Il Pantheon minore del no referendario alla riforma della giustizia

I falsi e le manipolazioni cui sono ricorsi i sostenitori del no referendario alla riforma della giustizia approvata dalle Camere derivano dal Pantheon minore di cui in realtà essi dispongono nella campagna avviata con largo anticipo rispetto ai tempi di legge.

         Se togliete dal Pantheon referendario figure eccellenti ed eroiche come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ai vari Gratteri, Bruti Liberati, Caselli e dirigenti attivi dell’associazione nazionale dei magistrati rimane solo il ricordo o il fantasma dello scomparso presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Non il massimo per essere stato fra i capi dello Stato succedutisi al Quirinale, e alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, fra i meno popolari per la torre d’avorio in cui aveva finito per chiudersi nell’esercizio delle sue funzioni. Una torre che aveva aperto, proprio avviando il suo mandato presidenziale con la gestione della prima crisi di governo capitatagli in sorte, all’allora capo della Procura della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli. Il quale, figlio peraltro di un amico e collega di Scalfaro in magistratura, salì sul Colle per le consultazioni pur non essendo un segretario di partito, capogruppo parlamentare e affini. Era solo il più alto in grado della squadra giudiziaria delle cosiddette mani pulite, impegnata contro il finanziamento tanto illegale quanto generalizzato della politica e sulla corruzione che poteva esserne scaturita: molto meno delle accuse, visto l’esito dei processi che ne sarebbero derivati. Per non parlare di quelli ai quali neppure si arrivò pur dopo il ricorso a clamorosi arresti “cautelari”, eseguiti sotto i riflettori di truppe televisive allertate in tempo. Storie, allora, di ordinaria macelleria mediatica al cui solo ricordo mi chiedo ancora perchè e come non fosse stata impedita da chi poteva e doveva.

         Quando qualcuno tentò di intervenire, come la buonanima dell’allora ministro della Giustizia Filippo Mancuso, alto magistrato ormai in pensione, disponendo un’ispezione ministeriale presso la Procura milanese e uffici limitrofi, Scalfaro fu tra i primi a dissentire, non lasciando solo Borrelli che protestava e annunciava un sostanziale boicottaggio di quella che lui considerava una incursione. Le polemiche che ne derivarono sfociarono al Senato in una mozione di sfiducia personale contro il guardasigilli, scaricato anche dal presidente del Consiglio Lamberto Dini, e alla fine rimosso col beneplacito della Corte Costituzionale cui Mancuso aveva fatto inutilmente ricorso.

         Ebbene, è stato proprio Dini a rivelare in questi giorni, in una intervista a favore del sì alla riforma della giustizia sottoposta a procedura referendaria, di avere condiviso -evidentemente a prescindere dal caso increscioso di Mancuso, che del resto non gli aveva fatto sconti nelle polemiche- la prospettiva di una separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri per coerenza con il processo penale di rito cosiddetto accusatorio introdotto negli anni passati. Egli arrivò a parlarne con Scalfaro, che gli disse di non occuparsene essendo materia troppo delicata per un governo sostanzialmente tecnico com’era quello che gli aveva permesso di fare, dopo la prima caduta di Silvio Berlusconi, per ritardare le elezioni anticipate che il Cavaliere reclamava entro qualche mese. E arrivarono invece dopo più di un anno, quando le opposizioni si sentirono abbastanza preparate all’ombra dell’Ulivo– ricordate?- e dell’investitura di Romano Prodi a candidato a Palazzo Chigi. Che infatti vinse, anche se governò per meno di due anni. E dopo altri dieci sarebbe poi tornato, sempre per beve tempo.

         Il coperchio sulla pentola del no opposto a Dini tentato dalla separazione delle carriere Scalfaro lo mise promettendo pubblicamente ai magistrati, ospite di un loro congresso, che mai, dico mai, avrebbe controfirmato e promulgato una legge sulla separazione delle loro carriere. Sono trascorsi trent’anni. Che sono tanti, anche troppi, ma forse passati non inutilmente se in primavera prevarrà il sì referendario.

Pubblicato su Libero

Tutte le verità di Giuliano Vassalli sui magistrati italiani

         In una campagna referendaria già piena di false notizie, e persino false interviste di morti eccellenti violati anche nelle loro ossa o ceneri, Davide Giacalone ha ripescato e riproposto sul suo giornale la Ragione una intervista autentica del compianto Giuliano Vassalli pubblicata il 19 febbraio 1987 dal Financial Times e raccolta da Torquil Dick-Ericson, l’uno e l’altro inglesi. Come -ricordo bene- quell’alto magistrato che dopo qualche anno fu accolto in visita di cortesia e di studio alla città giudiziaria di Roma dal giudice Romano Priore, che in un ascensore gli presentò, viaggiando insieme, un pubblico ministero. Lo stesso Priore raccontò poi in una intervista al Corriere della Sera che l’ospite britannico, finito quel viaggio fugace in una cabina,  gli chiese perché mai a Roma giudici e pubblici ministeri potessero usare uno stesso ascensore. Priore gli rispose che ciò accadeva normalmente non solo a Roma ma in tutta Italia. E l’ospite si portò le mani fra i capelli: quelli veri, non della parrucca che indossava a Londra negli eventi giudiziari.

         Quel magistrato inglese non era evidentemente un lettore del Financial Times. O aveva saltato il numero del 19 febbraio 1987, in cui Vassalli aveva ammesso e spiegato il limite della riforma  che stava preparando con Gian Domenico Pisapia e aveva attirato la curiosità compiaciuta del giornale britannico per il tipo accusatorio del processo, come quello inglese, che stava nascendo anche in Italia.

         “Il concetto del sistema accusatorio -aveva detto un po’ deludendo forse l’intervistatore- è assolutamente incompatibile con molti altri principi destinati a rimanere in vigore nel nostro diritto, in particolare con il nostro ordinamento giudiziario. Parlare di sistema accusatorio laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice non è molto leale”. Infatti a separarne le carriere ci stiamo arrivando 38 anni dopo, se la riforma appena approvata finalmente dalle Camere sarà confermata nel referendum nel cui Pantheon è stato giustamente collocato il compianto Vassalli dai sostenitori del sì.

         Ancora più impietosa e preveggente, per comprendere le preoccupazioni, se non lo scetticismo di Vassalli è -a leggerla oggi- la sua risposta alla domanda dell’intervistatore sul perché “non si cambia l’ordinamento giudiziario”, oltre al processo. “La magistratura -aveva risposto e spiegato Vassalli- ha un potere enorme, non solo in linea di fatto. Lo ha sul potere legislativo. E’ il più forte gruppo di pressione che abbiamo conosciuto, almeno nelle questioni di giustizia. Fino adesso, in 40 anni non c’è stata una legge in materia di giustizia che non sia stata ispirata e voluta dalla magistratura, la quale è diventata sempre più un corpo veramente corporativo. Il ministro della Giustizia è circondato esclusivamente da magistrati, i quali occupano tutti i posti del Ministero, cioè dell’amministrazione centrale. Tutti”. E li avrebbero conservati anche con l’arrivo dello stesso Vassalli alla guida del dicastero, prima di andare alla Corte Costituzionale per diventarne anche presidente.          

Le 5000 tonnellate d’oro che non sappiamo di avere in casa

Altro che il “nulla” esageratamente contestatole da Romano Prodi, convinto in una intervista appena rilasciata al Corriere della Sera che la premier in carica viva solo della sua “stabilità”, prodotta non dalla propria abilità o dal consenso elettorale e sondaggistico ma dalla perdurante assenza di un’alternativa, perseguita solo a parole dagli avversari accampati fra sigle, ambizioni e tende confezionate dall’infaticabile Goffredo Bettini. Giorgia Meloni ne trova una quasi ogni giorno per mandare in tilt le opposizioni e farle cuocere, esse sì, nel brodo delle polemiche roboanti, persino al loro interno.

         Accusata anche o soprattutto dal segretario generale della Cgil Maurizio Landini, che mi sembra spesso il re e imperatore del “campo largo” di cui si contendono il ruolo di vice o di attendente la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier pentastellato Giuseppe Conte, almeno nei giorni dispari, perché in quelli pari egli gioca a destra; accusata, dicevo, di avere confezionato con Giancarlo Giorgetti una manovra finanziaria a favore dei ricchi, la Meloni può ora intestarsi per ritorsione l’idea venuta al ministro dell’Economia di ridurre di quasi la metà la tassa sull’oro: dal 26 e rotti per cento al 12,5. Che potrebbe produrre circa due miliardi di euro.

         Sembra che i risparmiatori italiani custodiscano in casa o nelle cassette di sicurezza delle banche, fra lingotti e gioielli, che prima o dopo avranno bisogno o voglia anche loro di vendere incorrendo nel prelievo fiscale, 5000 tonnellate d’oro. Ripeto in lettere, come in un assegno: cinquemila. Che mi sembrano, salvo errori forse in difetto, più del doppio dell’oro della Banca d’Italia. E cinque volte la quantità dell’oro italiano custodito nel forziere americano di Fort Nox da cui Prodi ha recentemente consigliato il ritiro e il ritorno a casa, non dovendoci e non potendoci più fidare del presidente Donald Trump, come invece fa ancora la Meloni         guadagnandosene carinerie in privato e ancor più in pubblico.

         L’oro privato italiano, diciamo così, su cui Meloni e Giorgetti, o viceversa, hanno messo gli occhi per fare quadrare i conti e smentire gli avversari non è certamente riconducibile ai poveri, anche se fra le pieghe delle statistiche e altre diavolerie come gli accertamenti spuntano spesso fuori  poveri di alta fascia, diciamo così, non abbastanza furbi da farla franca del tutto, per fortuna.

L’oro sta ai ricchi come la notte al buio, e il giorno alla luce. Vedrete che prima o dopo per questa storia specifica dell’oro a tassazione agevolata per fare cassa l’immaginifico Landini, sempre lui, seguito dalla Schlein, sempre lei, troverà qualche altro venerdì da fare trascorrere in sciopero generale, allungando il già nutrito elenco di ponti più o meno natalizi. E alla Meloni che protesterà, o farà solo la spiritosa, saranno rovesciate addosso le solite accuse di indomito fascismo, attentato alla libertà di sciopero e, più in generale, alla democrazia. Se basteranno, e non verrà in mente a qualche avvocato con buone entrature in qualche Procura della Repubblica di spingerla verso il relativo tribunale dei ministri.

Pubblicato sul Dubbio

La Schlein “spesso” al telefono col Prodi “preoccupato”

         Avvolta nelle sue giacche e camicette sempre meno rosse e più viola, come in una Quaresima fuori stagione, vista l’aria che tira al Nazareno, non più delle migliori per lei arrivata senza che nessuno se ne accorgesse, secondo il suo stesso racconto, ma ora avvertita sempre di più per la sua ingombranza, la segretaria del Pd ha telefonato più volte all’ex premier Romano Prodi. Che tuttavia non ha smesso di cogliere tutte le occasioni offertegli dai giornali e altro di esprimere “preoccupazione” per lo stato del Pd e, più in generale del centrosinistra. Una preoccupazione ribadita anche oggi in una intervista al Corriere della Sera.

         Prodi ha contestato, in particolare, alla Schlein una “radicalità”, una “visione troppo stretta della società”, l’assunzione di troppi modelli astratti per l’Italia, come quello del nuovo sindaco di New York Mamdani. E anche un attaccamento ormai troppo forte alla sua carica, che evidentemente le impedisce di avvertire  ciò che le ruota intorno. E anche di capire quale prezzo   stia pagando all’inseguimento di Giuseppe Conte per la candidatura a Palazzo Chigi, se e quando verrà davvero il momento di potervi aspirare concretamente, vista la stabilità che ormai rappresenta il governo di una Giorgia Meloni pur colpevole di “non fare nulla”. Ma sempre preferita evidentemente dagli elettori che non capiscono di cosa potranno essere capaci gli altri, poco importa se guidati dalla segretaria del Pd o da un Conte “bertinottizzato”, come ha detto Prodi ricordandosi del suo primo governo di centrosinistra edizione Ulivo abbattuto nel 1998 da Fausto Bertinotti, il “parolaio rosso” da allora raccontato con impietosa insistenza dal compianto Giampaolo Pansa.

         E’ probabile che la Schlein torni a chiamare, anzi abbia già telefonato a Prodi dopo questa nuova sortita, penso però senza riuscire-ripeto- a trattenerlo da altre analoghe in quel clima di congresso sotterraneo in cui si vive al Nazareno, dove -ha detto testualmente l’ex premier- “molti vogliono semplicemente conservare il loro ruolo”.   

Ripreso da http://www.startmag.it     

Il Sandokan ingrigito della Campania appeso ai voti di Mastella

A vederlo nelle foto più recenti in Campania, in barca e fuori, fra ormeggi contestati, e a soli 51 anni, come un Sandokan ingrigito nei capelli e nella barba, si avverte una tentazione alla solidarietà, e persino ad una certa simpatia, verso l’ex presidente della Camera Roberto Fico. Che sta tentando un’avventura elettorale nella sua regione, come candidato alla Presidenza, in un campo molto largo. Che lo obbliga, diciamo così, a frequentazioni politiche un po’ inusuali per un uomo come lui, cresciuto sotto le cinque stelle pensando e dicendo il peggio possibile, per esempio, di un mondo democristiano cui ancora appartiene orgogliosamente il sindaco di Benevento Clemente Mastella, già portavoce di Ciriaco De Mita, già ministro del lavoro di Silvio Berlusconi, già ministro della Giustizia di Romano Prodi. Un curriculum di tutto rispetto ma, ad occhio e croce, incompatibile per uno, ripeto, come Fico.

         La parte più scomoda, oltre che inedita, della nuova avventura di Fico potrebbe arrivare con i risultati delle elezioni regionali ormai vicinissime. Se dovesse perdere per la contendibilità della regione avvertita e rivendicata dal centrodestra proprio per l’estrema eterogeneità del cartello del cosiddetto centrosinistra, sarebbe per Fico uno smacco forse letale politicamente. Stento francamente a immaginarne un recupero in questo caso, anche se in politica, come si sa, mai si deve dire mai.

         Ma pure in caso di vittoria potrebbero intervenire guai per Fico se, per esempio, dovessero risultare decisivi per il risultato i duecentomila voti di cui la famiglia Mastella, fra marito, moglie e figlio candidato, si sente ancora titolare. Come ai tempi dell’Unione di Romano Prodi, che nel 2006 vinse addirittura a livello nazionale con i voti campani di Mastella, che fu perciò nominato ministro della Giustizia, Costretto però alle dimissioni da una vicenda giudiziaria che grida ancora vendetta per le sue avventatezze, a dir poco, e che tuttavia interruppe sia la vita del secondo governo Prodi sia quella delle  Camere, rinnovate in anticipo.

         Sì, il Prodi 2 aveva spine anche a sinistra, come pure il Prodi 1 soffocato quasi nella culla dal rifondarolo comunista Fausto Bertinotti, e come Mastella tiene ancora a ricordare quando parla di quei tempi, ma la crisi di governo del 2008 scoppiò per le sue dimissioni da guardasigilli. Che, peraltro, lo stesso Martella ha appena rivelato di avere presentato anche per le sollecitazioni ricevute in quella direzione dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sofferente all’idea di un ministro della Giustizia, addirittura, con problemi giudiziari.

         Per tornare a Roberto Fico e alla sua avventura di candidato a governatore della Campania, temo che contribuiscano a guastargli l’umore anche le notizie che gli giungono dall’ex “sua” Camera dei Deputati. Dove i parlamentari delle ancor sue 5 Stelle hanno perduto anche la partita del gelato, alla cui vendita alla buvette, in confezioni di tre o quattro palline di vari gusti in coppette di ceramica, essi si sono opposti come a odiosi privilegi. Anche il gelato, il popolarissimo gelato pur fuori stagione, dopo la sicurezza, il contrasto all’immigrazione clandestina, il garantismo, la tenuta dei conti e altro ancora è stato lasciato alla destra odiata della temuta Giorgia Meloni. Un mezzo disastro, se non intero, per la sinistra.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 16 novembre

Il distacco di Rocco Casalino da Giuseppe Conte in versione Eraclito

Nato 53 anni fa in Germania ma di origini pugliesi come Giuseppe Conte, di cui è stato non so francamente se più il portavoce o il consigliere, Rocco Casalino è stato appena lanciato nello stesso giorno, fra le colonne del Corriere della Sera e il salotto televisivo di Lilli Gruber su la 7, in una nuova avventura di comunicazione, diciamo così. Di più, o di più preciso, essendo peraltro abbastanza ampi i confini della comunicazione, l’interessato non ha voluto dire, né rispettosamente hanno voluto sapere i suoi intervistatori.

         Il primo a fargli gli auguri, e forse anche ad aiutarlo, forse è stato lo stesso Conte per come Casalino ha continuato a parlarne, scommettendo ancora sul suo futuro politico a capo di un movimento che resta pur sempre, come ha ricordato, “il terzo partito italiano”, nonostante abbia perso fra elezioni e sondaggi a livello nazionale oltre metà dei voti, e ancora di più a livello locale. Ma non dev’essere così grande, così sicuro, così affascinante questo futuro se Casalino ha voluto separarsene, penso con la solita malizia di memoria andreottiana, che abbina peccato e indovinamento.

         Potrebbe addirittura nascondersi nel futuro di Casalino, per come si sono messe le cose sotto le cinque stelle, un sorpasso sull’ex premier, ambiziosi come sono entrambi. L’intervista dell’ormai ex portavoce di Conte al Corriere della Sera, raccolta da Emanuele Buzzi, si apriva ieri autobiograficamente addirittura così: “Eravamo in una sala riservata a Buckingham Palace io, la regina Elisabetta, Trump, Macron e Conte. Ho pensato alla mia storia di origini umili e mi sono chiesto: “che ci faccio qui?”. 

         Non so cosa e come si fosse risposto Casalino in quella occasione. Solo lui però poteva così sinceramente e spropositatamente mettersi al primo posto nella lista dei presenti in quella sala del palazzo reale inglese, prima della ormai compianta Elisabetta, di Trump alla sua prima presidenza americana, del presidente francese Macron prima di ridursi allo stato critico attuale e di Conte, non so se già col nome raddoppiatogli da Trump o ancora al singolare Giuseppe.

         Quell’io di Casalino a Londra è analogo anche a quell’io che Conte continua ad avvertire e praticare nella politica italiana anche nella sua qualifica di “progressista indipendente”, persino da se stesso. E con quei continui piazzamenti e spiazzamenti che ne fanno nel cosiddetto campo largo dell’alternativa una copia vivente della statua di Eraclito che troneggia a Barletta, città rigorosamente pugliese come Casalino e Conte, o viceversa. Di Conte in versione Eraclito, come ha raccontato sul Foglio Carmelo Caruso, si parla anche tra i pentastellati per la fama di pensatore tra i più oscuri, se non il più oscuro di tutti dai tempi dell’antica Grecia. Oscuro ma proprio per questo capace di comporre i contrari nell’immaginario collettivo. Ma immaginario, appunto.   

La “truffa”, secondo Bruti Liberati, del riequilibrio dei poteri

Edmondo Bruti Liberati, 81 anni compiuti il mese scorso, figura storica di Magistratura democratica, la corrente di sinistra dell’associazione nazionale dei magistrati di cui egli è stato anche presidente, ha appena definito, parlandone alla Stampa, “truffa terminologica” la riforma della giustizia, o dell’ordinamento giudiziario, approvata dalle Camere e in attesa di conferma referendaria.        Che l’alto magistrato ormai in pensione, già capo della Procura della Repubblica di Milano, si augura naturalmente di vedere bocciata anche col suo contributo alla campagna allestita dai sostenitori del no. Un contributo di concetti ma anche di insulti, essendo la truffa un reato nel codice penale, anche con l’aggettivo applicatole da Bruti Liberati.

         Il Parlamento ancor più del governo, peraltro accusato di avere fatto approvare con i dovuti quattro passaggi la riforma nel testo perfettamente proposto, senza un minimo di modifica, neppure nella punteggiatura, potrebbe o dovrebbe sentirsi vilipeso per la truffa attribuitagli. Come a qualche giornalista è accaduto di essere stato denunciato per avere troppo attaccato la magistratura. Ma naturalmente non accadrà a Bruti Liberati, non foss’altro perché un’azione del genere ricadrebbe nell’attuale disciplina completamente domestica che la riforma ha il torto, fra gli altri, forse il più grave, di volere modificare con la cosiddetta alta corte di disciplina.

         La truffa, pur terminologica, denunciata dal magistrato emerito consiste nel non avere messo neppure nel titolo della legge la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri con cui pure è arrivata mediaticamente al pubblico. Una truffa, quindi, alla quale potremmo avere partecipato anche noi “pennivendoli” di memoria lamalfiana.

         Oltre a nascondere nel titolo della riforma la separazione delle carriere, come anche la divisione in due del Consiglio Superiore della Magistratura, l’adozione del sorteggio per la composizione e la già ricordata corte disciplinare, Governo, Parlamento e giornali compiacenti avrebbero avuto il torto di nascondere, secondo Bruti Liberati, il vero, ultimo, decisivo obiettivo della riforma. Che sarebbe quello di “modificare il rapporto tra i poteri”, a vantaggio evidentemente  della politica e a svantaggio della magistratura.

         Almeno per quanto mi riguarda personalmente, per quello che scrivo su Libero, spero senza mettere in imbarazzo direttore, editore e colleghi, condivido perfettamente la necessità di un cambiamento del “rapporto tra i poteri”, come lo chiama Bruti Liberati. E invoco a mia difesa la buonanima di Giorgio Napolitano, che da presidente della Repubblica, e del Consiglio Superiore della Magistratura, nel ricordo anche degli anni in cui era stato presidente della Camera e poi ministro dell’Interno, scrisse una lettera pubblica il 18 gennaio del 2010 alla “cara signora” Anna Craxi, nel decimo anniversario della morte del marito, che ancora lo “turbava” per il pesante trattamento subìto in vita. “In quel vuoto politico – scrisse Napolitano dal Quirinale- trovò sempre più spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”.

         Il “vuoto politico”, con un sottinteso anche autocritico avendovi Napolitano contribuito personalmente e come dirigente del Pds-ex Pci, fu quello dei partiti che avrebbero potuto e dovuto prevenire e poi gestire, una volta scoppiato lo scandalo, il fenomeno generalizzato del finanziamento illegale della politica.

         Dopo quel “brusco cambiamento”, ripeto con le parole di Napolitano, il ripristino degli equilibri sta arrivando, come teme paradossalmente Bruti Liberati, con 15 anni di ritardo rispetto all’allarme dell’allora capo dello Stato e una trentina d’anni dei fatti. Se vi sembrano pochi….considerando anche che lo stesso Bruti Liberati ha riconosciuto, parlando degli anni delle cosiddette mani pulite, che ci furono “errori, eccessi”. Che tuttavia non giustificherebbero il proposito di “rimettere in discussione” la realtà che ne è derivata.

Pubblicato su Libero

La Banca d’Italia con vista sul campo largo dell’alternativa al governo

Fabio Panetta, il governo di Bankitalia, come la chiamo per ingraziarmi il titolista che preferisce risparmi di parole e battute, è approdato inconsapevolmente nel campo largo dell’alternativa al centrodestra. Un po’ come alla buonanima di Cristoforo Colombo, cui gli è ancora grato alla Casa Bianca il presidente Donald Trump, capitò di approdare e scoprire l’America anziché le Indie alle quali pensava di arrivare.

         Con le osservazioni, chiamiamole così, della Banca d’Italia al bilancio dello Stato e all’annessa manovra finanziaria predisposta dal governo Panetta si è trovato più a sinistra che a destra. Dove invece Giorgia Meloni tre anni fa pensava di poterselo portare, interrompendone la carriera bancaria come ministro dell’Economia del suo primo e perdurante governo, dalla stabilità che vedo singolarmente apprezzata più all’estero che in Italia. Più all’estero, ripeto, dove toccava accertarsi ad ogni vertice internazionale se nel frattempo non fosse cambiato il rappresentante italiano, al singolare ma anche al plurale, che da noi, abituati fra prima e seconda Repubblica, per fermarci a due sole edizioni, che in realtà sono ancora di più, a raccogliere figurine di presidenti del Consiglio e di ministri come quelle Panini. Che proprio in questi giorni sono state evocate, celebrate e quant’altro fra le meraviglie della nostra editoria, più dei giornali che sopravvivono alle edicole dove spesso neppure arrivano.  

         Mancava, o mancherebbe se qualcuno ci stesse davvero già pensando riesumando quell’ossimoro scandaloso che Ugo La Malfa considerava “il partito della Banca d’Italia” evocato ai suoi tempi, la figura di un finanziere, anzi del finanziere di Stato per eccellenza, nella cabala di carta stampata dei leader, federatori e via fantasticando del campo largo dell’alternativa al centrodestra. Che la segretaria del Pd Elly Schlein insegue con orgogliosa, rivendicata “testardaggine unitaria” scoprendo tuttavia che a contenderle la guida cominciano ad essere in tanti nel suo stesso partito, tra convegni correntizi e simili, e non solo fuori. Dove il più insidioso concorrente per lei rimane, a meno di un sorpasso inconsapevole del Panetta dei titoli di prima pagina di questi giorni, l’ex premier ancora a 5 stelle Giuseppe Conte per quell’abilità camaleontica che gli riconoscono un po’ tutti, alcuni in misura anche esagerata, ai limiti della disinvoltura o del trasformismo.

         Nella storia della Repubblica italiana si contano del resto solo con le dita di una mano figure, peraltro di grandissimo prestigio, che potrebbero giustamente inorgoglire nelle sue eventuali aspirazioni il governatore in carica, salite ai vertici politici e istituzionali del paese dai loro uffici o dintorni di via Nazionale, a Roma. Penso, per esempio, a Luigi Einaudi e a Carlo Azeglio Ciampi, asceso ancor vivo al Quirinale dopo un passaggio a Palazzo Chigi. A Lamberto Dini, anche lui proveniente dalla scuderia della Banca d’Italia, o Bankitalia, è toccato invece fermarsi a Palazzo Chigi e poi scendere come ministro degli Esteri alla Farnesina. Oltre ormai è impossibile con quei 94 anni compiuti a marzo scorso. Auguri anticipati per i 95, caro presidente e senatore emerito.

Pubblicato sul Dubbio

Prodi reclama da Trump più di mille tonnellate d’oro italiano

Se non ci fosse, con i suoi 86 anni ben portati, con le sue sorprese, i suoi spiazzamenti, le sue contraddizioni, i suoi buonumori e malumori, che possono portarlo a gesti anche sgradevoli come quelle mani finite tra i capelli di una cronista troppo curiosa o irreverente, Romano Prodi dovremmo inventarcelo per non rendere monotone le nostre cronache politiche. E persino le analisi, quando ci avventuriamo a farne per capire, per esempio, come possa essere capitato proprio a Prodi di vincere due volte le elezioni contro Silvio Berlusconi, come ricordano nei salotti televisivi che lo ospitano, ma di non essere mai durato all’incirca più di un anno mezzo, sui cinque di una legislatura, quando gli è toccato di governare da Palazzo Chigi, una volta trascinandosi appresso nella caduta le Camere.  Peggio di una seduta spiritica, di cui pure egli fu partecipe ai tempi del sequestro di Aldo Moro scampando all’arresto, cui chiunque sarebbe incorso al suo posto raccontando di avere appreso dallo spirito di La Pira il nome di una località chiave – Gradoli- di quella drammatica vicenda cominciata con il sequestro dell’allora presidente della Dc, fra il sangue della sua scorta, e conclusa dopo 55 giorni col suo assassinio.

         L’ultima, o penultima, dell’ex premier fondatore prima dell’Ulivo e poi dell’Unione, è una specie di sfida lanciata a Gorgia Meloni a riscattarsi dalla figura da lui stesso assegnatagli di obbediente al presidente americano Donald Trump con la decisione di chiedere, quanto meno, la restituzione all’Italia di quelle mille tonnellate e più d’oro custodite da troppo tempo nel forziere statunitense di Fort Knox.

         Quella di riprendersi l’oro italiano custodito in America non è neppure un’idea originale, a dire il vero, essendo stata sostenuta dalle opposizioni di turno, anche dalla Meloni prima di arrivare alla guida del governo, come  ha tenuto a ricordare il Corriere della Sera in una cronaca della sortita di Prodi. Ma è un inedito, nel caso dell’ex premier di centrosinistra, con la motivazione un po’ sovranista, o nazionalista, di una prova di autonomia, di affrancamento da un alleato diventato troppo oneroso o inaffidabile. Anche a costo di non avere nei forzieri della Banca d’Italia lo spazio per sistemare i lingotti soprapponendoli o accostandoli alle mille tonnellate e cento già presenti. Per farne poi cosa?, verrebbe da chiedere a Prodi nella sua veste di economista, e non solo di polemista di turno. O di ex contrariato anche dal silenzio in cui cadono i suoi consigli e lamenti, pur giustificati, nel partito di cui la segretaria attuale voleva occupare sedi e sezioni per vendicare proprio lui, trafitto in una corsa al Quirinale dai soliti, immancabili “franchi tiratori” nominalmente amici. Consigli o lamenti, o moniti, per la mancanza, per esempio, di un minimo di programma che renda visibile e realistico un progetto di alternativa al centrodestra.

         Prodi “esagera”, si è lasciato scappare di recente il più paziente o sornione Pier Luigi Bersani, che peraltro da segretario del Pd  fu il regista e gestore della sua improvvisa e sfortunata candidatura alla Presidenza della Repubblica nel 2013, alla scadenza del primo mandato di Giorgio Napolitano, e dopo il fallimento della prima candidatura del Pd alla successione: quella del presidente dello stesso Pd Franco Marini, condivisa anche da buona parte, se non tutto il centrodestra. Che ne ricordava e apprezzava la passata militanza democristiana, fra le correnti di Carlo Donat-Cattin e  di Giulio Andreotti, dopo la morte del leader della sinistra sociale dello scudo crociato.

         Non vorrei che a fare la guardia all’oro ricomposto della Banca d’Italia finisse, tra scherzo e realtà, uno come il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, impegnato con i suoi scioperi generali di venerdì a preparare una “festosa” rivoluzione sociale, direbbe forse Achille Occhetto con l’esperienza fallita della sua “gioiosa macchina da guerra” allestita nel 1994 contro quell’imprevisto guastafeste di Silvio Berlusconi.

Pubblicato su Libero

Il telefono rovente del governatore di Banca d’Italia Panetta, anche con Giorgetti

         Mi risulta che il governatore Fabio Panetta, che peraltro Giorgia Meloni tre anni fa avrebbe voluto sottrarre alla  prestigiosa carriera nella Banca d’Italia per farne il ministro dell’Economia del suo primo governo, abba fatto diventare rovente in questi giorni il suo telefono. Ma più in uscita che in entrata, più per cercare di chiarire, precisare e quant’altro, non so sino a che punto riuscendovi, che per ribadire le osservazioni critiche dei suoi uffici al bilancio dello Stato. E, più in generale, alla politica economica del governo sino a trovarsi allineato, e persino offrire argomenti alle opposizioni tornate -se mai avevano smesso- a reclamare misure di lacrime e sangue per i “ricchi”. Con tutte le virgolette che meritano i detentori di stipendi persino di duemila euro al mese.

         Le telefonate hanno raggiunto anche qualche direttore di giornale: a uno, in particolare, del quale non posso fare il nome per ragioni di riservatezza personale e professionale pur non di moda in questi tempi, cui il governatore ha promesso approfondimenti, se non ripensamenti o addirittura scuse, mostrandosi alla fine della conversazione meno sicuro, diciamo così, dei suoi rilievi.  

         Il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il cui ciuffo frontale di capelli bianchi mi sembra cresciuto col governo Meloni sino a ricordarmi il compianto Aldo Moro, ha fatto seguire alla telefonata ricevuta da Panetta dichiarazioni alquanto polemiche come uomo di governo “massacrato” da “chi può farlo”, ha detto alludendo per primo -credo- proprio al governatore della Banca d’Italia per l’importanza o persino sacralità della sua carica.

 La buonanima di Ugo La Malfa considerava gli uomini- tutti uomini- che si succedevano in via Nazionale al vertice della banca centrale inviolabili e inattaccabili. E fece un cazziatone dei suoi – memorabili a noi giornalisti che ne ricevevamo spesso, sino a sentirci dare dei “pennivendoli”- al figlio Giorgio quando ne lesse parole poco riverenti, secondo lui, per la Banca d’Italia. E’ stato lo stesso Giorgio a rivelarlo di recente in una intervista evocatrice del padre e della Repubblica -quella vera, non di carta- della quale era riuscito ad essere fra i protagonisti pur disponendo di un partito quasi di qualche decimale di voti. Che con la buonanima di Giovanni Spadolini precedette il Psi di Bettino Craxi nella scalata laica a Palazzo Chigi.

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑