Si è un po’ trasformato in una Pasqua fuori stagione l’incontro a Palazzo Chigi fra Giorgia Meloni e le opposizioni sul salario minimo di 9 euro l’ora. Che, per quanto da lei stessa considerato “controproducente”, la premier è disposta a discutere, tanto da avere di recente rinunciato a far votare in Parlamento l’emendamento della maggioranza soppressivo alla proposta di legge sostenuta dal Pd, dai grillini, dalla sinistra, dai verdi e da Carlo Calenda. Che fra gli ospiti della presidente del Consiglio è quello uscito più fiducioso e ottimista dall’incontro. “Nessuno può dire -ha dichiarato, diversamente da altri che hanno lamentato o denunciato mancanza di concretezza- come finirà questa battaglia. Giusto essere molto vigili ma sia Schlein che Conte sono stati costruttivi. Per capirci, nessuno di noi ha detto: voi del governo volete affamare i lavoratori”.
La Pasqua estiva, anziché primaverile, sta nella sostanziale resurrezione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, ora presieduto dall’ex ministro forzista Renato Brunetta, cui la premier ha passato la palla prendendo alla lettera l’articolo 99 della Costituzione. Che Matteo Renzi a Palazzo Chigi tentò inutilmente di rottamare con la riforma bocciata nel referendum del 2016.
Composto di “esperti e rappresentanti delle categorie produttive in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa”, il Cnel “è organo di consulenza delle Camere e del Governo” e “ha iniziativa legislativa”. Può proporre cioè leggi al Parlamento o “contribuire alla elaborazione” di altre di diversa iniziativa. Questo dice, appunto, l’articolo 99 della Costituzione che la Meloni ha liberato dalla polvere accumulatasi nella lunga stagione nella quale questo organo “ausiliario” dello Stato, al pari del ben più vivo Consiglio di Stato, sembrava finito. Ora dovrà recuperare il tempo in qualche modo perduto nei due mesi assegnatigli dalla premier per elaborare una proposta sul problema che sembra avere miracolosamente messo d’accordo le opposizioni, fatta eccezione per Renzi, generalmente divise fra loro. E che costituiscono proprio per questo il maggiore elemento di forza e stabilità del governo.
Dopo avere “resuscitato” il Cnel, forse davvero “disarmando i piromani”, come Libero ha titolato il suo commento, la Meloni è tornata in volo in vacanza in Puglia. Una vacanza nella quale spero personalmente che non si distragga a tal punto, al pari del ministro della Giustizia in ritiro non so dove, da lasciare circoscritte a Torino, dove il grave fatto è accaduto, le polemiche su cui ha titolato oggi Il Messaggero riferendo del suicidio in carcere per fame di una giovane nigeriana, accusata di sfruttamento della prostituzione, che per tre settimane ha rifiutato cibo e acqua reclamando l’innocenza e il diritto di vedere i figli. Che cosa aveva di meno da Alfredo Cospito, ad esempio, per non meritare attenzione e aiuto? Forse la pelle bianca cui ha alluso sull’Unità Piero Sansonetti ?
Al manifesto chiamano “giochi di palazzo”, forse non a torto, quelli sviluppatisi attorno all’incontro odierno del governo con le opposizioni sul cosiddetto “salario minimo”. Che Giorgia Meloni, gelando gli ospiti- titolo del Corriere della Sera- prima ancora di riceverli a Palazzo Chigi, ha confermato di ritenere “controproducente”, senza tuttavia deludere del tutto sull’Unità Piero Sansonetti. Che ha titolato, ancora speranzoso, alternando come al solito il nero e il rosso: “Cambiamogli nome, se non piace a Giorgia. Ma una norma contro i salari da fame è urgente”.
Sono giochi agostani di palazzo -temo- sia quelli di chi ha chiesto l’incontro, sia quelli di chi lo ha accordato, sia quelli di chi si è rifiutato di parteciparvi, cioè Matteo Renzi. Che già ieri sul suo Riformista raccontava: “Su banche, aerei, intercettazioni, salari minimi destra e sinistra si ritrovano unite più che mai. A fare l’opposizione restiamo solo noi riformisti, gli unici a non andare in processione a Palazzo. E gli unici a criticare nel merito le misure che fanno bene ai sondaggi ma fanno male al Paese”. Come quelle, secondo l’ex presidente del Consiglio, appena adottate con urgenza per tassare gli extraprofitti bancari e controfirmate dal presidente della Repubblica mentre arrivavano in qualche modo pure al Quirinale le valutazioni critiche della famosissima agenzia internazionale Moody’s.
“Anche rimanendo da soli, continueremo -ha concluso Renzi nel suo proclama da trincea- a contrastare il grande abbraccio trasversale che lega Fratoianni a Tajani, Schlein a Salvini, Conte a Meloni”. Nessuna citazione, quindi, dell’ormai irrilevante, perduto e quant’altro socio terzopolista Carlo Calenda. Importante, particolarmente significativa invece quella di Tajani, il segretario di Forza Italia di cui Renzi considera contendibile più che mai da parte della sua Italia Viva, o come altro dovesse decidere di chiamarla, l’elettorato orfano di Silvio Berlusconi.
Quasi per fare eco alle ambizioni di Renzi l’avvocato Gaetano Pecorella, di origini socialiste e di esperienza parlamentare berlusconiana, ha appena dichiarato al Dubbio: “Forza Italia è l’unico partito garantista ma è senza un leader”. Tajani, evidentemente, non potrebbe esserne considerato neppure un’ombra, per quanto uscito formalmente dallo stato di “reggente”. D’altronde, solo qualche giorno fa, intervistato da Repubblica, il vice presidente forzista della Camera Giorgio Mulè ha praticamente sollecitato lo stesso Tajani a varare le regole del congresso già anticipato alla fine di febbraio per consentire pirandellianamente non uno ma centomila candidati alla sua successione. A mneo che, probabilmente, Per Silvio Berlusconi non ceda alla “tentazione” gridata in prima pagina da Libero di raccogliere anche l’eredità politica del padre. A quel punto forse anche Renzi si troverebbe spiazzato rispetto alla vecchia rappresentazione fogliante di “royal baby”.
Pur alle prese con le fastidiose tensioni interne ed esterne alla maggioranza sui rapporti con le banche dopo la tassazione dei loro superprofitti per l’aumento dei tassi di interesse, Giorgia Meloni si può consolare assistendo al sorpasso che i tedeschi stanno facendo sull’Italia nell’antipolitica. Che comincia a procurare problemi anche a lei dopo che dalla comoda opposizione è approdata al meno comodo governo, anzi alla sua guida. E per giunta in una prospettiva lunga, di legislatura, viste le condizioni in cu si trovano i suoi avversari di sinistra, o i concorrenti terzopolisti.
Angela Merkel, la ex cancelliera più o meno di ferro, è tornata sui giornali tedeschi non elogiata ma sbeffeggiata per quanto continua a costare allo Stato per i parrucchieri che le tengono in ordine e in colore i capelli, a cominciare da quella frangia biricchina che contribuisce ad abbassarle un po’ l’età, specie nella combinazione con l’abito turchese che ha indossato nella sua ultima comparsa pubblica, in occasione di un concerto.
Non la troppa e anch’essa un po’ costosa frequentazione di Putin e dei suoi fornitori di petrolio, ai tempi del potere, ma quella col parrucchiere, fisso o di turno, uomo o donna, rischia quindi di appannare il ricordo della signora che a Berlino ha un pò diretto l’orchestra europea per tanto tempo, spesso offuscando la commissione esecutiva dell’Unione, a Bruxelles. Nei primi due anni da ex cancelliera la signora ha fatto spendere per i suoi capelli allo Stato tedesco, che continua a finanziarla, 55 mila euro. Che sono un’inezia, per carità, rispetto al milione e mezzo di euro che nel solo 2022 il suo successore Olaf Scholtz è riuscito a spendere tra parrucchiere, pure lui, per quanto scarso in capelli, visage e fotografi al seguito. Ma almeno è il cancelliere in carica. La Merkel invece dovrebbe considerarsi in disarmo.
Quest’altro passo avanti della diffidenza e persino ostilità viscerale verso la politica e chi la pratica, provenendo addirittura dalla ricca Germania, che certi lussi potrebbe pure permetterseli col permesso luterano, avrà consolato in Italia Piero Fassino. Che è stato messo letteralmente in croce, a cominciare dalla segretaria del suo partito Elly Schlein, per avere sostenuto nell’aula di Montecitorio, sventolando il cedolino, il carattere tutto sommato parsimonioso dei cinquemila euro scarsi al mese che riscuote di indennità, o stipendio. E il resto, fuori cedolino, altrettanto e di più?, gli hanno chiesto i critici. Ai quali Fassino, il nostro “grissino d’oro”, come lo sfottono nei corridoi parlamentari e nelle redazioni dei giornali, ha risposto ricordando che si tratta solo di benefit o denaro in transito, destinato a collaboratori e spese attinenti alle funzioni parlamentari.
Povero Fassino. E ora povera Merkel. Ma a nessuno viene in mente di dire “povera democrazia” assediata da questo tipo di polemiche, per quanto a livello fortunatamente o finalmente a livello internazionale. Sono gli scherzi, anch’essi, della globalizzazione sotto le stelle: non solo le cinque che Beppe Grillo è riuscito a piazzare nel firmamento tricolore affidandone poi la gestione a Giuseppe Conte. Che dovrà pure avvertire, anche a costo di deludere il suo pubblico, qualche impulso solidaristico nei riguardi della Merkel. Alla quale egli riuscì a strappare quando era presidente del Consiglio -fra un cappuccino e l’altro, o qualche aranciata, in occasione dei summit europei- quel generoso assegno comunitario per la cosiddetta “resilienza” italiana che i suoi successori a Palazzo Chigi non sembrano in grado di spendere bene, e soprattutto in tempo. Ingrati o inetti che sono agli occhi del principe dei nostalgici di Conte a Palazzo Chigi, che è naturalmente Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano e autore del giallo titolato “Conticidio”. Che ancora ieri se l’è presa per la cattiva copiatura che la Meloni avrebbe fatto della sua personale e anticipatrice proposta di tagliare le unghie alle banche, ben prima che gliele facessero crescere ancora di più i nuovi tassi d’interesse.
Costretti purtroppo dalla loro ormai quotidianità a trattare alla stregua di incidenti stradali, come è ormai costretto a fare anche l’Osservatore Romano, i naufragi dei migranti in fuga verso l’Europa, prendendocela con “il lavoro sporco” -come titola il manifesto- ora degli scafisti, ora dei mancati o svogliati soccorritori, o di entrambi, dobbiamo continuare a navigare nelle acque spesso un po’ troppo torbide della politica interna.
Il torbido questa volta viene dalle reazioni davvero curiose, in pieno conflitto d’interessi finanziari e partitici, alla tassazione decisa dal governo Meloni degli extraprofitti bancari derivati dall’aumento dei tassi d’interesse, applicato solo quando si concedono crediti e non quando si raccoglie e si conserva denaro. Guadagni “ingiusti”, li ha definiti la premier provocando altre polemiche delle quali tuttavia può consolarsi pensando più a quel “91 per cento dei consensi” della gente comune gridato da Libero che alle beghe interne alla maggioranza, e targate stavolta in prevalenza Forza Italia, o a quelle esterne. Fra le quali si distingue per rapidità e insistenza la protesta di Matteo Renzi, sul suo Riformista, contro “la svolta grillina di Giorgia”.
Chi, appunto come Renzi, e come il segretario forzista Antonio Tajani con la discrezione di un alleato ben educato, ha temuto e continua a temere danni pressocchè irreparabili agli istituti di credito, sorpresi dall’intervento del governo per finanziare la riduzione delle trattenute dagli stipendi e difendere la sostenibilità dei mutui, soprattutto quelli sulla prima casa, è rimasto inchiodato alla Borsa dell’altro ieri. Quella di ieri, che ha segnato un “rimbalzo” dell’1,3 per cento dei titoli bancari, favorito anche da una correzione apportata in fretta al primo testo dell’intervento, è servita a poco o niente.
Eppure a completare il rimbalzo dell’1,3 per cento c’è l’aumento dell’indice bancario italiano del 3,68 per cento, contro l’1 per cento dell’indicatore “cugino” europeo. “Il rimbalzo ha mitigato il passivo settimanale (-3,7). Da ricordare che da gennaio i titoli bancari sono ancora in crescita del 28 per cento”, spiega il quotidiano economico “Il Sole- 24 Ore”, ancora di proprietà della Confindustria se non è stato acquistato, non solo in edicola fra le pochissime aperte di notte, dalla premier o da un suo prestanome.
Per quanto riguarda il regalo ai grillini lamentato da Renzi, l’onestà professionale vuole che si ricordi anche la orgogliosa rivendicazione del solito Fatto Quotidiano. Il cui direttore ha scritto, testuale: “E’ un successo delle opposizioni: dei 5Stelle e della sinistra che posero per primi il problema e del Pd modello Schlein che li segue. Ma anche del Fatto, che dai tempi di Draghi chiede di finanziare le politiche sociali con robuste liposuzioni del grasso in eccesso accumulato da chi ha lucrato su Covid, guerra e tassi: banche, assicurazioni, colossi farmaceutici, energetici e militari”. Un genio o profeta, questo Travaglio.
Sospettato già al momento dell’arresto, il 17 gennaio scorso, di essersi lasciato catturare per garantirsi una migliore assistenza nella cura del timore che lo stava consumando, il superboss mafioso Matteo Messina Denaro è stato trasferito dal carcere all’ospedale dell’Aquila per essere operato di occlusione intestinale. Il cancro è ormai arrivato al quarto stadio e l’ergastolano può per sua fortuna affrontarlo in condizioni di maggiore sicurezza di quando potesse da latitante. Ne ha tutto il diritto, per carità, per quanto forse da lui negato a qualcuna delle sue vittime nelle eventuali medesime condizioni di salute. La cattura è stata forse il suo ultimo e migliore investimento, fatto per giunta nella orgogliosa rivendicazione, con i magistrati che lo hanno interrogato da detenuto, della sua “criminalità onesta” -un ossimoro su cui il compianto Leonardo Sciascia avrebbe saputo scrivere un altro dei suoi fortunati libri- e del rifiuto di pentirsi.
I giornali hanno fatto il loro dovere, per carità, riferendo -chi più e chi meno- del peggioramento delle condizioni di salute del superboss ed anche dell’occasione colta al volo, diciamo così, dal legale di sostenere la incompatibilità ormai fra il suo stato di malato terminale e il regime speciale di detenzione noto come 41 bis. O addirittura -come si è spinta a ipotizzare La Stampa- con una detenzione ordinaria, per cui si dovrebbe potergli consentire una sospensione della pena o gli arresti domiciliari.
Se queste sono le ambizioni, chiamiamole così, del legale e magari anche di qualche familiare o sodale di mafia sinora sfuggito alla giustizia, voglio sperare che una volta tanto non si traducano nelle solite polemiche mediatiche e politiche. Che decidano, com’è loro diritto e dovere, i magistrati competenti e non si levino barricate dirette più a speculare che altro. Cerchiamo di evitare a questo pur “onesto” criminale deciso a non pentirsi mai anche questa parte del suo buon investimento nella cattura di gennaio. E lasciamo che la politica si divida e magari si scanni pure, com’è purtroppo sua abitudine, sui temi che più le competono. E che certamente non mancano in questa estate affollata d’incendi, in cui gridano alle fiamme che le devasterebbero anche le banche sui cui extraprofitti da aumento dei tassi d’interesse è riuscito a sorpresa a intervenire un governo di destra piuttosto che di sinistra. E ciò per ricavarne qualche miliardo da destinare alla riduzione delle trattenute sugli stipendi o al sostegno ai mutui agevolati per la prima casa.
Si deve alla scomparsa di Silvio Berlusconi l’accelerazione del processo di crisi, anzi di dissoluzione, del cosiddetto terzo polo formato l’anno scorso da Carlo Calenda e Matteo Renzi, nell’ordine alfabetico accettato all’inizio anche dall’ex presidente del Consiglio, a vantaggio del suo ex ministro, con apparente generosità. Essi si erano esageratamente proposti di vanificare la ormai scontata vittoria del centrodestra in due anni, diventando nelle elezioni europee del 2024, per quantità di voti e capacità di movimento, un ingombro troppo grande per il governo di Giorgia Meloni. E al tempo stesso sbaragliando dall’altra parte il progetto di ripresa di un’alleanza fra il Pd e il MoVimento 5 Stelle dopo la rottura consumatasi con la caduta del governo di Mario Draghi.
Mentre a sinistra quel progetto di ripresa si è avvertito, pur tra alti e bassi, con l’arrivo di Elly Schlein al Nazareno, allarmando Calenda a tal punto da fargli forse temere di rimanere isolato, a destra la morte di Berlusconi ha reso agli occhi, ma forse ancor più alle viscere di Renzi, più contendibile l’elettorato azzurro di Forza Italia. A difendere il quale c’è naturalmente, con l’appoggio non certo irrilevante della famiglia dello scomparso fondatore, il segretario che il partito si è dato promuovendo il reggente Antonio Tajani. Che, a 70 anni appena compiuti e festeggiati con gli intimi, si sente forte della carriera fattagli fare da Berlusconi nel Parlamento europeo, portandolo per un certo tempo alla presidenza, e dei ruoli, sempre procuratigli da Berlusconi, nel governo in carica come vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri. Che precede non solo nel cerimoniale tutti gli altri, specie in un momento come questo, in cui la politica internazionale è il terreno scelto da Giorgia Meloni per l’evoluzione della sua destra così rapidamente cresciuta con lei tra tanti sospetti, diffidenze, preoccupazioni.
Renzi non lo ammette pubblicamente. Di recente ha anzi detto di ridere quando si sente attribuire una scarsa considerazione di Tajani come erede politico davvero di Berlusconi. Di cui lo stesso Renzi -ai tempi in cui era a Palazzo Chigi, dove Tajani ha potuto arrivare più avanti negli anni solo come vice- si lasciò ben volentieri rappresentare dal comune amico ed estimatore Giuliano Ferrara come il “royal baby”.
L’infante, è vero, diede al presunto padre il dispiacere di preferire Sergio Mattarella a Giuliano Amato al Quirinale nel 2015, ricevendone come ritorsione il no alla riforma costituzionale e la bocciatura referendaria destinata a costargli la guida prima del governo e poi del partito, sino a farglielo infine abbandonare. Ma, nonostante tutto questo, Renzi è riuscito sempre ad avere un rapporto cordiale con Berlusconi, ricambiato con tratti anche di simpatia.
Ora -deve avere pensato l’ex presidente toscano del Consiglio alla morte del sovrano azzurro- è venuto forse il momento buono per cercare di trarne profitto e rinverdire in qualche modo la leggenda fogliante -dal Foglio, il giornale fondato da Giuliano Ferrara- del “royal baby”.
Marina Berlusconi protesta contro i magistrati -guarda caso, gli stessi contro i quali combatte Renzi a Firenze- che si ostinano a perseguire il padre come il beneficiario o addirittura il mandante, o quasi, delle stragi mafiose che ne accompagnarono l’approdo a Palazzo Chigi nel 1994? E lui, Renzi, corre a darle pienamente ragione.
La Meloni mostra qualche incertezza, paura, imbarazzo sul fronte del garantismo per qualche scoria del passato giustizialismo della destra, e per il timore di un ritorno ai tempi scomodi di Berlusconi a Palazzo Chigi nei rapporti col sindacato delle toghe? Sino a prendere le distanze dal suo ministro della Giustizia Carlo Nordio, che insegue “priorità” non concordate nella maggioranza? E lui, Renzi, corre a schierarsi col ministro della Giustizia e a subentrare a un collega di partito nella competente commissione del Senato per sostenerne personalmente il disegno di legge di assaggio della riforma della giustizia cui Swrgio Mattarella al Quirinale ha faticato un po’ a concedere l’autorizzazione all’approdo parlamentare.
Con Berlusconi e le sue battaglie garantiste, insomma con la sua più significativa eredità politica, Renzi è stato più generoso, più tempestivo che con la buonanima di Craxi. Che pure aveva preceduto negli anni Ottanta l’attuale senatore di Scandici nel tentativo di ammodernare la sinistra e di fare del riformismo vero, non verbale, anzi parolaio.
Dopo avere detto, nei tempi d’oro di segretario del Pd, di preferire il ricordo di Enrico Berlinguer a quello di Craxi pensando a un Pantheon della sinistra, Renzi si è deciso solo venerdì scorso, 4 agosto, a rivisitare Craxi, diciamo così, sul suo Riformista facendo celebrare i 40 anni dalla formazione del suo promo governo, il primo guidato in Italia da un socialista, con due interviste elogiative: una al direttore uscente del Giornale, Augusto Minzolini, il restroscenista principe di quel governo, e l’altra a Gennaro Acquaviva. Che a Palazzo Chigi fu con Giuliano Amato il principale collaboratore di Bettino. E stato proprio Acquaviva in questa intervista, lusingandolo con astuzia, a indicare in Renzi l’uomo che politicamente potrebbe essere paragonato di più a Craxi per “determinazione, coraggio e fantasia politica”.
Calenda, schierato ormai con la Schlein e con Conte per il salario minimo, ha qualcosa da ridire sulla partecipazione di alcuni esponenti renziani ad una cena con la ministra Santanchè nel Twiga di Briatore e ora del nuovo marito della stessa Santanchè? E Renzi difende i suoi amici inchiodando Calenda sulla spiaggia della Capalbio della sinistra chic dei vecchi tempi. Fra la Capalbio di sinistra e la Versilia di destra Renzi sceglie la seconda.
Quello fra i due protagonisti del “terzopollismo” coniato sarcasticamente da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, lo chiamano ora “il divorzio breve”. Ma il loro è stato mai davvero un matrimonio politico? O solo “l’occasione sprecata” di Massimiliano Panarari sulla Secolo XIX? O, peggio ancora, solo la convivenza di due uccelli rapaci: uno attratto dalla carne di sinistra e l’altro dalla carne d destra?
Non dico ridendo come in certe foto d’archivio, ma di certo con qualche motivo di soddisfazione Giorgia Meloni ha adottato in Consiglio dei Ministri alcune misure che sarebbe piaciuto prendere ad alcuni avversari di sinistra che la stanno mettendo in croce: per esempio, la “stangata alle banche” annunciata da un giornale finanziario per ridurre le trattenute sugli stipendi e sostenere i titolari di mutui.
Non si è ancora ben capito, in verità, in quanti provvedimenti di immediata applicazione siano state calate le misure decise dal governo su più versanti: dai taxi ai treni, dal Covid al ponte sullo stretto di Messina, sotto le cui arcate passeranno anche gli stipendi d’oro dei manager che se ne occuperanno, e all’intervento già citato sugli extraprofitti bancari. Sui giornali si va da un unico ”decreto omnibus” ai due indicati dal Corriere della Sera, agli otto della Stampa e, più genericamente, ai “decreti d’agosto” della Gazzetta del Mezzogiorno.
Il solito Fatto Quotidiano ha preferito riferire di un solo decreto legge per potere meglio attaccare sia la Meloni, che vi avrebbe fatto ricorso nonostante le ripetute proteste di Mattarella dal Quirinale contro l’abitudine di usare i provvedimenti come salsicce, sia lo stesso Mattarella che anche questa volta “mugugna e firma” per soccorrere la premier alle prese magari con problemi più personali che politici, ma proprio per questo più fastidiosi.
Uno, per esempio, è quello che gli avversari della premier non intendono archiviare con le scuse pubbliche -continuando a reclamarne le dimissioni- di Massimo De Angelis, portavoce del presidente della regione Lazio e già parlamentare di destra e direttore del Secolo d’Italia. Che nel 43.mo anniversario della strage alla stazione ferroviaria di Bologna, dove morirono più di ottanta persone nell’esplosione di una bomba, ha riproposto in polemica anche contro il capo dello Stato l’innocenza -in passato sostenuta pure da esponenti di sinistra- dei condannati di destra con sentenza definitiva. Ancora oggi sull’Unità da poco riportata nelle edicole Piero Sansonetti ha titolato: “L’assurdo caso De Angelis- Dire ciò che ragionevolmente si pensa su una sentenza è uno scandalo. (Anche a Mosca è così)”. Ma l’aggravante di De Angelis è la quasi parentela, o mancata, diciamo così, dell’ex parlamentare della destra con la Meloni, che fu fidanzata del fratello. Siamo insomma ai confini di una eversione familiare.
L’altro problema un po’ anche personale della Meloni è la contestata ministra del Turismo, amica e collega di partito Daniela Santanchè, sfuggita di recente alla sfiducia “individuale” tentata al Senato dagli avversari e socia nella sua nota e discussa “Visibilia” di Luca Giuseppe Reale Ruffino, subentratole al vertice della società l’anno scorso e suicidatosi sabato scorso a Milano. Un suicidio avvenuto, secondo molti titoli di oggi sui giornali, senza le motivazioni di salute ventilate ieri fra le righe delle cronache nere e giudiziarie.
Chi più e chi meno, ma col maggiore risalto sul Corriere della Sera, non vi è giornale che non abbia riferito in prima pagina di un suicidio misterioso risalente a sabato 5 agosto. Si è tolto la vita a Milano, sparandosi con una pistola regolarmente posseduta, il “re dei condomini” -come lo chiamavano nell’ambiente- Luca Giuseppe Reale Ruffino. Amministrava con la sua società 80 mila palazzi. Aveva compiuto da poco 60 anni. Già segretario locale dell’Udc, aveva spostato frequentazioni e simpatie verso la destra ambrosiana capeggiata da Ignazio La Russa e Daniela Santanchè, la ministra del Turismo della quale aveva rilevato quote per oltre un milione di euro della società “Visibilia” in prossimità del suo ingresso nel governo, nell’ottobre dello scorso anno.
Più dell’amministrazione di decine di migliaia di condomini, hanno naturalmente incuriosito i giornali -ma temo anche gli inquirenti, se è vero che si indaga anche per istigazione al suicidio- i rapporti del ricco Ruffino con la ministra appena uscita vittoriosa al Senato dallo scontro con le opposizioni che ne avevano proposto la sfiducia “individuale” per i suoi affari precedenti all’esperienza di governo e attenzionati, diciamo così, da due Procure -di Milano e di Bergamo- e dalla testata televisiva Report, di Rai 3.
Il quotidiano Repubblica si è in qualche modo vantato di averne raccolto “l’ultima intervista” nella quale Ruffino aveva preso “in parte le distanze dall’accusa di “soccorso nero” nei confronti della sua socia” ministra. “Ma quale soccorso nero. Daniela Santanchè- aveva detto l’acquirente delle sue quote di Visibilia- ci deve un milione e mezzo di euro e per questo ha messo a garanzia anche la sua casa. Non ho nulla da spartire con lei per il resto e stiamo sistemando le cose che abbiamo trovato”.
Quella di rilevarne le quote “è stata -aveva raccontato Ruffino- una scelta imprenditoriale. Viene fatta confusione tra la posizione debitoria gigantesca che Santanchè ha nei confronti del mondo intero e la posizione della holding di cui sono presidente”, debitrice di soli 150 mila euro in corso di pagamento all’Agenzia delle Entrate. “Santanchè invece -aveva raccontato Ruffino- è una mia debitrice. Siamo creditori verso di lei di una somma importante, un milione e mezzo di euro, che lei sa ripianando con rate mensili da 50 mila euro”. Il credito è passato naturalmente agli eredi del suicida.
A furia di escogitare piani attribuitigli da retroscenisti di ogni colore per contrastare o quanto meno contenere i numeri elettorali di una Giorgia Meloni alla quale è appena arrivato il riconoscimento di una “visibilmente e inattesamente bravura” da parte del pur parco ed esigente senatore a vita Mario Monti, il leader leghista Matteo Salvini si è data una zappa sui piedi. Ed ha un po’ picconato, diciamo così, il progetto che più gli sta a cuore, su cui ha scommesso di più, forse più ancora delle “autonomie differenziate” coltivate dal suo collega di governo e di partito Roberto Calderoli: il ponte sullo stretto di Messina.
Nel pentolone dell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri prima delle ferie anche del governo, per quanto più contenute per durata e intensità di quelle delle Camere, Salvini è riuscito a infilare -forse per una svista del sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano- una deroga al tetto di 250 mila euro degli stipendi pubblici per i manager che dovranno occuparsi della costruzione del ponte, appunto. Che così, già controverso di suo, a torto o a ragione, in ordine alla sua priorità rispetto ad altri interventi, rischia l’impopolarità proprio per questa storia degli stipendi in un Paese che purtroppo vive di salari generalmente fra i più bassi d’Europa, specie in settori vitali come quello dell’istruzione.
Ora le opposizioni hanno un altro argomento a disposizione per contestare un ponte la cui mancanza pur sembra incongrua in un mondo dove si costruiscono -e peraltro crollano meno che da noi- ponti di ogni portata e avvenirismo. Stefano Rolli, uno di quei vignettisti che sanno precedere gli editorialisti, e superarli nella capacità di fare opinione, ha opposto alla notizia degli stipendi destinati nei propositi di Salvini ai manager che si occuperanno della realizzazione dell’opera di collegamento fra la Calabria e la Sicilia: “Poi dicono che le retribuzioni sono ferme”. E ciò su un giornale come Il Secolo XIX di Genova, cioè di una città che di ponti ne ha visti costruire e crollare.
In attesa dei decreti di attuazione della legge delega approvata in via definitiva alla Camera per la riforma fiscale, che vedremo sino a quanto si meriterà l’aggettivo “storica” applicatole da Giorgia Meloni, godiamoci ciò che resta di questa estate “dei dossier e dei veleni”, come l’hanno definita i giornali che compongono Il Quotidiano Nazionale del gruppo Riffeser Monti. Dossier e veleni denunciati dal ministro della Difesa Guido Crosetto quando si è visto pubblicate su Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, notizie riservate su di lui. Se ne sta occupando, come riferisce il Corriere della Sera, la Procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone. Ma vuole interessarsene anche il Copasir, cioè il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Sarebbero non meno di 750 le persone dossierate da un sottufficiale della Guardia di Finanza già in servizio alla Dia -la Divisione Investigativa antimafia- occupandosi delle segnalazioni bancarie di operazioni finanziarie sospette. Un dossieraggio meno consistente ma non meno inquietante di quello compiuto a suo tempo dall’allora Sifar, come si chiamava il servizio segreto militare, che fu scoperto negli anni Sessanta: quelli in cui si temette anche un colpo di Stato per l’interruzione del centro-sinistra dalla quale fu tentato, in particolare nell’estate -anch’essa- del 1964, l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni. Che, preoccupato del pericolo di disordini di piazza, sollecitò il comandante generale Giovanni De Lorenzo, finito poi deputato del Movimento Sociale, a mobilitare l’Arma dei Carabinieri.
Del dossieraggio emerso in questa nostra estate, che secondo Crosetto sarebbe stato usato l’anno scorso anche per influire sulla formazione del governo Meloni, è quanto meno curiosa la sintonia che si è creata fra tre giornali per minimizzarne o negarne la portata. A destra La Verità di Maurizio Belpietro ha liquidato la vicenda come una “grande buffonata”. A sinistra, diciamo così, Marco Travaglio ha scritto sul Fatto Quotidiano che il segreto su Crosetto scoperto dal sottufficiale della Guardia di Finanza sotto indagine era di quelli di Pulcinella, essendo arcinoto “il suo conflitto d’interessi di capo dei costruttori d’armi che diventa ministro della Difesa”. E poi, sempre secondo Travaglio, “oltre a Crosetto, fra gli attenzionati figurano Conte, Casalino, Renzi e non politici come Totti”. “Ce n’era per tutti”, insomma, per cui non sarebbe il caso di farne un caso politicamente particolare.
Il giormale di Carlo De Benedetti, Domani, dal canto suo ha continuato a usare il dossieraggio finito sotto inchiesta per picchiare contro il ministro della Difesa titolando oggi, sia pure in fondo alla prima pagina. “Ecco i Mangione, soci di Crosetto. L’ultima indagine del tenente Striano”, evidentemente degradato ingiustamente dagli altri cronisti giudiziari a maresciallo.