Monti infila il ciuffo di Trump nel referendum sui magistrati in Italia

Se non è, o non ancora, un altro no referendario a sorpresa alla riforma costituzionale della magistratura, poco è mancato e manca a quello del senatore a vita, ex presidente del Consiglio, ex professore, ex commissario europeo Mario Monti alla fine di un lungo editoriale anti-trumpiano del Corriere della Sera. Incitante non a caso la premier italiana a “prendere le distanze da Trump”, più di quanto non abbia già fatto lamentandone pubblicamente gli “errori”.

       Che c’entra Trump con la riforma della magistratura italiana? C’entra, c’entra anche secondo Monti, come qualche settimana fa secondo Goffredo Bettini, il guru del Pd. Passato dal sì ispiratogli dal ricordo del padre avvocato di cultura e militanza repubblicana, del Pri del mitico Ugo La Malfa, al no per via dei troppi poteri che la riforma, se confermata col voto popolare, darebbe alla Meloni.

       Il collegamento con Trump, il trumpismo e altro è nel passaggio conclusivo dell’editoriale di Monti, che riprendo interamente per la sua trasparenza, chiamiamola così, che è pur sempre un fattore positivo, anche quando si dissente dal merito del ragionamento. Esso ha quanto meno il pregio, appunto, di essere chiaro, non avvolto in allusioni e simili.

       “Si prenda la riforma della giustizia”, ha scritto Monti amplificandone la portata, visto che si  tratta di una riforma solo della magistratura, come precisato da gente di mestiere, diciamo così’, come l’ex sostituto procuratore Antonio Di Pietro. “Sul referendum -ha raccontato il senatore a vita- io sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.  Se non lo si vuole chiamare fascismo, come fanno attaccando Meloni gli avversari di lunga data. Dai quali Monti ancora l’anno scorso, come ha ricordato lui stesso, aveva voluto distanziarsi, dissociarsi e quant’altro riconoscendo alla Meloni il merito di essersi offerta come ponte fra l’appena rieletto presidente americano e l’Europa.

       Trump evidentemente deve essere peggiorato, ormai passato dal ciuffo all’orbace. E la Meloni con lui facendo crollare anche il ponte. Un’analisi, temo personalmente, più da zuffa politica quotidiana, mescolando politica estera e interna, che da laticlavio.

Pubblicato sul Dubbio

Monti a sorpresa insegue Bettini contro la riforma della magistratura

Quello che maggiormente, e francamente, sorprende del giudizio negativo dato sul presidente americano Donald Trump dal senatore a vita Mario Monti in un editoriale del Corriere della Sera è la strumentalizzazione che pure lui fa, come un Goffredo Bettini qualsiasi, verrebbe da dire, di questo giudizio ai fini della politica interna italiana. Con un’aggravante però per Monti, anzi due.

       La prima aggravante è la quasi mitica capacità dell’ex premier di misurare parole e ragionamenti, che questa volta mi pare che gli sia mancata, volente o nolente, sino a promuovere o inabissare, come preferite, il presidente americano in un nuovo mondiale fascismo. Cui egli pure aveva evidentemente sottovalutato l’anno scorso -e un po’ riconoscendolo- per avere non dico incoraggiato ma condiviso il rapporto speciale cercato e ottenuto dalla premier italiana con Trump per fare da ponte fra le due sponde dell’Atlantico più lontane, direbbe il nostro compianto Giovanni Spadolini che misurava la larghezza del Tevere.

       La seconda aggravante del ragionamento di Monti sta nella conoscenza che gli si deve attribuire, per essere stato capo del governo italiano, di un problema come quello del rapporto fra la politica e la giustizia in Italia. Un rapporto quanto meno squilibrato per certificazione -torno a scriverlo per l’ennesima volta- di un presidente della Repubblica insospettabile come Giorgio Napolitano, dal quale peraltro Monti ottenne un in incarico tutto speciale, per contenuto e circostanze, di presidente del Consiglio. Un rapporto che la riforma costituzionale sulla magistratura sottoposta a referendum cerca di migliorare, restituendolo un po’ alle origini costituenti, che non erano di privilegio per la magistratura ma, al contrario, per la politica grazie anche al meccanismo dell’immunità parlamentare modificato nella stagione delle cosiddette “mani pulite”.

       Ebbene, dopo avere scritto come più negativamente non poteva di Trump e, in fondo, anche del popolo americano che lo ha eletto per la seconda volta, commettendo un errore del quale l’Occidente per primo starebbe pagando il conto, Monti ha lamentato, a dir poco, i rischi comportanti dall’”affinità ideologica e politica” della Meloni rispetto a Trump sulla “riforma della giustizia” in Italia. Come lui preferisce chiamarla andando oltre la magistratura che pure ne è il vero oggetto.

       “Sul referendum -ha scritto testualmente il senatore a vita- io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre. Ma se la nostra premier continua a mostrarsi la leader più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei nell’intimo una vocazione autoritaria”. Come ragionano neppure più tutti forse nell’associazione dei magistrati e dintorni, compresi i partiti che ne riflettono le posizioni. “Meglio allora, concluderei, non metterle e in mano -ha scritto Monti della Meloni- strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”. E così, sembra di capire, le ombre della riforma hanno preso anche in lui il sopravvento sulle luci e l’hanno trasformata nella più pericolosa occasione di tradimento della democrazia.

       Già questa immagine apocalittica mi sembra poco consona, ripeto, ad una personalità istituzionale, politica, direi anche accademica, come quella di Monti. Che peraltro fu messo in almeno parziale sicurezza giudiziariamente dal prudente Napolitano come senatore in vita prima di farlo salire a Palazzo Chigi sostituendo Silvio Berlusconi, che non vi sarebbe più tornato. Ma vedere e leggere Monti affiancato al già ricordato guru del Pd Goffredo Bettini, di recente conversione al no referendario da un sì motivato persino con una storia familiare, mi ha procurato una particolare, particolarissima impressione. No, senatore, anche da suo ex elettore nell’avventura del 2013, questa non me la doveva fare. Diciamo pure che non ce la doveva fare.

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Gli esami della Meloni non finiscono mai, come quelli di Eduardo De Filippo

Come quelli scritti e recitati a suo tempo da Eduardo De Filippo, non finiscono mai gli esami di Giorgia Meloni. Che, appena ribadito il ripudio della complicità del fascismo con l’antisemitismo nazista e i milioni di morti di cui ieri è stata celebrata la giornata della memoria, si è vista chiedere oggi dal senatore a vita ed ex premier Mario Monti, sul Corriere della Sera, la rottura, non più qualche strappo, col presidente americano Donald Trump. Una rottura senza la quale il fascismo tornerebbe ad essere l’abito adatto alla premier italiana e al suo partito, essendo Trump una reincarnazione del fascismo oltre Oceano.

       Nella richiesta del senatore Monti c’è anche un po’ di autocritica, avendo lo stesso Monti ricordato di avere riconosciuto alla Meloni l’anno scorso il merito, l’astuzia, l’intelligenza, chiamatela come volete, di avere cercato e ottenuto un rapporto quasi privilegiato col presidente appena tornato alla Casa Bianca. Un rapporto che avrebbe potuto essere utile anche all’Italia e all’Europa, di cui la premier avrebbe potuto diventare il ponte su cui continuare a fare viaggiare l’atlantismo, per quanti colpi potesse esso subire da un Trump deciso a ridisegnare il mondo. Almeno quello uscito dagli accordi di Yalta conclusivi della seconda guerra mondiale,

       Nel suo appello alla Meloni a rompere con Trump -e non solo a tirargli la lunga cravatta rossa, come in una vignetta comparsa nei giorni scorsi sui suoi pubblici dissensi dagli “errori” dell’amico americano- Monti ha finito anche per associarsi o, quanto meno, per farsi tentare dal ragionamento col quale Goffredo Bettini ha motivato la sua conversione al no referendario contro la riforma della magistratura, dopo il sì annunciato e praticato pubblicamente nel Pd dissociandosi dalla segretaria Elly Schlein. M soprattutto dall’amico Giuseppe Conte fuori, nel fantomatico campo largo dell’alternativa al centrodestra. La vittoria referendaria del sì condannerebbe la Meloni, anche secondo Monti, alla tentazione irresistibile di un nuovo fascismo.   

Quella cattiveria di Travaglio su Marina Berlusconi e Antonio Tajani…

         Nelle quattro righe della quotidiana “cattiveria” del Fatto di Marco Travaglio, in prima pagina, c’è oggi un sospetto che, con ironia ma non troppo, condivido. Il sospetto che nei rapporti fra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, in ordine non solo alfabetico, si sia creata una situazione talmente imbarazzante e rischiosa per entrambi -non sul piano fisico, per carità,  ma politico- da proteggere i loro incontri conviviali con qualche cautela. A cominciare dall’assenza della “servitù”, cioè della più classica, scomoda, rischiosa testimonianza.

       La posizione di Tajani in Forza Italia mi sembra fattasi assai pesante, più di quanto egli pesi davvero sulla bilancia, per quanto sia un segretario dalla ormai scontata conferma nel congresso programmato per l’anno prossimo, prima delle elezioni politiche generali, avendo il potenziale antagonista Roberto Occhiuto, governatore della Calabria, appena annunciato di non volerlo contrastare come candidato al vertice del partito. O non ancora. E forse avendone parlato proprio con Marina Berlusconi, che lo riceve ogni tanto, separatamente da Tajani, peraltro carico, anzi stracarico di impegni come vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri fra guerre di ogni tipo e latitudine.

       Il cappio al quale, maliziosamente e andreottianamente, vedo ormai appeso Tajani, nella formula del peccato che si commette pensando male ma indovinando, è quell’asticella elettorale che pure lui improvvidamente si è assegnata come obiettivo: il 20 per cento dei voti, più del doppio, quasi il triplo, dell’8 per cento attuale. Con qualche decimale che mette il partito berlusconiano in concorrenza con la Lega di Matteo Salvini e ora anche di Roberto Vannacci, almeno sino a quando il generale -Vannacci, appunto- non consumerà la scissione che in tanti si aspettano ormai da lui. E che lo stesso Salvini mi pare abbia messo nel conto avvertendolo pubblicamente che fuori della Lega, per chi ne proviene, esiste solo “il nulla”, o il “deserto”.

       Di quell’eventualmente e probabilmente mancato 20 per cento Tajani potrebbe essere chiamato a rispondere dopo le elezioni, per quanto fattosi prudentemente confermare segretario, ripeto,  prima delle elezioni. Rispondere come segretario, appunto, ma anche come uno dei possibili concorrenti del centrodestra al Quirinale, quale viene sussurrato nei retroscena, alla scadenza del doppio mandato di Sergio Mattarella.

I rischi che Trump sta procurando al suo secondo mandato

“Trump mi pare un matto totale. Ma ho grande fiducia nella democrazia americana. Ho la sensazione che Trump non arriverà alla fine del suo mandato”, ha detto al Corriere della Sera il mio amico Jas Gawvronsky, intervistato per i suoi 90 anni quasi compiuti. E vissuti intensamente sul piano umano e giornalistico, vedendo e raccontando il mondo sempre da postazioni di riguardo, diciamo così: al di qua e al di là dell’Atlantico, al qua e al di là del Tevere, specie quando salì sul trono di Pietro il polacco Giovanni Paolo II, che si lasciò da lui intervistare per quasi due ore. E al di qua e al di là del muro di Berlino quando c’era e divideva l’Europa con una cortina di ferro e di cemento, appunto.  

       “Non dico che lo uccideranno”, ha precisato Jas parlando sempre di Trump e pensando, credo, ai predecessori del presidente morti ammazzati negli Stati Uniti. E io, a mia volta leggendolo e pensando all’inconveniente appena avuto dal presidente americano nel volo che lo portava a Davos, nel cantone svizzero dei Grigioni. Dove lui è arrivato e dato spettacolo di geopolitica, ma costretto in partenza a cambiare aereo per un “guasto” non molto ben precisato, almeno considerando il livello del passeggero e della sua sicurezza da garantire.

       “Succederà qualcosa”, ha continuato Jas avvertendo meno traumaticamente, ma non meno negativamente per Trump sul piano politico, che “già il voto di novembre” a metà mandato “sarà indicativo per capire quanto è sceso il suo consenso”. Che nella “democrazia americana” già evocata da Jas ha il suo peso, per quante forzature di potere, diciamo così, abbia già fatto e possa farne ancora un presidente cui giustamente Walter Veltroni ha appena rimproverato, in Italia, di sentirsi in attesa  solo del “giudizio di Dio”, non del popolo.

       Ancora Jas al Corriere della Sera a proposito di Trump e del suo secondo mandato alla Casa Bianca: “C’è un movimento all’interno del Paese per esautorarlo. Sbarazzarsi di un presidente è difficile, ma con la sua collaborazione potrebbe succedere”. Cioè, con i suoi eccessi, i suoi spropositi, le sue provocazioni, di fronte alle quali anche la premier italiana -la “fantastica” Giorgia Meloni, parola dello stesso Trump- ha dovuto prendere le distanze parlandogli in privato e poi parlandone in pubblico.

Anche “il ponte” della Meloni, offertasi fra le due sponde dell’Atlantico, è riuscito a mettere a rischio il presidente americano, più ancora di quanto non si tema sul fronte del no per il ponte sullo stretto di Messina ancora allo stato di progetto.

Pubblicato sul Dubbio

Il parossistico assedio dell’Italia alla Svizzera per la tragedia di Capodanno

         Cavalcato da Giulino Ferrara sul Foglio nel solito colore rosso, l’elefantino ha caricato sugli assedianti italiani della Svizzera. Che, guidati dalla premier Giorgia Meloni in persona, col supporto del vice presidente, forzista e garantista, del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, contestano le indagini sulla tragedia, anzi sulla strage -chiamiamola pure col nome che merita- di Capodanno a Crans-Montana. Dove sono morti bruciati o intossicati troppi ragazzi, anche italiani, in una trappola, più che in un locale di festa.

       Sin dalle prime battute della tragedia del fuoco e di quella successiva, televisiva e di carta, si avvertì il rischio   dell’apertura parossistica di un’altra guerra in Europa, non bastando quella d’Ucraina in corso da quasi quattro anni.

Il Papa si è fortunatamente sottratto alla tentazione di rimandare in patria le sue note e michelangiolesche guardie svizzere per fare giustizia spiccia, anche contro gli inquirenti avvertiti subito come inadeguati. O persino complici per le modeste cauzioni fissate per la liberazione dei proprietari e gestori del locale così mal protetto dal rischio d’incendio. Ma poco è mancato che il governo italiano  spedisse in Svizzera le sue squadre.

Stiano parlando, signori, della Svizzera, della neutrale e democratica Svizzera, per cui non ha torto Giuliano Ferrara a  parlare della nostra Italia,  e dei poteri istituzionali in rivolta contro i vicini, di “un paese folle, costruito sulla gogna per i presunti colpevoli” e “sull’unità operativa e di carriera di chi accusa e di chi giudica “, con “l’abominio rigurgitante del carcere afflitto dalla piaga della custodia preventiva, e nel pieno di un referendum che si vuole riformatore della giustizia sommaria“. Un referendum alla cui campagna per il no rischiano di dare una mano, col loro assalto alla giustizia svizzera troppo garantista, i principali esponenti del governo. Compreso -ha sfottuto Ferrara scrivendo di Tajani- “il figlioccio di Silvio Berlusconi e di trent’anni di guerra intorno alle esondazioni della giustizia e al penalismo politico vendicativo”.  Trent’anni contati peraltro dal fondatore del Foglio con una certa approssimazione perché in realtà è da più di quarant’anni, dal caso di Enzo Tortora, che l’Italia vive la drammatica questione della sua giustizia.

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Quei lunghi 43 anni della questione Giustizia apertasi col caso Tortora

Per quanto scontate perché riferite a date e fatti conosciutissimi, le celebrazioni conservano sempre una loro improbabilità, una sorpresa, un’occasione per rileggere qualcosa e rilevarne o scoprirne aspetti importanti. Come la questione della giustizia, dei suoi rapporti con la politica, e viceversa. Che siamo un po’ tutti portati a datare al 1992 con l’esplosione di Tangentopoli, Mani pulite, i processi di cui è appena morto uno degli avvocati della difesa più emblematici, Giuliano Spazzali, al quale ha reso le armi anche il suo ruspante, ruspantissimo antagonista del tempo Antonio Di Pietro. Furono gli anni in cui anche un presidente della Repubblica come Giorgio Napolitano individuò, scrivendone pubblicamente alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte in terra tunisina, il “brusco cambiamento” intervenuto nei rapporti fra giustizia e politica, appunto.

       Ma le celebrazioni dei 50 anni della Repubblica di carta del compianto Eugenio Scalfari hanno fornito l’occasione qualche giorno fa di un ritorno su quel giornale, sia pure solo da intervistato, di una delle più celebri firme che ne erano uscite abbastanza clamorosamente: Paolo Guzzanti. Il quale ha ricordato, in particolare, l’intervista commissionatagli personalmente da Scalfari nel febbraio del 1980 all’allora ministro della Marina Mercantile Franco Evangelisti, dimessosi per lo sputtanamento, diciamo così, derivato alla sua corrente, quella democristiana di Giulio Andreotti, alla Dc e in fondo a tutta la politica dal quadro emerso del finanziamento illegale dei partiti, e loro derivati. “Ah, frà che te serve?”, fu il liet motiv di quel filone ispirato alla frase con la quale il costruttore Gaetano Caltagirone si offriva di consuetudine all’amico Franco Evangelisti.

       Nell’evocare quella vicenda, e particolari divertentissimi come il richiamo di Scalfari ad Evangelisti a parlare da “ministro della Repubblica” mentre l’altro protestava con parolacce in romanesco contro il casino in cui si era ficcato in fondo da solo, Guzzanti ha ricordato lo stupore suo e dello stesso Scalfari per la indifferenza giudiziaria nella quale poi cadde la vicenda. Nessun avviso di garanzia, nessuna indagine, nessun processo. Eppure c’era già la legge sul finanziamento pubblico le cui violazioni poco più di una decina d’anni dopo avrebbero scatenato il finimondo.

       Già, perché? Soltanto l’anno dopo, nell’estate del 1981, lo stesso Scalfari avrebbe raccolto dal segretario del Pci Enrico Berlinguer la famosa intervista che riduceva ad una “questione morale” il problema dei rapporti dei comunisti con tutti gli altri partiti della trascorsa stagione della “solidarietà nazionale”. Dalla quale i comunisti, dopo avere appoggiato dall’esterno due governi monocolori democristiani di Andreotti, si erano tirati indietro, a sentire e interpretare Berlinguer, non per sottrarsi al programma del riarmo della Nato, e del suo ombrello sotto il quale pure lui si era sentito protetto, ma per rivendicare e rispettare la loro “diversità” morale: onesti contro tutti gli altri disonesti.

       Il clima politico, insomma, c’era per attingere all’ancora fresca avventura di Evangelisti, diciamo così, e saltare giudiziariamente sui partiti. Esso arrivò dopo. Ma non nel 1992 col l’arresto del socialista Mario Chiesa a Milano colto in flagranza di tangenti. Arrivò nel 1983 col clamoroso arresto a Roma di Enzo Tortora, a seguito del quale i macroscopici errori e abusi emersi dalla vicenda giudiziaria del popolarissimo conduttore televisivo, scambiato per un camorrista spacciatore di droga, scossero socialisti e radicali. Che sollevarono sul piano referendario la questione della irresponsabilità in cui operavano i magistrati.  Che, dal canto loro, abituati all’impunità, di carriere e di soldi, scoprirono a loro volta la pericolosità della politica.

Fu lì che nacque la questione giustizia, tuttora aperta con un referendum che però potrebbe finalmente risolverla, diversamente da quello del 1985 formalmente vinto da socialisti e radicali ma poi tradito con una disciplina della responsabilità civile delle toghe praticabile solo per modo di dire. Si lasciò scriverla agli stessi magistrati.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il27 febbraio

Un altro strappo nei rapporti fra Trump e la Meloni, o viceversa

         Questa volta, dubitando persino, e a dir poco, dell’aiuto ricevuto dagli alleati della Nato nell’intervento in Afghanistan dopo la strage di New York con l’attacco terroristico alle torri gemelle, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump l’ha fatta così grossa -avrebbe detto la buonanima di Amintore Fanfani- da non riuscire a coprirla. Né alla vista né al naso.

Persino la paziente, tollerante, comprensiva premier italiana Giorgia Meloni, in ruolo costante di “ponte”, è tornata a sbottare. E dopo “l’errore” contestato pubblicamente a Trump sul progetto di annessione, conquista, acquisto e quant’altro della Groenlandia, ha reclamato altrettanto pubblicamente “rispetto”. E non solo per i 53 italiani caduti e gli oltre 700 feriti in Afghanistan, ricordati dalla premier, ma più in generale per l’alleanza atlantica colpita dal pesante giudizio del presidente del suo principale paese componente.  

Eppure la premier italiana, per mitigare l’”errore” contestatogli sulla questione della Groenlandia, si era appena spesa a favore dell’ambizione di Trump al premio Nobel della pace, pur avendo il presidente americano cambiato peraltro il nome al Ministero della Difesa degli Stati Uniti per chiamarlo Ministero della Guerra, sempre al maiuscolo.

Più che il premio Nobel della pace, Trump ne meriterebbe ormai uno tutto nuovo da intestare alla provocazione. Come ha finito per diventare, anche per le modalità e i tempi dell’annuncio, il “board della pace” a Gaza. O del bordello, nella impietosa…traduzione del manifesto in Italia.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’onore delle armi di Di Pietro all’avvocato antagonista Spazzali

Si chiama filosoficamente eterogenesi dei fini il fenomeno degli effetti delle azioni umane inaspettati, spesso opposti a quelli perseguiti. E’ il caso emerso, con la   morte dello storico avvocato degli anni di “Mani pulite” Giuliano Spazzali, dai suoi rapporti col principale antagonista nel processo più emblematico di quella stagione, che fu il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. L’imputato difeso da Spazzali era Sergio Cusani, accomunati da esperienze giovanili di estrema sinistra, extraparlamentari. Spazzali era stato peraltro il difensore di un’organizzazione di cui dice tutto il nome: Soccorso rosso. Erano stati i tempi degli anni di piombo, per intenderci.

       Nella vicenda giudiziaria e politica delle “Mani pulite” la coppia più assortita di inputato e avvocato difensore fu quella di Spazzali e Cusani. Quella meno assortita fu di Spazzali e di Di Pietro. Che scoprì appunto con Spazzali un tipo di avvocato cui non mi sembra tuttora fosse abituato, indisponibile ad assecondare l’accusa per risparmiare manette e quant’altro all’assistito accusato di partecipazione a Tangentopoli. Così fu chiamata non una città ma un sistema dove si praticavano e si scambiavano con le tangenti gli affari privati e il finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica.

       Informato della morte da Libero, Di Pietro ha reso a Spazzali l’onore delle armi, riconoscendogli “la determinazione”, ricambiata, e negando di averlo mai considerato per questo un “nemico”. Un segno di civiltà che non guasta di certo in questi tempi di alta esasperazione, diciamo così.

       Cusani, di simpatie socialiste dopo gli anni dell’estremismo, era il consulente finanziario, ma anche di più, della famiglia Ferruzzi allargata a Raul Gardini e a Carlo Sama. Egli aveva partecipato, quanto meno, alla gestione di una “maxitangente”, come fu chiamata, di 150 miliardi di lire messa a disposizione dei politici per smontare con profitto l’Enimont prodotto dalla fusione fra la Montedison privata e l’EniChem  pubblica.

        Al processo chiamato appunto Enimont, in cui Cusani fu  condannato con rito abbreviato a poco meo di dei anni di carcere di cui quattro effettivi e riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Milano nel 2001, fra gli altri deposero l’ex presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, spavaldo nella difesa della politica lasciatasi finanziare illegalmente da imprese e imprenditori che facevano la fila per pagare tangenti, salvo poi considerarsi concussi, cioè obbligati, e l’ormai ex segretario della Dc Arnaldo Forlani, così imbarazzato nelle risposte da insalivarsi.

 Per quanto incalzante nelle domande e nei gesti trasmessi dalla televisione, Di Pietro non parve abbastanza duro con Craxi all’esigentissimo fondatore e ancora direttore della Repubblica di carta Eugenio Scalfari. Al quale invece piacque dopo qualche anno la liquidazione fatta da Di Pietro delle piaghe diabetiche di Craxi a “foruncoli” per contrastare tentativi della difesa di rallentare i tempi del processo per ragioni di salute.

       Ciò che Spazzali contestava delle indagini erano contenuti e metodi, che considerava arbitrari. Erano d’altronde gli anni in cui i rapporti fra i sostituti procuratori e il giudice per le indagini preliminari erano tali che il secondo  restituiva le carte ai primi per consigliare una diversa formulazione della richiesta di arresto, piuttosto che negarla. Ciò accadde, in particolare, al gip ormai fisso di “Mani pulite” Italo Ghitti, tanto apprezzato dai colleghi inquirenti e giudicanti a carriera unica da essere eletto al Consiglio Superiore della Magistratura.

       Potete immaginare quanto sarebbe stato felice l’avvocato Spazzali di votare sì al referendum di marzo sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e sul resto della riforma intestata alla giustizia ma in realtà riguardante solo la magistratura. La morte glielo ha appena impedito. In compenso egli ha fatto in tempo a sentire e a leggere di Antonio Di Pietro schierato per il sì referendario anche per avere avuto nel frattempo l’avventura di frequentare i tribunali pure da imputato e da avvocato, dopo gli anni epici di sostituto procuratore. Cui le folle chiedevano di far loro sognare sempre più manette. L’eterogenesi dei fini, ripeto.

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Il labile confine politico e culturale fra l’ironia e l’ossessione dell’antifascismo

       Dalle “affinità elettive” del titolo di copertina del manifesto al “patto d’acciaio” evocato dal Riformista, sempre nel titolo di copertina, alla vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX in cui la premier Giorgia Meloni camminando col cancelliere tedesco Friederich Merz gli dice che “Germania e Italia non sono mai state così vicine”. E l’altro obietta che “oh, sì che lo sono state”. Ai tempi di Mussolini e Hitler e del patto d’acciaio, appunto, propedeutico, al di là delle furbizie e riserve italiane, alla tragedia della seconda guerra mondiale.

       L’ironia sulle intese appena sottoscritte a Roma fra la Meloni e Merz in un contesto europeo e mondiale da fiato sospeso, a dir poco, è tanto facile quanto naturalmente fuorviante. La Meloni con gli stivali e Merz con la svastica sul braccio non fanno ridere. Servono solo a distrarsi e, almeno in Italia, a demonizzare una destra alla quale non si vuole perdonare di guidare il governo senza sfasciare il Paese, se non nell’immaginario di una sinistra che non sa vivere d’altro se non di antifascismo, anche dopo lo “spartiacque” recentemente indicato dal Capo dello Stato nella nascita della Repubblica. Quella italiana, non quella di Salò evocata, parlandone col Foglio, da Goffredo Bettini per motivare il suo ripensamento contro la riforma della magistratura sotto procedura referendaria.  Che se passasse -ha detto il guru e quant’altro del Pd- potrebbe investire di tale forza la Meloni da restituirla al fascismo, anche suo malgrado.  “Un’ossessione”, ha giustamente titolato Il Foglio pur essendosi scomodato a raccoglierla. O, astutamente, raccogliendola per deriderla.

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