Il brivido della patrimoniale passato per la schiena anche di Giorgia Meloni

Meno male, per il governo e, più in particolare, per la premier Giorgia Meloni e i suoi “fratelli d’Italia”, che la Camera dei Deputati si è decisa ad andare in ferie. Almeno per qualche settimana sarà scongiurato un altro “brivido” come quello passato ieri, quando la presidente del Consiglio ha appreso che la sua amica e collega di partito Paola Frassinetti, generosamente promossa sottosegretaria al Ministero dell’Istruzione e del Merito, aveva gravato il governo del compito di “valutare” l’introduzione di una tassa patrimoniale sopra i 500 mila euro di proprietà accogliendo un ordine del giorno di Nicola Fratoianni. Che è titolare, diciamo così, dell’unica formazione dichiaratanente e orgogliosamente di sinistra presente in Parlamento: “Sinistra italiana”, appunto.

         E meno male, ancora, che la sottosegretaria in un sussulto di responsabilità, prudenza e simili aveva avvertito l’opportunità, nell’esprimere a nome del governo il parere positivo alla proposta, di chiedere a Fratoianni, e di ottenere, la “riformulazione” dell’ordine del giorno per limitare “l’impegno” ad una semplice valutazione, non all’adozione di un provvedimento.

         Ma è bastata la promessa di una “valutazione”, denunciata prontamente dai renziani che si vantano di vigilare dall’opposizione la frontiera fiscale a difesa delle  tasche dei contribuenti, a fare sobbalzare la Meloni. Che era peraltro impegnata in un pranzo di lavoro con i vertici della maggioranza, a base di insalata di riso, due ricottine, mozzarella e prosciutto cotto, come riferisce l’informatissimo Foglio, per un maggiore e migliore coordinamento tra governo e gruppi parlamentari di centrodestra. Poco dopo è stato diffuso un comunicato per tirare fuori la maggioranza dalla “palude” in cui l’aveva ficcata la sottosegretaria di destra. “Valutazione fatta di corsa e patrimoniale esclusa”, ha riferito e riassunto con sollievo La Verità di Maurizio Belpietro.

         Al sollievo del giornale di destra si contrappongono naturalmente la delusione e la derisione dell’Unità, che per un po’ di ore ha rischiato di morire  per infarto di gioia nelle  edicole dove l’ha appena riportata Piero Sansonetti con Alfredo Romeo, l’editore anche del Riformista affidato a Matteo Renzi. Sormontato da un “occhiello” contro i “dilettanti allo sbaraglio”, il giornale storico dei comunisti italiani ha titolato in apertura: “Era ora: anche la destra vuole la patrimoniale! (Ma era uno sbaglio: Povera Giorgia!), ricollocatasi rapidamente al posto di affamatrice dei deboli e di protettrice  dei ricchi e degli evasori assegnatole dagli avversari di sinistra. Cui da qualche giorno, con un movimento appena costituito dall’ex ministro ed ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, si sono aggiunti avversari anche di destra. I quali la considerano rovinosamente convertita al “liberalismo e atlantismo”. Se ne discuterà sotto qualche ombrellone, in attesa che arrivi l’autunno e che Alemanno riesca a partecipare a qualche elezione.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il “terzopollismo” giustamente deriso da Marco Travaglio

         E’ forte la tentazione, ve lo debbo confessare, di cedere un po’ in questa pazza estate, d’altronde, di cedere a un po’ al qualunquismo inseguendo Salvatore Merlo col suo sarcastico racconto, sul Foglio, della Camera impegnata di prima mattina a discutere se continuare a permettere o no a parlamentari e ospiti di non indossare la cravatta o di calzare scarpe da ginnastica. O altri che hanno deriso Piero Fassino per avere sbagliato deliberatamente i conti di quanto prendono ogni mese i parlamentari sventolando, sempre nell’aula di Montecitorio, il cedolino dei suoi 4718 euro netti di luglio, senza tener conto dei circa 8 mila, sempre mensili e netti, di cosiddette diarie e benefit. Proprio lui  poi, Fassino,  di cui ho personalmente molta stima per essere stato fra i pochi a raccontare in una sua autobiografia tanti anni fa l’errore del pur mitico Enrico Berlinguer di lasciare superare il Pci da Bettino Craxi sulla strada del riformismo e dell’ammodernamento della sinistra, sin quasi a morirne a Padova nel 1984 dopo un comizio fisicamente devastante.

         Ma la notizia principale del giorno, anche rispetto alle rumorose polemiche sul colore politicamente nero della strage del 2 agosto 1980 nella stazione di Bologna, o a quelle sul reddito di cittadinanza tolto ai tanti cosiddetti “divanisti” difesi dal ritrovato “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, è la dissoluzione di quello che un po’ tutti ci siamo abituati a chiamare “terzo polo” e anch’io -vi confesso pure questo- ho votato nelle elezioni politiche dell’anno scorso. Una dissoluzione compiuta secondo La Stampa col suo titolo sul “divorzio Renzi-Calenda”, o prossima a compiersi secondo Il Giornale. Che aspetta ancora il “passo” finale, forse per scaramanzia, desiderandolo forse più di tutti.

         E’ già da tempo, prima ancora dell’estate, della primavera e pure dell’inverno, già all’indomani del voto di settembre, che Renzi e Calenda, o viceversa in ordine alfabetico, come preferite, guardano l’uno in direzione opposta all’altro. C’è solo da scegliere la foto che ci piace di più nell’archivio prodotto dai due ritrovatisi chissà perché insieme un anno fa, quasi di questi tempi. Ormai Carlo e Matteo, come continuano curiosamente a chiamarsi, non sono più né alleati né concorrenti ma semplicemente avversari. L’uno cerca sempre più insistentemente di spostare l’altro a destra e viceversa, a sinistra, riuscendovi -bisogna riconoscerlo- alla perfezione. E, per giunta, non fra il compiacimento ma l’imbarazzo delle parti interessate.

         In attesa della formalizzazione della separazione dell’Italia Viva renziana e dell’Azione calendiana in entrambi i rami del Parlamento, forse una riuscendo a costruire un gruppo e l’altra confluendo in quello misto, salvo aiuti esterni all’ultimo momento, debbo ammettere che l’unica cosa a mettermi in imbarazzo è quella di dovermi riconoscere, una volta tanto, nel sarcasmo dei “terzopollisti” di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Mi doveva toccare anche questo. Pazienza.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’estate del corsaro Matteo Renzi ormai stufo dell’ingrato Calenda

         Nell’Italia della “occupazione da record senza boom economico”, secondo la rappresentazione di Avvenire, il giornale dei vescovi, e nell’estate più pazza del mondo, come molti l’hanno definita sotto tutti i punti di vista, Matteo Renzi ha deciso, o tentato, di riprendersi la scena proponendo anche formalmente in Senato l’elezione diretta del presidente del Consiglio in veste di sindaco d’Italia. Come dice lui che a suo tempo lo fece a Firenze, prima di scalare il Pd e Palazzo Chigi perdendo alla fine entrambi. “Pochi consensi, grandi mosse. Renzi è tornato”, hanno titolato in un piccolo richiamo di prima pagina La Nazione della sua Firenze, appunto, e gli affiliati Giorno e Resto del Carlino.

         Il Giornale della famiglia Berlusconi, pur ridotta dalla maggiore partecipazione della famiglia Angelucci, ha visto e indicato nella iniziativa di Renzi una “strizzata d’occhio ai “fratelli d’Italia” di una Giorgia Meloni tornata dai fasti della Casa Bianca alle miserie della “little Italy” indicate ieri dalla Stampa e riprese oggi anche da altri giornali. Fra i quali naturalmente ha cercato di distinguersi il solito Fatto Quotidiano con l’altrettanto solito fotomontaggio su una Meloni sempre sorridente, come nella campagna elettorale dell’anno scorso, ma non più pronta a “risollevare l’Italia”. Che è precipitata secondo i grillini nella povertà dalla quale essi l’avrebbero tirata fuori nel 2018 e anni successivi sforando i vincoli europei, introducendo il reddito di cittadinanza oggi sottratto da un minimo di 169 mila a un massimo di 240 mila famiglie e tagliando seggi parlamentari.

         Come accade peraltro in tutte le famiglie politiche, anche Renzi con la sua piccola Italia Viva e col cosiddetto terzo polo allestito con Carlo Calenda per le elezioni politiche dell’anno scorso, ma dichiaratamente proiettato di più verso le elezioni europee dell’anno prossimo, sottovaluta l’inconveniente di avere problemi in casa persino superiori a quelli esterni.

         Calenda, per esempio, non è più convinto dell’elezione diretta del presidente del Consiglio compresa nel programma dell’alleanza con Renzi, che glielo ha rinfacciato. “A forza di cambiare idea Carlo smentisce anche se stesso”, gli ha rimproverato Matteo, per rimanere al livello dei nomi e non dei cognomi. E quanto alle proteste dell’alleato -se lo si può ancora definire così- per le frequentazioni conviviali degli amici di una certa notorietà o peso  sorpresi a cena con la ministra di destra Daniela Santanchè nella Verisilia del Twiga, Renzi ha osservato parlandone al Corriere della Sera: di fronte al mondo che  va a pezzi dal Niger all’Ucraina, l’aumento dei prezzi che mette in ginocchio il ceto medio” e l’Europa al bivio fra “rilancio o morte del sogno dei padri fondatori…mi permetterà di non interessarmi alle cene di Bonifazi o di Richetti. Ognuno va a cena con chi vuole”, anche a costo di scandalizzare il Calenda che Renzi si mostra pentito di avere voluto “ministro, ambasciatore, candidato del terzo polo”.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La festa della sinistra e dintorni per il calo del pil nel secondo trimestre dell’anno

Ciò che resta della sinistra, fra il Pd di Elly Schlein e il ritrovato “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, che è riuscito persino a trasformare il fondatore e garante Beppe Grillo in un consulente a libro paga -avrebbe detto una volta lo stesso Grillo- del MoVimento 5 Stelle, festeggia il pur modesto calo del pil registrato dall’Istat nel secondo trimestre dell’anno. In festa anche Repubblica col titolo di annuncio che “l’economia adesso frena” e l’Italia è o torna “ultima tra big europei”. La Stampa racconta a suo modo “il difficile ritorno” di Gorgia Meloni dagli Stati Uniti “a Little Italy”, stretta fra i problemi interni della sua maggioranza e le proteste politiche e sociali contro il reddito di cittadinanza tolto con un sms dall’Inps a 169 mila famiglie. Che stanno salendo in queste ore a 249 mila, una rappresentanza delle quali, contenuta dalle forze dell’ordine, ha protestato a Napoli -e dove sennò?- non riuscendo tuttavia ad occupare tutta Piazza del Plebiscito.

         Il mio amico Piero Sansonetti ha colto l’occasione per fare tornare sempre di più alle origini la sua Unità per compiacersi che “il miracolo italiano” targato Meloni sia “durato 3 mesi” soltanto, superato dal “crollo del pil” e dal carovita che “sale”, anche se -in verità- l’inflazione risulta in contrazione. Persino il buon Davide Giacalone, sulla sua “Ragione” certamente non di sinistra, pur riconoscendo che non stiamo marciando verso la recessione, ha voluto titolare sulla “DeCrescita”.

         A leggerne solo l’incipit pure l’ex senatore Carlo Cottarelli, eletto nelle liste del Pd e dimessosi con l’arrivo della segretaria Schlein, sembra partecipe, sulla Stampa, dello smacco subìto dalla Meloni con i dati sul pil del secondo trimestre di quest’anno. “Ma- ha poi avvertito onestamente l’economista che Sergio Mattarella tentò nel 2018 di mandare a Palazzo Chigi al posto di Conte- come era sbagliato prima esultare prematuramente” per la crescita del pil nel primo trimestre “sarebbe ora ugualmente sbagliato dare troppa importanza al dato di un singolo trimestre. Se guardiamo alla crescita nel complesso della prima parte dell’anno, l’Italia sta nella media europea”.

  Anche sul Foglio si racconta e si spiega “perché non c’è ancora da preoccuparsi per il calo del pil italiano”. Come, dove sto scrivendo, considero per niente preoccupante il calo, finalmente, della temperatura provocato solo da un bel maestralino, non da qualcuna delle grandinate “terroristiche” di cui ha parlato ieri in una intervista a Repubblica, a sostegno di una maggioranza d’emergenza nell’Unione Europea  per la transizione ecologica, il presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Al quale, puntuale come un treno o un orologio svizzero, Maurizio Belpietro sulla Verità ha intimato di tacere contestandogli scarsa competenza ambientale e soprattutto quel pur modesto prelievo dai conti correnti bancari degli italiani effettuato dal suo primo governo nel  lontano 1992.

L’assist climatico di Giuliano Amato a Giorgia Meloni nell’Unione Europea

Ancora alle prese, a 85 anni belli che compiuti e ben portati, beato lui, con le palle da tennis da giocatore dilettante, secondo i suoi amici ed estimatori campione mancato negli anni giovanili solo per la sua scelta di non praticare da professionista questo sport, Giuliano Amato non perdona al clima di avere preso l’abitudine di mandarcene addosso di ghiacciate come sassi devastanti. E si è vendicato a suo modo dando proprio al clima del “terrorista”, persino peggiore di quelli degli anni di piombo perché “indiscriminato”, diversamente dai brigatisti, neri e soprattutto rossi. Che selezionavano i loro obiettivi pur quando praticavano “macelleria”, come ammisero di aver fatto in via Fani il 16 marzo 1978 i sequestratori di Aldo Moro sterminandone la scorta.

         Altro quindi che terroristi i cosiddetti negazionisti che, operosi anche in questo campo, denunciano la pericolosi delle reazioni della natura agli abusi che facciamo del territorio su cui abitiamo e facciamo schifezze di ogni tipo e grandezza. Il terrorista -ripeto- per Amato è proprio il clima, dal quale bisogna difendersi cambiando le nostre abitudini di vita e buttandola un po’ anche in politica. E come?  Formando maggioranze di “emergenza” per riparare ai danni compiuti, mettere in sicurezza ciò che sicuro non è più e placare la natura impazzita e incattivita nelle reazioni alle offese che ritiene di avere ricevuto per troppo tempo. Emergenza come quella praticata a livello politico in Italia nei già ricordati anni di piombo, quando democristiani e comunisti elettoralmente alternativi si misero d’accordo e crearono le premesse, quanto meno, della lunga azione di contrasto che negli anni successivi, pur con maggioranze diverse, e fra troppi funerali cui l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini partecipava piangendo e imprecando insieme, si riuscì a sconfiggere la violenza armata.

Poi, è vero, sarebbero arrivate le stragi mafiose e tutto il resto, compresi i processi e le indagini, tuttora in corso, per complicità, tradimenti, trattative e quant’altro di riconducibile alla politica e persino allo Stato o a suoi pezzi -si spera- deviati. Ma anche da quella stagione siamo riusciti a tirarci fuori, senza neppure bisogno di rinunciare alla fisiologia della lotta politica, in qualche modo esasperata dal pur bislenco bipolarismo della cosiddetta seconda Repubblica, o di questa che alcuni considerano persino quarta, almeno nei titoli di certe trasmissioni televisive.

         Amato ha troppa esperienza politica, ormai superiore anche a quella di giurista, per potersi fare soverchie illusioni sulla possibilità di pacificare maggioranza e opposizioni in Italia su un tema d’interesse così generale come il clima, diventato anch’esso di doppia, tripla lettura quasi ideologica, anche ora che le ideologie sono da tempo considerate scomparse. Dietro ogni gesto o solo sospiro della premier Berlusconi sono ancora in troppi a vedere ombre di fascismo, se non un fascismo vero e proprio di ritorno, inconciliabile con la democrazia. Anche se dovesse decidere di spegnere la fiamma che fu del Movimento Sociale nel simbolo del suo partito la Meloni continuerebbe ad essere sospettata di tentazioni o reincarnazioni fasciste. In questo il Pd di Elly Schlein e il MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte dopo qualche esitazione marciano uniti, nelle piazze e non solo in qualche bar per consumare limonate.

         Ma a livello internazionale il discorso è diverso. L’agibilità, diciamo così, della Meloni è superiore perché lei più ancora della sorella a capo dei “fratelli d’Italia” è riuscita a imporsi come leader conservatrice. La sua non è più una velleità ma un’ambizione realistica di partecipare alla maggioranza nel Parlamento europeo che sarà rinnovato l’anno prossimo. Ed è proprio in Europa, al cui livello la transizione ecologica è più doverosamente e propriamente gestibile, che l’ex presidente del Consiglio in una intervista a Repubblica ha immaginato e auspicato la partecipazione della Meloni ad una nuova maggioranza. Una partecipazione non per sostituirsi ai socialisti nella loro ormai tradizionale alleanza con i popolari ma per aggiungersi ad entrambi.

         Alla intervistatrice, dubbiosa di tanta fiducia o ottimismo, che gli ricordava i rapporti comizianti della Meloni con la destra spagnola -reduce peraltro da una batosta elettorale che ha procurato alla presidente del Consiglio la raucedine attribuitale dal vignettista Emilio Giannelli sul Corriere della Sera-  Amato ha risposto col suo solito modo sottile di osservare e ragionare. Grazie all’estremismo mediatico praticato in Italia da Maurizio Belpietro, che ritiene esagerate e false le preoccupazioni per il surriscaldamento della terra e le cause e gli effetti che gli attribuiscono i verdi e simili, Amato ha potuto così difendere la premier italiana distinguendola dagli amici ispanici: “Nel programma di Vox è scritto che la transizione  ecologica è un’invenzione delle elites per portare via i soldi ai ceti popolari. Mi sembra che in Italia queste posizioni estremiste siano confinate ai titoli del giornale La Verità”, che è diretta appunto da Belpietro. E che ora tratterà il presidente emerito della Corte Costituzionale peggio ancora di quanto non abbia già fatto, per i più svariati motivi, dall’uscita del primo numero.

Pubblicato sul Dubbio

Tutti gli emeriti consigli e apprezzamenti a Giorgia Meloni

         Di ritorno con la sua piccola Ginevra dagli Stati Uniti, sulla premier Giorgia Meloni sono ripiovute non dico come grandine – d’attualità in questi tempi estivi- ma quasi le critiche e le diffidenze di critici abituali come Ezio Mauro su Repubblica e Massimo Cacciari sulla Stampa. Il primo l’ha accusata di capeggiare, anche dopo l’incontro col presidente americano e gli apprezzamenti che ne ha ricevuto, una “destra ferma nella terra di nessuno”. Il secondo le ha rimproverato di “non essere ancora all’altezza dei suoi obiettivi”.

         Diversamente dall’ex direttore Mauro, tuttavia, sulla stessa Repubblica Giuliano Amato, un presidente emerito di un pò di tutto, dal Consiglio dei Ministri alla Corte Costituzionale, ha auspicato -letteralmente- che la destra conservatrice della Meloni faccia parte della maggioranza nel Parlamento europeo rinnovato l’anno prossimo: non in sostituzione- ha precisato- ma in aggiunta ai socialisti alleati con i popolari. Sarebbe una maggioranza “di emergenza”,  come fu in Italia quella realizzata fra democristiani e comunisti negli anni di piombo per combattere il terrorismo. Che allora era quello cui ricorrevano brigatisti di destra e di sinistra e oggi è quello “anche peggiore” praticato in modo “indiscriminato” dal clima con quelle palle “non da tennis ma di ghiaccio” che ci cadono addosso. “Il terrorismo del clima -ha detto Amato- non si sconfigge senza una voce politica uniforme” e un cambiamento radicale di abitudini generali di vita, non abusando più dei territori su cui viviamo.

         Interrotto dall’intervistatrice convinta che i legami della Meloni con la destra spagnola Vox, fresca peraltro di una clamorosa sconfitta elettorale, non rendano affidabile la premier italiana neppure sul terreno da lui teorizzato e auspicato, Amato ha risposto: “Nel programma di Vox è scritto che la transizione ecologica è un’invenzione delle elites per portare via i soldi ai ceti popolari. Mi sembra che in Italia queste posizioni estremiste siano confinate ai titoli del giornale La Verità”. Che non è l’organo ufficiale del partito della Meloni. Né il suo direttore Maurizio Belpietro sembra francamente aspirare a farlo diventare.

         D’altronde, più del partito della Meloni preoccupa da qualche tempo Amato la Lega di Matteo Salvini per l’accelerazione reclamata del progetto delle cosiddette autonomie differenziate. Che l’ex presidente del Consiglio ritiene “incostituzionali” nei contenuti e nei tempi voluti dai leghisti, tanto da essersi dimesso con altri autorevoli esponenti dalla commissione di esperti di cui il ministro Roberto Calderoli intendeva avvalersi per portare avanti il suo disegno di legge.

         Dopo quelli di Henry Kissingher negli Stati Uniti arrivano insomma alla Meloni anche i consigli e gli auspici dell’emerito italiano Giuliano Amato, non dissimili -penso- da altri forniti da tempo dietro le quinte, prima e dopo le ultime elezioni politiche, dal diretto predecessore della stessa premier a Palazzo Chigi Mario Draghi.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il bombardamento sociale sulla Meloni di ritorno dagli Stati Uniti

         Oddio, che cosa è accaduto in sole 24  ore perché la prima pagina del più diffuso giornale italiano -il Corriere della Sera naturalmente- potesse e dovesse passare dall’annuncio dell’amministratore delegato della banca Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che “l’Italia può fare meglio anche della Germania” alla rappresentazione di un Paese sotto bombardamento sociale, diciamo così. “Rischi di tenuta sociale”, appunto, è il titolo di un’intervista del Corriere all’ex ministro Francesco Boccia, oggi capogruppo del Pd al Senato e pretoriano della segretaria del partito Elly Schlein, appena insorta come un Conte o un Grillo qualsiasi contro il reddito di cittadinanza tolto a 169 mila famiglie.

         Questa notizia, in verità, era già di ieri. Oggi è diventata una “bomba” per le reazioni politiche e sindacali sposate in pieno sulla Stampa -che pure  non è o non ancora l’organo della Cgil o del Movimento 5 Stelle-  dal direttore Massimo Giannini. Che ha scritto: “Certo colpisce, e quasi ferisce, che nello stesso giorno in cui vara un’altra infornata di condoni fiscali per le classi di reddito medio-alte, la maggioranza chiuda i rubinetti del Reddito di Cittadinanza per 200 mila famiglie povere. E lo fa nel modo più becero, che solo il freddo cinismo burocratico del nuovo Leviatano social-cattivista può concepire”.

         “Come i Giganti del Web che licenziano i dipendenti con una mail -ha raccontato o spiegato Giannini- lo Stato comunica l’interruzione del sussidio con un sms. L’efficientismo digitale, moderno e impersonale, applicato a quel che resta del Welfare. Niente male per quella che un tempo fu “destra sociale”, ed oggi è uno strano impasto di thatcherismo all’amatriciana e corporativismo alle vongole”: E giù a denunciare le “metamorfosi” di Giorgia Meloni, anche se a scegliere lo strumento del messaggino sui cellulari  è stata la struttura dell’Inps lasciata dal non certo meloniano Pasquale Tridico. Che -a mio avviso, giustamente- si è guadagnato non la minaccia ma l’annuncio da parte dei parlamentari della Meloni di una proposta di commissione parlamentare d’inchiesta sui controlli notoriamente mancati nell’erogazione del Reddito di Cittadinanza, sempre con le rispettose maiuscole usate dal direttore della Stampa. Che probabilmente si sarà riconosciuto anche nella odierna foto opportunity del Fatto Quotidiano, col cartello dei dimostranti di turno in cui si grida che “il nemico è chi affama, non chi ha fame”

         Temo che Il punto centrale di tutto questo bailamme politico, sociale, mediatico stia proprio nelle “metanorfosi” rimproverate alla premier Gorgia Meloni. Di cui gli avversari di ogni tipo hanno a loro modo salutato il ritorno dalla fortunata missione negli Stati Uniti unendosi ai piromani estivi, cioè attizzando il fuoco politico e sociale nell’Italia che pure “può fare meglio anche della Germania”, secondo il già citato banchiere Carlo Messina.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

I voli atlantici ed elettorali della premier italiana Giorgia Meloni

Ai 90 minuti con Joe Biden alla Casa Bianca nella visita della premier italiana Giorgia Meloni negli Stati Uniti si sono aggiunti i 120 minuti col centenario, e ormai leggendario, Henry Kissinger nell’ambasciata italiana. Che la presidente del Consiglio ha voluto ringraziare anche con una nota di Palazzo Chigi definendolo “una delle menti più lucide” e “punto di riferimento della politica strategica e della diplomazia” americana.

         L’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti e consigliere per la sicurezza di vari presidenti, reduce peraltro da una visita privata a Pechino che ha attirato l’attenzione della stampa internazionale, non ha dedicato per caso tanto del suo tempo alla premier italiana. Della quale ha evidentemente apprezzato la linea di politica estera adottata a Palazzo Chigi, ma già avvertibile negli ultimi tempi della sua pur formale opposizione al governo precedente di Mario Draghi. Che fu sostenuto apertamente dalla destra italiana, per esempio, sull’aiuto militare all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin man mano che se ne distaccava il Movimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte, sino a provocare la scissione del partito da parte dell’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

         Il volo della Meloni negli Stati Uniti, coinciso peraltro con quello attribuito al suo partito dall’ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera, che gli ha attribuito oltre il 30 per cento dei voti, contro il 19,3 del Pd di Elly Schelin e il 16,3 del movimento grillino, ha procurato alla premier  appezzamenti anche da parte di uno come Pier Ferdinando Casini. Che da cofondatore del centrodestra col compianto Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi, se ne distaccò a suo tempo avvertendolo troppo di destra. Ed è ora un senatore indipendente eletto sistematicamente nel Pd. “Giorgia è tornata sulla Terra”, ha detto Casini in una intervista ad Avvenire, il giornale dei vescovi italiani peraltro ben poco o per niente d’accordo con la politica estera del governo, considerandola troppo appiattita sugli Stati Uniti nella guerra in Ucraina.         

Ancora più decisamente contrari alla svolta della Meloni sono l’Unità di Piero Sansonetti, orgogliosa di essere stata fondata da Antonio Gramsci, e Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. “Ma il famoso interesse nazionale?” ha chiesto l’Unità quasi rimpiangendo il “sovranismo” della destra. “Meloni l’ha venduto a Biden”, ha risposto. Il Fatto ha persino  parlato, diciamo così, con la voce e l’immagine di Gianni Alemanno, deriso ai tempi del Campidoglio anche come spalatore di neve nella città imbiancata e paralizzata. “Giorgia ormai è supina agli Usa e al liberismo”, ha detto al quotidiano di Travaglio l’ex sindaco di Roma  e leader della cosiddetta “destra sociale”. Ne è passata di acqua sotto i ponti del Tevere dal 1993, quando Berlusconi sdoganò l’ancora Movimento Sociale annunciando l’appoggio alla corsa capitolina  di Gianfranco Fini, ugualmente sconfitto da Francesco Rutelli

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Giorgia Meloni alla Casa Bianca come una balenotta di uguale colore

In quella foto-immagine di Giorgia Meloni alla Casa Bianca col presidente americano Joe Biden, per quanto non seguita -tra fantasie maliziose- da una conferenza stampa congiunta, c’è un po’ la rappresentazione plastica di ciò che si dice o si sussurra con maliziosa cordialità nei corridoi parlamentari italiani da qualche tempo della prima donna, e di destra, alla guida di un governo italiano. E che forse si comincia a condividere anche a livello diplomatico: che cioè la Meloni sia ormai la versione ridotta della “balena bianca” che a suo tempo fu data dal compianto Giampaolo Pansa alla Democrazia Cristiana. Diciamo, per le sue dimensioni fisiche, una balenotta bianca. Che -hanno titolato insieme due giornali affini per certe simpatie grilline come Il Fatto Quotidiano e La Notizia tutta digitale- sarebbe andata alla Casa Bianca a “inchinarsi” o “baciare la pantafola” del padrone di casa. Come usavano fare nella cosiddetta prima Repubblica i presidenti democristiani del Consiglio, fatta eccezione – in verità- per Aldo Moro. Che una volta  tornò da un viaggio negli Stati Uniti con la tentazione di ritirarsi dalla vita politica, tanto avvertì di essere stato guardato e ascoltato con diffidenza, a dir poco, dai suoi interlocutori, convinti ch’egli fosse troppo di sinistra.

         A sentire uno dei più illustri ex ambasciatori italiani negli Stati Uniti, Giovanni Castellaneta, intervistato dal Giornale e per niente abituato ai suoi tempi a farsi un’idea dei politici americani di turno al governo sentendo gestori e camerieri dei ristoranti italiani da loro frequentati, la Meloni o l’Italia della Meloni, come preferite, è ormai diventata “partner privilegiato” degli Stati Uniti. Biden non ha quindi esagerato a dire che ora lui e la premier italiana di destra sono diventati “amici”, in sintonia un po’ su tutti gli scacchieri della politica internazionale, anche quello cinese che la Meloni ha annunciato di volere conoscere meglio andando di persona a Pechino, dove è già stata invitata.

         Anche Claudio Cerasa, il direttore del Foglio che Marco Travaglio si diverte a sfottere come “ragioniere”, al modo in cui la buonanima di Fortebraccio sull’Unità sfotteva come “ingegnere” -ma ad honorem- il povero Alberto Ronchey, è convinto che “un mix fatto di atlantismo, europeismo, anti putinismo, e riequlibrio dei rapporti con la Cina” abbia “permesso alla presidente del Consiglio di portare avanti un’operazione solida, sorprendente e destnata forse ad avere un futuro: trasformare la politica estera non solo nel fiore all’occhiello dell’Italia ma anche in un argine trasversale contro gli estremismi di destra e di sinistra”. Come e forse ancor più della Dc di una volta, non più rappresentata dall’ultimo democristiano quale si compiace di definirsi, specie dopo la morte di Arnaldo Forlani, il quasi senatore a vita Pier Ferdinando Casini.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Governo in visibilio tra la sfiducia alla Santanchè negata dal Senato e la Meloni da Biden

Governo in visibilio -maschile della “Visibilia” di Daniela Santanchè e dei suoi problemi- fra la sfiducia alla ministra del Turismo tentata dai grillini, sostenuta dal Pd e respinta ieri dal Senato con 111 voti contro 67 e la visita della premier Giorgia Meloni negli Stati Uniti. Dove il presidente Joe Biden torna a incontrarla, questa volta alla Casa Bianca dopo le tante occasioni già avute altrove di vederla e scambiarsi le idee, in occasione di summit internazionali.

         La sfiducia bocciata al Senato, o la fiducia confermata alla Santanchè, per quanto appena raggiunta da un’altra inchiesta giudiziaria a Bergamo, dopo quella di Milano, per la gestione delle sue aziende, avrà una replica alla Camera già annunciata dai grillini, sempre contando sull’aiuto del Pd di Elly Schlein. Ma sarà, appunto, un’altra sceneggiata come quella a Palazzo Madama, anche se fra gli stessi grillini e piddini si spera che gli sviluppi delle inchieste giudiziarie possano dividere la maggioranza, particolarmente nel caso, non certo imminente, di un rinvio a giudizio. Che potrebbe mettere in difficoltà particolarmente il partito della stessa Santanchè, e di Giorgia Meloni,  per i i suoi trascorsi un po’ giustizialisti. Ma hanno pure un loro significato due cose notate ieri al Senato. Dove il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, volendo evidentemente smentire mal di pancia fra i suoi, ha tenuto ad affiancare in aula la collega di governo intervenuta per difendersi. E la capogruppo di Forza Italia Licia Ronzulli ha avvertito che bisogna tornare, se non cominciare a garantire quello che prescrive la Costituzione: la presunzione d’innocenza sino a condanna definitiva, ben oltre quindi un rinvio a giudizio ed eventuali condanne in primo e secondo grado.

         Sul viaggio della presidente del Consiglio negli Stati Uniti c’è ben poco da ridurne importanza e significato notando, come ha fatto qualcuno riprendendo certa stampa americana, che è “ristretto” il campo, o club, degli esponenti di destra ammessi a frequentare la Casa Bianca. La verità è che la Meloni -come osserva Il Foglio in un titolo di pima pagina- è volata oltre Oceano anche per “rinegare Trump in America”, continuando così ad aggiornare le vecchie posizioni della destra italiana, più d’opposizione che di governo. O di un governo nel quale sentirsi come in un abito troppo stretto.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑