L’ombra della Meloni anche sul generale Vannacci, per quanto destituito da Crosetto

Visto che agosto non è ancora passato, disponendo di una decina di giorni ancora per riservarci sorprese, cerchiamo di sfruttarne tutte le potenzialità o di scoprirne bene i misteri. Ma questo generale Roberto Vannacci, già capo della Folgore, appena rimosso dal comando addirittura dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per avere scritto e pubblicato con Amazon senza i dovuti ma impossibili permessi -con l’aria quanto meno culturale che spira in Italia- un libro offensivo per i gay e, più in generale, per “il mondo al contrario” gridato nel titolo, a chi è politicamente addebitabile, attribuibile e quant’altro? La risposta la troviamo sulla prima pagina della Stampa con tanto di ringraziamenti per “Lorenzo D’Agostino, collaboratore, tra gli altri, di Libè, Der Spiegel, Cnn”, che ha “rintracciato un libro di Giorgia Meloni al cui confronto il generale Vannacci è un sincero democratico”.

         Il generale, adeguatamente sbeffeggiato naturalmente da Riccardo Mannelli nella vignetta di giornata del Fatto Quotidiano, è quindi figlio anagraficamente miracoloso della pur più giovane presidente del Consiglio. E ne porta in qualche modo le colpe. Del resto, anche il buon Aldo Grasso sulla prima pagina domenicale del Corriere della Sera, sotto un titolo sul “generale della battaglia persa”, ha scritto che “forse” Vannacci “ha valutato il cambiamento politico del Paese”, avvenuto appunto con la prima donna, e di destra, arrivata alla guida del governo, “come un lasciapassare ideologico”. Non aveva previsto, poveretto, che un ministro della Difesa dello stesso colore politico della premier lo ’avrebbe potuto rimuovere per “farneticazioni” e “negargli ogni avallo, per ora”. Ripeto: “per ora”. Di doman non v’è certezza, diceva ai suoi lontani tempi Lorenzo dei Medici, il Magnifico.

         Potrebbe peraltro giocare maledettamente a favore di “un generale che ha sempre i suoi soldati e le sue salmerie” anche l’ombra incombente, secondo Grasso, di Donald Trump sulla Casa Bianca. O addirittura -aggiungo io- di Putin sull’Europa se dovesse vincere la guerra contro l’Ucraina cominciata l’anno scorso anche per liberarla, con la benedizione preventiva del Patriarca di Mosca, di tutti gli omosessuali e simili che la popolerebbero rendendo la loro terra affine a un Occidente vizioso e balordo.

         Par di capire che, sprovveduto o sfortunato come ogni generale perdente, Vannacci non possa rendersi conto del pasticcio in cui si è infilato col suo libro, per quanti soldi potrà procurargli il lancio pubblicitario al quale stanno provvedendo i suoi critici o nemici, per rimanere sul piano militare. Può comunque consolarlo il silenzio più o meno misericordioso riservatogli sulle loro prime pagine dall’Osservatore Romano, all’estero, che un suo peso ce l’ha a prescindere dalle famose armate di cui scetticamente chiedeva in vita  Giuseppe Stalin, e L’Identità in Italia: un quotidiano dignitosamente, anzi brillantemente diretto da un omosessuale come  Tommaso Cerno.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Scampoli d’agosto nei quali affoga miseramente la politica italiana

Chiamiamoli pure scampoli d’agosto, se volete. E cerchiamo di trattarli con ironia, sottraendoci alla tentazione di renderli emblematici della tossicità della politica. Che riesce, per esempio, a trasformare in un mezzo scandalo, con tanto di comunicato, proteste e controcomunicato, un gesto di semplice buon senso -non di chissà quale patriottismo a buon mercato- la decisione presa da Giorgia Meloni nella sua beve vacanza in Albania di far pagare dall’ambasciata italiana gli 80 miserabili euro di un conto al ristorante dal quale sono fuggiti quattro altrettanto miserabili connazionali. Miserabbili, direi, con la indimenticabile doppia b del compianto Ugo La Malfa.

         Come si permette la presidente del Consiglio -hanno protestato subito da Roma alcuni non miserabili ma, direi, penosi politici di cui non faccio i nomi per carità umana- di scialacquare il denaro pubblico? Di farsi bella con i soldi degli altri? E lei, la povera Meloni, si sente costretta a far precisare dall’ambasciata d’Italia a Tirana, con tanto di ufficialità, che la diplomazia ha pagato solo “materialmente” il conto, in realtà addebitato a “fondi personali della presidente del Consiglio”.

Si spera che la storia, lo scampolo, finisca qui. E non si reclami di provare che gli 80 euro saranno pagati proprio dalla Meloni, tirandoli fuori dal suo portafogli, se ancora ne porta uno addosso, e non prelevati da misteriosi e segretissimi scrigni di Stato.

         Da uno scampolo all’altro. Uno legge sulla prima pagina del Corriere della Sera che è stato “tolto il comando al generale” spezzino Roberto Vannacci, già capo della Folgore, per un improvvido libro omofobo scritto e autopubblicato con Amazon senza il necessario permesso delle autorità superiori e si chiede di quale comando, in particolare, fosse stato titolare l’alto ufficiale. E scopre che si tratta del sicuramente inoffensivo -mi scusi il generale già scelto per la successione- Istituto Geografico Militare di Firenze, con tutte le maiuscole al loro posto.

         Non si è trattato tuttavia di una destituzione pura e semplice, attesa invece dalla vigilante opposizione, ma di un trasferimento “in forza extra-organico” nel meno inoffensivo -se le parole hanno ancora il loro senso- “Comando forze operative terrestri”. O “Comfoter”, se vi piace di più l’acronimo dei comunicati ufficiali  che non credo abbiano potuto ancor più gonfiare il petto del ciclopico ministro della Difesa Guido Crosetto.

         Uno poi, magari lo stesso colpito dal titolo liquidatorio del Corriere della Sera, legge su Libero che “salta il generale e il libro diventa un best seller”, a ruba con le sue 373 pagine a euro 17,96, acquistabile direttamente da Amazon usando anche il bonus cultura e il bonus della carta del docente, e si chiede se è tutto vero o uno scherzo. Nel quale è riuscito a cadere anche un uomo dal fisico bestiale di Crosetto distraendosi da affari seri come la guerra in Ucraina o quella, ancora più vicina a casa nostra, degli scafisti nel Mediterraneo. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Mai così contendibile l’elettorato azzurro dello scomparso Berlusconi

Non so se Matteo Renzi sappia che quel “Forse Italia” fatto stampare sotto la foto di Antonio Tajani sulla prima pagina del suo Riformista, peraltro declassando lo stesso Tajani a semplice ministro, e non anche vice presidente del Consiglio e segretario del partito, non è soltanto una sua trovata polemica più o meno fortunata per scrivere del movimento azzurro a più di due mesi ormai dalla morte del fondatore e presidente Silvio Berlusconi, non sostituito né sostituibile.

         Di “Forse Italia” capitò di parlare ironicamente, con altre variabili, a Marcello Dell’Utri quando ancora il partito azzurro non era ancora nato ma lui già se ne occupava per l’organizzazione e la selezione delle prime candidature al Parlamento, fra i quadri della sua Pubblitalia.  “Forse Italia”, appunto, o “Sveglia Italia” e simili dopo avere capito, senza bisogno che glielo comunicassero ufficialmente, che Berlusconi si sarebbe fatto assistere anche politicamente dal buon Gianni Letta, esonerandolo peraltro da ogni obbligo di iscrizione al partito o di candidatura alla Camera o al Senato. Cui d’altronde l’interessato non si sarebbe mai lasciato tentare di suo, bastandogli e avanzandogli quel che di pubblico si era già saputo guadagnare di suo facendo il giornalista di area democristiana negli anni in cui la Dc era davvero il centro della politica italiana. E lui a Roma era stato l’unico, dirigendo Il Tempo, a sapere andare perfettamente d’accordo sia con Giulio Andreotti sia con Amintore Fanfani, in ordine rigorosamente alfabetico. Un miracolo in quei tempi, ancor più che, a livello nazionale, fra Fanfani e Aldo Moro, sempre in ordine alfabetico.

         Se il socialismo di Bettino Craxi, pur amicissimo di Berlusconi, evocava troppo la sinistra in certi ambienti che adoravano il Cavaliere sperando ch’egli entrando in politica, anzi salendovi, riuscisse a far diventare ricchi tutti gli italiani, il democristianismo  di Gianni Letta procurava un po’ d’orticaria a chi si aspettava davvero una cosiddetta rivoluzione liberale. Neppure nella versione “storica” proposta o teorizzata dal segretario del Pci Enrico Berlinguer, o proprio in quella al massimo livello, il “compromesso” di casa fra i democristiani era guardato con sospetto, se non con avversione, da chi si aspettava, anzi reclamava scelte precise, nette:  di qua o di là, si diceva allora.

         Renzi, peraltro proveniente pure lui familiarmente dalla Dc, pur di sinistra, come apprese con stupore una volta in televisione Ciriaco De Mita dallo stesso Renzi, che parlava però del suo papà, pensa ormai di poter pescare a pieni voti nell’area elettorale presidiata secondo lui dal troppo timido, paziente Tajani. E per pescare ancora meglio ha spinto sempre più a sinistra il socio di breve durata del cosiddetto terzo polo Carlo Calenda. E medita, a divorzio finalmente consumato, più ancora del matrimonio improvvisato l’anno scorso, di chiamare “Centro”, o qualcosa di simile, ciò che rimarrà del suo albero dopo la caduta autunnale delle foglie di Calenda.

         Fra “le chat di partito” attribuite all’ex presidente del Consiglio sul Corriere della Sera da Claudio Bozza, con tanto di virgolette, c’è anche questa: “Nessuna polemica con Calenda. Lasciamo che Carlo litighi da solo. Per noi conta fare concorrenza a Tajani da una parte e al Pd dall’altra perché il centro sia decisivo in Europa come in Italia”. Ma dal Pd, si sa, Renzi dopo averlo lasciato è riuscito a portar via ben poco, quasi niente anche in termini che una volta si chiamavano di “nomenclatura”, alla sovietica. La stragrande maggioranza degli amici di un tempo ha preferito restarsene al Nazareno. E non è detto che riesca a farli andar via tutti la Schlein trattandoli come li tratta, cioè male. La direzione più a portata di mano per il senatore toscano resta quella forzista, o forsista, come adesso la chiama sfruculiando.

         Il guaio però per Renzi è che in quella direzione comincia a guardare anche la Meloni, costrettavi in qualche modo proprio da Tajani che ha deciso di crearle problemi sulla strada del decisionismo imboccata vantandosi di avere deciso da sola la tassazione degli extraprofitti delle banche, compresa la Mediolanum a partecipazione berlusconiana, per l’aumento dei tassi d’interesse solo a chi ha bisogno di indebitarsi, e non di chi risparmia.

         Premuta anche dall’altro vice presidente del Consiglio, quello leghista, che in Europa sogna di imbarcare in una nuova maggioranza anche la sua alleata francese Marine Le Pen, rifiutata invece da Tajani al pari della destra tedesca, Meloni è stata così rappresentata da Ciriaco Tommaso su Repubblica: “Non può scegliere Salvini, non può scegliere Tajani. Deve restare in equilibrio, con il rischio che la battaglia tra i suoi vice sfibri il governo. E rovini quel che resta delle sue vacanze” in Puglia, ora che è tornata dall’Albania.

Ma francamente mi sembra un’analisi sbagliata, almeno per ora. Una scelta la Meloni l’ha fatta: per Salvini e contro Tajani, temendo evidentemente più il primo che il secondo. Cioè pensando di doversi guardare più da Salvini che dal segretario azzurro, di cui si è rifiutata -dicendo con pesante ironia che gliene manca “l’autorevolezza”- di accettare il veto contro la destra francese in vista di nuovi equilibri nella prossima edizione dell’Europarlamento. E pure della destra tedesca c’è una parte del Partito Popolare Europeo, di cui Tajani forse non si è ancora accorto, che comincia a non avere più tanta paura, o avvertire tanto schifo, se la ritiene già preferibile ai socialisti a qualche livello locale.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Ripreso da http://www.startmag.it il 20 agosto

Meloni si aspetta un autunno “importante”, non caldo e tanto meno bollente

         Caldo, caldissimo, rovente nelle intenzioni, promesse, minacce della sinistra politica e sindacale, con un Maurizio Landini in agitazione e avvolto nelle bandiere della sua Cgil contro la legge di bilancio prima ancora che venga scritta al Ministero dell’Economia, l’autunno che si aspetta Gorgia Meloni sarà soltanto “importante”. Così lo ha definito parlandone fra un caffè e una risata al premier albanese Edi Rama, che l’ha ospitata a Ferragosto come una “sorella”, per restare nella familiarità dei suoi “fratelli d’Italia” in Patria. E  l’ha incoraggiata ad essere fiduciosa.

         Del resto, neppure le opposizioni sotto sotto, o dietro la facciata di una mobilitazione applicata da Elly Schlein anche a quel che resta dell’estate, si fanno troppe illusioni sulla possibilità di profittare di qualcuno degli inconvenienti in corso per vedere il governo precipitarvi. Neppure con la premier raffigurata sul solito Fatto Quotidiano come una distributrice di carburanti che non irrora benzina a due euro e settanta centesimi a litro ma preleva con la sua pompa dalla tasca del malcapitato cliente bigliettoni di euro. O col ministro dello Sviluppo Adolfo Urss, anziché Urso, convinto che quella in vendita in Italia sia ancora la benzina meno cara d’Europa, con tutte le tasse che si trascina appresso.

         Se la condizione degli avversari esterni continua ad essere a dir poco critica per l’incapacità perdurante di realizzare una realistica alternativa parlamentare a breve, ma neppure a medo termine, quella dei malpancisti interni alla coalizione di centrodestra non è migliore. Le riserve, e persino le proteste, del segretario forzista Antonio Taiani contro il decisionismo vantato dalla premier con la tassazione degli extraprofitti bancari realizzati con l’aumento a senso unico dei tassi d’interesse, applicati a chi chiede denaro e non a chi lo deposita, non sembrano proprio mobilitare il partito orfano ormai di Silvio Berlusconi, per quanto finanziato ancora dalla sua famiglia. Che, per quanto danneggiata anch’essa dall’intervento sulle banche per la sua partecipazione a Mediolanum, non sembra proprio tentata dall’idea di chissà quale ritorsione.

         Vorrà pur dire qualcosa il fatto che oggi Il Giornale, cioè la principale testata di riferimento dell’area del centrodestra, apra difendendo così il governo: “Caccia al capro espiatorio- “Prezzi, clima, donne: colpa della Meloni”. Ormai la sinistra la accusa di tutto”. E contemporaneamente Il Riformista di Matteo Renzi -riadottando non so se consapevolmente o una vecchia formula ironica e polemica insieme  opposta da Marcello Dell’Utri alla decisione presa da Berlusconi di farsi affiancare da Gianni Letta anche nella gestione della nascitura Forza Italia- titoli “Forse Italia”. E ne spieghi le ragioni con “le indecisioni del ministro Tajani”, decurtato anche delle sue cariche di segretario del partito e di vice presidente del Consiglio.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Buone notizie alla Meloni dalla Germania in recessione economica e politica

         Dalla Germania in recessione, e un po’ anche in depressione psicologica con quell’atterraggio di fortuna della ministra degli Esteri Annalisa Baerbock, costretta a rinunciare ad una sua missione indo-oceanica per l’aereo troppo vecchio e in avaria su cui si era imbarcata, giungono buone notizie per Gorgia Meloni. Che trova, in particolare, nelle aperture pur locali della Cdu, componente importante del Partito Popolare Europeo, all’estrema destra di Alternativa una conferma alla sua decisione, in Italia, di opporsi ai veti del segretario forzista Antonio Tajani alla destra francese di Marine Le Pen, alleata nell’Europarlamento con Matteo Salvini e i tedeschi appunto dell’Afd, per la realizzazione di una nuova maggioranza nell’Unione. “la Germania in crisi apre all’ultradestra”, ha titolato La Stampa andando anche oltre la Cdu.

         “Io non ritengo di avere questa autorevolezza”, aveva risposto qualche giorno fa la premier italiana nel passaggio di una sua intervista sul veto, appunto, del vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, oltre che segretario di Forza Italia, alla destra francese e similari nella costruzione di nuovi equilibri politici nel Parlamento di Strasburgo che sarà eletto l’anno prossimo.

         Non avrà questa “autorevolezza”, magari anche agli occhi di “Antonio”, come lei chiama amichevolmente il suo alleato, ma la premier continua a muoversi a livello internazionale senza complessi. A cominciare da quello della “sfavorita” messosi alle spalle nel discorso di presentazione alle Camere, l’anno scorso, per la fiducia. Anche nella sua breve vacanza nella vacanza, nell’Albania raggiunta dalla Puglia con la famiglia su un traghetto di linea, la presidente del Consiglio ha sorpreso e spiazzato avversari e amici col “giallo della cena con Rama e Tony Bair” su cui ha titolato il suo retroscena La Repubblica.

         D’accordo, l’ex premier inglese dopo la cosiddetta Brexit, l’uscita cioè della Gran Bretagna dall’Unione, potrebbe pur essere  considerato  estraneo alle vicende comunitarie attuali e future. Ma Tony Blair fa parte di un certo estabilishment internazionale al pari del centenario Henry Kissinger, che la Meloni ha incontrato recentemente nell’ambasciata italiana degli Stati Uniti, dopo il vertice alla Casa Bianca col presidente Joe Biden. Una notizia, quella dell’incontro con l’ex segretario di Stato americano, peraltro reduce da un viaggio in Cina, che ha assunto un suo significato sia per l’invito rivolto dalla premier all’ospite sia per la risposta  ricevuta e le due ore della chiacchierata che ne è seguita.

A quel livello non si perde tempo, come può essere accaduto a chi ha intervistato in Italia l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno per raccoglierne il progetto alquanto avveniristico di un movimento populista di tipo grillino contro la ex collega di partito decisa a coniugare la destra con il conservatorismo liberale, e non col fascismo defunto ma evocato da coloro ai quali fa comodo avvertirlo sempre dietro l’angolo, come un fantasma.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La risposta di Alemanno al “tradimento” meloniano della destra

Non so con quanta sincerità, e non invece con quanta malizia, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno ha voluto tranquillizzare anche pubblicamente la sua amica ed ex compagna di area -o camerata, direbbero a sinistra secondo l’abitudine appena contestata da Luca Ricolfi di vedere nero dappertutto- che non nascerà mai, almeno di sua iniziativa, un partito più a destra di quello che lei ha saputo realizzare su posizioni dichiaratamente, direi orgogliosamente conservatrici.  

         “Se faremo qualcosa -ha detto Alemanno a Libero del 15 agosto parlando ambiziosamente al plurale, non sarà la destra della destra, ma un movimento aperto a tutti coloro che si aspettano un vero cambiamento, quindi anche chi viene da sinistra, dal Movimento Cinquestelle e chi vorrà”, magari pure dalla Lega. Dalla quale si sospetta peraltro che sotto sotto l’ex sindaco di Roma venga corteggiato da tempo, persino con l’offerta di una candidatura nelle liste del Carroccio, come indipendente o in forma federativa con un suo movimento, nelle elezioni europee dell’anno prossimo. Poi nel nuovo Parlamento di Strasburgo non dovrebbe creare certo problemi ad Alemanno la confluenza in un unico gruppo con la destra francese di Marine Le Pen. Che è quella contro la quale dall’Italia il segretario forzista Antonio Tajani, mostrando di parlare anche a nome e per conto del ben più vasto Partito Popolare Europeo, ha messo un veto che Giorgia Meloni ha contestato nella stessa intervista nella quale ha rivendicato il merito di avere deciso da sola, nel governo, di tassare gli extraprofitti bancari derivati dall’aumento dei tassi d’interesse.

         E’ nata da questa rivendicazione- contestata a sua volta esplicitamente da Tajani annunciando che il provvedimento urgente dovrà subire nel percorso parlamentare altre modifiche ancora rispetto a quelle già apportate nel tragitto da Palazzo Chigi al Quirinale per guadagnarsi la firma del presidente della Repubblica- la “svolta decisionista” attribuita alla premier. Attribuitale -aggiungo- con particolare vigore o scetticismo, come preferite, sulla Stampa dall’ex direttrice del missino Secolo d’Italia Flavia Perina. Che ha evocato la fine non proprio incoraggiante di altri “decisionisti” comparsi sulla scena repubblicana italiana, compreso o a cominciare da Bettino Craxi, prima impiccato come il cadavere di Mussolini nelle vignette dei giornali, e poi costretto all’esilio -o alla fuga, secondo gli avversari- per scampare al carcere a causa del finanziamento illegale del partito socialista e degli altri reati contestatigli dalla magistratura come appesi allo stesso ramo. Dall’Albania, raggiunta in traghetto dalla Puglia per una vacanza nella vacanza, la Meloni si sarà in qualche modo protetta con gli scongiuri adatti ad una donna, per quanto abituata sotto tutti i sensi a indossare pantaloni.

         Per tornare ad Alemanno e alla sua promessa di non fare un partito alla destra della destra, ma un movimento in sostanza concorrente con quello di Beppe Grillo e di Giuseppe Conte sul fronte del populismo interno e internazionale, pacifista e per niente “guerrafondaio”, come ha definito il ruolo assunto dalla Meloni sulla guerra in Ucraina, che pure è stata aperta da Putin e non da Zelenscky; per tornare, dicevo ad Alemanno del suo progetto si potrebbe ripetere col compianto generale Charles De Gaulle che è un “vasto programma”. Troppo vasto anche per la fantasia di noi italiani, capaci di fare in un partito di tre iscritti quattro correnti.

         L’intervistatrice Brunella Bolloli ha interrotto ad un certo punto i ragionamenti di Alemanno dicendogli che le sembrava di “sentir parlare Travaglio, Santoro e Marco Rizzo”. E lui, per niente imbarazzato, con la disinvoltura non di un ingegnere com’è lodevolmente riuscito a diventare quand’era ministro dell’Agricoltura sorprendendo a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi, ma di un acrobata o un prestigiatore ha risposto: “Infatti con Travaglio abbiamo fatto un convegno insieme”. Figuriamoci se il direttore del Fatto Quotidiano poteva trattenersi, vista la disinvoltura con la quale usa tutti i mezzi, fisici e materiali, a disposizione per colpire l’avversario di turno seduto a Palazzo Chigi dopo il passaggio quasi cavuriano – da Carlo Benso conte di Cavour- del mai sufficientemente rimpianto Giuseppe Conte.

         “Quando ci sono grandi temi che riguardano l’interesse nazionale- ha detto Alemanno- non devono esserci steccati, sono trasversali…Sulla guerra poi, vediamo da una parte il Pd a braccetto con la Meloni e dall’altra io e Conte che la pensiamo allo stesso modo”.  Ce n’è abbastanza, credo, per impensierire più Conte che la Meloni, almeno nel prosieguo delle loro vacanze. Poi, in un autunno che vedremo se sarà più caldo o bollente, fra le iniziative parlamentari e di piazza, e col povero Renato Brunetta già appeso figurativamente a qualche cappio per avere accettato la richiesta della premier di occuparsi del cosiddetto reddito minimo col suo Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, verifecheremo da quali altre tentazioni si lascerà prendere il primo e unico sindaco approdato da destra in Campidoglio. Dove non era riuscito a salire neppure Gianfranco Fini appena sdoganato da Silvio Berlusconi in un emporio autostradale.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 19 agosto

                                        

La svolta agostana del decisionismo di Giorgia Meloni

         Non foss’altro per ragioni cronologiche, essendo stato pubblicato dopo le ultime interviste della premier, si può escludere che sul “decisionismo” mostrato da Giorgia Meloni rivendicando di avere scelto da sola, e imposto quindi agli altri, la tassazione degli extraprofitti bancari abbia potuto influire un impietoso articolo dedicato ai ministri in carica dal direttore Claudio Cerasa sul Foglio di ferragosto. Che è un po’ valso il doppio dell’ordinario per l’assenza di 24 ore dalle edicole impostasi dai giornali per la maggiore festività estiva ereditata dagli imperatori romani. Che a metà agosto liberavano generosamente un po’ di detenuti anche dalla tentazione, che doveva essere forte e diffusa pure in quei tempi, di uccidersi fra le sbarre.

  Spero che questo ricordo storico non suggerisca al pur stimabile guardasigilli Carlo Nordio, su cui Cerasa ha sospeso il giudizio nel suo  “pagellone dei ministri”, pur per altri motivi ancora, un’altra uscita infelice come quella sugli imputati  di Norimberga e riusciti ad ammazzarsi in cella nonostante la sorveglianza militare, come per giustificare in qualche modo, pur in un “fardello di dolore” provato già ai tempi in cui da pubblico ministero era stato costretto ad occuparsene, i suicidi troppo frequenti nelle carceri italiane. Dove, in verità, si muore anche di scioperi della fame e della sete, non avendo tutti i detenuti evidentemente la fortuna mediatica dell’anarchico Alfredo Cospito, recentemente salvato dal tentativo di lasciarsi morire digiunando per protesta contro la sua detenzione nel regime duro del famoso articolo 41 bis.

Costretta spesso in meno di un anno di governo a mettere “la pezza” -come ha osservato appunto il direttore del Foglio– a ministri e vice presidenti del Consiglio improvvidi o distratti, compreso il cognato Francesco Lollobrigida, arrivati a occupare sino a metà del loro tempo per partecipare al cosiddetto dibattito politico su temi estranei alle proprie competenze, Meloni potrebbe essere compresa e persino giustificata  sulla strada del decisionismo appena imboccata sulle orme di illustri predecessori. Fra i quali l’amica -presumo- Flavia Perina, già direttrice del Secolo d’Italia, il giornale ufficiale che fu della destra missina e post-missina, ha messo al primo posto la buonanima di Bettino Craxi. Che, prima ancora di essere  liquidato dalla politica per via giudiziaria, era finito con gli stivali ai pedi e la testa in giù nelle vignette dei giornali ai tempi della sua permanenza a Palazzo Chigi. Visto l’uso frequente che fa dei pantaloni,  anche la Meloni è apparsa alla Perina a rischio di vignette ducesche, con tanto di stivali. Già qualcuno, del resto, la chiama “ducetta” fra le doglianze dell’insospettabile Luca Ricolfi. Che su Libero ha accusato la sinistra, da lui ben conosciuta e spesso persino votata, di saper solo dipingere di nero e demonizzare gli avversari di turno, senza “la maturità democratica” di  capire le ragioni dei loro successi elettorali.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il caso Meloni-Tajani sulle banche chiuso, ma soltanto a parole.

“Turbato” scrive di Antonio Tajani Il Foglio per “lo sfregio” fattogli da Giorgia Meloni rivendicando contenuto e metodo dell’intervento del governo sugli extraprofitti bancari derivati dall’aumento dei tassi d’interesse. Al segretario forzista, di cui non va dimenticata l’attesa del congresso del partito -il primo nella sua storia trentennale- convocato per la fine di febbraio, non è piaciuto “il messaggio” mandatogli dalla premier e così riassunto da Sofia Ventura sulle prime pagine del Giorno, Resto del Carlino e Nazione: “Al timone del governo c’è lei e alleati e ministri devono adeguarsi”.

         “Si è trattato- ha scritto il direttore Augusto Minzolini sul Giornale ancora un po’ della famiglia Berlusconi- di un esempio di quel sano decisionismo che caratterizza le leaderhip: una qualità che in un premier non gusta. Tutt’atro”. Ma indicativo del fatto che “il governo, per chi non lo avesse capito, non è di centro-destra ma di destra-centro, che affronta i temi sociali con una cultura diversa da quella puramente liberale” posseduta dal compianto Silvio Berlusconi. E che andrebbe ripristinata, o comunque rispettata, perché “altrimenti si corre il rischio di perdere qualche pezzo” della maggioranza, peraltro determinante anche sul piano numerico in Parlamento.

         In linea con l’editoriale del direttore è pertanto il titolo scelto dal Giornale per riassumere e definire la situazione creatasi con l’intervista di gruppo rilasciata al Corriere della Sera, a Repubblica e alla Stampa dalla premier prima di prendersi una breve vacanza albanese nella vacanza meno breve in Puglia: due terre dirimpettaie che si fanno ora concorrenza turistica. ”Per Forza Italia- ha titolato, in particolare, Il Giornale come se ne fosse l’organo ufficiale- caso chiuso, ma Tajani avverte: cambiare il testo” dell’intervento fiscale del governo quando se ne discuterà in Parlamento per la conversione del decreto legge. Non debbono evidentemente ritenersi sufficienti le modifiche già apportate dietro le quinte, diciamo così, nel passaggio del provvedimento da Palazzo Chigi al Quirinale per la firma del presidente della Repubblica, apposta anche per i cambiamenti riduttivi intervenuti.

         Sul fronte della Lega, destinataria anch’essa del messaggio “decisionista” della Meloni ma contrassegnata da una certa differenza di vedute e di condotta fra il leader Matteo Salvini, stavolta d’accordo con la premier, e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si registrano più chiacchiericci che reazioni vere e proprie. In autunno, pur tra i prevalenti impegni della preparazione del bilancio, verranno al pettine i nodi, al plurale, della riforma delle autonomie regionali differenziate. Su cui non si sa se e come potrà esprimersi il decisionismo della premier in difficoltà stavolta anche con qualcuno dei suoi “fratelli d’Italia”, per niente d’accordo col progetto del ministro leghista Roberto Calderoli.

Ripreso da www,startmag.it e http://www.policymakermag.it

Avvertimenti di Meloni agli alleati dalla vacanza pugliese in masseria

         In una intervista di gruppo agli inviati del Corriere, di Repubblica e della Stampa-  Giorgia Meloni ha lanciato segnali, avvertimenti e quant’altro non tanto agli avversari, scontati nella loro estate “militante” secondo la definizione  della segretaria del Pd Elly Schlein, quanto agli alleati. In particolare, a Matteo Salvini ma  ancor più ad Antonio Tajani.

         Al vice presidente leghista del Consiglio, rivendicando la decisione presa personalmente da lei di tassare gli extraprofitti delle banche, “veloci ad alzare i tassi dei mutui e a lasciare invariati i tassi riconosciuti ai risparmiatori”, la premier ha praticamente mandato a dire di non vantarsene. Come Salvini ha cercato appunto di fare nei giorni scorsi. Sin quasi a compiacersi sotto i baffi della dissidenza per niente nascosta del suo collega di partito e ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

         All’altro vice presidente del Consiglio e segretario ora di Forza Italia la Meloni non ha mandato a dire ma ha detto direttamente di non fare concorrenza a Giorgetti. “Non c’è anche un problema di metodo”?, hanno chiesto gli intervistatori ricordando il “mai più un simile blitz in Consiglio dei Ministri” pronunciato appunto da Tajani. E lei, per niente “la bella addormentata nel bosco” appena datale da Matteo Renzi, ha risposto: “Ci può essere sicuramente una questione di metodo. E’ più facile intervenire su una misura del genere se la notizia non gira troppo…. Tutti i partiti sono sempre estremamente coinvolti. Questa è una materia molto particolare e delicata su cui mi sono assunta la responsabilità di intervenire”. E ha concluso, come per avvertire che il caso non esiste più: “Ne ho parlato con Antonio”.

         “Con Antonio”, ripeto. Non – scavalcandolo- con Marina, la figlia del compianto Silvio Berlusconi con la quale la premier ha contatti frequenti. E alla quale, quando era ancora vivo il padre, si era generalmente attribuita la spinta decisiva a quella che apparve una correzione di rotta degli azzurri, all’interno del centrodestra, a favore della destra piuttosto che della Lega. Con cui teneva rapporti privilegiati la capogruppo forzista del Senato Licia Ronzulli.  

         Anche il rifiuto della Meloni, nella masseria pugliese dove trascorre le vacanze, di porre veti contro la destra francese di Marine Le Pen in eventuali nuovi equilibri politici in Europa, come ha titolato Repubblica,  va letto più contro Tajani che a favore di Salvini. La risposta contro il veto alla destra francese è stata data dalla Meloni ad una domanda sul no apposto alla Le Pen da Tajani, appunto.

  Spiegato che “è troppo presto per parlare delle elezioni europee e che “sbaglia chi pensa che si possano a monte definire alchimie”, la Meloni ha così reagito a chi la tallonava per un più preciso pronunciamento sulla posizione del segretario forzista: “Io non metto veti, non ritengo di avere questa autorevolezza e comunque non mi pongo adesso il tema”.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il “fardello di dolore” di Nordio nel carcere dove corre da ministro ma non da ispettore

Per quanto insignito dall’Unità di Piero Sansonetti, forse con troppa fretta, di una disonorevole “medaglia d’oro del più cinico”, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è corso in visita –“non d’ispezione”, ha precisato- nel carcere di Torino dove sono appena morte due detenute. Una si è impiccata allungando la lista di quelli che la Repubblica ha definito “suicidi di Stato” e l’altra si è lasciata morire -o, peggio, è stata lasciata morire- di fame e di sete in una protesta contro la detenzione ritenuta ingiusta e i rifiuti di farla  incontrare con i due figli.

         Nell’annunciare, proporre e quant’altro un “piano -ha titolato Il Giornale- per svuotare le carceri”, creandone di nuove nelle caserme dismesse, differenziando le detenzioni secondo i reati commessi o contestati o le condizioni degli inteessati, e ricorrendo sempre di più a “forme alternative” alla custodia in gabbia, il guardasigilli ha detto che “purtroppo il suicidio  in carcere è un fardello di dolore che affligge tutto il mondo ed è spesso imprevedibile. Accade per ragioni imprescrutabili. Da pubblico ministero -ha voluto ricordare- ne ho trattati tanti e non esiste mistero più insondabile della mente umana quando uno cerca soluzioni così estreme”.

         Pur con tutta la comprensione dovuta a un ministro in visita non ispettiva -ripeto- e rispettoso dei magistrati che stanno indagando sull’accaduto, Nordio converrà che c’è una grande, troppo grande e inquietante distinzione tra chi s’impicca e chi si lascia -o, ripeto- è lasciato morire in un lungo sciopero della fame e della sete. In questi casi il sovraffollamento carcerario e la carenza di personale non bastano mai a spiegare del tutto le morti, o a liquidarle per suicidi. C’è un problema di sensibiltà che è anche problema di moralità. E riguarda purtroppo non solo il ministro della Giustizia, i suoi collaboratori, le guardie carcerarie e i loro superiori, ma anche i giornali. E quindi noi giornalisti, che passiamo dalla vigilanza, chiamiamola così, esasperata della già ricordata Unità con le medaglie d’oro, d’argento e d’altro ancora da assegnare sarcasticamente al malcapitato di turno, ad una insopportabile indifferenza, o quasi.

         Segnalo la strana compagnia dei giornali sulle cui prime pagine di oggi non ho trovato un rigo -dico un rigo- sulle morti in carcere a Torino, e altrove, e sulla visita di Nordio: da Libero a Domani, che non sono certamente in sintonia politica, dalla Verità al Fatto Quotidiano, il cui direttore Marco Travaglio ha preferito rovesciare la sua attenzione e disapprovazione sui “cognati d’Italia”. Tutti accomunati -questi giornali, non i cognati- dal fascino delle manette e dalla smania, in genere, di vederle scattare ai polsi altrui, e poi da una sostanziale indifferenza -ripeto- al problema di come si viva, non si viva, anzi si muoia tra le sbarre. Non è solo fantasia o vuota protesta quel “Paese in gabbia”, appunto,  gridato nel titolo di apertura dell’Identità di Tommaso Cerno, già parlamentare.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑