionali.

Più stringente sarà o dovrà essere a questo punto, visti i problemi sorti sul piano locale, il giudizio della Corte Costituzionale. Il cui presidente Giorgio Lattanzi in una intervista a Repubblica di non più tardi del 31 gennaio scorso ha ricordato, fra l’altro, che “al centro della Costituzione c’è la persona con la sua dignità”, e “senza distinzioni di colore della pelle, di etnia, di religione”. Ciò vale -ha insistito Lattanzi- “per tutte le persone che si trovano in Italia, cittadini o stranieri che siano”, anche quelli che Salvini un po’ troppo frettolosamente aveva promesso di rispedire a centinaia di migliaia entro l’anno, o quasi, nei paesi di provenienza.

Poi Schermata 2019-02-01 alle 06.13.37.jpgil ministro dell’Interno, e vice presidente del Consiglio, ha scoperto al Viminale, indossando felpe della Polizia e lasciandosi spiegare dai prefetti leggi, trattati, regolamenti e quant’altro, che le cose non stanno proprio come lui aveva immaginato. Esse sono più complicate, stanno purtroppo in modo tale che solo qualche giorno fa, proprio per le condizioni in cui si è venuto a trovare con l’applicazione delle nuove norme, il nigeriano venticinquenne Jerry Prince si è ucciso gettandosi sotto un treno a Genova.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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