La Banca d’Italia con vista sul campo largo dell’alternativa al governo

Fabio Panetta, il governo di Bankitalia, come la chiamo per ingraziarmi il titolista che preferisce risparmi di parole e battute, è approdato inconsapevolmente nel campo largo dell’alternativa al centrodestra. Un po’ come alla buonanima di Cristoforo Colombo, cui gli è ancora grato alla Casa Bianca il presidente Donald Trump, capitò di approdare e scoprire l’America anziché le Indie alle quali pensava di arrivare.

         Con le osservazioni, chiamiamole così, della Banca d’Italia al bilancio dello Stato e all’annessa manovra finanziaria predisposta dal governo Panetta si è trovato più a sinistra che a destra. Dove invece Giorgia Meloni tre anni fa pensava di poterselo portare, interrompendone la carriera bancaria come ministro dell’Economia del suo primo e perdurante governo, dalla stabilità che vedo singolarmente apprezzata più all’estero che in Italia. Più all’estero, ripeto, dove toccava accertarsi ad ogni vertice internazionale se nel frattempo non fosse cambiato il rappresentante italiano, al singolare ma anche al plurale, che da noi, abituati fra prima e seconda Repubblica, per fermarci a due sole edizioni, che in realtà sono ancora di più, a raccogliere figurine di presidenti del Consiglio e di ministri come quelle Panini. Che proprio in questi giorni sono state evocate, celebrate e quant’altro fra le meraviglie della nostra editoria, più dei giornali che sopravvivono alle edicole dove spesso neppure arrivano.  

         Mancava, o mancherebbe se qualcuno ci stesse davvero già pensando riesumando quell’ossimoro scandaloso che Ugo La Malfa considerava “il partito della Banca d’Italia” evocato ai suoi tempi, la figura di un finanziere, anzi del finanziere di Stato per eccellenza, nella cabala di carta stampata dei leader, federatori e via fantasticando del campo largo dell’alternativa al centrodestra. Che la segretaria del Pd Elly Schlein insegue con orgogliosa, rivendicata “testardaggine unitaria” scoprendo tuttavia che a contenderle la guida cominciano ad essere in tanti nel suo stesso partito, tra convegni correntizi e simili, e non solo fuori. Dove il più insidioso concorrente per lei rimane, a meno di un sorpasso inconsapevole del Panetta dei titoli di prima pagina di questi giorni, l’ex premier ancora a 5 stelle Giuseppe Conte per quell’abilità camaleontica che gli riconoscono un po’ tutti, alcuni in misura anche esagerata, ai limiti della disinvoltura o del trasformismo.

         Nella storia della Repubblica italiana si contano del resto solo con le dita di una mano figure, peraltro di grandissimo prestigio, che potrebbero giustamente inorgoglire nelle sue eventuali aspirazioni il governatore in carica, salite ai vertici politici e istituzionali del paese dai loro uffici o dintorni di via Nazionale, a Roma. Penso, per esempio, a Luigi Einaudi e a Carlo Azeglio Ciampi, asceso ancor vivo al Quirinale dopo un passaggio a Palazzo Chigi. A Lamberto Dini, anche lui proveniente dalla scuderia della Banca d’Italia, o Bankitalia, è toccato invece fermarsi a Palazzo Chigi e poi scendere come ministro degli Esteri alla Farnesina. Oltre ormai è impossibile con quei 94 anni compiuti a marzo scorso. Auguri anticipati per i 95, caro presidente e senatore emerito.

Pubblicato sul Dubbio

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