Se quel “silenzio assordante” rimproverato ieri sulla Stampa a Giorgia Meloni, in sede di cronaca dietro le quinte e di commento, dopo il discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al raduno ciellino di Rimini era un obbiettivo, esso è fortunatamente fallito. Per intervento assai discreto ma ugualmente forte dello stesso Quirinale la polemica è finita sul nascere. Oggi, per esempio, non se ne trova più traccia nei sui giornali né nel profluvio di dichiarazioni dei politici. Mattarella non si aspettava né ha mai reclamato in alcun modo una sponda di Palazzo Chigi alle opinioni -non agli atti- da lui espresse sui migranti e -implicitamente, senza nominarlo- sul libro del generale Roberto Vannacci dal titolo “Il mondo al contrario”. Che è già costato all’autore il comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per i suoi aspetti considerati omofobi da molti.
Sui migranti è intervenuto un esperto come l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, del Pd, per spiegare già ieri in una intervista al Corriere della Sera, smentendo qualche collega di partito che si era avventurato a sostenere il contrario, che le posizioni del Quirinale e di Palazzo Chigi coincidono. Il problema ormai è diventato “esterno”, non più soltanto o prevalentemente italiano per le sue lunghe frontiere marittime, ma europeo. E lo sforzo di ottenere di più dall’Unione, coinvolgendola anche in una politica di stabilizzazione e di sostegno ai paesi da cui fuggono in tanti, vede impegnati nello stesso modo il capo dello Stato e la premier.
Sul libro del generale Vannacci è diventata sin troppo evidente la strumentalizzazione delle polemiche per seminare zizzania nella coalizione di governo, e persino nel suo maggiore partito, quello di destra, già in fibrillazione per certe nomine interne, a cominciare da quella della sorella della premier, Arianna, cresciuta di peso e di presenza.
Di fronte peraltro a un Matteo Salvini e ad un Gianni Alemanno, rispettivamente dalla Lega e da un movimento in corso d’opera, che si contendono praticamente Vannacci come candidato a qualche elezione per scavalcare a destra Meloni e i fratelli, o sorelle, d’Italia figuriamoci se Mattarella può lasciarsi solo tentare dall’idea di fare il piromane anziché il pompiere. Sono davvero “Vannacci loro”, per ripetere il felice titolo di ieri del giornale di Tommaso Cerno, non certamente sospettabile di omofobia.
Se “Meloni bussa a Francia e Spagna”, come titola La Repubblica, per ottenere in Europa un piano di stabilìtà con vincoli più sopportabili di quello sospeso per il Covid, almeno da Parigi arriva il miracolo -per le docce scozzesi spesso riservate all’Italia dalla Francia- di una disponibilità all’aiuto. E per bocca di una ministra -quella per gli affari europei Laurence Boone, l’omologa di Raffaele Fitto a Roma- che l’anno scorso provocò un incidente diplomatico con l’Italia dubitando praticamente della democraticità del governo condotto da una donna di destra e reclamando una certa “vigilanza” nei suoi riguardi. “Collaboriamo con l’Italia”, ha invece dichiarato stavolta la Boone al Corriere della Sera, che l’ha raffigurata con Macron, parlando proprio delle correzioni da apportare al vecchio e troppo rigido patto di stabilità dell’Unione. E considerando fisiologico che restino “temi politici su cui divergiamo”.
Naturalmente è ancora tutto da verificare che sia miracolo davvero e non una scappatella, come altre in passato, nell’abituale rapporto privilegiato fra Parigi e Berlino. Se sarà davvero miracolo, dovrà ricredersi il rassegnato o non so cos’altro Mario Monti, che non più tardi di ieri ha avvertito dall’alto del suo laticlavio in una intervista alla Stampa che non avremo “sconti” perché “La Germania non cederà”, per quanto anch’essa cominci ad avere problemi di tenuta economica e finanziaria.
Presa anche da questo problema appena riproposto peraltro ai suoi colleghi di governo dal già citato Fitto, e in qualche modo pure dal ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la premier Meloni non si è affrettata ad applaudire a distanza il discorso di Sergio Mattarella al meeting ciellino. Che L’Identità, quotidiano diretto dal dichiaratamente omosessuale Tommaso Cerno, ha riassunto nel titolo “Vannacci vostri”: dal nome del generale autore del libro “Il mondo al contrario” in cui il presidente della Repubblica ha dato l’impressione di avere trovato tracce, quanto meno, di “odio” incostituzionale verso “i diversi”.
“Il silenzio di Palazzo Chigi”, ha lamentato in seconda pagina La Stampa sviluppando questo passaggio di un editoriale del direttore Massimo Giannini, in prima, che mette un po’ insieme confusamente il Matteo Salvini del 2019 e la Giorgia Meloni di questo 2023: “Smaltiti i fumi alcolici del Papeete di Milano Marittima, i patrioti hanno scoperto i silenzi assordanti della masseria” pugliese scelta dalla premier e familiari per le vacanze.
Del discorso del capo dello Stato a Rimini, anche a costo augurabile di mettere in imbarazzo una famiglia così interamente democristiana come quella di Mattarella, il direttore Giannini ha scritto: “Molto più che un testo politico-sociale: un manifesto etico-morale….A leggerlo tutto…viene da rimpiangere la vecchia Dc, se chi la guidò negli ultimi anni della Prima Repubblica non l’avesse svilita a pura consorteria di potere o comitato d’affari di sottogoverno”.
Per quanto ignorato sulle prime pagine dal Fatto Quotidiano e del Foglio, che però all’interno gli hanno, rispettivamente, attribuito il merito di avere “tirato le orecchie al governo” e pubblicato integralmente il discorso, riconoscendone quindi l’importanza, l’intervento del presidente della Repubblica al tradizionale raduno ciellino di Rimini ha ottenuto una specie di ovazione mediatica, come la standing ovation riservatagli dai partecipanti al meeting. Che “chiude in bellezza”, ha titolato sul suo Riformista Matteo Renzi, sempre vantatosi di avere praticamente mandato Mattarella al Quirinale nel 2015, anche a costo di rompere da presidente del Consiglio con Silvio Berlusconi sulla riforma costituzionale poi bocciata dal referendum che doveva essere confermativo.
L’unica cosa contestata da Renzi anche pubblicamente al capo dello Stato, pur voluto da lui così fortemente, fu a suo tempo il rifiuto delle elezioni anticipate chiestogli proprio dopo avere perduto quel referendum, ritenendo di potere ancora investire elettoralmente da segretario del Pd il rilevante 40 per cento dei voti raccolto con la riforma. Mattarella invece preferì salvare la legislatura con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e Renzi perse per strada anche una parte del Pd e infine le elezioni del 2018.
Scontato nella parte sui migranti da accogliere, conoscendo la posizione di Mattarella su questo problema non certamente nuovo, non lo era invece a Rimini il riferimento pur non diretto, non esplicito del capo dello Stato alla vicenda del generale Roberto Vannacci e del suo libro sul “Mondo al contrario”, pur essendo stato il capo dello Stato chiamato in causa da alcuni giornali a sostegno o come suggeritore della rimozione dell’autore dal comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze disposto dal ministro della Difesa Guido Crosetto.
Diversamente da Lucetta Scaraffia, che oggi sulla Stampa ha definito il libro di Vannacci né omofobo né razzista, comunque “migliore” delle sue interviste, compresa forse quella appena concessa su tutti i campi a Maurizio Belpietro sulla Verità, Mattarella ha reclamato il rispetto delle “diversità” consustanziale al rifiuto dell’odio.
Per questa sua implicita -ripeto- ma chiaramente avvertibile critica a Vannacci il presidente della Repubblica, d’’altronde capo delle Forze Arnate per dettato costituzionale, si è procurato polemicamente dal Giornale la qualifica di “generale”, diciamo così a quattro stelle spettandone una al giornale di brigata -come Vannucci- due al generale di divisione e tre al generale di Corpo d’Armata. E le reazioni dell’interessato, cioè dell’autore del libro che ha tanto contribuito ad arroventare l’estate politica, sino a fare immaginare a Fabrizio Cicchitto sul Dubbio chissà quali legami con gli interessi anti-anti-atlantici di Puntin e della sua guerra all’Ucraina? Repubblica, non so se a torto o a ragione, ha attribuito questo commento di Vannacci alle parole del capo dello Stato: “dice ovvietà”.
L’ironia era scontata all’annuncio della decisione di Giorgia Meloni di affidare alla sorella Arianna anche la segreteria politica, oltre al tesseramento del suo partito. Due giornali che più diversi non potrebbero essere come Il Fatto Quotidiano e Il Giornale ancora in parte della famiglia Berlusconi hanno titolato allo stesso modo: “Sorelle d’Italia”, pur rimanendo “Fratelli d’Italia” all’anagrafe politica il nome della formazione politica portata in pochi anni non solo dall’opposizione al governo ma alla sua guida,, dallo zero virgola a quasi il 30 per cento dei voti, in testa alla graduatoria elettorale e parlamentare. Il Fatto da giornale di opposizione orgogliosamente dichiarata e praticata ha titolato in prima pagina a caratteri di scatola, con tanto anche di foto delle due sorelle quando erano bambine, Il Giornale a caratterini per rispetto, diciamo così, dei rapporti di comune appartenenza all’area governativa.
In attesa, mentre scrivo, delle reazioni del solitamente sarcastico Matteo Renzi quando parla e scrive di Giorgia Meloni, segnalo la severità del Foglio nel riferire delle nomine da parte della premier in un titolo che dice: “Tra governo e partito- Fazzolari e Arianna: ecco i primi veleni nella tribù meloniana- L’ascesa della sorella della premier passa per ridimensionamento di Donzelli. Tensioni a Palazzo Chigi. E la Lega se la ride: auguri”. Anche a chi avrà la voglia, la curiosità e quant’altro di leggerne e saperne o sospettarne di più.
La stessa cosa potrei scrivere della Stampa con quel “caos FdI” sparato nel titolo e con “i ribelli” che “chiedono un congresso”. Del quale ad occhio e croce credo che le due sorelle abbiano poca voglia e poco tempo di occuparsi con tutti i problemi in arrivo con l’autunno prevedibilmente caldo, non dico quanto l’estate ancora in corso ma insomma…..
Tra il segretario generale della Cgil Maurizio Landini già in agitazione, la segretaria del Pd Elly Schlein che gli fa concorrenza insieme con Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia per niente tentato dalla generosità nelle spese, il ministro Raffaele Fitto preoccupato -una volta tanto- del ritorno ai vincoli del vecchio e cosiddetto patto europeo di stabilità dopo la sospensione per il Covid, la grana del reddito di cittadinanza passata ad un Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che, per quanto presieduto da Renato Brunetta, pare che non sia neppure sicuro nella sua composizione e a rischio di ricorsi al Tar, ce n’è francamente da essere preoccupati nella famiglia Merloni, o nel “governo familiare che sa di monarchia”, secondo Flavia Perina, sempre sulla Stampa.
Ma c’è da essere preoccupati anche in un’altra famiglia quanto meno interessata alla politica, quella del compianto Silvio Berlusconi, per le garanzie di sostentamento ereditate a favore di una Forza Italia incamminata, almeno a sentire l’ex presidente del Senato Renato Schifani, sulla strada di una piena contendibilità, Che può significare anche piena imprevedibilità.
Come per avvertire la premier Giorgia Meloni, pur sua ex collega nella destra missina e post-missina, a non provarci più a escludere il vice presidente del Consiglio Antonio Tajani dalla regia di comando quando si decidono cose importanti come una tassa speciale sulle banche, il vice presidente forzista del Senato Maurizio Gasparri ha recentemente detto che in altri tempi si sarebbe verificata una crisi di governo “un minuto dopo” l’’incidente. Altro che consentire al premier di turno di confermare l’accaduto, di vantarsene e di spiegarne le ragioni con la necessità della riservatezza in certe circostanze.
Intervistato invece dal Giornale ancora in parte della famiglia Berlusconi sui rapporti con la Meloni premier e capa del partito maggiore della coalizione di governo, sia pure parlando d’altro come l’affare librario e politico ormai del generale Roberto Vannacci, il presidente -sempre forzista- della regione Sicilia Renato Schifani ha detto: “La leadership di Giorgia Meloni è salda. Lei sa mediare molto bene tra la propria convinzione politica e le esigenze di Stato. Seppur giovane, è completa e brilla anche a livello internazionale. Da lei mi sento pienamente rappresentato sia come cittadino che come presidente della Regione Sicilia”. E anche da maggiorente, debbo presumere, di Forza Italia, dove il compianto Silvio Berlusconi peraltro gli permise come a pochi altri -se non l’unico- di uscire e rientrare senza danni in occasione della scissione promossa da Angelino Alfano all’epoca del primo e unico governo di Enrico Letta.
Nella stessa intervista al Giornale, concessa facendo uno strappo alle sue ritardate vacanze in montagna, Schifani ha tuttavia riservato ancora altre e forse maggiori sorprese a Tajani, pur confermandogli con largo anticipo rispetto al congresso nazionale convocato per la fine di febbraio il suo voto per la conferma alla segreteria. Qualcosa di più sottile della ricerca di altri candidati, e il sollecito di un regolamento per consentirne la corsa, in cui è dichiaratamente impegnato il vice presidente della Camera Giorgio Mulè, peraltro siciliano come Schifani.
In particolare, il presidente della Sicilia ha chiesto a Tajani, pur non parlandone come di una condizione per il suo voto apparentemente scontato di conferma alla segreteria, una trasformazione del partito alquanto difficile dopo il lunghissimo regno del fondatore. All’ombra del quale tutti si erano più o meno abituati a muoversi, a fare le loro scalate, a rinunciarvi, cambiare obiettivi e via dicendo. Da partito “del leader”, cioè personale, o personalissimo, come preferite, Forza Italia dovrebbe diventare partito “corale”, “plurale” e altre definizioni da venire che fanno pensare più ad una riedizione della Democrazia Cristiana, da cui Schifani non a caso proviene, che al “Partito Repubblicano” di ispirazione americana. Del quale il presidente siciliano ha parlato nell’intervista evocando le volte in cui aveva conversato con lui Berlusconi in persona. Che, a dire il vero, per quanto mi risulta anche personalmente e direttamente, a tutto era disposto a pensare e ad aprire fuorchè a un partito di correnti.
Eppure proprio le correnti mi sembrano imprescindibili, per ragioni realistiche, da un movimento corale, plurale e simili. Neppure i comunisti con la loro formula del “centralismo democratico”, sfociato anche nella espulsione dei compagni del Manifesto quando provarono ad organizzarsi, riuscirono alla fine ad evitare un certo correntismo, come raccontò in vita con dovizia di particolari e orgoglio il vecchio Emanuele Macaluso. E come può ancora testimoniare il suo compagno d’area cosiddetta migliorista e presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.
Ciò che Schifani, coriaceo nella sua terra sino a neutralizzare l’ex potentissimo Gianfranco Miccichè, ha chiesto a Tajani non è quindi una cosa semplice. Tutt’altro. E’ una cosa, correlata peraltro ai rapporti quanto meno atipici tra Forza Italia e la famiglia del suo fondatore, di una complicazione estrema. E’, in parole povere, la contendibilità continua della guida del partito, al di là delle scadenze congressuali cui peraltro nessuno da quelle parti è stato mai abituato.
Proprio su queste condizioni di prevedibile difficoltà, a dir poco, i concorrenti politici ed elettorali del partito post-berlusconiano, interni o esterni che siano alla coalizione di governo, puntano per ricavare qualche vantaggio e spazio. Il più audace, lesto e visibile nelle incursioni e simili è naturalmente Matteo Renzi, del quale anche Schifani ha parlato nella sua intervista cercando di minimizzarne le potenzialità e amplificarne le obiettive ambiguità. Ma non vanno sottovalutate le capacità attrattive anche della premier Meloni e del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. La partita è francamente tutta da giocare. E potrebbe riservare grandi sorprese, forse anche per le opposizioni, se non soprattutto per esse. Berlusconi osserverà da lassù, i suoi familiari e i suoi elettori sino a giugno scorso da quaggiù.
Le vacanze di Antonio Tajani sono state disturbate forse più che dai suoi problemi di ministro degli Esteri – fra i quali è appena arrivata anche la valutazione dello scenario russo-ucraino dopo l’abbattimento di Evgenij Prigzhin annunciato da Mosca- dall’indebolimento della sua figura di vice presidente del Consiglio e di segretario di Forza Italia.
Una mano, di certo, non l’ha data a Tajani in questa doppia veste Giorgia Meloni annunciando, confermando e persino spiegando le ragioni per le quali ha ritenuto già prima delle vacanze di escluderlo dalla catena di comando, regia e quant’altro nella tassazione delle banche per i loro superprofitti. Ma neppure Renato Schifani, presidente della regione siciliana, in una intervista significativamente pubblicata ieri dal Giornale, con richiamo pur modesto in prima pagina, in cui la sua conferma congressuale, a fine febbraio, è praticamente condizionata a un cambiamento radicale del partito.
Da personale, o personalissima, com’era con Berlusconi presidente a vita, Forza Italia deve diventare “corale”, “plurale” e quant’altro: una specie insomma di partito repubblicano americano all’italiana o riedizione più laica della Democrazia Cristiana, dalla quale non a caso proviene Schifani. Che è già impegnato nella sua Sicilia a raccogliere attorno a sè in forma sempre più organica e vincolante pezzi della defunta Dc mossisi a lungo in autonomia, come quelli di Raffale Lombardo e di Salvatore Cuffaro.
Nel momento in cui non più soltanto il vice presidente della Camera Giorgio Mulè ma anche un pezzo da novanta della nomenclatura come Schifani -uno fra i pochi, se non l’unico, cui Berlusconi aveva permesso di uscire e rientrare in Forza Italia dopo la scissione di Angelo Alfano- sostiene praticamente la continua contendibilità della guida del partito, Matteo Renzi cerca di aumentare il suo assedio elettorale. E forse anche parlamentare. Egli ha appena parlato a Zona Bianca, una trasmissione di Rete 4, guadagnandosi questo titolo del Sole 24 Ore: “Forza Italia decida cosa fare da grande”. In particolare, “i parlamentari di Forza Italia -ha detto l’ex presidente del Consiglio- non la lasciano perché sono in maggioranza. Forza Italia non è più forte come prima e lo vediamo, Con Berlusconi era Forza Italia, con Tajani è “Forse Italia”. Penso che essa debba decidere cosa fare da grande. Chi non sopporta sovranisti e populisti vota altre persone”, magari lui stesso.
Di Renzi, e del suo corteggiamento politico o assedio elettorale, come preferite, ha parlato lo stesso Schifani nell’intervista al Giornale dicendo: “A unirci è soltanto l’essere entrambi paladini del garantismo. Tutto qui. Renzi è stato segretario del Pd. E il suo campo di manovra (anche a livello europeo, dove non siede certo tra i popolari) e ben diverso dal nostro. Italia viva poi è ridotta al lumicino e non mi pare che Renzi sia in grado di espandere il consenso”. “Non mi pare”, appunto. E’ tutto da verificare da qui alle elezioni europee dell’anno prossimo, quanto meno.
“La manina di Mattarella nella guerra al generale”, ha titolato su tutta la prima pagina La Verità– quella di Maurizio Belpietro- come per dare una chiave di lettura al più alto livello istituzionale di questo giallo d’estate che è ormai diventato il libro dell’ex comandante della Folgore Roberto Vannacci felicemente intitolato ai fini promozionali “Il mondo al contrario”. E naturalmente portato in testa alla classifica delle vendite dai suoi stessi detrattori con un’autorete sulla quale forse dovrebbero riflettere prendendo lezione da un omosessuale dichiarato come Tommaso Cerno. Che ha portato la vicenda sulla prima pagina della sua Identità più per scherzarci sopra che per indignarsi. “Il De Bello Gaio, il libro scritto dal Generale Vannucci che si è definito nipotino di Giulio Cesare- ha scritto il simpatico ex parlamentare pd ed ex direttore dell’Espresso– è la prova che in Italia le minoranze come i gay non solo non sono rappresentate ma servono alle maggioranze per parlare di sé e occupare gli spazi che finora non avevano avuto”.
Belpietro ha cercato di attribuire la sua intuizione, sospetto e quant’altro sulla “manina” di Mattarella, disturbandone le vacanze sulle Dolomiti, al ministro della Difesa in persona, Guido Crosetto. Che ha raccontato di avere disposto la sostanziale rimozione di Vannacci dal comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per soddisfare le attese, richieste, pressioni delle alte gerarchie militari, potendo bastare secondo lui un intervento meno drastico. Fra le altre gerarchie militari, con un po’ di buona volontà più che verità, al minuscolo, si potrebbe anche mettere Mattarella per il ruolo attribuitogli come presidente della Repubblica dall’articolo 87 della Costituzione di capo delle Forze Armate. Cui forse non ha esagerato ad attribuire “lo sconcerto” neppure Domani, il giornale dell’ingegnere Carlo De Benedetti in questa fase dichiaratamente “radicale” del suo impegno pubblico.
Ciascuno ormai dà il suo contributo quotidiano a far cadere il generale- che in qualche modo ha già dismesso la divisa e comincia a farsi intervistare dalle televisioni in maniche di camicia civile- nella tentazione di qualche candidatura politica. Il leader leghista Matteo Salvini lo ha già chiamato al telefono, cominciando col promettergli che avrebbe letto tutte le 300 pagine e più del suo libero. E lui, il generale, in una intervista al Tg1 ha rivendicato per sé il diritto e l’interesse a non escludere nulla, per cui Il Giornale non ha forzato la mano titolando: “Vannacci: politica, chissà…”.
Magari, alla Lega verrà la voglia di candidare Vannacci persino alle politiche in concorrenza col meloniano Crosetto. Che ha procurato al Fatto Quotidiano la sorpresa, domenica scorsa in prima pagina, di “difenderlo”, per quanto “guerrafondaio” sull’Ucraina. Nessun imbarazzo invece per Matteo Renzi, che sul suo Riformista ha cominciato a chiamarlo per nome: “Salvate il soldato Guido”. Scherzi d’estate.
L’argomento ormai è logorato dalle polemiche, per quanto l’accaduto sia recente. Ma trovo significativo -visto anche il ruolo centrale, da “Centro” come ha deciso di chiamare il nuovo prodotto politico che sta confezionando- ciò che Matteo Renzi ha voluto scrivere sul conto dei quattro giovani italiani scappati dal ristorante albanese e fatto saldare dalla premier Giorgia Meloni, a proprie spese, dall’ambasciatore d’Italia. I connazionali risultano peraltro ripresi da una telecamera o altro, per cui non dovrebbe essere difficile identificarli e metterli a una gogna che, una volta tanto, potrebbe anche essere condivisa.
Il fatto è sempre meno grave di un presunto stupro compiuto in casa di un padre pubblicamente esposto come il presidente del Senato, seconda carica dello Stato eccetera eccetera, ma resta una mascalzonata della quale capisco che la premier si sia vergognata apprendendola peraltro dal presidente albanese di cui era ospite. Che, magari, avrebbe potuto tenersi per sé la notizia sostituendosi nel saldo all’amica, “sorella” e quant’altro invitata con tanto dispendio di simpatia.
Renzi, dicevo, ha chiesto ai destinatari della sua solita lettera elettronica: “E’ giusto che una Premier intervenga per dare 80 euro a un ristoratore albanese? O è solo un gesto di comunicazione”. Come se lui da politico non ne avesse mai compiuti. E ha spiegato: “Questa concezione per cui il Governo è una sorta di padre/madre compassionevole che se tu ti ubriachi viene a prenderti con il taxi gratis in discoteca (unico modo di trovare un taxi, ultimamente: ubriacarsi in discoteca), se non paghi il conto arriva l’ambasciatore e salda il debito è lo stesso impianto culturale per cui la casa te la rifanno -gratuitamente come diceva Conte- con i soldi dello Stato attraverso una miriade di bonus. Non mi stupisce il gesto in sé finalizzato a prendere tre like su TikTok. Mi stupisce che anche il governo di destra ha lo stesso impianto culturale del Governo grillino: il cittadino come suddito da accarezzare, sovvenzionare, sostenere. Per me questo approccio è sbagliato. Il vero campo largo è quello che va da Meloni a Conte passando per Salvini”.
Ma questo Conte -Giuseppe Conte- come ce lo siamo ritrovati in Italia? Dopo un turno elettorale perduto dal Pd ancora guidato nel 2018 da un Renzi che non mi pare si fosse accorto del fenomeno grillino. Avremmo potuto liberarcene già l’anno dopo, nell’estate del 2019, se lo stesso Renzi ancora nel Pd, spiazzandone il segretario Nicola Zingaretti, non gli avesse praticamente regalato un altro anno e mezzo scarso di governo con una diversa maggioranza per consentirgli di fare altri danni non previsti, come la precedente vittoria elettorale. Domanda per domanda: non è un po’ esagerato dare lezioni a destra e a sinistra con simili precedenti, da una centrale così malmessa? Dalla quale ora mi aspetto qualcosa anche sul generale omofobo Vannacci punito da Crosetto fra le proteste di Salvini e il silenzio della Meloni.
Nell’estate del 1989, trentaquattro anni fa, mancavano pochi mesi alla caduta del muro di Berlino, e a tutto ciò che ne sarebbe seguito. Erano inoltre trascorsi otto anni dallo “strappo” compiuto in televisione da Enrico Berlinguer definendo “esaurita la spinta propulsiva” della rivoluzione comunista del 1917, in risposta ad una mia domanda sul regime militare appena costituito in Polonia per evitare un’invasione sovietica simile a quella del 1968 nella Cecoslovacchia di Dubcek. Non parliamo poi dei tredici anni trascorsi dall’intervista, sempre di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa sulla Nato da considerare un ombrello di protezione anche per l’evoluzione dei rapporti fra il Pci aspirante all’autonomia e l’Unione Sovietica ancora di Leonida Breznev. Sotto quell’ombrello nacque anche il documento di politica estera approvato dai comunisti con i democristiani nella maggioranza di solidarietà nazionale del governo monocolore dc di Giulio Andreotti formatosi dopo le elezioni anticipate del 1976.
Eppure, con tutto ciò che stava accadendo a livello internazionale ed era già accaduto a livello nazionale, nell’agosto del 1989 un articolo di Biagio de Giovanni sull’Unità nel venticinquesimo anniversario della morte di Palmiro Togliatti in Crimea apparve e fu una bomba fuori e dentro il Pci con quel titolo, nella parte pur bassa della prima pagina, che diceva come più chiaramente non si poteva: “C’erano una volta Togliatti e il comunismo reale”. Riscrivendone sabato scorso sull’Unità recentemente riportata in edicola col direttore Piero Sansonetti, un ancora emozionato e 91.enne Biagio de Giovanni ha ricordato che alla ripresa autunnale dell’attività politica nella direzione del partito il segretario Alessandro Natta disse che bisognava proteggersi in estate dai “colpi di sole”. E il povero de Giovanni, un filosofo curiosamente laureato in giurisprudenza, alla prima occasione perse il suo posto nell’organismo direttivo del Pci, dove per troppa modestia lui si considerava, partecipandone come intellettuale, “il due di coppe” a briscola. Che però -non si è ben capito se o con quanto consenso del direttore Massimo D’Alema al largo in barca a vela- venne scelto dalla direzione dell’Unità, fisicamente rappresentata a Roma da Renzo Foa, Piero Sansonetti e Giancarlo Bosetti, come il compagno più adatto a ricordare in quel modo Togliatti, l’ormai ex “migliore”, a 25 anni dalla morte.
La ripubblicazione di quell’articolo, con le riflessioni dell’autore storicamente importanti, a cominciare dall’accenno all’assenza da Roma del direttore velista, è stata una felice iniziativa di Sansonetti. Che da sola peraltro libera la “sua” Unità dall’ombra allungatole addosso ingenerosamente dopo qualche settimana dal ritorno in edicola con la protesta dei figli di Enrico Berlinguer contro l’abuso che si sarebbe fatto della testata storica del defunto partito comunista e delle immagini dell’ancor più defunto loro genitore e segretario delle Botteghe Oscure.
Se per il mio amico Sansonetti, col quale cominciò questa mia collaborazione al Dubbio, è stata un po’ una rivincita professionale, politica e umana il ritorno, con Biagio de Giovanni, all’Unità che li videro accomunati già 34 anni fa in uno dei tanti passaggi critici del Pci, per me che ho trascorso una vita scrivendo di politica su un fronte certamente diverso, anzi opposto al loro, questa è stata un’occasione d’imprevedibile e, tutto sommato, felice rimpianto. Rimpianto dei tempi che ci siamo forse troppo frettolosamente abituati a liquidare negativamente come quelli delle ideologie, con tutti i loro riti, le loro procedure, le loro asprezze. Cadute le quali, tutto sarebbe diventato più facile, più pratico, più spedito anche nella cosiddetta “governabilità” del Paese, se non del mondo intero. Questo non è semplicemente accaduto. Abbiamo solo dovuto accontentarci, diciamo così, di un maggiore e più disinvolto trasformismo.
Abbiamo visto brillare e spengersi stelle prima ancora che Beppe Grillo inventasse e riuscisse per un po’ a imporci anche le sue. Abbiamo visto alternarsi nelle bocciature referendarie riforme costituzionali proposte come risolutive. Le stagioni politiche si sono abbreviate e insieme intrecciate, producendo una maionese impazzita. Abbiamo una destra che non è più destra, per quanto gli avversari nominalistici sostengano il contrario e vedano il fantasma del fascismo dappertutto, e una sinistra che non è più sinistra, né delle periferie né, ormai, delle zone a traffico controllato. E non si può neppure dire, onestamente, che l’una abbia preso il posto dell’altra, o viceversa. Si è persino perso “il gusto dei nostri antagonismi”, ha appena osservato su Domani il buon Marco Follini lasciandosi riprendere dalla tentazione di sperare in qualche forma di nuovo centrismo all’ombra di una politica peraltro che mai è stata così femminile, e liricamente volubile, con quelle due “regine del bipolarismo” ch’egli forse vede con troppo ottimismo in Giorgia Meloni e Eddy Schlein.
Peccato che il generale Roberto Vannacci col suo omofobo “Mondo al contrario” pubblicizzatogli involontariamente reclamandone il rogo, o quasi, ci impedisca di parlarne in altro, e più appropriato senso. Un mondo, in effetti, al contrario ma del buon senso di manzoniana memoria, e neppure a vantaggio del senso comune, o populista, sempre di memoria manzoniana. Dubito che ci sia qualcuno oggi in grado di dire che cosa sia il senso comune, tanto è diventato difficile rappresentare anche a livello parlamentare la realtà caotica del Paese, con i votanti sorpassati dai non votanti. O quelli che Antonio Gramsci -sì, proprio lui, il fondatore dell’Unità orgogliosamente richiamato da Sansonetti sotto la testata della sua Unità- chiamava gli indifferenti, odiandoli. E non a torto.
A dispetto della “blindatura” attribuita da Repubblica alle vacanze pugliesi della premier, al netto di quelle sottratte per andare in Albania con quello che Marco Travaglio ha chiamato il “PagoGiorgiamat”, usato anche per saldare a un ristorante il conto di quattro italiani miserabilmente scappati, si è avuta regolare notizia delle quattro ore di un incontro fra la Meloni e il suo vice presidente del Consiglio Matteo Salvini. Rigorosamente assente naturalmente l’altro vice presidente e leader forzista Antonio Tajani, che continua a dolersi a distanza del blitz fiscale voluto personalmente e vantato dalla Meloni contro le banche che hanno troppo guadagnato dall’aumento dei tassi d’interesse. Quelli passivi naturalmente, perché di interessi attivi i titolari dei conti hanno continuato a non vedere neppure l’ombra.
Quattro ore sono tante, anche se comprensive di un pranzo rivelato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, e successivo peraltro ad una cena recente a Bolgheri tra amici e familiari stretti della premier, a conferma di un rapporto speciale, diciamo pure privilegiato, fra i due alleati di governo, nonostante i retroscena quasi quotidiani sui loro conflitti. Che si svolgerebbero anche attorno alle spoglie forse un po’ troppo prematuramente intraviste della Forza Italia già declassata da Renzi -l’altro Matteo della politica italiana- a Forse Italia per la scomparsa di Silvio Berlusconi e la leadership di Antonio Tajani considerata troppo debole, in attesa di conferma al congresso convocato per fine febbraio.
Anche con Salvini la Meloni si sarà forse scusata, o quanto meno giustificata, per essersi attribuita il merito dell’intervento sulle banche. Che ha un po’ spiazzato pure il leader leghista -per quanto d’accordo, diversamente da Tajani- per avere cercato di metterci la faccia lui, rimasto sulla scena del post-Consiglio dei Ministri dopo la sostanziale fuga del collega di partito e superministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Che aveva da poco escluso almeno l’imminenza di una misura del genere. In un altro momento, o in un’altra edizione di questa nostra Repubblica ormai a più stadi, un pasticcio del genere avrebbe provocato una crisi di governo, ha osservato qualche giorno fa il forzista vice presidente del Senato Maurizio Gasparri.
Chissà se nel loro incontro conviviale la Meloni e Salvini hanno voluto trovare il tempo -che pure avevano- ma soprattutto la voglia di parlare anche del caso Vannacci: il generale ex comandante della Folgore e destituito dal vertice dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per avere scritto e autopubblicato un libro generalmente tacciato come omofobo. Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, ha appena scoperto e denunciato che “sono Salvini e Meloni i cattivi maestri” del generale. Che ora si sta godendo sotto i baffi che non ha, oltre ai proventi del libro a ruba proprio per le proteste generate, lo spettacolo di una destra divisa dopo l’intervento censorio del pur suo ministro della Difesa.