Il governatore di Bankitalia inietta fiducia a 146 chilometri da Sanremo

Titolo del Messaggero

   Amadeus, 61 anni ben portati, ha chiuso festosamente le sue edizioni del festival della canzone a San Remo incoronando la vincitrice che quest’anno è stata Angelina Mangio. E Giorgia Meloni, 47 anni compiuti il mese scorso, continuerà a portarsi, allegramente anche lei pur  fra qualche broncio, quella che  è considerata da molti la croce del governo. Lo farà dividendosi fra cerimonie celebrative, come quelli di ieri pe il dramma a lungo sottovalutato delle foibe, incontri con parti che hanno sempre qualcosa da chiedere, o di cui lamentarsi, vertici internazionali e, ora, anche la preparazione di un duello televisivo con la segretaria del Pd Elly Schlein. Che dalle colonne del Corriere della Sera le ha anticipata una sfida per la pace a Gaza. Che putroppo dipenderà pure, ma assai poco dal governo italiano, e tanto memo dalle opposizioni peraltro divise anche su questo, dopo avere accarezzato unite solo il sogno di vedere metaforicamente la Meloni, e magari anche il cognato ministro dell’Agricoltura, travolti dea trattori e dalle mucche in agitazione.

Titolo di Repubblica

         Quella del governo italiano, e non solo di questo in carica, sarà pure una croce, ripeto, ma stavolta senza le solite o frequenti strumentalizzazioni delle difficoltà congiunturali. elencate a livello istituzionale e/o neutro.  Questa volta non da Sanremo, dove sembrava essersi trasferita la capitale sociale, culturale eccetera d’Italia, ma da Genova distante solo 146 chliometri si è levata una voce positiva, di incoraggiamento più che di monito, per il governo. Non quella di un cantante fuori dal coro, controcorrente, allontanato dall’Ariston e dintorni,, e neppure da un quasi omonimo ex campione italiano di tennis, ormai  archiviatto dal giovane Sinner, ma dal nuovo governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. Sulla cui fiducia ha dovuto titolare, chissà quanto a malincuore, conoscendone i pessimi rapporti chiamiamoli così, col governo della premier di destra, persino la Repubblica di carta stampando che “Panetta crede nella ripresa”. In particolare, nella crescita dei salari e, con questi, dell’economia nazionale, ora che si è esaurita la fase degli aumenti del costo del denaro ed è tornato a scendere o a contenersi il costo della vita.  

Dal Fatto Quotidiano

         Saranno pure “solo lacrime e sangue” quelle che ci riserverà “già dal 2025” il nuovo patto di stabilità europeo evocato dal solito Fatto Quotdiano nell’altrettanto solita sintonia con l’ex premier grillino Giuseppe Conte, secondo solo a Cavour nella graduatoria dei presidenti del Consiglio coltivata da Marco Travaglio. Sarà  pure “Cassa continua”, cha titolato da copertina L’Idenità di Tommaso Cerno prendendosela nel sommario con ”i tassi alti extraprofitti, prestiti  negati, banche che fanno miliardi e gli italiani sempre più poveri”, ma per una volta fateci comsolare con le ben diverse considerazioni del governatore in carica della Banca d’Italia, nominato con tutte le procedure di legge, non  sorteggiato fra comici alla Beppe Grillo.

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I trattori travolgono la politica facendone coriandoli di Carnevale

Da Repubblica

    Notoriamente schierata contro Giorgia Meloni e il suo governo, da cui si sente minacciata più di quanto la premier si senta perseguitata dai suoi attacchi continui, la Repubblica di carta avrebbe dovuto aprire oggi con la notizia che ha invece  sistemato  a metà della prima pagina, non molto visibile, presa da un sondaggio appena effettuato da Demos e riferito da Ilvio Diamanti. “Cala la fiducia nella premier”, annuncia il quotidiano che ricorda ancora sotto la testata il suo fondatore Eugenio Scalfari, come l’Unità Antonio Gramsci.

Da Repubblica

   “La fiducia verso il governo ha toccato il livello più basso dal secondo governo Conte”, aggiunge e conclude la sintesi dello stesso Diamanti precisando tuttavia che “viviamo in tempi incerti” e “l’incertezza coinvolge tutti gli ambienti politici e sociali”, come appunto negli ultimi giorni del secondo governo Conte.  Tanto da indurre nel 2021 il capo dello Stato a mandare a Palazzo Chigi Mario Draghi quasi come un commissario con l’appoggio, convinto o finto, di una larga maggioranza parlamentare della quale non faceva parte soltanto il partito della Meloni. Che non a caso fu stravotato nelle elezioni politiche sopraggiunte nella tarda estate del 2022, con sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza ordinaria della legislatura .

Da Repubblica

   A spiegare i “tempi incerti” di un sondaggio che pure vede calare la fiducia nella Meloni e nel suo governo osteggiato -ripeto- dalla Repubblica di carta è sullo stesso giornale l’ex direttore della Stampa Massimo Giannini con un editoriale che dice tutto nel suo titolo: “Ma a sinistra solo silenzio”. Non possono parlare per essa -la sinistra, estesa dal Pd alle 5 Stelle, dai rossoverdi ai resti scomposti di quello che voleva essere il terzo polo- le mucche portate in giro in questi giorni dagli agricoltori ed evocate dall’editorialista sulla falsariga di Pier Luigi Bersani. Che a suo tempon le identificò con la destra, in generale, immaginandole nella sede del suo partito, al Nazareno.  

Dal Riformista

    Con le mucche e i mezzi che le accompagnano per le strade e nelle piazze continua a conversare meglio la destra, persino facendosi concorrenza interna, che la sinistra. “L’asta”, l’ha chiamata nel suo titolo di copertina il Riformista di Matteo Renzi sistemando sorridenti su un trattore Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il primo reclamando festosamente più di quanto avesse già offerto l’altra ai protestatari, cioè l’esenzione dalla cosiddetta Irpef agricola per i redditi sino a diecimila mila euro l’anno.

Da Avvenire

   Sul trattore la Meloni è stata sistemata, immaginata e quant’altro anche da Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, sensibile  al richiamo del Segretario di Stato del Vaticano a favore dei dimostranti, uomini o animali che siano. Ad Avvenire ha fatta eco Il Quotidiano del Sud con questo titolo da circo: “Meloni doma i trattori accogliendo (quasi) tutte le richieste”. Cioè facendo dal governo la parte (autocritica) delle opposizioni. Siamo d’altronde in tempo di Carnevale.

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Quanta strada sono riuscite a fare le mucche nella politica italiana

Pier Luigi Bersani

            Pur senza le ruote e i motori dei trattori, semplicemente muovendosi nella loro imponenza sulle loro zampe, ne hanno fatta di strada le mucche…. nella politica italiana. La più famosa rimane quella avvertita, lamentata, denunciata e quant’altro dall’immaginifico Pier Luigi Bersani nella sede del Pd che lui ormai non dirigeva più, avendo perso contemporaneamente la segreteria e l’incarico di presidente del Consiglio, anzi il “preincarico” precisato dall’allora capo dello Stato ed ex compagno di partito Giorgio Napolitano. Egli non era riuscito dopo le elezioni politiche del 2013 –“non vinte, precisò, per l’inatteso, primo successo dei grillini- né a formare il famoso “governo minoritario e di combattimento” scommettendo su una successiva benevolenza del Movimento 5 Stelle, né a far eleggere al Quirinale i due candidati del Pd messi in pista, uno dopo l’altro: il compianto Franco Marini e Romano Prodi, ancor vivo e memore di quella disavventura ,che lo sorprese peraltro nella lontana Cina o dintorni.

         La mucca immaginata dall’ormai ex segretario del Pd doveva intendersi come  la destra che cresceva nel paese senza che i dirigenti del Nazareno se ne rendessero conto. Valutazione, quella di Bersani, che poi si è rivelata giusta, visto il successo di Giorgia Meloni, dei suoi “fratelli d’Italia” e della coalizione di centrodestra, anzi di destra-centro, conseguito nelle elezioni politiche, e leggermente anticipate, del 2022.

La vignetta del Corriere della Sera

         Un’altra mucca è stata immaginata dal vignettista Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi al festival di Sanremo, con tanto di microfono stesole da Amadeus sul palco a favore dei lavoratori della terra in rivolta: non si sa se più contro l’Unione Europea o contro il governo nazionale. Dove il ministro dell’Agricoltura è peraltro il cognato della premier. E si sa quanto pericoloso, a dir poco, sia in Italia essere cognato di chi “dà le carte”, come usa dire la stessa Meloni.

Giuseppe Conte

         Ma un’altra mucca, persino con i suoi vasti e puzzolenti escrementi, permettetemi di immaginarla -con la stessa licenza presasi a suo tempo da Bersani pensando alla sede del proprio partito- nell’aula di Montecitorio, Dove ieri si è formalizzata la fine del Giurì d’onore, proposta come la sua costituzione nelle scorse settimane, dall’ex premier Giuseppe Conte. Che si era ritenuto offeso dalla Meloni come responsabile “nelle tenebre” di una situazione politica incerta, a capo del suo secondo governo, dell’adesione  dell’Italia  al trattato del Mes,  Poi bocciato dallo stesso Conte, una volta sui banchi dell’opposizione, al pari di buona parte della maggioranza attuale,  Il Giurì è diventato di un “onore liquefatto” – ha lamentato il presidente Giorgio Mulè- perché stava per emettere un verdetto contro Conte, e quindi a favore della Meloni.

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Quando Maria Fida Moro superò l’esame di giornalista professionista

Titolo di Libero

    Senza voler fare torto a nessuno della famiglia del compianto Aldo Moro, la figlia primogenita Maria Fida, appena morta a 77 anni, fu quella che visse più tumultuosamente la terribile vicenda del padre, rapito il 16 marzo 1978 dalle brigate rosse, a poca distanza da casa fra il sangue della scorta decimata in via Fani, e ucciso pure lui dopo 55 giorni di penosa prigjonia. E di drammatica impotenza e inefficienza dello Stato, a dir poco, non mancando francamente elementi, emersi anche dalle inchieste parlamentari condotte sulla tragedia, per sospettare che i terroristi avessero trovato connivenze nello Stato sia nella preparazione del sequestro, sia nella sua gestione. Connivenze sempre negate dai brigatisti ma di cui anche Maria Fida avvertì i segni protestando contro i buchi neri delle indagini.

   Maria Fida fu tra le più critiche all’interno della famiglia nei riguardi dell’allora ministro dell’Interno Cossiga, un cui uovo pasquale mandato al figlio, il piccolo Luca, durante la prigionia del nonno, la mamma  fece rotolare per le scale di casa strappandolo dalle mani degli agenti di Polizia che lo avevano portato.

Maria Fida Moro col figlio Luca

         Luca è proprio quel nipotino che Moro nella straziante lettera di addio inviata alla moglie, quando si accorse che stava per essere ucciso, immaginava di accarezzare i riccioli. E sperava di rivedere lassù perché -scrisse- “sarebbe bello che ci fosse luce”. Quel nipotino che era felice di ospitare ogni tanto nella sua casa di via di Forte Trionfale, sempre a Roma, a poca distanza peraltro dalla mia.

         Maria Fida quando il padre era presidente del Consiglio fece praticantato di giornalismo nella redazione romana della Gazzetta del Mezzogiorno, Al termine le toccò naturalmente l’esame di abilitazione. Il padre non era più a Palazzo Chigi.  Ebbi tuttavia una telefonata davvero inusuale dal suo capo ufficio stampa Corrado Guerzoni. Che, precisando di no nfarlo a nome di Moro , mi chiese d segnalare Maria Fida ad Alberto Giovannini, che faceva parte della commissione d’esame ed era il direttore del quotidiano per il qauale io allora lavoravo: Il Giornale d’Italia. Dove, peraltro, in dissenso da chi seguiva con me la politica interna, il compianto Franco Cangini, sostenevo la candidatura di Moro al Quirinale, al posto di Amintore Fanfani, l’altro “cavallo di razza” della Dc, come li chiamava Carlo Donat-Cattin. E convinsi persino, in una intervista, il leader liberale Giovanni Malagodi ad esprimersi a favore appunto di Moro, una volta fallita per i dissensi interni al partito la candidatura ufficiale dell’allora presidente del Senato.

   Ne derivò quasi u incidente nel Transatlantico di Montecitorio con un anziano e autorevole collega, Enrico Mattei, che mi accusò di avere manipolato Malagodi. Figuriamoci: uno che quando si lasciava intervistare dettava anche le virgole e i punti delle sue frasi. Il fatto è che Malagodi non condivideva la rappresentazione di Moro come di un uomo a disposizione -come dicevano gli avversari anche interni alla Dc- di un partito comunista che aveva fatto sapere di essere disposto a votarlo al Quirinale, “per quanto -disse Giancarlo Pajetta- sia stato l’unico a non avercelo chiesto”.

         Ma torniamo agli esami di Maria Fida. Felice di occuparsene, Giovannini mi informò dopo le prove che la figlia di Moro era “brava davvero” e mi chiese di far sapere all’allora ministro degli Esteri che l’avrebbe assunta volentieri al giornale che dirigeva. Riferii naturalmente a Guerzoni, che un quarto d’ora mi richiamò incaricandomi di riferire a Giovannini che Mari Fida sarebbe stata libera di accettare ma senza il conseno del padre,  Infatti non se ne fece nulla.

         Evidentemente il Giornale d’Italia ea troppo a destra per Moro, anche se ne aveva sostenuto l’elezione al Quirinale, Ma la figlia -ironia della sorte- sarebbe finita molto più a destra.e non solo, di quanto il padre avesse potuto immaginare.

Maria Fida Moro con Giulio Andreotti

         Eletta senatrice nel 1987 per la Dc, Maria Fida ne lasciò il gruppo per passare addirittura a Rifondazione Conunista. E infine, non più parlamentare, all’Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini. Dove neppure riuscì a restare a lungo, visto che Lorenzo Cesa ne ha appena ricordato la figura lsciando intendere di averla in qualche modo riportata a casa nella sua formazione, che fa parte della diaspora democristiana.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 febbraio

Conte ricusa il giurì d’onore che gli dà torto sul pasticcio del Mes

            Strano tipo davvero Giuseppe Conte, professore di diritto, avvocato, presidente del Consiglio, presidente del Movimento 5 Stelle, maggiore esponente del progressismo in Italia, aspirante capo delle opposizioni al governo di Giorgia Meloni, difensore -solo qualche giorno fa- della “spinta propulsiva della rivoluzione” ascrivibile al suo movimento ma di memoria alquanto sovietica. Il segretario del Pci Enrico Berlinguer ne annunciò “’l’esaurimento”, cioè sfinimento, parlando in televisione del comunismo militarizzato in Polonia col ricorso di Mosca al generale Vojciek Jaruzelsky.

Meloni in Parlamento

         Ho citato le varie edizioni dell’ex premier grillino in ordine rigorosamente cronologico, secondo le cariche ricoperte e i riconoscimenti attribuitigli o attribuitisi da solo. Ma da ieri egli  può considerarsi anche il ricusatore, avendo prima reclamato e ottenuto dal presidente della Camera un giurì d’onore per l’accusa rivoltagli in aula a Montecitorio dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni di avere autorizzzato “nelle tenebre” nel gennaio del 2021, quando era a capo del governo, la firma del trattato del Mes, e per avere ora rifiutato quel giuri, chiedendone la soppressione, per averne appreso un orientamento maturato in senso contrario alle sue opinioni, versioni di fatti e quant’altro. Un giurì intanto abbandonato dai due esponenti dell’opposizione chiamati a farne parte per protesta contro il presidente Giorgio Mulè vice presidente forzista della Camera, e gli altri due esponenti della maggioranza. Che sono Il leghista Fabrizio Cecchetti e Alessandro Colucci, di “Noi moderati” dell’ex ministro Maurizio Lupi.

Conte in conferenza stampa

         Diversamente dall’annuncio fatto il 13 dicembre corso dalla Meloni in Parlamento sventolando un documento, Conte non era già dimissionario ma ancora in carica quando fece disporre con una comunicazione della Farnesina del 20 gennaio 2021 l’adesione al trattato del Mes, o fondo europeo salva Stati, essendo le sue dimissioni sopraggiunte il 26 gennaio. Ma il governo, già abbandonato dalla componente di Matteo Renzi, era virtualmente in crisi, la cui apertura formale Conte ritardò cercando inutilmente “volenterosi” del centrodestra disposti ad appoggiarlo. Egli quindi sapeva di non disporre più di una maggioranza, tanto meno a favore della ratifica parlamentare di quel trattato. Che in effetti dopo anni è stato bocciato dal Parlamento, nel frattempo rinnovato. E bocciato a cominciare dal gruppo parlamentare dello stesso Conte.

Dal Fatto Quotidiano

         Tutto questo adesso l’ex premier non vuole sentirselo dire e rinfacciare in aula col verdetto del giurì d’onore, che è stato calciato come un pallone e buttato fuori dal campo perchè “l’arbitro è venduto”, ha gridato Il Fatto Quotidiano, l’unico giornale che abbia avuto peraltro il coraggio di portare l’avvilente vicenda in prima pagina, Tutti gli altri l’hanno relegata nelle pagine interne per quella che è:: una protesta pretestuosa,  diciamo così.

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Guerini alla guerra, senza carri armati e neppure un trattore

            Pur a piedi, senza i carri armati di cui disponeva quand’era ministro della Difesa, o un modesto trattore riproposto in questi giorni come mezzo d’assalto con l’accompagnamento musicale dell’orchestra e dintorni del festival di Sanremo, dove tutto notoriamente è possibile da tempo, Lorenzo Guerini è partito per la guerra: per ora all’interno del Pd. Dove rimase nel 2019, quando l’amico Matteo Renzi lo abbandonò, per fargli -dissero e scrissero i retroscenisti- da quinta colonna. O almeno da quarta, con riserva di seguirlo in un secondo momento. Invece egli  vi è rimasto davvero con un bel po’ di amici che potrebbero anche essere considerati una corrente di riformisti duri e puri, di provenienza prevalentemente democristiana che Renzi scambiò a suo tempo di marca forlaniana, tanto da chiamarlo Arnaldo. Invece -si divertiva lo stesso Guerini a precisare- era di marca andreottiana. Giulio, quindi, avrebbe dovuto chiamarlo Renzi, valutandone meglio anche la imprevedibilità.

Sal Corriere della Sera

         Poiché la segretaria del Pd Elly Schlein non demorde, a dispetto di certe apparenze per  qualche frase di malumore strappatale recentemente nei corridoi della Camera, nella  speranza di ricomporre con Giuseppe Conte il cosiddetto campo largo, alimentato ogni tanto da qualche fuggevole incontro e persino abbraccio, Guerini ha cercato o accettato l’occasione offertagli dal Corriere della Sera con una intervista per avvertire sia la compagna di partito sia il suo interlocutore intermittente con l’aureola delle cinque stelle che le alleanze vanno fatte “sui valori del Pd”, Che, ad occhio e croce, non mi sembrano coincidere con quella “spinta propulsiva della rivoluzione” grillina appena evocata con linguaggio leninista dall’ex premier inconsolabilmente detronizzato tre anni fa da Mario Draghi.

Dalla Stampa di ieri

    Nell’ambito dei “valori del Pd”, intesi evidentemente anche come scelte da esso compiute al governo, e ben conosciute in materia dall’allora ministro della Difesa, Guerini ha ammonto che “Kiev è un punto fermo”. Quindi, fermo l’aiuto politico, militare, economico e umanitario fornito all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin col pretesto di “denazificarla”. Come se fosse la terra di Gaza appena descritta in una lunga intervista a Lucia Annunziata, per la Stampa, dal generale israeliano Gabi Siboni, peraltro convinto che occarrano una cinquantina d’anni per sradicare davvero da quella parte del Medio Oriente, nonostante ridotta in macerie, l’organizzazione terroristica di Hamas. Che è notoriamente nata, cresciuta e tuttora operante per riprendere e portare avanti il progetto appunto nazista di uccidere gli ebrei, ovunque e comunque.

Schlein e Conte

   Conte, si sa, considera “bellicista”, col casco in testa dei tempi di Erico Letta segretario, un Pd schierato a favore dell’Ucraina. Immagino le spallucce fatte leggendo oggi Guerini. E il colore, una volta tanto, non degli abiti ma del volto della Schlein.

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La Meloni tronca gli spettacoli di Sgarbi accettandone dal Giappone le dimissioni

    Dalle lontane nevi del Giappone, dove è andata a raccogliere la staffetta del G7. Giorgia Meloni ha mandato un messaggio al teatrino della politica italiana, come lo chiamava la buonanima di Silvio Berlusconi prima di parteciparvi pure lui cercando ogni tanto di metterci un po’ più di allegria dei suoi predecessori e poi competitori. Ma senza riuscirvi molto, debbo dire con sincerità, anche a costo di smentire colleghi e amici, a cominciare dal buon Giuliano Ferrara, che si divertivano ad apprezzarne stranezze ed esuberanze ridendo dello stupore o dello scandalo gridato dagli avversari, compresi pubblici ministeri e giudici.

Titolo del Fatto Quotidiano

         Raggiunta dalle notizie sui ripensamenti, veri o presunti, attribuiti a Vittorio Sgarbi dopo l’annuncio in diretta, durante una manifestazione pubblica, delle dimissioni da sottosegretario alla Cultura, la premier ha annunciato di averle comunque accettate. Segno che qualcosa di scritto a lei deve essere arrivato dall’interessato, proteso invece a descriversi ancora indaffarato a stendere la sua lettera per farcirla meglio di attacchi, critiche, allusioni e quant’altro a chi le ha provocate. E ciò a cominciare, naturalmente dal suo per niente ma ormai ex ministro Gennaio Sangiuliano, trovatosi alla fine, nei rapporti con l’inquieto sottososegretario, come a suo tempo il ministro Giuliano Urbani. Che ne risulta agli amici ancora scioccato a distanza di tanti anni.

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

         Peccato che un uomo della cultura, a volte -non sempre- della simpatia, della professionalità di critico d’arte come Sgarbi sprechi così tanto e così spesso il suo talento.. Sicuramente più di quanto lo vada sprecando, per altri versi e su altri fronti, il leader leghista ed alleato Matteo Salvini. Che peraltro con quell’incarico che ha anche di vice presidente del Consiglio dovrebbe avvertire un obbligo in più e non in meno di discrezione, di contenimento, di condivisione e portare la mano più sulla bocca che sulla patta recentemente esibita anche da Sgarbi imitando l’ex convivente dalla Meloni negli studi televisivi, dove preparava allegramente le sue trasmissioni.

         Con Meloni poi gli obblighi maschili  di riservatezza, correttezza, diciamo pure  galanteria dovrebbero essere avvertiti di più trattandosi di una donna: per giunta la prima giunta alla guida del governo nella storia pluristituzionale d’Italia, tra Monarchia e Repubblica e varie edizioni di quest’ultima: prima, seconda, terza come potrebbe diventare con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, o quarta come già viene offerta in televisione da conduttori che corrono più dei primatisti nelle gare a piedi, in moto o in auto.

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Conte adatta alle 5 Stelle la spinta propulsiva della rivoluzione di Lenin

Dal Dubbio

   Democristiano fra i democristiani emeriti, sino a celebrare una volta in un teatro campano il compianto Fiorentino Sullo. Progressista fra i progressisti, sino a guadagnarsi il grado più alto dall’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti. Grillino fra i grillini sino a degradare di fatto Beppe Grillo da fondatore a garante e a consulente a contratto. Avvocato tra gli avvocati sino ad assumere la difesa del “popolo” nel suo complesso, non bastandogli i singoli affidatisi ai suoi uffici. A sinistra più a sinistra di quelle vecchie e nuove di matrice comunista e non, Giuseppe Conte è riuscito in una intervista al Corriere della Sera a recepirne e rappresentarne “la spinta propulsiva”. Che pure nel 1982 il povero, esausto Enrico Berlinguer dichiarò “esaurita” commentando in televisione la gestione militare di quel che era rimasto del comunismo in Polonia, dopo gli scioperi di Lech Valesa e le preghiere, quanto meno, del lontano ma molto avvertito Papa polacco regnante a Roma. Giovanni Paolo II.

    Dal comunismo che fu, e che ancora cerca di essere in Asia e in Africa, la Meloni permettendo quando riuscirà a realizzare il piano Mattei, l’ex premier grillino ha fatto senza volerlo tante stelle da aggiungere a quelle che lui presiede in terra, o della terra.  E ne ha gà cominciato a difendere la spinta propulsiva -ripeto- da quanti la minacciano ponendogli condizioni persino belliciste per la ricomposizione del famoso “campo largo”. Al centro del quale, il più tardi possibile, sarà magari eretto un monumento per custodirvi i suoi resti mummificati, come Lenin. La cui teca -lo confesso- mi procurò qualche emozione quando mi capitò di visitarla in una fila che non si era ridotta con la falce e  il martello appena rimossi dalla cupola del Cremlino per lasciarvi sventolare solo la bandiera russa, non più rossa. 

    Non vorrei che il mausoleo del Conte travestito da Lenin finisse per sorgere a Volturara Appula, il suo paese natale, terra una volta di serpenti e avvoltoi. Una volta.

Pubblicato sul Dubbio

Conte in veste di bolscevico a difesa della “spinta propulsiva” delle 5 Stelle

Conte e Grillo

         A 60 anni neppure compiuti Giuseppe Conte ha già collezionato, indossandole o lasciandosele applicare nei vari momenti della sua carriera politica, un bel pò di maschere. Ed anche di soprannomi, o quasi. Dal Camaleonte, che fa felicemente rima col suo cognome, all’”uomo dei penultimatum”, che gli diede una volta l’insospettabile Beppe Grillo scherzando su una minaccia appena sollevata dall’allora presidente del Consiglio a qualcuno degli alleati e rientrata già l’indomani; dal “professore”, scoperto a Firenze dall’allievo Alfonso Bonafede, Fofò per gli amici, che lo segnalò a Grillo e ne diventò   poi il ministro della Giustizia, all’”avvocato del popolo”, proclamatosi da solo in Parlamento presentando il suo primo governo.

Nicola Zingaretti

         Al secondo governo, poco più di un anno dopo, col Pd di Nicola Zingaretti al posto della Lega di Matteo Salvini, l’uomo si vide e sentì promosso dai nuovi alleati come “l’esponente di punta dello schieramento progressista”. E si mise a compulsare freneticamente i numeri telefonici di Goffredo Bettini e di Massimo D’Alema.

Dal Corriere della Sera

         Finito all’opposizione, Conte è impegnato da qualche tempo in una rincorsa, che un po’ ammette e un pò nega, del Pd dell’armacromatica Elly Schlein per sorpassarla elettoralmente, visto che i sondaggi lo danno a uno o due punti di distacco soltanto, E da li magari trattare su posizioni di forza una federazione di sinistra anti-Meloni  per le prossime elezioni politiche.  Ma ora si è spinto più a sinistra del solito vestendosi addirittura non dico da Lenin, ma da un bolscevico della sua modesta Volturara Appula, terra una volta di serpenti e avvoltoi, dicendo al Corriere della Sera, testuale, che “non si può chiedere al Movimento Cinque Stelle di abbandonare la sua forza propulsiva”, neppure dopo che ha perduto più della metà dei voti delle penultime elezioni politiche: quelle del 2018.

Enrico Berglinguer

         Con la “forza propulsiva” Conte ha evocato quella famosa della rivoluzione d’ottobre per tanto tempo esaltata dai comunisti di tutto il mondo ma di cui Enrico Berlinguer -non l’ultimo arrivato del Pci- annunciò in televisione “l’esaurimento” commentamdo nel 1981 -modestamente, sua mia domanda- il ripiegamemto dei sovietici sul generale Vojciel Jaruzenlsky per militarizzare quel che era anocra rimasto del comunismo in Polonia sotto il Pontificato polacco di Giovanni Paolo II  e gli scioperi di Lec Walesa.

La mummia di Lenin

   Un Conte mummificato nella sua Volturare come Lenin a Mosca sarebbe forse troppo persino per il discincantato Grillo, già salito sull’”altrove” da cui dispensa battute e anche qualche pentimento su ciò che ha combinato in Italia con le sue cinque stelle, ora quasi sei con quella della Schelly.

Ripreso da http://www.startmag.it

Stefania Craxi mette all’occhiello di Forza Italia il garofano socialista

Stefani Craxi e Antonio Tajani

   Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi che ha celebrato da poco  trent’anni, dei quali sette mesi all’incirca vissuti senza il fondatore, ha avuto sin dall’’inizio il suo simbolo e il suo inno. Non mi pare che abbia mai adottato un fiore. Da ieri ne ha uno, regalato al suo segretario Antonio Tajani da Stefania Craxi, in una teca come quella che il padre Bettino offriva agli amici cui teneva ed era il simbolo del suo partito: il garofano rosso. Col quale egli aveva voluto sostituire la falce e il martello sul libro di Marx che ne aveva caratterizzato la storia dopo la sostanziale, disastrosa sovietizzazione del socialismo tentata dalla rivoluzione d’ottobre in Russia.

         Il segretario forzista -o azzurro, come Berlusconi preferiva che fossero chiamati gli iscritti al suo partito, se bisognava dar loro un colore- ha gradto il dono ricordando con ammirazione il padre di Stefania, da tempo senatrice di Forza Italia e ora anche presidente della commissione Difesa ed Esteri di Palazzo Madama. Un’ammirazione compatibile con l’origine dichiaratamente liberale di Tajani lungo il filone del liberalsocialismo in cui lo stesso Craxi si riconosceva, fedele alla lezione di Carlo Rosselli, ucciso dai fascisti in Francia nel 1937.

   Proprio da liberalscialista Taiani aveva scritto nel 1982 una empatica biografia di Lelio Lagorio, amicissimo di Craxi, chiamato “Granduca” per il suo forte seguito nella sua Toscana, ministro della Difesa negli anni della partecipazione italiana al riarmo missilistico della Nato in Europa. Che e avrebbe portato al collasso del comunismo senza spargere una goccia di sangue.

Dal Fatto Quotidiano

         L’affollato e festoso convegno a Rho, vicino Milano, in cui si è voluta sancire, in vista del congresso di fine mese e delle elezioni europee e regionali e amministrative di giugno, l’ormai consolidata identificazione di gran parte dei  socialisti di tendenza e fede craxiana nel partito fondato da Silvio Berlusconi, è stato declassato dal solito Fatto Quotidiano in una “seduta spiritica”, organizzata per chiedere aiuto ai due leader scomparsi nelle contingenze politiche di questo 2024. Che vede obiettivamente Forza Italia insidiata nelle urne dagli alleati di centrodestra, Gorgia Meloni e Matteo Salvini, e da quel che pur di scompoasto si muove al centro.

Titolo del Giornale

   Matteo Renzi ha appena dato alle stampe un nuovo libro- “Palla al centro”- di cui ha chiesto e ottenuto dal generoso Giornale ora solo parzialmente della famiglia Berlusconi un’anticipazione per proporsi, anzi riproporsi come quello che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto sottrarre al Pd considerandolo un anticomunista, anche se incontrato la prima volta in un abito di velluto “da comunista”, gli disse nel palazzo della provincia di Firenze.  Dubito tuttavia che il battutismo dell’ex premier, ex sindaco di Firenze e ancora altro, possa procuragli chissà quale pesca in acque forziste da qui a giugno.

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