Giuliano Amato torna imprudentemente sul luogo del delitto riscrivendo di Ustica

Uno legge sulla prima pagina di Repubblica il richiamo di un articolo di Giuliano Amato sulla tragedia di Ustica del 1980 da lui stesso evocata sabato scorso, sullo stesso giornale, in una lunga intervista seguita da molte polemiche e pensa di trovare nel testo la spiegazione -magari- delle distanze appena prese, sempre da lui, dal titolo di quello scoop scrivendone ad una polemicissima Verità. O pensa di trovare conferma e spiegazione delle “retromarce” attribuitegli sia nella versione “rocambolesca” gridata dall’Unità sia nella versione ironica amichevolmente scelta dal Foglio.      

         Sulla prima pagina di quest’ultimo giornale il vignettista Makkox si è divertito, in particolare, ad attribuire ad Amato il dubbio di avere scambiato un croiassant  per il missile francese che avrebbe abbattuto 43 anni fa per errore, inseguendo un big libico dove si presumeva che viaggiasse Gheddafi in persona, un disgraziatissimo aereo civile italiano con 81 persone a bordo. Un croissant -ha commentato perfidamente Makkox- “di sicuro è più comodo da rimangiarsi”.

         Ebbene, Amato nel suo intervento di ritorno su Repubblica non ne ha contestato né il titolo di sabato né l’evidenza, mostrando quindi di non avere nulla da dire o ridire sull’uno e sull’altra. E forse guadagnandosi chissà quale altro ritorno, a sua volta, della Verità di Maurizio Belpietro. Che già oggi, d’altronde, prima ancora di rileggerlo su Repubblica, è tornato ad attaccarlo su un altro tasto o fronte da lui trattato quando era al governo: “la storia di Mps”, che significa Monte dei Paschi di Siena. Che si incrociò con la vita privata di Amato per un contributo al suo circolo di tennis, ad Orbetello.

         Amato è tornato sulla sua intervista a Repubblica per precisare solo di avere voluto raccogliere con l’intervista propostagli anche dal direttore in persona del quotidiano fondato da Eugenio  Scalfari “una straordinaria opportunità per rinsaldare” – non per disturbare, come ha sospettato qualcuno, fra i quali il suo ex compagno di partito e amico Rino Formica in una intervista a Domani in cui si lamenta del “torbido” il rapporto” fra l’Italia e la Francia: l’una ricevendo le scuse dall’altra per la verità su Ustica nascosta per lunghi, lunghissimi 43 anni. “Il ministro degli Esteri francese -ha scritto e interpretato Amato- l’ha raccolta manifestando una volontà di collaborazione, peraltro senza mai domandarsi: perché ora?”, come altri invece hanno fatto con l’intervista di sabato prestatasi a tante polemiche. “Un passo in avanti -ha insistito Amato-  a chi in Italia continua ostinatamente a voltarsi indietro. Con l’intervista ho voluto lanciare una sfida per arrivare alla verità su Ustica. Ora tocca a chi ne è in grado raccoglierla, sotto la spinta di una stampa non prigioniera del piccolo cabotaggio”. Che pure sembrava dovesse coinvolgere la stessa Repubblica con quelle distanze -ripeto- prese per iscritto dal suo titolo a caratteri di scatola scrivendone al giornale di Maurizio Belpietro.

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Amato si dissocia dal missile di Repubblica su Ustica e dintorni

Interpellato a voce e per iscritto dalla “Verità” sull’intervista concessa a Repubblica, e pubblicata sabato scorso con un titolo a caratteri di scatola che gridava “Ecco la verità su Ustica. Macron chieda scusa”, anche se l’interessato aveva solo due anni e mezzo ai tempi della tragedia, Giuliano Amato ha risposto rifiutando la responsabilità di quel titolo. Che, in effetti, mancava dell’avvertimento, contenuto nel testo delle dichiarazioni del presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex presidente del Consiglio, che le sue erano solo riflessioni, deduzioni, intuizioni, prive di prove.

  “Io -ha spiegato Amato- non ho raccontato nulla di novo. Non era nelle mie possibilità, non era nelle mie intenzioni. Volevo riportare il tema all’attenzione, sollecitare chi potrebbe convalidare quell’ipotesi a parlare”. Sollecitare inutilmente, a quanto pare, visto che nessuno si è mosso in questo senso, a cominciare dai francesi. Al cui governo peraltro quello italiano guidato da Giorgia Meloni non intende sollevare questo problema -come anticipato o chiarito in un titolo del Messaggero- rischiando peraltro di compromettere i rapporti già difficili o altelenanti   fra i due paesi proprio nel momento in cui una loro collaborazione sarebbe preziosa, per gli interessi di entrambi, nel negoziato dietro le quinte in corso per la revisione del cosiddetto e oneroso patto di stabilità europeo, prima che esso torni in vigore dopo la sospensione per il Covid.

         Per quanto Amato con la sua risposta di dissociazione dal titolo sparato da Repubblica come un missile -esso sì- sulla sua intervista avesse concesso alla Verità l’occasione di una polemica col giornale in qualche misura concorrente, il direttore Maurizio Belpietro ha preferito attaccare, anzi insultare il politico che d’altronde non ha mai goduto della sua simpatia, a dir poco. “Il dottor Sottile fa scarica barile”, si è titolato da solo Belpietro in prima pagina, infierendo all’interno con “la brusca retromarcia del dottor Sottile indegna di un servitore dello Stato”.

         E’ inutile farsi illusioni al di qua del bancone delle notizie, voci, retroscena, commenti e polemiche finalizzate più ad alimentare la lotta politica che ad informare i lettori. E’ sempre più difficile e imbarazzante capire chi giochi con maggiore disinvoltura col pubblico: noi giornalisti o “loro”, i politici. E con questo archiviamo, almeno per quanto mi riguarda personalmente, anche questa brutta pagina, insieme, di giornalismo e di politica, appunto. Una pagina nella quale noi giornalisti abbiamo saputo fare peggio -temo- di una certa magistratura abituata a dettare l’agenda del governo e del Parlamento di turno.    

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Ciò che Macron non ha (ancora) detto ad Amato su Ustica e dintorni

         Macron è dunque disposto a “collaborare”- ha fatto sapere da Parigi- a ulteriori ricerche della verità sulla tragedia di Ustica del 1980 ma non ad attribuire sin d’ora alla Francia la responsabilità, attribuitale da Giuliano Amato, del missile che colpì o comunque fece esplodere l’aereo dell’Itavia che da Bologna trasportava a Palermo 81 persone fra passeggeri ed equipaggio.

         Per fortuna -debbo aggiungere- il presidente francese si è limitato a questa reazione non facendo l’offeso, né annunciando o minacciando ritorsioni sui rapporti con l’Italia mentre insieme -una volta tanto- i due governi cercano nell’Unione di modificare il vecchio e oneroso patto di stabilità europea sospeso a causa del Covid. Una circostanza, questa, che forse ha creato dubbi o perplessità anche al Quirinale apprendendo dell’intervista del presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex presidente del Consiglio, invitato peraltro da Giorgia Meloni a riferire quello che ritiene di sapere alla magistratura. Ma anche a considerare che non ci sono atti coperti dal segreto di Stato per quella tragedia che sarebbe avvenuta al coperto di esercitazioni della Nato in Mediterraneo.

         Che cosa abbia indotto Amato, nella sua intervista a Repubblica, a non contestualizzare quei fatti con quelli di oggi, che sconsigliano obiettivamente un’altra fase di tensione nei rapporti con la Francia, pur garantiti da un patto di collaborazione addirittura rafforzata, non è dato sapere. E’ condivisibile il dilemma posto da Tommaso Cerno sull’Identità, accanto al titolo “Ustica…voli”, fra “la verità di una riserva della Repubblica in crisi di coscienza o la sparata che scompiglia ancora di più il clima rovente fra Italia e Francia”, che in verità -ripeto- sembrava spento.

         Va inoltre detto con onestà e franchezza che lo stesso Amato ha minato la credibilità delle sue riflessioni con giudizi non esaltanti su un personaggio chiamato da lui in causa: Francesco Cossiga. Che guidava il governo nel momento della tragedia, sollecitò poi dal Quirinale come presidente della Repubblica, nel 1986, l’intervento di Bettino Craxi e del suo sottosegretario Amato, appunto, per svelare i misteri che si erano addensati sull’affare e infine, nel 2008, da capo dello Stato emerito, cioè ex, attribuì la responsabilità della tragedia alla Francia parlando ad una commissione parlamentare d’inchiesta.

         Di Cossiga, pur riconoscendogli “un grande contributo al raggiungimento della verità” con quella deposizione, Amato ha detto testualmente: “Aveva disturbi bipolari. Era un uomo di forti sofferenze e grandi intuizioni. Sono stato a lungo testimone e riequilibratore delle sue intemperanze: cercando di proteggerlo da se stesso ho anche visto le sue bizzarrie”. Macron, che non  ha neppure conosciuto Cossiga, si sarà probabilmente chiesto se la Francia ha davvero da temere un caso così clamorosamemte riproposto richiamandosi a  un testimone e quant’altro così descritto non a Parigi ma a Roma. E morto e sepolto da 13 anni.

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Ustica: il segreto peggio custodito della Repubblica, forse più di Moro

            Bel colpo di sicuro per la Repubblica-  ma solo quella di carta, non quella vera uscita delle urne referendarie del 1946, e tradita a questo punto da una miriade di generali e politici- l’intervista nella quale il presidente emerito della Corte Costituzionale Giuliano Amato, già presidente del Consiglio e ancor prima sottosegretario di Bettino Craxi a Palazzo Chigi con la delega delicatissima dei servizi segreti, ha accreditato con informazioni, intuizioni, deduzioni e quant’altro, dichiaratamente “senza prove”, i peggiori sospetti sulla tragedia di Ustica. Nelle cui acque sprofondarono il 27 giugno 1980 i rottami e le ottanta vittime dell’areo dell’Itavia diretto a Palermo da Bologna. Che secondo Amato non esplose per un ordigno all’interno ma abbattuto da un missile francese destinato ad un mig libico nel quale avrebbe dovuto volare Gheddafi, non salito a bordo all’ultimo momento perché avvertito dall’Italia. 

         Non so francamente se definire questo segreto come il meglio o il peggio custodito nella storia della Repubblica, sempre quella vera: meglio o peggio anche di quelli perduranti sul sequestro di Aldo Moro, due anni prima, e sul suo tragico epilogo con l’assassinio del rapito, 55 giorni dopo lo sterminio della sua scorta. Uno scempio che si vorrebbe ancora attribuire all’abilità delle brigate rosse, e non anche alla mano, manina, manona di qualcuno indegnamente rappresentante a quell’epoca, non so a quale livello, dello Stato.

         Giuliano Amato, occupatosi come sottosegretario  nel 1986  dell’affare Ustica, in pendenza delle indagini giudiziarie,  su incarico di Craxi ma su pressione quirinalizia  di Francesco Cossiga, che aveva guidato il governo all’epoca della tragedia, ha sfidato -più che invitato- il giovane presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron a dare anche il suo contributo, stavolta decisivo, alla ricerca della verità desecretando l’azione di guerra svoltasi a Usitca al coperto di esercitazioni della Nato e scusandosi dell’accaduto nascosto da tutti i suoi predecessori.

         Non so, almeno mentre scrivo, se Macron vorrà, saprà o potrà rispondere alle attese di Amato. So però che il credito accordato dal presidente emerito della Corte Costituzionale alle voci, impressioni, sensazioni, rivelazioni -chiamatele come volte- diffusesi subito dopo la tragedia, con particolare chiarezza ad opera dall’allora ministro socialista dei Trasporti Rino Formica- lascia letteralmente sgomenti. Com’è stato possibile nei piani alti e altissimi della Repubblica, a livello istituzionale, politico e giudiziario, tenersi dentro -diciamo così- una vicenda del genere? Imbarazzante, a dir poco, per tutti: forse anche per chi ha aspettato tanto per parlarne così clamorosamente, diffusamente, dettagliatamente.

Da Caivano a Brandizzo, dal Sud al Nord, andata e ritorno….

         La premier Giorgia Meloni, 46 anni compiuti a gennaio, giustamente protetta a dovere da uno Stato pur “fallito” sul posto per sua stessa ammissione, con l’impegno di farvelo tornare, è dunque sopravvissuta alla sua missione, visita e quant’altro alla degradata Caivano. Dove invece qualcuno aveva immaginato, minacciato, sperato e quant’altro -anche qui- di farle pagare caro l’intervento del governo sul cosiddetto reddito di cittadinanza. Che fu adottato dai grillini quando arrivarono a Palazzo Chigi sventolando dal balcone la bandiera della vittoria sulla povertà, cioè scambiando lucciole per lanterne e contribuendo a loro modo ad aggravare la situazione con attese tanto costose quanto  illusorie.

         Giuseppe Aversa, di 49 anni, Kevin Laganà di 22, Giuseppe Lombardo di 53, Giuseppe Servillo di 43 e Michael Zanera di 34 non ce l’hanno  fatta invece a sopravvivere alla loro notte di lavoro sui binari ferroviari di Brandizzo, inghiottiti da un treno che non si aspettavano, in una sciagura, anzi una strage che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, corso sul posto senza essere accompagnato dal pur onnipresente ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini perché impegnato con la fidanzata a godersi a Venezia il festival del Cinema, ha giustamente definito “un oltraggio alla convivenza civile”.

         I due fatti, uno al Sud e l’altro al Nord, parlano così tanto da soli, nei tratti essenziali che ho indicati, da un avere bisogno di commento alcuno.

Vi dico qualcosa del vicerè operoso di Palazzo Chigi

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e segretario dello stesso Consiglio, che lo nomina nella sua prima seduta, è sempre contato più di un ministro e di un vice presidente del Consiglio per il rapporto fiduciario che lo lega al capo del governo. E per il filtro che esercita, anzi costituisce su ogni documento che arriva ed esce come provvedimento da Palazzo Chigi, o arrivava ed usciva dal Viminale quando era quella la sede anche del governo, oltre che del Ministero dell’Interno.

         Storiche sono rimaste le figure dei sottosegretari, alcuni dei quali destinati poi a scalare la politica, Paolo Cappa e Giulio Andreotti con Alcide Gasperi, Mariano Rumor e Umberto delle Fave con Amintore Fanfani, Oscar Luigi Scalfaro con Mario Scelba, Angelo Salizzoni con Aldo Moro, Antonio Bisaglia e Adolfo Sarti con Rumor, Franco Evangelisti con Andreotti, Giuliano Amato con Bettino Craxi, Gianni Letta con Silvio Berlusconi. Che, senza farselo imporre da Scalfaro, come racconta invece una leggenda, si scelse di sua spontanea volontà nel 1994 l’ex direttore del Tempo poi entrato nella sua scuderia, confermandolo negli altri passaggi a Palazzo Chigi e considerandolo con pubbliche dichiarazioni un capo dello Stato ideale: persino migliore di lui stesso, che vi aspirava.

         “Indipendente” è la qualifica politica di Gianni Letta nell’elenco dei sottosegretari avvicendatisi a Palazzo Chigi. Egli infatti, se mai è stato iscritto alla Dc secondo un’altra leggenda, non lo è mai stato a Forza Italia e ai partiti o sigle che ne hanno accompagnato la storia. Indipendente è indicato anche Alfredo Mantovano, per quanto egli sia stato collega di partito di Giorgia Meloni nelle varie formazioni di destra avvicendatesi prima degli attuali Fratelli d’Italia, o sorelle come più o meno ironicamente si scrive sui giornali dopo i gradi guadagnatisi della sorella maggiore della premier, Arianna.

         Se “Sorelle d’Italia” è diventato per scherzo il nome del partito della Meloni, “vicerè” di Palazzo Chigi viene spiritosamente chiamato Mantovano per il peso crescente nell’entourage della presidente del Consiglio. Che se ne fida ciecamente e gli affida le missioni più delicate, conoscendone la serietà, la competenza giuridica, le relazioni  al di qua e al di là del Tevere.

         Diversamente dai non indipendenti, cioè dai militanti di partito che lavorano con la Meloni a Palazzo Chigi e dintorni, Mantovano non ha bisogno di ostentare la sua forza o peso con dichiarazioni, interviste e tanto meno, o tanto più, con sortite estemporanee. Egli lavora in silenzio, con una discrezione che l’accompagna dall’esperienza di magistrato, nell’esercizio delle cui funzioni fu severo come altri colleghi negli anni di Tangentopoli senza tuttavia cercare la ribalta dei Di Pietro e dei Davigo.  Il mio compianto amico Pino Leccisi, della Democrazia Cristiana, che divideva le sue simpatie fra Silvio Berlusconi e Arnaldo Forlani dopo una lunga militanza nella sinistra sociale di Carlo Donat-Cattin, piangendo una volta con me per la severità di trattamento ricevuto sul piano giudiziario mi parlò appunto di Mantovano senza che io ne conoscessi neppure il nome, tanto era stata la sua doverosa riservatezza nell’espletamento del proprio lavoro. 

         Più è cresciuto accanto alla Meloni, più è stato da lei coinvolto negli affari riservati e non riservati del governo, con delega peraltro ai servizi segreti concessagli dal primo momento, più Mantovano ha finito per procurarsi, suo malgrado,  una certa insofferenza di altri sottosegretari, ministri e vice presidenti del Consiglio: quello leghista, Matteo Salvini, di sicuro non riuscendo il capo del Carroccio a dissimulare i suoi umori camminando e parlando di fretta con le solite frotte di giornalisti al seguito.

         Ogni tanto i giornali scrivono e titolano di “caso” Salvini, appunto, o Tajani, o Giorgetti, o Valditara, o Lollobrigida, o Sangiuliano e via spulciando nella composizione del governo, ma forse il caso più avvertito fra i ministri che si sentono di volta in volta scavalcati, maltrattati, spiazzati, incompresi è proprio quello che porta il nome di Mantovano, salito peraltro così in alto senza avere mai dovuto fare il ministro. Al massimo, il vice ministro dell’Interno, e prima ancora il sottosegretario allo stesso dicastero nei governi Berlusconi, con deleghe e competenze delicatissime, anche allora, come il trattamento dei pentiti.

         Anche quando il suo impegno politico gli impose di rinunciare un po’ ai suoi modi felpati per procurarsi i voti necessari alla sua elezione a deputato o senatore Mantovano riuscì a sorprendere e a preoccupare avversari al cui solo nome, per notorietà e peso, avrebbe dovuto preoccuparsi lui: per esempio, Massimo D’Alema. Che andò particolarmente fiero della propria elezione alla Camera nel collegio collegio uninominale di Gallipoli per avere battuto Mantovano. E volete che ora lui si preoccupi dei malumori di qualche ministro insofferente della sua pur involontaria vigilanza? Il “vicerè” è tranquillissimo. Sessantacinque anni compiuti a gennaio scorso, lavora, prega e dorme fra i due classici guanciali.

Pubblicato sul Dubbio

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Slalom di casi a Palazzo Chigi: Salvini, Tajani, Mantovano….

         Con maggiore evidenza rispetto ad altri giornali è chiamato “caso Salvini” da Repubblica e dall’Unità, che lo spiega nel titolo di apertura in prima pagina scrivendo che il vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture “manda a quel Paese Meloni” perché “silurato su migranti e autonomia”. Ma sembra anche sulla preparazione della manovra e del bilancio per le competenze più specifiche spettanti al suo collega di partito e ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Col quale il capo del Carroccio si trova più spesso in disaccordo che d’accordo, anche se per ragioni interne di partito si trattiene dal dirlo, lasciando che lo scrivano i retroscenisti nelle cronache interpretando silenzi e battute ora dell’uno e ora dell’altro.

         Ma più che di un “caso Salvini” sarebbe il caso di parlare e di scrivere di un “caso dei vice” presidenti del Consiglio, che si alternano nelle delusioni e persino nelle proteste contro decisioni prese a loro insaputa dalla premier Giorgia Meloni. Che in alcuni casi, per esempio con Antonio Tajani per l’intervento fiscale sulle banche, se m’è pure vantata pubblicamente. Cinque anni fa avevamo un presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, praticamente diretto dai suoi due vice che erano Luigi Di Maio, per i grillimi, e Salvini, sempre lui. Ora abbiamo due vice presidenti più di nome che di fatto. E una  Meloni atleticamente straripante e decisionista della vignetta di Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno, dove hanno imparato a conoscerla meglio nella sua vacanza d’agosto in Puglia, peraltro conclusasi con quattro ore di vertice conviviale con Salvini che sembravano avessero messo a posto tutto quello che doveva essere chiarito fra i due. Ma già il giorno dopo i rapporti sarebbero stati guastati da Salvini corteggiando elettoralmente il generale Roberto Vannacci per il suo “Mondo al contrario”, disapprovato invece dal ministro meloniano della Difesa Guido Crosetto.  

         Gratta gratta, però, come con i biglietti delle lotterie, più ancora del caso Salvini o del caso dei vice della Meloni che ogni tanto sentono di contare quando il due a briscola, si scopre o si capisce che il problema più spinoso a Palazzo Chigi e dintorni è quello del ruolo molto cresciuto del sottosegretario Alfredo Mantovano. Che oltre alla delicatissima delega sui servizi segreti, dispone di una fiducia praticamente illimitata della premier su ogni problema le arrivi sulla scrivania.

         Non più parlamentare della destra dal 2013 dopo essere stato per otto anni sottosegretario all’Interno con competenze delicate come quella sul trattamento dei pentiti, Mantovano non ha mai dismesso la riservatezza e la severità di quando era giudice penale. Non è fra i parenti diretti o acquisiti della Meloni, ma sembra che conti anche più di loro.  E abbia per giunta maturato, per i suoi modi, e per le sue relazioni anche oltre Tevere, un rapporto eccellente e prezioso col Quirinale.  Qualcuno lo avverte come un asso pigliatutto.

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Una polemica- quella sul compagno della Meloni- che stupra il buon senso

         Salvi Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino,il manifesto, il Quotidiano del Sud, l’Identità e -all’estero in casa, diciamo così- l’Osservatore Romano, non c’è giornale fra quelli offerti in visione dalla solerte rassegna stampa del Senato che non abbia oggi riportato in prima pagina il nuovo “caso” politico e insieme della famiglia Meloni. Il caso del “compagno” della premier “che sbaglia”, ha titolato Matteo Renzi sul suo Riformista sorprendendo -spero- sua moglie Agnese. Che da buona insegnante credo che concordi, a proposito di alcol, droga e stupro, più con Andrea Giambruno che con Michela Marzano, spintasi ad affermare perentoriamente sulla Stampa che quando si viene stuprati “non è mai colpa di una vittima. Mai. Punto”.

         Il giornalista Giambruno, sfortunatamente -per lui, almeno in questo caso- compagno di vita di Giorgia Meloni, che gli ha fato una figlia, ha sostanzialmente detto invece in una televisione privata, dove lavora senza l’autorizzazione, il permesso, il gradimento e quant’altro degli avversari della premier, che le ragazze, e magari anche le donne più avanti negli anni, farebbero bene a certe feste e simili  a non ubriacarsi e perdere in altro modo il controllo di se stesse  per non incappare nel “lupo” di turno.

         Non mi sembra francamente, da collega e da semplice telespettatore, che lo sventurato -avrebbe forse scritto Alessandro Manzoni monzianamente- abbia stuprato il buon senso, la decenza e altro ancora, come è apparso a chi, anche a livello politico, per esempio la vice presidente del Pd Chiara Gribaudo, gli ha intimato di vergognarsi. E magari anche di dimettersi spontaneamente prima che l’editore Pier Silvio Berlusconi lo licenzi su richiesta delle opposizioni indignate. “Famiglia B. silente -ha titolato spionisticamente Il Fatto Quotidiano– per non rompere con la premier”.  

         Così scorrono le polemiche politiche da noi, magari ritenendo che sia davvero spiritoso questo passaggio paradossale dell’editoriale di Marco Travaglio: “Se poi, oltre ad astenersi dall’alcol, le donne si lucchettassero pure gli slip col filo spinato tipo cilicio o con trappole per topi, sarebbero in una botte di ferro. Certo, per mettersi definitivamente al sicuro, dovrebbero evitare proprio di uscire di casa. Invece pretendono di andare in giro senza il bodguard e poi si lamentano se le violentano. Ma allora lo dicano che cercano grane”. Eppure lo stesso Travaglio non più tardi di ieri aveva pubblicato, sempre sul Fatto Quotidiano, come gli ha giustamente rinfacciato su Libero Alessandro Sallusti, un articolo documentato dell’amico Giovanni Valentini così titolato nel richiamo di prima pagina: “Alcol e droghe, più stupri”.

         Ma più che di Travaglio vale la pena parlare delle opposizioni, di vario colore e grado. Che sino a quando faranno la guerra alla Meloni con questi mezzi, cavalcando queste polemiche, rimarranno dove sono e regaleranno alla loro nemica anche la prossima legislatura, a scadenza rigorosamente ordinaria, cioè quinquennale.

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Bentornata alla neve in questa estate torrida in tutti i sensi…

         Per quanti danni, disagi e paure stia procurando il maltempo, è forte la tentazione di festeggiare il ritorno della neve per il senso di liberazione che procura da un’estate torrida vissuta in tutti i sensi, anche quello politico. Un’estate in cui si sono inseguite notizie vere o presunte, retroscena e processi alle intenzioni come in una gara a chi o cosa potesse intossicare di più i rapporti persino fra le istituzioni.

         Ancora oggi l’Unità – raccogliendo umori in quell’amalgama non riuscito che continua ad essere il Pd, a distanza di tanti anni dalla certificazione datane da Massimo D’Alema commentando le dimissioni di Walter Veltroni da segretario- spara in prima pagina su o contro la premier Giorgia Meloni che “sfida Mattarella”, opponendo ai suoi inviti all’”accoglienza” dei migranti nuove “misure di polizia”.

         Un’altra sfida della Meloni al presidente della Repubblica era stata individuata e denunciata domenica scorsa dalla Stampa nel “silenzio assordante” opposto al discorso di Rimini, ospite dei ciellini, allusivo anche all’”odio” avvertito verso “i diversi” nel libro del generale Roberto Vannacci sul “Mondo al contrario”.

         Il Foglio– che con l’Unità condivide solo il fatto di essere stato fondato dal figlio, Giuliano, di un direttore in un certo senso storico del giornale quand’era organo ufficiale del Pci, Maurizio Ferrara, marito della segretaria di fiducia di  Palmiro Togliatti- spara invece sulla guerra pur metaforica che il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini avrebbe ripreso contro l’amico e collega di partito Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, nella preparazione della manovra, legge di bilancio e quant’altro. “Accise, benzina, Ponte: il leader della Lega- spiega Il Foglio– contraddice la cautela del Mef”, l’acronimo del Ministero dell’Economia e Finanza, “che chiede maggiori tagli ai ministri” con il consenso convinto e dichiarato della premier in partenza per Caivano, su invito del parroco alle prese con una comunità degradata e  sorpresa dallo stupro delle cuginette.

         Anche sulla partenza della Meloni per Caivano naturalmente le opposizioni, particolarmente quelle del Pd e delle 5 Stelle, hanno avuto e hanno da ridire, in attesa -temo- di strattonare anche su questo terremo il capo dello Stato per qualche esternazione strumentalizzabile contro il governo, o direttamente contro chi lo guida.

         Sono le code tossiche di questa estate “militante”, per ripetere un aggettivo applicatole con compiacimento dalla segretaria piddina Elly Schlein” che Augusto Minzolini  sul Giornale ha citato nel titolo dell’editoriale temendo che gli succeda un “autunno rovente”. Bentornata, anche per questo, alla neve in Valle d’Aosta. E alla pioggia torrenziale altrove.

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Chi protegge Mattarella dagli strattonamenti delle opposizioni politiche e mediatiche ?

Otre che dal maltempo il Paese è sembrato per un po’ paradossalmente diviso -a leggere certe cronache politiche- da chi pure ne rappresenta l’unità per dettato costituzionale: il presidente della Repubblica. Che immagino sia stato il primo a non condividere, e tanto meno gradire, l’uso che critici ed avversari del governo hanno fatto delle sue parole al Meeting di Rimini come se fosse all’opposizione, anzi ne fosse il capo, visto che quelle operanti in Parlamento, divise tra di loro, un capo non possono che sognarlo. E lo sognano appunto nella persona del capo dello Stato strappandogli non più soltanto la giacca, ma anche la lingua.

         Eppure, proprio per impedire questo gioco perverso, prevedibile e previsto anche ai loro tempi, che non erano affollati come ora di tanti mezzi e tipi di comunicazione, i costituenti avevano stabilito nell’articolo 89 della legge fondamentale dello Stato che “nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsablità”. E. per rafforzare il principio, avevano insistito nell’articolo successivo, il novantesimo, che egli “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”, di cui risponde davanti alla Corte Costituzionale dopo essere stato messo in stato di accusa dal Parlamento in sede comune.

         D’accordo, la Costituzione parla di “atto” e non di parole del capo dello Stato, alle quali si aggrappano più di frequente le opposizioni di turno per farne quasi il loro portavoce. Ma anche su questa pretesa di distinguere così tanto fra atti e parole bisognerebbe che gli interessati allo strattonamento del presidente della Repubblica si dessero una regolata per non fare del Capo dello Stato non il loro difensore ma la loro vittima, deformandone il ruolo.

         Personalmente ho condiviso il discorso di Sergio Mattarella a Rimini anche nelle allusioni al libro del generale Roberto Vannacci “Il mondo al contrario”, ma non trovo né sorprendente né disdicevole che la premier Giorgia Meloni non abbia ritenuto di doverlo commentare né per concordare, né per dissentire ma semplicemente per motivi di opportunità politica, essendo quel libro diventato oggetto di polemiche all’interno della maggioranza e dello stesso governo. Dove il ministro della Difesa Guido Crosetto, dello stesso partito della Meloni, ha ritenuto l’iniziativa del generale talmente discutibile da rimuovere l’autore da un incarico di comando che ricopriva. E il vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha invece telefonato al generale per esprimergli quanto meno l’interesse a leggere ciò che aveva scritto. E magari per contenderlo a Gianni Alemanno, dell’ultradestra sociale, come candidato a qualche elezione.

         In questa situazione, e con una stampa altrettanto divisa sull’argomento, perché mai la premier avrebbe dovuto pronunciarsi per forza? E ritenere il suo silenzio scandalosamente “assordante”, come ha scritto Massimo Giannini sulla Stampa? O magari “diseducativo”, come Matteo Renzi dice di ciò che non gli piace, compreso Vannacci.

Non capitò, per esempio, proprio a Renzi rispettare doverosamente ma non condividere il rifiuto oppostogli da Mattarella dopo la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale, nel 2016, di sciogliere anticipatamente le Camere già sopravvissute ad un’altra crisi di governo per dare alla legislatura il tempo di riformare la Costituzione, appunto? Fallita la quale, in effetti le Camere avevano ben poco da fare ormai.

         Nel 2013, quando al Quirinale c’era Giorgio Napolitano, non capitò al segretario del Pd Pier Luigi Bersani di dissentire dal rifiuto oppostogli dal presidente della Repubblica di fargli fare un governo cosiddetto di “minoranza e combattimento” per mettere i grillini alla prova delle loro ambizioni e rivelarsi una forza di sola contestazione o anche di costruzione di nuovi equilibri? Napolitano preferì piuttosto ritirargli l’incarico di presidente del Consiglio, nel frattempo diventato “pre-incarico”, ma non per questo fu scambiato da Bersani per un golpista o perse la sua stima e amicizia.

         Ancor prima, risalendo sino alla cosiddetta prima Repubblica, non si gridò allo scandalo quando il maggiore partito italiano, la Dc, non condivise la decisione di Luigi Einaudi di conferire l’incarico di presidente del Consiglio a Giuseppe Pella non designato dal suo partito, che ne trattò il governo riduttivamente come “amico” e lo fece cadere al più presto. Né la Dc, sempre lei, ruppe i rapporti con Sandro Pertini che nel 1979  aveva a sorpresa incaricato di formare il governo il segretario socialista, come lui, Bettino Craxi. Né quest’ultimo personalmente o come partito di cui era leader ruppe i rapporti nel 1987 col capo dello Stato Francesco Cossiga che gli aveva negato il diritto reclamato di guidare col suo governo dimissionario le elezioni anticipate, imposte dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. 

         Se è stato possibile a leader politici e di governo di dissentire tanto spesso dal presidente della Repubblica per atti da lui compiuti figuriamoci se può essere negato a Giorgia Meloni il diritto -senza che diventi uno scandalo- di non condividere tempi e modi di una esternazione del capo dello Stato. Che peraltro, ripeto, è stata allusiva -e niente di più- al libro di un generale prepotentemente entrato nel dibattito politico e strumentalizzato per i più diversi fini. Ci deve pur essere una misura nella polemica quando entrano in gioco le istituzioni.

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