I primi, e si spera non ultimi, cent’anni della stampa parlamentare

              L’associazione della stampa parlamentare festeggia i suoi cent’anni di vita, a pochi giorni di distanza dal centenario dell’aula della Camera. Si spera francamente che non siano i primi e pure gli ultimi, peraltro già interrotti una volta da un regime, quello fascista naturalmente, che ridusse a brandelli tutta la stampa, e non solo quella parlamentare, dopo avere profanato l’aula di Montecitorio ancora fresca, si può dire, dell’arte di Ernesto Basile.

             La profanazione avvenne con l’olio di ricino della presentazione del primo governo di Benito Mussolini. Il quale, con un passato ahimè anche di giornalista, si presentò in quello che era stato progettato come il tempio della democrazia parlando di “aula sorda e grigia”, da lui risparmiata all’ultimo momento, ma per poco, al destino di “bivacco di manipoli”.

            Non voglio, per carità, paragonare minimamente questo declinante 2018 al 1922 di quello sciagurato discorso di un presidente del Consiglio in cui c’era già tutto il seme di ciò che sarebbe poi accaduto. Ma si respira oggi una brutta aria di sospetto, di insofferenza e persino d’intimidazione che sarebbe un grave errore sottovalutare.

           Anche negli anni della cosiddetta prima Repubblica i rapporti fra la stampa e la politica hanno vissuto momenti di difficoltà. Non parliamo poi di quelli fra la stampa e la magistratura. Non dimenticherò mai quei “pennivendoli miserabbili”, con due b, gridati da Ugo La Malfa su una tribuna congressuale del suo partito contro i giornalisti di cui chiaramente non aveva gradito cronache e commenti. Eppure, ripeto, era Ugo La Malfa: lo stesso che poi, in un Transatlantico tramortito dalla notizia del sequestro di Aldo Moro e della strage della sua scorta, il 16 marzo 1978, reclamò con la rabbia di cui solo lui era capace il ripristino della pena di morte contro i terroristi.

          Ma la stampa ora riceve insolenze e minacce da esponenti di ben diversa consistenza, che la vorrebbero  supina alle loro attese, alle loro visioni, ai loro interessi politici. E parlano della voglia di “mangiare i giornalisti per il gusto di poterli poi vomitare”, come gridò una volta a un pubblico divertito, anziché scandalizzato, Beppe Grillo. Da cui non mi risulta che poi siano venute parole di scuse, neppure sarcastiche.

         Sul blog delle  cinque stelle, il blog cioè del movimento grillino, si legge in questi giorni una specie di lezione di giornalismo, pur impartita con le più larghe assicurazioni della volontà del maggiore dei due partiti al governo di garantire la libertà d’informazione, d’opinione e quant’altro. “La stampa, i giornalisti -si legge in questa lezione- dimostrino di essere rigorosi e preparati a fare le pulci al potere e a chi guida il Paese. Questo è il suo compito e perciò deve farlo sempre. E non solo col Movimento 5 Stelle”.

         Non vorrei che su questa strada si arrivasse al “bollino etico” anche per i giornalisti, come ad un altro esponente grillino è venuto di proporre per gli avvocati.

         Ma chi giudica del rigore, della preparazione, dell’onestà e della imparzialità dei giornalisti, per quanto l’imparzialità sia di per sé un concetto molto relativo. I lettori, si presume, oltre ai magistrati, cui si rivolgono i politici e gli stessi magistrati quando si ritengono ingiustamente trattati dai giornalisti. Riesce francamente difficile confondere con lettori disinteressati, e neppure con i magistrati, l’autore della lezione sul blog delle stelle. Che è il senatore grillino Vito Crimi: non però un parlamentare fra i tanti, bensì il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria. E’ un uomo, volente o nolente, in conflitto politico d’interesse quando si mette a giudicare i giornalisti. E predispone, magari, provvedimenti destinati a interferire con il loro lavoro.

          Un uomo con quelle delicatissime funzioni di governo, per quanto abbia studiato matematica all’università e abbia fatto l’assistente giudiziario alla Corte d’Appello di Brescia, come si legge nella sua biografia, non può mettersi a impartire lezioni a stampa e giornalisti partecipando con i suoi colleghi di partito alla campagna #iononcicasco.  

         Va bene che questo è un governo dichiaratamente del cambiamento, ma non è per niente detto che esso sia il detentore della verità, che purtroppo -lo riconosco- anche noi giornalisti serviamo male quando abbiamo la presunzione di farne addirittura una testata, con la presunzione quindi della infallibilità, pari nel suo carattere arbitrario solo a quella del censore.

          Crimi -sia detto per inciso- ha voluto partecipare alla festa del centenario della stampa parlamentare. Ed ha preso anche la parola, dopo il “saluto” del presidente della Camera e suo collega di partito Roberto Fico, per difendere la propria posizione critica all’ombra di una storica che aveva attribuito alla stampa un ruolo politico, per cui i giornalisti dovrebbero anche accettare di subirne le conseguenze. La sua è stata una partecipazione che non so, francamente, se definire più disinvolta o coraggiosa, anche perché espressa pure “a nome del governo”.

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