Vita, miracoli, sorprese ed altro -fra Roma e Bruxelles- di Gentilino Gentiloni

         Ammonta a 18 miliardi e mezzo di euro la terza rata del piano di ripresa appena sbloccata a Bruxelles per l’Italia con tre mesi di ritardo, dei quali a questo punto è inutile lamentarsi.  Non lo farebbe neppure Makkox che oggi sul Foglio grida amichevolmente al commissario europeo, ed ex presidente del Consiglio dei Ministri in Italia, Paolo Gentiloni: “A’ commissà facce Tarzan! Dacce li sordi”.

         Diciotto miliardi e mezzo di euro -ricorda Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera per fare capire la grandezza dei numeri- sono di poco inferiori, sia fa per dire, ai 25 miliardi che occorrerebbero “per fare quadrare i conti del 2024”.

         Lo sblocco della terza rata del piano di ripresa è arrivato nonostante -o forse a causa, chissà?- delle polemiche, dello scontro o del “gelo”, come preferisce chiamarlo sul Corriere Monica Guerzoni, fra la premier in persona Giorgia Meloni e Gentiloni, sedutole alle spalle nel G20 dei giorni scorsi in India,  per lo scarso impegno ch’egli metterebbe nella Commissione europea per sostenere gli interessi della pur sua Italia. Il solito Salvini gli aveva già tolto la maglia azzurra.  

         Del resto, a dispetto del cognome che porta, ereditato peraltro da una nobile famiglia, Gentiloni non sarebbe lui se non deludesse quelli che di volta in volta lo sostengono e si aspettano di essere in qualche modo ricambiati. Ne sa qualcosa persino quel furbacchione che spavaldamente ritiene di essere     Matteo Renzi. Il quale ora si lamenta della irriconoscenza e inaffidabilità di Carlo Calenda, ma nel 2017, in fondo soltanto sei anni fa, dovette ricredersi proprio su Gentiloni. Dal quale si era fatto sostituire a Palazzo Chigi dopo avere perduto il referendum sulla riforma costituzionale imprudentemente trasformato in un referendum su di sé. Quel che rimaneva del segretario del Pd si aspettava dal successore alla guida del governo una mano nella corsa alle elezioni anticipate, ingaggiata pensando che il 40 per cento raccolto nel referendum gli aveva sì procurato la bocciatura della riforma costituzionale e le dimissioni da presidente del Consiglio ma avrebbe potuto bastargli e avanzare per un vantaggioso rinnovo anzitempo delle Camere. Invece Gentiloni si adeguò immediatamente alla linea del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che, per quanto mandato praticamente al Quirinale dallo stesso Renzi due anni prima, non volle neppure sentir parlare di elezioni anticipate. E le fece svolgere alla scadenza ordinaria, l’anno dopo, quando Renzi aveva perso anche un pezzo del partito -Bersani, D’Alema, Speranza, in ordine alfabetico, ed altri- e si era quindi prenotato ad una seconda e ancor più grave sconfitta.

         Forse anche per questo il buon Tommaso Cerno sull’Identità, che ormai supera spesso il manifesto nella gara quotidiana al titolo più brillante, oggi chiama  Gentiloni “l’eurosola”, a caratteri di scatola.

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La Rai “irriformabile” della Gruber come l’Urss di Gorbaciov secondo Carli

A sua insaputa -credo- Lilli Gruber in una intervista al Corriere della Sera promozionale del suo ritorno stagionale nel salotto televisivo de la 7, dove pare che la segua con una certa, insolita soggezione il comune editore Ubaldo Cairo, ha liquidato la Rai come il compianto Guido Carli l’Unione Sovietica dopo una missione di fiducia, e molto personale, affidatagli quand’era ministro del Tesoro dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, giunto al suo settimo e ultimo governo.

“Irriformabile” disse Carli ad Andreotti dell’ancora Urss dopo avere esaminato sul posto effetti e prospettive della perestrojka, glasnost e altro ancora di Mikhail Gorbaciov. Su cui il predecessore di Andreotti a Palazzo Chigi e ancora segretario della Dc Ciriaco De Mita aveva scommesso tanto, dopo un viaggio a Mosca anche con la famiglia, da proporsi la rimozione di Sergio Romano da ambasciatore al Cremlino per averne ricevuto inviti ad una certa diffidenza, o solo prudenza, nell’approccio col Cremlino e dintorni.

         “Irriformabile” ha detto la Gruber dell’azienda pubblica radiotelevisiva protetta dal cavallo morente di Francesco Messina ad Aldo Cazzullo che le aveva chiesto, anche per avervi lavorato in tanti degli anni passati: “In Rai la destra ha fatto né più né meno quel che faceva la sinistra? O ha fatto peggio?”. Irriformabile la Rai e “insaziabile la politica” che ne dispone, ancora più sfacciatamente e unilateralmente di prima da quando Matteo Renzi -ha ricordato Lilli, Dietilde per l’anagrafe- profittò del suo passaggio a Palazzo Chigi per restituirne il controllo al governo, dal Parlamento al quale i suoi predecessori avevano cercato di affidarla.

         Quasi per rafforzare il suo giudizio di irriformabilità, cioè per aggravarlo, la Gruber si è doluta di aver dovuto apprendere, leggendo i giornali che hanno la fortuna di informarla, che “Giorgia Meloni avrebbe stretto un patto con Marina Berlusconi per tutelare le aziende di famiglia”, concorrenti della Rai sotto il segno del biscione. “I cittadini che pagano il canone meriterebbero uno spettacolo più decoroso. E finalmente una legge sul conflitto di interessi”, ha osservato la conduttrice di Otto e mezza con tono un po’ -mi perdoni la irriverenza- di “comiziante”, come lei stessa ha voluto dire di Giorgia Meloni parlandone di prima e dopo l’arrivo alla guida del governo, per la prima volta al femminile e di destra dichiarata, anzi dichiaratissima. E anche un po’ troppo familistica per i gusti della mia autorevolissima e bella collega.

         Incalzata amichevolmente da un Cazzullo spintosi a ricordarle che “anche di Lei dicono che sia un po’ troppo di sinistra, o comunque anti-governativa”, persino forse -sospetto- nella conduzione a volte sbrigativa della sua trasmissione o nella scelta dei colleghi più frequentemente invitati, la Gruber ha detto, testuale: “Più che l’etichetta di destra o sinistra, di un giornalista credo che vada evidenziato se fa o no tutte le domande, si attiene ai fatti o cerca di manipolare il racconto, se fa da grancassa alla propaganda o se cerca di smontarla. Questo conta alla fine, se parliamo di giornalismo”. Vero, anzi verissimo, per carità.

         A questo punto, tuttavia, cedo alla tentazione di chiedermi -senza volere osare chiederlo a lei direttamente in una intervista che non le ho chiesto, e che probabilmente neppure merito- se quel “patto” della Meloni con Marina Berlusconi “per tutelare le aziende” di quest’ultima non sia catalocabile come manipolazione di un racconto da parte dei giornali ai quali ha alluso la Gruber parlando delle sue letture, e in qualche modo accreditandole.

Potrei spingermi a chiedere, a proposito di racconti manipolati e manipolabili, stavolta riferendomi non tanto alla Gruber quanto ai giornali che di solito la informano, di destra o di sinistra che siano, se non è manipolato anche il sospetto che ho letto o avvertito da qualche parte che sia riconducibile alla strategia di difesa delle televisioni del Biscione ai danni della Rai la campagna d’acquisti che ha portato, per esempio, la figlia di Enrico Berlinguer con la sua “Carta Bianca” a Rete 4 e dintorni. Dove l’interessata ha potuto appena scoprire e testimoniare, in una intervista sempre all’ospitalissimo Corriere della Sera, che i partiti non contano, neppure quello che vive delle fideiussioni di Berlusconi ereditate dai figli.

D’altronde, Bianca Berlusconi non è la prima ad avere scoperto e provato il biscione come una riedizione -fatte le debite proporzioni, naturalmente- dell’ombrello della Nato sotto il quale suo padre a metà degli anni Settanta dichiarò di sentirsi più protetto, più sicuro nella sua ricerca di autonomia del comunismo italiano da quello sovietico. Anche al buon Michele Santoro capitò di lavorare bene, se non meglio, sotto quell’ombrello lasciando la Rai. Corsi e ricorsi.

Pubblicato sul Dubbio

Gli studenti tornano a scuola e il Pd di Elly Schlein in piazza

         Sette milioni di studenti tornano a scuola, o almeno ci provano, pur trovando un insegnante supplente su quattro. Il Pd invece si appresta a tornare in piazza -parola della segretaria Elli Schlein a Ravenna chiudendo la festa della vecchia Unità- per non lasciare soli Maurizio Landini e Giuseppe Conte a scaldare l’autunno in arrivo.  E facendo scoprire pure al buon Federico Geremicca sulla Stampa che “l’universo dem ha cambiato faccia” ormai: tanto fare uscire in un solo giorno in direzione di Carlo Calenda 31 eletti nella sola Liguria fra la soddisfazione della segretaria. Che li ha accusati di avere a suo tempo sbagliato ad entrarvi o rimanervi in attesa di vedere e capire cosa lei fosse capace di fare.

         Il presidente del partito Stefano Bonaccini, sconfitto nella corsa alla segreteria per il voto degli “esterni”, soprattutto grillini, ha contestato alla “superiora” in camicetta quasi violacea, da mezza Quaresima, di essere in piazza -parola di Osho sul Tempo– più di un arotino. Che in effetti in piazza, o per strada, ormai non si vede e non si sente più, tanto sono diventati a perdere anche i coltelli.

         Meno ironicamente di Bonaccini e Osho, ma con più sollievo da parte della Gorgia Meloni in via di ritorno dall’India, Il Foglio dichiaratamente simpatizzante del Pd di Enrico Letta nelle elezioni politiche dell’anno scorso e un po’ altalenante poi col Pd a guida femminile, ha impietosamente rimproverato alla Schlein di “cercare un modello tra le sinistre perdenti” in Europa: dall’Inghilterra della Brexit alla Francia, dalla Germania alla Spagna, dove Pedro Sanchez cerca ancora di sopravvivere alla sconfitta infertagli recentemente dai popolari. Ma a che prezzo? Gliel’ha spiegato il direttore del quotidiano con la ciliegia fra i denti ricordandole che il premier socialista è appeso al “partito guidato da Carles Puigdemont, ancora inseguito da un mandato di cattura emesso dalla magistratura spagnola a causa del referendum separatista promosso anni fa in Catalogna.

         “Può la leader di un partito che ha trasformato la battaglia contro l’autonomia differenziata in un suo elemento distintivo sostenere un governo che nascerebbe grazie ai voti di un partito cento volte più nazionalista della Lega?”, ha chiesto Cerasa alla Schlein inchiodandola alla croce, per fortuna, solo metaforica della incoerenza e della disinvoltura. La sventurata, diversamente dalla monaca manzoniana di Monza, non risponderà naturalmente, essendo Cerasa -credo- un dannato eterologo, direbbe orgogliosamente il generale Roberto Vannacci in attesa di altro incarico nell’Esercito dopo l’incontro col ministro della Difesa Guido Crosetto, a sua volta reduce mediaticamente dalle effusioni al mare con sua moglie, meno imponente ma più bella di lui.  

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Monti non partecipa alla festa per la debolezza sondaggistica del governo

Pur con l’orrore negli occhi -spero- dell’apocalisse marocchina, fra le macerie del terremoto e i volti disperato dei sopravvissuti, il direttore in persona di Repubblica, Maurizio Molinari, ha voluto festeggiare in Italia “il momento della debolezza” del governo di Giorgia Meloni, arrivato “con la prima vera flessione registrata nei sondaggi” come quello pubblicato ieri dal concorrente Corriere della Sera. Una flessione che si aggiunge o completa “le poche risorse economiche per sostenere la crescita, un numero di migranti in costante aumento e le resistenze ideologiche dello zoccolo duro del partito” della premier distratta dai solitamente gratificanti ma forse innocui impegni internazionali.  

         Per fortuna della Meloni e del suo governo un uomo -credo- di maggiori competenze e prestigio di Maurizio Molinari, l’economista e senatore a vita Mario Monti, ex presidente del Consiglio, solitamente parco di riconoscimenti, ancora convinto qualche giorno fa che un accordo fra Roma e Parigi non riuscirà a smuovere la Germania dalla sostanziale indisponibilità ad allentare il patto di stabilità europeo sospeso ancora per poco a causa del Covid, ha rinnovato la sua sostanziale o mezza fiducia -come preferite-nel governo alle prese con “un passaggio difficile per l’economia italiana”. In particolare, in un editoriale del Corriere della Sera egli ha fornito un assist alla “ premier, impegnata in politica già a vent’anni, cresciuta alla Garbatella, piena di ardimento” e al “ministro dell’Economia, varesino laureato alla Bocconi, uomo pragmatico e prudente”. “E’ nelle loro mani, nelle loro capacità complementari, nella loro intesa la possibilità -ha scritto- di trasformare quel passaggio difficile in una grande opportunità”.

         Quale sia questa opportunità Monti lo ha spiegato avvertendo che “se parleranno chiaro e diranno la verità”, come hanno mostrato di voler fare dissipando “le illusioni monetari e finanziarie così come le illusioni populistiche e sovraniste che anch’essi hanno contribuito ad alimentare” in passato, “il buon senso tornerà nelle menti degli italiani e nelle aule parlamentari: la più importante -ha detto- delle riforme” possibili o auspicabili. Compresa -credo- quella del cosiddetto premierato su cui si sprecano speranze e terribili previsioni, addirittura “eversive” secondo il pur mite costituzionalista Enzo Cheli.

         A scommettere naturalmente che le cose vadano al contrario di quanto auspichi Monti è, fra gli altri, la segretaria del Pd Elly Schlein, sempre più decisa a inseguire il grillino Giuseppe Conte sul fronte populista piuttosto che a trattenere i riformisti finalmente -secondo lei- in uscita dal Nazareno, il posto sbagliato dove avevano deciso di restare dopo la sua irruzione al vertice. Lei non se ne sente adesso abbandonata, ma liberata, come la propone sul Secolo XIX Stefano Rolli.

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La Meloni ride in India anche dei sondaggi che la danno in calo personale in Italia

         Non credo che Giorgia Meloni, in India per il G20, abbia smesso di ridere apprendendo del calo dei consensi al governo e a lei personalmente attribuitogli in Italia dall’Ipsos in un sondaggio condotto per il Corriere della Sera. E analizzato da Nando Pagnoncelli con una certa enfasi scrivendo di “crollo” nella sintesi pubblicata in prima pagina. In particolare, il gradimento per il governo risulta sceso al 42 per cento e il non gradimento salito al 47. E “per la prima volta” dal suo arrivo a Palazzo Chigi, l’anno scorso, la premier si è visto assegnare uno sgradimento personale superiore al gradimento: 52 per cento contro il 49 di luglio.

         Non credo neppure che la Meloni sia rimasta male più di tanto leggendo nella rassegna stampa mandatale da Roma il “populismo da zeru titoli”, in rosso, dedicatole dal Foglio con questa spiegazione sommaria del direttore Claudio Cerasa: “Prima la guerra agli extraprofitti (e alle multinazionali). Poi contro la Bce (e Gentiloni). Quindi la deriva securitaria. Perché la politica dello scalpo di Meloni & Co. è un segno non di forza ma di impotenza. Indizi su una deriva”. Un po’ più a destra, sotto il titolo “I ragazzi della 3° C”, Il Foglio fa oggi le pulci ai parlamentari della maggioranza per le loro distrazioni e assenze, pur da “euforia” più che da svogliatezza o dissemso, che farebbero “preoccupare” una Meloni un po’ pentita, in particolare, di avere portato il cognato Francesco Lollobrigida al governo sostituendolo come capogruppo del suo partito alla Camera con Tommaso Foti. Che, imponente nella sua andatura e nell’eloquio, non si nega a nessun telegiornale per raccontare le buone cose fatte dal governo e le cattive dette e fatte dalle opposizioni. Evidentemente parla troppo e vigila poco le sue truppe.  

         La mia sensazione che la Meloni in India non sia rimasta turbata si basa soprattutto sulla “visione di legislatura” propostasi dalla premier dal suo insediamento, quando avvertì che non avrebbe inseguito i voti immediati, dei sondaggi e delle elezioni locali o parziali, mirando a quelli finali, appunto, della legislatura destinata a durare -viste anche le condizioni delle opposizioni- sino all’epilogo ordinario del 2027. E poi, è vero anche in politica, come avverte oggi in prima pagina Mattia Feltri sulla Stampa scrivendo dell’Atlanta e dei rapporti fra dirigenti e tifosi con questa citazione dell’ex direttore sportivo Pier Paolo Marino: “Chi governa non può appoggiarsi sul consenso.  Altrimenti significa che sta governando male”.

         Ma soprattutto penso che la Meloni, preferita a Macron in Francia addirittura da Le Monde, si sarà compiaciuta del 30,2 per cento delle intenzioni di voto attribuito dal sondaggio di Ipsos al suo partito, dell’8,1 alla Lega, del 6,6 a Forza Italia, i suoi alleati, contro il 19,5 del Pd, il 16,4 dei grillini, il 3,5 dell’Azione di Carlo Calenda e il 3,3 di Matteo Renzi: entrambi, questi ultimi, sotto la soglia di accesso al Parlamento europeo da rinnovare l’anno prossimo.

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L’autorete di Renzi sparando troppo su Tajani nella corsa al Centro

Il Centro, doverosamente al maiuscolo, dove Matteo Renzi si è collocato nella sua quarta o quinta “vita politica” -lui stesso a 48 anni compiuti ne ha perso il conto in una intervista ad Avvenire- per ora è solo una postazione mobile d’artiglieria. più ricca però di ambizioni, o di obbettivi da colpire, che di munizioni. E gli obbiettivi vanno dall’Europa in Italia e viceversa, anche se la maggiore e insieme più vicina scadenza elettorale è quella europea fra un anno. Durante il quale chissà quante cose potranno accadere e sorprendere anche Renzi, che pure si mostra sicuro del fatto suo, cioè della sua forza o delle debolezze degli altri, tanto sprovveduti da non temerlo, o addirittura da deriderlo, a cominciare naturalmente da quell’ingrato -il più ingrato di tutti- che sarebbe l’ex ministro e socio fondatore del cosiddetto terzo Polo Carlo Calenda. Uno -ha detto Renzi, sempre ad Avvenire- che lascerebbe sempre “le cose a metà”. Ma cui, nonostante questo, egli sarebbe disposto a riaprire le porte se ci ripensasse sulla praticabilità e sulle presunte, grandi prospettive del nuovo progetto politico propostosi dall’ex presidente del Consiglio.

         Come già gli è accaduto in passato, in particolare quando ripetette l’errore dei democristiani Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita di rivestire il doppio ruolo di segretario di un partito composito come la Dc e presidente del Consiglio, temo -per lui- che Renzi anche stavolta stia cedendo alla tentazione di giocare una partita a scacchi da solo, facendo a meno dell’avversario e sostituendolo nelle mosse. O addirittura fornendogli, cioè  fornendosi da solo l’occasione dello scacco matto, come quando personalizzò a tal punto il referendum cosiddetto confermativo della sua pur pregevole riforma costituzionale, che personalmente votai, da appendervisi al pari di un cappio, cioè preannunciando addirittura la sua rinuncia alla politica se fosse stato sconfitto. Poi, a sconfitta puntualmente rimediata, rinunciò solo alla guida del governo conservando quella del Pd nel frattempo spaccatosi, e quindi perdendo poi anche quella.

         Anche se continua a parlare di voti e forse anche di qualche parlamentare da sottrarre al suo ex partito grazie al rischio che esso starebbe correndo con Elly Schlein al Nazareno di diventare la sesta stella del movimento grillino, Renzi punta soprattutto non dico a destra, dove sa che Giorgia Meloni è molto meno debole di quanto lui cerchi di far credere, ma all’elettorato di Forza Italia ormai irreparabilmente orfana di Silvio Berlusconi, per quanto ancora finanziata dai suoi eredi.

Appena si distrae dalla concentrazione della partita solitaria e gli scappa di dire o far capire, direttamente o attraverso il mezzo comunicativo a disposizione, quello che veramente pensa e insegue, Renzi tuttavia fa la classica frittata.

         Sul “suo” Riformista, messogli a disposizione dall’editore ora anche dell’Unità Alfredo Romeo, non più tardi di giovedì scorso 7 settembre a un tale misterioso Phil impegnato a rappresentare come peggio non si poteva il governo e la maggioranza è scappato di scrivere del “famelico” leghista Matteo Salvini e di “uno alla canna del gas come Antonio Tajani”, vice presidente del Consiglio anche lui, ministro degli Esteri e segretario di transizione congressuale di Forza Italia. Uno che, per carità, non avrà i mezzi e il magnetismo pur calante, negli ultimi tempi, del compianto Berlusconi; uno che la premier non ha sicuramente rafforzato parlandone di recente come di una persona da tenere prudentemente all’oscuro della decisione di tassare i superprofitti bancari, ma che è pur sempre il successore del Cavaliere contro il quale nessuno è ancora riuscito ad organizzare o solo a proporre un’alternativa dentro il partito: né l’insofferente Giorgio Mulè né il compassato Renato Schifani.

         Un Tajani liquidato così grossolanamente da Renzi, per giunta dopo essere stato corteggiato, contattato, sondato e quant’altro dietro le quinte sull’ipotesi di una lista comune alle elezioni europee per mettersi entrambi al riparo dalla soglia del 4 per cento per l’accesso al Parlamento europeo da rinnovare l’anno prossimo; un Tajani non così sprovveduto da cadere nella trappola di mettersi un altro generale in casa, secondo dichiarazioni attribuitegli e non smentite, potrebbe riuscire nel miracolo, o comunque nell’imprevisto di fare scattare in Forza Italia l’orgoglio indentitario, e non solo l’istinto della conservazione.

         Fatte le debite proporzioni, naturalmente, al netto del paradosso addirittura tragico che potrebbe sembrare, Renzi rischia di compiere con Tajani l’errore di Putin con Zelensky. Che grazie alla guerra scatenatagli addosso è stato promosso da un comico prestato alla politica come un Beppe Grillo ucraino ad un campione della sovranità del suo paese, a un leader mondiale, ad un patriota dell’Occidente. E Tajani forse ad un teatro non c’è mai più andato da quando, giovanissimo, ne frequentò uno di dimensioni assai modeste come sede di un circolo monarchico.  

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 settembre

Una lezione meritata di libertà di stampa da Giorgia Meloni

         Eppure della conferenza stampa di Giorgia Meloni dopo le misure adottate dal Consiglio dei Ministri contro non l’indisciplina ma la criminalità minorile, non mi ha interessato tanto il contenuto largamente anticipato del decreto legge che porta il nome di Caivano, dove la premier aveva preannunciato l’intervento del governo e la decisione, confermata ieri, di “metterci la faccia” nell’impegno di portare lo Stato dove non c’è. “La mamma di ferro”, ha titolato su Libero il nuovo direttore Mario Sechi, reduce dall’esperienza di capo dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi. “Stato di pulizia”, non di polizia, ha coraggiosamente titolato L’Identità di Tommaso Cerno mettendo una scopa fra le mani della Meloni. Che invece l’Unità, anche a costo di tornare davvero quello che era ai tempi di un certo comunismo trinariciuto, che vedeva fascismo dappertutto, ha creduto di ridicolizzare come edizione femminile di un Mussolini deciso a “spezzare le reni ai ragazzini”.

         No. Della Meloni ingiustamente fascistizzata -ahimè- dal mio amico Piero Sansonetti, mi ha interessato di più la lezione che le è stato improvvidamente permesso di dare ai giornalisti in tema di libertà di stampa proponendole praticamente di dissociarsi dal convivente e padre di sua figlia che nell’esercizio della sua professione di conduttore televisivo ha esortato le ragazze a non ubriacarsi, drogarsi e simili nelle feste per evitare “il lupo” di turno. Pur attribuendo, a mio avviso esageratamente, al suo Andrea Giambruno un “modo frettoloso e assertivo”, la premier ha riconosciuto nelle sue parole quelle che la mamma le diceva a suo tempo: “occhi aperti e testa sulle spalle”. Che non significavano -ha spiegato per certi versi la figlia ormai cresciuta sino a guidare un governo- “se giri in minigonna ti possono violentare”. E non devi protestare o denunciare -aggiungo io- perché in fondo te la sei cercata.

         Dove la Meloni ha dato ai critici del suo convivente e ai propri avversari politici la lezione cui accennavo, di giornalismo ma anche di cultura, è nel passaggio della sua lunga risposta a chi -naturalmente del Fatto Quotidiano- l’aveva trascinata nella polemica in cui ha detto. “Vorrei capire qual è la lettura che voi date del concetto di libertà di stampa”. “Per come la vedo io -ha aggiunto- un giornalista non dice in televisione quel che pensa la moglie”. E ne risponde personalmente, non familiarmente, protetto anche lui -aggiungerei dall’articolo 21 della Costituzione. Che riconosce a “tutti”, proprio tutti, anche al convivente di una premier, di “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

         Siano purtroppo ridotti così male, anche noi giornalisti, da meritarci di dovercelo fare praticamente ricordare in conferenza stampa, come dicevo, da un, anzi una presidente del Consiglio. Me ne vergogno un po’, lo ammetto.

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Meno male che c’è ancora Mario Draghi, in Europa e non solo in Italia

         Nel lasciare la direzione del Giornale dopo più di due anni restituendone il timone ad Alessandro Sallusti “con quel monumento che è Vittorio Feltri” -ha voluto annunciare accomiatandosene- il mio amico Augusto Minzolini ha iscritto d’ufficio Mario Draghi al partito di Giorgia Meloni definendolo su tutta la prima pagina “fratello d’Italia”. Ciò vedendo, come ha fatto anche con minore rilievo, sempre  in prima pagina, La Verità di Maurizio Belpietro, “un assist” al governo di centrodestra, o di destra-centro l’appello di Draghi all’Unione Europea, lanciato attraverso il britannico Economist, a non tornare al vecchio patto di stabilità, e relativi vincoli, sospeso a suo tempo per l’emergenza creata o costituita dalla pandemia del Covid.

         L’Europa -ha avvertito Draghi con l’esperienza e il prestigio accumulati alla guida della Banca centrale europea prima che diventasse presidente del Consiglio precedendo e un po’ anche accompagnando l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi- ha bisogno di “sovranità più condivisa”, ma anche di più condivisa e larga solidarietà. Resta invece “forte -ha osservato a livello comunitario l’ex premier- l’opposizione dell’opinione pubblica alla possibilità che i Paesi più forti sostengano i più deboli” con nuove regole, parametri e quant’altro.  Più intelligenti, direbbe forse Romano Prodi, che da presidente della Commissione Europea a Bruxelles definì già a suo tempo “stupidi” certi vincoli che pure egli doveva fare rispettare.

         Iscrivere, sia pure figurativamente, Draghi ai fratelli e sorelle d’Italia e definirne la sortita “un assist” al governo Meloni -che certamente di aiuti avrebbe bisogno, per carità, sia per la complessità dei problemi sul tappeto sia per le fibrillazioni all’interno della maggioranza anche nella prospettiva delle elezioni europee dell’anno prossimo- lo trovo ingiustamente riduttivo. Direi anzi, pericolosamente riduttivo, essendo ormai l’ex presidente della Banca centrale di Francoforte e del Consiglio, per non parlare dei suoi incarichi precedenti, una risorsa dell’Italia e, più in generale, dell’Europa. E pazienza se non sarà d’accordo il solito Marco Travaglio del Fatto Quotidiano, che lo ha scambiato per un incompetente, o quasi, fatta eccezione per gli affari bancari, e soprattutto per un usurpatore avendo a suo tempo sostituito a Palazzo Chigi quella specie di Camillo Benso di Cavour reincarnato in Giuseppe Conte: l’avvocato di ritorno “del popolo” che contende alla segretaria del Pd Elly Schlein, fra un incontro e l’altro nelle piazze e feste d’Italia, la guida dell’opposizione e della sinistra.

         Una risorsa come quella di Draghi va tutelata non immergendola, usandola, anzi immiserendola nel solito, piccolo cabotaggio, più o meno familiare, della politica interna.

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Il Centro (d’Arabia) inseguito dall’infaticabile Matteo Renzi in Italia

         In assenza di reazioni mentre scrivo, di buon’ora come al solito, non so come l’avrà presa o la prenderà Matteo Renzi vedendosi nella vignetta di giornata del Corriere della Sera in groppa ad un cammello d’Arabia nella corsa appena annunciata al Parlamento europeo, ma in Italia non in Arabia, per rappresentare il Centro, senza l’apostrofo usato a doppio senso da Emilio Giannelli. Non so se avrà riso o riderà fingendo a se stesso o avrà pensato, o penserà ad un complotto, questa volta tutto mediatico, senza contributi giudiziari, contro il progetto politico nato  litigando  con l’ormai ex socio Carlo Calenda del cosiddetto terzo polo improvvisato nelle elezioni politiche dell’anno scorso.

         Certo, uno vede la vignetta di Giannelli, legge il richiamo in prima pagina di un’intervista del vice presidente forzista del Senato Maurizio Gasparri all’Identità di Tommaso Cerno in cui si dice che “Renzi prende più soldi in Arabia che voti qui”, da noi, e gli viene francamente da ridere concordando. Sono note le difficoltà dell’ex presidente del Consiglio nelle campagne elettorali da quando perse, nel 2016, il referendum sulla riforma costituzionale, affrontò da semplice segretario del Pd il rinnovo ordinario delle Camere  nel 2018,  superato sia dal centrodestra a trazione leghista sia dai grillini, e se ne andò dal Nazareno dopo avere salvato a favore delle 5 Stelle la legislatura a rischio di fine anticipata per le papeiate di Matteo Salvini.

         Ora, pur di aiutarlo a sopravvivere nella corsa al centro pescando nelle acque elettorali del Pd e anche in quelle forziste prive del trascinamento berlusconiano, contese in verità anche dai suoi fratelli e sorelle d’Italia, Giorgia Meloni da Palazzo Chigi sarebbe disposta a regalare a Renzi una riformetta di corsa per abbassare dal 4 al 3 per cento la soglia di accesso al Parlamento europeo che dovrà essere rinnovato l’anno prossimo. Ma uno stop è già arrivato alla presidente del Consiglio per canali non tanto riservati dalla Lega e da Forza Italia, indisponibili al sacrificio dei tacchini, peraltro fuori stagione, dovendosi votare in primavera e non durante le feste di fine anno. Ma sotto sotto poca voglia di favorire Renzi c’è anche nel partito -come dicevo- della Meloni, dove l’ultimo arrivato da quella che fu la Dc, Gianfranco Rotondi, va sostenendo e spiegando che il Centro, con la maiuscola, può ben essere considerata la destra ex estremista e ora conservatrice della premier cresciuta di cicoria e politica alla Garbatella, per usare un’immagine rutelliana.

         Il guaio, l’errore, la disgrazia di Renzi  è di avere deliberatamente rinunciato quando ne ebbe l’occasione al ruolo del riformista di sinistra capace di riprendere il disegno di Bettino Craxi, che lui liquidò invece come un leader “diseducativo” per le sue vicende giudiziarie, preferendogli la memoria e quindi l’eredità di Enrico Berlinguer. Fu la sua occasione perduta, senza neppure evitare i labirinti giudiziari del leader socialista.  

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Tre missili in uno: quelli di Ustica, di Amato e di Repubblica

Sarà per i nostri vecchi rapporti di amicizia, pur affievolitisi col tempo, sarà per la diffidenza che spesso mi procurano più i giornali che i politici di cui si occupano, sarà per l’età avanzata dell’interessato, che rende improbabili ambizioni a cariche superiori a quelle che ha già ricoperto nelle istituzioni, da sottosegretario a presidente del Consiglio e infine della Corte Costituzionale, ho pensato sin dal primo momento che sabato scorso Giuliano Amato fosse incorso in un missile metaforico di Repubblica parlando di quello di Ustica. Che secondo lui, in una intervista a quel giornale, potrebbe avere abbattuto per errore il 27 giugno 1980 l’aereo dell’Itavia che trasportava 81 persone, fra passeggeri ed equipaggio, da Bologna a Palermo. Un errore, sempre secondo Amato, attribuibile all’aviazione militare francese alla caccia, in coincidenza con esercitazioni della Nato nel Mediterraneo, di un mig libico dove avrebbe dovuto viaggiare Gheddafi in persona, salvato da una soffiata italiana prima che vi si potesse imbarcare.

         Il sospetto di una imboscata giornalistica, magari mossa da semplice ossessione scuppettistica, da scoop, non necessariamente legata a chissà quali trame di politica interna o internazionale, mi venne per il fatto che Repubblica non avesse ritenuto di riportare in prima pagina la dichiarata mancanza di prove da parte di Amato. E ciò né nel titolo virgolettato e perentorio – “Ecco la verità su Ustica. Macron chieda scusa”-  né nel pur lungo sommario sistemato sotto la foto dei rottami dell’areo ricomposti dopo il recupero.

         Il Dc 9 -diceva quel sommario senza virgolette ma anche senza alcuna formula dubitativa- fu colpito da un missile francese che doveva uccidere Cheddafi. Il leader libico sfuggì alla trappola della Nato perché avvisato da Craxi. L’ex premier svela chi e perché occultò le responsabilità nella strage. “Dopo 40 anni – concludeva il sommario, questa volta con le virgolette- L’Eliseo è chiamato a togliere l’onta che pesa su Parigi”.

         Già alimentato dalla semplice visione e lettura di quei titolo e relativo sommario, diciamo pure, al plurale, di quei titoli, il sospetto di una forzatura quanto meno diffusiva dell’intervista aumentò due giorni dopo leggendo sulla Verità di Maurizio Belpietro, sempre in prima pagina, la risposta scritta di Amato alle domande di quel giornale in cui si precisava, come in una ovvietà: “Dei titoli con cui un articolo o un’intervista vengono presentati -Lei lo sa quanto me- non risponde l’autore”, preoccupatosi -diversamente dal titolista di Repubblica– di esporre le sue riflessioni, intuizioni e quant’alto precisando di non avere prove. Una precisazione, questa, dovuta da un uomo delle responsabilità politiche e istituzionali come le sue, diverse da un intellettuale come la buonanima di Pier Paolo Pasolini, ricordato anche da Tiziano Maiolo sul Dubbio, cui fu permesso dal Corriere della Sera di scrivere dei responsabili di altre nefandezze pur mancando dichiaratamente di prove. Per quelle sue abitudini Pasolini neppure pensò mai di fare il magistrato o il politico, neppure a livello localissimo.

         Grande pertanto è stato il mio stupore, a meno di improbabili censure subite dall’interessato, quando ho letto su Repubblica un secondo intervento di Giuliano Amato sull’affare Ustica, chiamiamolo così, questa volta sotto forma di articolo, in cui non ho trovato alcuna traccia del dissenso, sorpresa e quant’altro avvertito nelle sue risposte alla Verità rispetto ai titoli dedicati alla sua intervista dal giornale fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto da Maurizio Molinari. Che ho scoperto, avendolo appreso dallo stesso Amato leggendone l’articolo, avere avuto un ruolo nello strappargli il consenso all’intervista propostagli e raccolta da Simonetta Fiori. Della quale Tiziana Maiolo, sempre sul Dubbio, ha scritto come di “una penna colta, di autrice di libri, non una complottista di professione”. Anch’essa, quindi, probabilmente sorpresa, tradita e quant’altro dalla titolazione apposta a quello che è alla fine diventato l’ennesimo giallo di un’estate declinante e già affollata di misteri o controversie politiche.

         Ciò che ho trovato davvero un po’ esagerato nel processo più o meno sommario condotto a un pur imprudente -forse- Giuliano Amato, stretto fra le sue abitudini alla riservatezza e l’occasione di parlare una volta tanto da dottore ancora più Sottile, sino ad apparire “Perfido” agli occhi della Maiolo, ancora sul Dubbio, è ciò che gli ha mandato a dire l’ex compagno di partito Rino Formica. Col quale per un certo tempo Amato condivise la fiducia di Bettino Craxi, negli anni d’oro del leader socialista alla guida del governo.

         Intervistato da Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, pur essendo stato nel 1980 come ministro dei Trasporti il primo a parlare di un missile nei cieli di Ustica, Fornica ha addirittura invitato a “inquadrare” l’intervista di Amato in un “clima” nel quale “si vuole chiudere la stagione della Repubblica antifascista. Si vuole spingere il paese- ha detto- a prendere atto che un assetto si è definitivamente concluso e che se ne deve aprire un altro”, nel quale verrebbe cancellato non solo l’antifascismo della Costituzione repubblicana del 1947 ma anche quello che lo aveva preceduto nel 1943 con l’armistizio dell’8 settembre, la rinascita dei partiti democratici, la fuga del Re e infine il referendum costituzionale del 1946. Davvero un po’ esagerato, ripeto, attribuire ad Amato una secchiata su tutto questo col missile di Ustica, presunto o vero che sia.

Pubblicato sul Dubbio

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