L’occhio vigile di Gentiloni forse più per il suo partito che per il suo Paese

Ci sta lasciando -temo- il pur quasi centenario Giorgio Napolitano, l’ultimo presidente emerito della Repubblica all’anagrafe, diciamo così, del Senato dopo le scomparse dei predecessori Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, nell’ordine in cui lo precedettero al Quirinale. Va scomparendo con lui un provatissismo uomo politico che mescolava verso noi giornalisti -penso di non rivelare nessun fatto clamoroso, e tanto meno oscenità- un misto di rispetto, a volte persino ammirazione ma anche diffidenza, al pari di un altro passato prima di lui al Quirinale e altrettanto provato nella sua lunga militanza politica: Sandro Pertini. Che una volta disse pur affettuosamente a mia moglie, in una cena, che dei giornalisti non ci si poteva mai fidare perché incapaci di tenersi un segreto. Vero o presunto che fosse, diceva Napolitano dal canto suo concludendo spesso la lettura di un articolo che lo sorprendeva con questa domanda:: “Sarà vero?”, appunto.

         Alle prese con la sua ultima e naturalissima lotta,   non più aiutato nella respirazione ma col cuore ancora battente, Napolitano ha potuto risparmiarsi di sentire dalla moglie, che spesso usava leggergli i giornali da quando la vista del marito era peggiorata, un retroscena offertoci oggi dal Corriere della Sera su Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri, già presidente del Consiglio, ora commissario europeo per gli affari economici a Bruxelles per conto dell’Unione, per carità, ma anche dell’Italia che a suo tempo lo designò senza per questo togliergli il passaporto.

         Sotto il titolo “Il Pd, Gentiloni e il ruolo futuro” il più diffuso giornale italiano informa che, per quanto lui dica di essere impegnato come commissario europeo “fino a novembre 2024”, quando potrebbe cambiare la giostra a Bruxelles sotto l’egida di un Parlamento rinnovato, Gentiloni “è l’idea per il dopo Schlein” al vertice del Pd. Che -sia detto per inciso- persino l’ex segretario Nicola Zingaretti ritiene destinato a non uscire dalle urne l’anno prossimo, nel voto europeo, sopra il 17 per cento. Rischiando quindi di essere sorpassato dai grillini di quel Conte indicato dallo stesso Zingaretti ancora al Nazareno come il maggiore, fortissimo e ancora altro “punto di riferimento dei progressistiin Italia, sopra e sotto la sua Volturara Appula.

         Se quindi la Meloni è “a Caporetto”, come oggi la descrive sull’Unità Piero Sansonetti, la Schlein sarebbe messa ancora peggio e Gentiloni potrebbe diventare -parole sempre del Corriere della Sera- “il mastice per incollare tutti i pezzi”, persino della sinistra. Vasto programma. E pensare che solo qualche giorno fa lo stesso Gentiloni, accusato da Meloni, Salvini ed altri del governo e della maggioranza di non occuparsi abbastanza anche della sua Italia, come altri commissari d’altronde fanno per i loro rispettivi Paesi, si mostrava offeso. Se ne occupa forse anche fin troppo, ma per tutt’altri versi, interessato più all’opposizione che al governo.

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Se la vita dell’automobilista diventa più dura di quella dello scafista

Se quelli per mare e per terra, per i migranti che muoiono in acqua e per chi è ucciso per strada, magari attraversandola a piedi doverosamente sulle strisce pedonali, non fossero problemi tragici verrebbe voglia di scherzare sulla coincidenza voluta dal governo fra la linea dura, la stretta e quant’altro, secondo i titoli dei vari giornali, adottata per mare e per terra, appunto. Mi chiedo se abbia un senso rendere la vita di un automobilista quasi più dura di quella di uno scafista che qualche mese fa la presidente del Consiglio promise -mettendoci la solita faccia- di andare a cercare quasi di persona per “tutto il globo terraqueo”.

         Mi sembrano una follia quei 1.700 euro di multa, contravvenzione e quant’altro allo sprovveduto che, omettendo il pulsante del “viva voce”, o sprovvisto del congegno elettronico che collega il suo telefonino alle strumentazioni dell’auto, si fa cogliere in flagranza di conversazione col cellulare in mano. Non parliamo poi dei 2.588 euro e altro ancora in caso di recidiva. Ma i governanti che su proposta del vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini hanno approvato questa cosiddetta riforma del codice della strada hanno cognizione del valore dell’euro? Sanno che i quasi cinquemila euro netti di indennità parlamentare mensile sventolati recentemente in aula alla Camera da Piero Fassino col cedolino vantandone quasi la modestia, l’italiano medio li vede col binocolo, se può permettersi di comperarsene uno per togliersi il gusto di usarlo?

         Questo Salvini impegnato su tanti fronti, forse pronto a chiudere almeno le strade in attesa di potere ritentare la chiusura dei porti rischiando altri processi, dovrebbe pur cercare di darsi una regolata, come si dice a Roma. Non so francamente a Pontida, dove non mi sono mai neppure affacciato da quando, dirigendo Il Giorno e avendone criticato a distanza il primo o uno dei primi raduni leghisti al pari di altri quattro colleghi nel giro di una settimana, mi vidi denunciato da Umberto Bossi in persona per associazione a delinquere.

         Non mi sono trattenuto da queste ironiche ma insieme amare riflessioni sulla stretta stradale neppure dopo avere letto l’entusiastico commento di Alessandro Sallusti tornato alla direzione del Giornale ed entusiasta del ritorno, a sua volta, della “disciplina” nei rapporti sociali, almeno sulla carta intestata del Consiglio dei Ministri e dintorni. Ho accettato il rischio, per quanto modesto, di finire associato al “solito coro progressista” abituato a “indicare queste misure come illiberali, dimenticando -ha scritto Sallusti-  che libertà e disciplina vanno di pari passo e che, diceva il filoso fondatore del pensiero moderno Immanuel Kant, “la mancanza di disciplina è peggio della mancanza di cultura”. Che spreco di citazioni. Personalmente preferisco quell’” adelante Pedro cum juicio” di Antonio Ferrer, il grancancelliere a Milano durante la peste raccontata da Alessandro Manzoni nei “Promessi sposi”.

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Il fantasma di Cuccia sulle elezioni europee: i voti si peseranno, oltre a contarsi

Tracce persino prevalenti di campagna elettorale per il pur lontano rinnovo del Parlamento europeo, in programma a giugno dell’anno prossimo, si trovano indubbiamente sia nell’invito di Giorgia Meloni alla presidente della Commissione dell’Unione Ursula von der Leyen, accorsa a Lampedusa con un piano di dieci punti       per non fare apparire la premier italiana isolata e abbandonata nell’emergenza immigratoria, sia nell’invito del vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini all’amica, ed alleata in Europa, Marine Le Pen. Che, avvolta in un abito nero corto abbastanza per lasciarle scoperte le gambe sopra il ginocchio, è arrivata al raduno di Pontida per accreditare la Lega nell’inseguimento dell’elettorato corso a destra dopo l’exploit delle europee del 2019, quando l’allora vice premier ma anche ministro dell’Interno portò il Carroccio al 34 per cento: ben sopra, quindi, il 30 attribuito ora dai sondaggi al partito della Meloni e quel modesto 8 per cento attorno a cui risulta navigare la Lega. 

         Con l’aria di volere rispondere solo ad un lettore nell’apposito spazio epistolare, ma con l’accortezza di aprire sulla risposta una vistosa finestra in prima pagina, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana ha trovato “incredibile” che la campagna elettorale per le europee sia cominciata  con nove mesi di anticipo, come se non le appartenessero anche o almeno i due precedenti, da quando -per esempio- Antonio Tajani e Salvini, sempre lui, hanno cominciato a prendersi per i capelli e le parole sui confini della destra nella maggioranza da costruire nella prossima edizione del Parlamento di Strasburgo. E ciò magari per confermare alla presidenza della Commissione l’uscente Ursula -chiamiamola pure confidenzialmente per nome- o addirittura per sostituirla.

Non è il caso di “fermare la giostra” e di pensare più ai problemi “veri” del paese e dell’Unione che a quelli dei partiti? , ha chiesto Fontana rivolgendosi anche alla varie parti dell’ opposizione in Italia, prese pure loro dalla gara a chi prenderà più voti per conquistare la “supremazia” nello schieramento antigovernativo: la Schlein, per esempio, piuttosto che l’ex presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte, sempre che la prima riesca a far valere il suo mandato quadriennale, da poco ricordato ai critici o avversari interni, in caso di altre sconfitte locali prima delle europee.

         Meno o per niente preoccupato rispetto al direttore del Corriere della Sera, almeno ai fini della stabilità e della tenuta della maggioranza di centrodestra, di fronte alla troppo lunga campagna elettorale per le europee si è mostrato su Libero il direttore editoriale Daniele Capezzone. Che ha ridotto la conflittualità all’interno della coalizione di governo alla Meloni e a Salvini apprezzando di entrambi un “intelligente autocontrollo” mostrato l’una a Lampedusa e l’altro a Pontida: la prima recuperando per tutto il Paese lo spazio che sembrava essersi improvvisamente ridotto nella gestione esterna e comunitaria dell’immigrazione e il secondo apprezzando, o tornando ad apprezzare la premier dopo essersi lasciato andare a considerazioni liquidatorie sulla solidarietà nell’Unione, e persino sulle iniziative assunte con la Tunisia.    

         Anche se non è arrivato a scriverlo esplicitamente, limitandosi a sottolineare “il successo chiarissimo” della Meloni nel rapporto sia con Ursula von der Leyen sia con l’assente, a Lampedusa, Emmanuel Macron per la disponibilità strappata alla Francia a collaborare fattivamente al controllo delle acque sinora sorvegliate meglio dagli scafisti che dalle marine europee, Capezzone ha dato l’impressione di scommettere, o quanto meno sperare, su nuovi equilibri nell’Unione dopo le elezioni dell’anno prossimo.

         Eppure nel prossimo Parlamento europeo non basterà alla destra, comunque configurata o configurabile, compresa quella francese, come vorrebbe Salvini, o senza di essa, come vorrebbe il successore di Berlusconi al vertice di Forza Italia, portare a casa più voti e seggi.  Sullo stesso Libero il nuovo direttore responsabile Marcio Sechi, peraltro reduce dall’esperienza di capo ufficio stampa di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, ha evocato nel suo editoriale “le parole di un uomo che passeggiava nel centro di Milano e incarnava il potere nel silenzio, Enrico Cuccia”. Che diceva, a proposito delle azioni nelle società industriali e finanziarie: “Si pesano, non si contano”. “Anche i voti”, ha chiuso e ammonito Sechi pensando non a torto, o per niente ereticamente, alla politica. L’Unione Europea è un po’ più complessa di un singolo Stato, non è ancora una federazione, e chissà se mai lo diventerà. E comunque non è una bocciofila.

Pubblicato sul Dubbio

L’allarme del Corriere della Sera per i nove mesi di campagna elettorale che ci aspettano

Il direttore Luciano Fontana ha chiesto a se stesso e ai lettori del Corriere della Sera, affacciandosi ad una vistosa finestra in prima pagina, se “possiamo permetterci 9 mesi di campagna elettorale”, quanti ne mancano al rinnovo del Parlamento europeo. Al quale un po’ tutti i partiti guardano con più interesse che ai rinnovi di alcune amministrazioni regionali e comunali che pure precederanno quell’appuntamento ma, certo, non varranno come le altre a misurare la loro consistenza nazionale e, soprattutto, i loro rapporti di forza.

         Nove mesi, in effetti, sono tanti, al netto peraltro degli altri due o tre già trascorsi ma ugualmente ascrivibili -per gli atteggiamenti assunti dai partiti sui tanti problemi che ci assillano- alla campagna elettorale per il Parlamento europeo. Ma sono in fondo -vorrei ricordare al direttore del maggiore giornale italiano- i tempi di una gravidanza umana. Quelli invece previsti o prescritti dalle nostre leggi per il rinnovo del Parlamento nazionale sono due, come la durata della  gravidanza di una gatta. Ma sono tempi scritti sulla carta, perché in realtà anche le campagne elettorali per il rinnovo delle Camere, ordinario e persino anticipato che sia, durano tantissimo, cominciando ben prima degli atti ufficiali di avvio.  

         Appartiene alla campagna elettorale per le europee, con riflessi interni sugli sviluppi dell’esperienza di governo e i rapporti tra i partiti della maggioranza di centrodestra o di destra-centro, anche quello che Libero ha chiamato “il gioco delle coppie” sopra le fotografie dei due eventi svoltisi ieri: l’incontro fra la premier Giorgia Meloni e la presidente della Commissione Europea Ursula  von der Leyen, nella Lampedusa allo stremo per i migranti che vi sbarcano, e il raduno leghista a Pontida.  Dove Matteo Salvini ha esibito e raffozato la sua alleanza e amicizia con la leader della destra francese Marine Le Pen in abito rigorosamente nero, e meno rigorosamente ma avvenentemente tendente al corto.

         Domani, il giornale di Carlo De Benedetti da più di un anno in versione o tendenza dichiaratamente e orgogliosamente “radicale”, anche nell’opposizione al governo in carica, ha definito “soccorso” quello che la tedesca Ursula ha voluto prestare alla romana garbatelliana Meloni accettando di corsa il suo invito a Lampedusa  per accreditarne, persino con un piano comunitario in dieci punti sul tema migratorio,  la versione di un’Italia per niente isolata in Europa: né nell’affrontare le dimensioni quasi bibliche degli sbarchi  sulle coste che sono anche i confini meridionali europei, né nell’aspirazione a contare di più nell’Unione dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Dove alla presidente uscente della Commissione cosiddetta esecutiva piacerebbe essere confermata al suo posto con l’appoggio anche della famiglia dei conservatori e riformisti europei presieduta proprio dalla Meloni. Che la combina, diciamo così, con quella davvero parentale, e non solo politica, dei fratelli d’Italia.

A Pontida dalla caccia di Bossi alla corte di Salvini agli elettori di destra

Con l’arrivo, gli abbracci,  il discorso e tutto il resto programmato da Matteo Salvini in onore di Marine Le Pen, l’amica e alleata d’oltr’Alpe, si potrà ben dire che sui prati di Pontida se ne sono viste, sentite e dette di tutti i colori:  come più in generale, del resto, per la storia della Lega.

         Dalla Pontida di Umberto  Bossi giovane e in piena salute, che faceva il gesto dell’ombrello contro la ministra socialista “bonazza” Margherita Boniver per niente preoccupata degli albanesi che sbarcavano a Bari da navi in cui si erano stipati come sardine siamo passati alla Pontida dove gli albanesi sono rimpianti per numero e per altro ancora rispetto a quelli che sbarcano dall’Africa e altrove sulle coste siciliane e calabresi.

         Dalla Pontida dove Bossi prometteva, annunciava, minacciava -come preferite- di andare a cercare “uno per uno” gli elettori di destra liquidati come “fascisti” per bastonarli peggio di quanto i fascisti veri non avessero fatto ai loro tempi con gli avversari siamo passati alla Pontida di Salvini. Dove l’ospite francese è stata invitata anche -se non soprattutto- per accreditare il vice presidente del Consiglio nella ricerca degli elettori di destra da corteggiare per toglierli a Giorgia Meloni e farli salire sul Carroccio, sceso  dal 34 per cento del 2019 all’8 e anche meno.

         Il vignettista Stefano Rolli ieri sul Secolo XIX si è divertito a immaginare e proporre la Meloni come “underdog da guardia” su un molo di approdo di migranti. Gli è mancata purtroppo l’immaginazione equanime di proporcela oggi sui prati di Pontida per fare da guardia agli elettori del proprio partito insidiati da Salvini. In compenso Emilio Giannelli sul Corriere della Sera ce l’ha proposta sfottente verso un Salvini che “si crede un gallo ma è solo un pollo padano con Le Pen”.

Intanto da un sondaggio appena condotto dall’Ipsos, sempre per il Corriere della Sera, risulta che solo 39 italiani su cento “hanno fiducia” nell’Unione Europea che la Meloni cerca di rivitalizzare con Ursula von ver Leyen nellla “polveriera” di Lampedusa”, come titola Repubblica, In 48 “non hanno fiducia” e 13 non saprebbero che dire o solo pensare. Eppure alla fine  il cosiddetto “indice di fiducia” dello stesso rilevamento  sale chissà perché dal 39 al 45, che è pur sempre sotto la maggioranza ma memo rovinosamente.  E pensare che per i sondaggi c’è gente che perde la testa da quando la buonanima di Silvio Berlusconi se ne fece convincere per “scendere in politica”, come dsse, e per rimanervi sino alla morte guadagnandosi i funerali di Stato nel Duomo di Milano: altro che la galera -non i modesti e brevi servizi sociali a Cesano Boscone-  sognata per lui dagli avversari, laici o togati che fossero.

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Le missioni impossibili di Ursula e Marine nell’Italia del Sud e del Nord

         Per quanto da loro invitate, rispettivamente a Lampedusa e a Pontida, al Sud e al Nord dell’Italia, non credo che Ursula sia in grado si soccorrere davvero Giorgia o Marine il barbuto e “truce” Matteo, come sono tornati a chiamarlo al Foglio. E scusatemi se li ho elencati tutti per nome, con intimità abusiva.

         Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione Europea, è ormai troppo in uscita, per quanto ambisca alla conferma l’anno prossimo, per poter concedere alla premier italiana più di quello che non le abbia già dato, cioè poco, più parole che fatti, più gesti che altro, sul terreno dell’accoglienza comunitaria, e non solo italiana, ai migranti che sbarcano in Italia, quando ci riescono, non sempre per fermarvisi ma più spesso per raggiungere poi altri paesi europei. Le cui frontiere terrestri sono però meno aggirabili o superabili di quelle marittime che l’Italia ha ereditato dalla natura non so, francamente, se più per fortuna o per disgrazia, visto l’uso che se n’è fatto in tutti i sensi.

         Specie se il suo obiettivo, come m’è parso di capire sinora, è quello di rimanere nella sua postazione di Bruxelles non capovolgendo -o ribaltando, come preferiamo dire in Italia dai tempi del compianto Silvio Berlusconi- ma allargando la maggioranza, cioè aggiungendo i conservatori ai popolari e ai socialisti, la presidente della Commissione potrà concedere alla premier italiana solo qualche altra parola o gesto, sorriso e abbraccio: non di più. E la Meloni, giocoforza, dovrà accontentarsi sperando in tempi migliori, come le ha da poco suggerito il senatore a vita Mario Monti in una intervista a Repubblica, convinto per esperienza vissuta a Bruxelles come commissario e a Roma come presidente del Consiglio, che nell’Unione occorra armarsi sempre più di pazienza e astuzia per trattare, mai farsi vincere dalla tentazione di rompere. Che sarebbe la prospettiva peggiore nelle condizioni finanziarie in cui si trova l’Italia col suo debito pubblico.

         Ma passiamo all’altra coppia. Marine Le Pen potrà concedere ben poco a Matteo Salvini  come vice presidente del Consiglio a livello europeo, dove è fuori gioco. Non parliamo poi del livello francese, dove la signora non può unirsi ma solo adombrarsi ad ogni segnale, vero o falso che sia, di apertura di Macron alle esigenze o richieste italiane.

         Una mano Marine potrebbe darla al suo amico Matteo solo nella politica interna italiana aiutandolo ad accreditarsi a destra nell’inseguimento del vecchio elettorato della Meloni perplesso, a dir poco, per l’evoluzione atlantica ed europea della premier: un elettorato che Massimo Cacciari, tornando recentemente a scontrarsi nel salotto televisivo di Lilli Gruber con Marco Travaglio, che ne parlava secondo lui da visionario, ha calcolato attorno al 4 per cento, non di più. Che, sottratto al 30 per cento dei voti ancora attribuitogli, non comprometterebbe al partito della Meloni la posizione di partito di maggioranza relativa, specie col Pd guidato da Elly Schlein.

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Il secondo comandamento un pò disatteso dalla Meloni cristiana

In nessuna delle pur numerose e promozionali anticipazioni del libro-intervista a Giorgia Meloni di Alessandro Sallusti, che si è procurato oggi la sfottente definizione di “direttore del Giorgiale” da parte di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, avevo trovato la formula “Dio, Patria e Famiglia”. Che è invece rilanciata oggi, o comunque attribuita con titoli, vignette e quant’altro alla premier italiana dopo l’incontro a Budapest col presidente ungherese Viktor Orban.  Una formula, virgolettata in prima pagina dalla Stampa, che ci riporta con la memoria anche al famoso grido in piazza della Meloni, con le vene gonfiate sul collo, durante la corsa a Palazzo Chigi: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”.

         Cristiana, ripeto. Che pure dovrebbe rispettare i dieci comandamenti, il secondo dei quali dice, anzi grida anch’esso: “Non nominare il nome di Dio invano”. E lasciate che lo ricordi, senza spingersi a segnalarlo al Papa perché prima di perdonarla generosamente la inviti per telefono a non rasentare la bestemmia, uno che non credo sospettabile, almeno da chi è abituato a leggerlo, di pregiudizio contro la Meloni. Non la considero una fascista né in erba né cresciuta, né un’intrusa come sotto sotto, senza più dirlo neppure agli amici per timore di rischiare l’emarginazione, pensa ancora qualcuno persino nel centrodestra rimpiangendo i tempi della coalizione a trazione forzista o leghista.

         Non scomodiamo per favore in politica Domineddio, tanto meno per convincere il mio amico Marco Follini a non ripetere ciò che ha scritto ieri sulla Stampa per esprimere la certezza, da ex dirigente e storico dello scudo crociato, che mai la Meloni potrà essere o assomigliare a una democristiana. Come invece crede che sia miracolosamente già avvenuto un altro ex o post-dc quale Gianfranco Rotondi, già ministro berlusconiano.

         Pur nel timore di esagerare nelle citazioni del Fatto e del suo direttore, ne condivido “la cattiveria” di giornata. Che attribuisce al “Padreterno” questa reazione a “Giorgia d’Ungheria”, come la sfotte oggi anche Il Foglio: “Dai nemici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io. Ma Dio sono io: qui tocca fare tutto a me”.

         La mia protesta, diciamo, finisce qui. E non si avventura sulla strada di Mattia Feltri, sempre sulla Stampa, che contesta alla Meloni l’impegno contro le denatalità, che l’ha peraltro portata a Budapest, perché si è limitata, almeno per ora, a una sola figlia nella famiglia -altra parola magica del suo trittico politico- messa su col convivente, quasi marito Andrea Giambruno. Ma vedrete che prima o dopo i due si sposeranno, non appena la Meloni ne avrà il tempo fra un viaggio e l’altro, un Consiglio dei Ministri e l’altro, un libro e l’altro, un’arrabbiatura e l’altra, una telefonata e l’altra. E sarà sicuramente festa a vantaggio anche del suo gradimento da premier appena registrato in discesa da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, a dispetto della tenuta del suo partito.

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La spiazzante designazione di Gratteri alla Procura di Napoli con i voti del centrodestra

         Nicola Gratteri ce l’ha dunque fatta a conquistare dalla sua Calabria la Procura di Napoli, la più popolosa d’Italia, pur avendo dovuto subire sulle prime pagine dei giornali, almeno di quei pochi che ve lo hanno messo, il sorpasso di Mario Draghi. Che senza cambiare mestiere, per carità, si è conquistata la fiducia della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, come consulente per la competitività dell’Unione. Vasto programma, avrebbe detto la buonanima di Charles De Gaulle senza scomporre però l’interessato, che di missioni difficili ne ha collezionate abbastanza nel suo Paese e altrove, facendo una brutta figura solo agli occhi di Marco Travaglio. Che lo liquidò da presidente del Consiglio come un “incompetente di tutto, fuorchè di banche”.

         I numerosi giornali che hanno ignorato Gratteri in prima pagina -da Repubblica alla Stampa, dal Messaggero al Giornale, da Libero al Foglio, dal Secolo XIX ad Avvenire, da Domani al Riformista, il cui direttore editoriale Matteo Renzi aveva pur cercato di portarselo al governo come ministro della Giustizia, bloccato però dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano- lo hanno fatto un po’ per imbarazzo e un po’ per il carattere ormai scontato dell’esito della corsa alla Procura partenopea. Dove Grattwri è arrivato col voto di 19 consiglieri superiori della magistratura contro i 13 per la quasi reggente Rosa Volpe e i 5 per Giuseppe Amato, figlio del compianto Nicolò. Consiglio Superiore “spaccato”, hanno titolato o scritto alcuni, ma spaccato fino ad un certo punto.

         L’imbarazzo -dicevo-  è stato quello dei giornali sorpresi o infastiditi dal colore assunto dalla maggioranza che ha promosso Gratteri: decisamente di centrodestra, declassata sul Dubbio da Tiziana Majolo come prodotta da “correnti e palazzi”. Quella che invece Gratteri avrebbe meritato secondo il suo personale estimatore Travaglio -sì, sempre lui, il direttore del Fatto Quotidiano- sarebbe stata di sinistra, esclusiva e maggioritaria. “La fu sinistra”, ha commentato e titolato col suo editoriale l’ammiratore del procuratore, soddisfatto solo di non essere stato tradito dai grillini, unitisi alla destra nella votazione.

         “E’ probabile -si è inoltre consolato Travaglio- che le destre che hanno votato se ne pentiranno presto, non appena Gratteri si insedierà a Napoli, farà lavorare i suoi pm a pieno ritmo, come ha fatto a Catanzano, e riprenderà a dire la sua sulle intercettazioni, o delitti contro la pubblica amministrazione, la separazione delle carriere, bavagli a pm e ai cronisti”. Lavorare, ripeto. a pieno ritmo:  mica come quei fannulloni e svogliati colleghi lamentati da Gratteri rimediando proteste e invocazioni al “rispetto”, peggio di quanto non avessero fatto a suo tempo i sindacalisti delle toghe criticati dall’attuale guardasigilli Carlo Nordio quando faceva il procuratore a Venezia fra un editoriale e l’altro per i giornali che si onoravano della sua collaborazione.  

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Se il Pd di Elly Schlein si becca dello stolto da Luca Ricolfi

Permettetemi di ringraziare da quest’angolo del Dubbio Luca Ricolfi per il godimento che mi ha procurato la lettura sulla Ragione -e dove sennò ?, viene spontaneo chiedersi per il valore che dovrebbero ancora avere le parole- un suo saggio tanto breve quanto esauriente sulla stoltezza. Che è un po’ un ossimoro per il contrasto che suggeriscono la natura dell’articolo -un saggio, appunto- e l’oggetto della sua analisi, da non confondersi per favore, come ha avvertito lo stesso autore, con la stupidità per l’impossibilità di assegnare ad entrambe lo stesso, unico opposto.    

         “Il contrario di stupido -ha spiegato Ricolfi- è intelligente mentre il contrario di stolto è saggio”. E intelligente e saggio non è la stessa cosa. Lo sa, o dovrebbe averlo imparato da sé Matteo Renzi -non citato, per carità, da Ricolfi- che con la riforma della Costituzione avviata nel 2014 in sintonia col pur oppositore Silvio Berlusconi fece una cosa intelligente, almeno per me che poi la votai condividendola, ma prima rompendo col Cavaliere e poi trasformando il referendum cosiddetto confermativo in un plebiscito sulla sua persona -o leadership come si preferisce- non fu per niente saggio. E infatti lo perse per poi perdere altre partite ancora, il cui elenco non è forse finito, anche se ogni tanto gli è riuscito di fare qualche efficace operazione di palazzo. Quella, per esempio, condotta contro il secondo governo di Giuseppe Conte, da lui stesso voluto o permesso, e sfociata nell’arrivo a Palazzo Chigi di Mario Draghi, per niente stanco -come credeva l’avvocato grillino- della lunga  alla Banca Centrale Europea.

“Lo stolto è chi agisce senza vedere le conseguenze del proprio agire, che potranno essere negative per lui stesso”, ha scritto Ricolfi rammaricandosi che la stoltezza “sia scomparsa dal nostro vocabolario”, specie quello politico, per non essendo scomparsa dal nostro mondo. E lui, con l’autorità quasi scientifica che si è guadagnato scrivendo e insegnando, ha voluto riportarla nel dizionario, e nel commento politico, per applicarla al modo in cui Elly Schlein sta guidando o comunque maneggiando il Pd. Dal quale lascia che escano fior di dirigenti ed eletti, votati magari con le preferenze dove esse sono miracolosamente rimaste, dicendo che avevano sbagliato ad entrarvi a suo tempo perché non era quello l’indirizzo giusto per loro. Insomma avevano sbagliato casa, o cinema, o set cinematografico per girare un film che avrebbe poi potuto portare alla segreteria del partito una come lei. Alla quale Ricolfi ha solo risparmiato l’altra, la prima sua felice perfidia risalente al 2008: la denuncia -con tanto di libro dal meritato successo, scritto prima e aggiornato dopo la sconfitta elettorale conseguente alla all’infelice epilogo anche del secondo e breve governo di Romano Prodi, come l’altro di dieci anni prima- di una sinistra diventata antipatica, suo malgrado o, peggio ancora, consapevolmente.  Una denuncia analizzata in prima persona al plurale: una specie di autoconfessione, avendo anche lui probabilmente votato per il partito fondato e diretto in prima battuta da Walter Veltroni

         Ne sono passati di anni dal 2008- quindici- e la Schlein, oltre a spingere praticamente fuori i dissidenti senza neppure cercare di trattenerli, contesta disinvoltamente alla Meloni l’aumento degli sbarchi dei migranti che il Pd -le ha ricordato impietosamente Ricolfi- reclama di accogliere ancora più numerosi e facilmente.

         Incoraggiato da tanta dissertazione sulla stoltezza, mi sono messo a leggere per curiosità un lungo racconto della periferia del Pd fatto da Carmelo Caruso nello stesso giorno sul Foglio,  ormai uscito dall’area e aria del centrodestra in cui fu fondato da Giuliano Ferrara dopo aver fatto il ministro dei rapporti col Parlamento nel primo governo di Silvio Berlusconi.  Ebbene, al netto della brillantezza del racconto, fra tanti nomi, cognomi, soprannomi e simil-correnti, ho faticato ad arrivare sino alla fine e mi sono ritrovato col mal di testa. Eppure ho una certa esperienza, essendomi guadagnato a suo tempo da un direttore esigente come la buonanima di Indro Montanelli la qualifica di “eurologo”: da Eur, dove la Dc aveva la sua sede e riuniva il Consiglio Nazionale, riservando a Piazza del Gesù, in centro, solo gli uffici di rappresentanza e le sedute della direzione. E proprio alla situazione interna della Dc fu dedicato il mio articolo di apertura del primo numero del Giornale in cui aiutavo Amintore Fanfani, diciamo così,  a contare “amici e nemici” dopo la sconfitta referendaria sul divorzio.

         Le mie mappe democristiane finirono addirittura per far bisticciare il buon Valentino Parlato -come mi raccontò lui stesso al bar di fronte alla sede del manifesto- con i compagni che ne diffidavano per il peso mai abbastanza adeguato, secondo loro, che attribuivo alla sinistra interna allo scudocrociato, anche dopo l’elezione di Ciriaco De Mita nel 1982 a segretario del partito. Parlato invece se ne fidava e avvertiva i compagni che “ci azzeccavo”. Infatti anche De Mita, come Fanfani nel 1959 dopo essersi avventurato nel doppio incarico di segretario del partito e presidente del Consiglio, fu costretto ad arrendersi, sdegnato, al corpaccione moderato di quella che Giampaolo Pansa avrebbe poi chiamato con imponenza “la balena bianca”.

Pubblicato sul Dubbio

Il fuoco congiunto contro la Meloni per familismo e vittimismo

  A più di 20 anni dalla morte e 63 dal successo di “Tutti a casa”, il film di Luigi Comencini in cui lui da ufficiale nella seconda guerra mondiale comunicava al Comando che gli americani e i tedeschi si erano alleati sparando insieme contro gli italiani, Alberto Sordi è tornato nella mia immaginazione per informarmi che il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano hanno sparato insieme contro Giorgia Meloni per il suo familismo e insieme vittimismo. Familismo per i congiunti che la circondano anche fuori casa, occupando incarichi importanti nel partito e nel governo, e vittimismo per avere appena reagito agli attacchi, in un’assemblea dei “fratelli d’Italia”  protestando contro il “fango” che riceve per questo dagli avversari.

         Sotto la testata del Corriere, e il titolo “Il filo di Arianna” scelto per la rubrica del suo caffè quotidiano, Massimo Gramellini ha indicato nel vittimismo “l’autentica religione nazionale di cui Giorgia Meloni è abile sacerdotessa”, convinta a torto o a ragione che questo sia “il modo migliore per rimanere a galla”.

         Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, come Beppe Grillo da altre postazioni, ha moltiplicato Giorgia Meloni nel fotomontaggio di giornata, le ha assegnato lo slogan “Io, Patria e Famiglia”, ha avviato un’indagine delle sue, da pubblico ministero onorario, sulle “decine di famigliari” che la destra al governo sta sistemando dove capita ed ha impartito nel suo editoriale una severa lezione di vita alla presidente del Consiglio.

         “Capita -ha scritto il direttore del Fatto– che i nuovi partiti sorgano su cerchie familiari e amicali: quando c’è da faticare per pochi voti e posti, alla porta bussano in pochi. Nulla di strano se chi ha costruito il partito dal nulla viene poi eletto e premiato. Ma c’è un limite a tutto e sta alla leader fissarlo, con senso della misura e dell’opportunità politica”. Che naturalmente starebbero mancando, anzi sono largamente mancati alla Meloni.

         Non sono mancate polemiche in passato per un certo familismo a o di sinistra, con fratelli, mogli, compagne impegnati nella stessa causa con gradi parlamentari e di partito. Sotto questo profilo l’unica famiglia fortunata fu ai suoi lontani tempi quella dei Lombardi, sparsasi tra esperienze politiche opposte: Riccardo, per esempio, leader della sinistra socialista, e Gabrio, ultracattolico che negli anni Settanta promosse imprudentemente il referendum contro il divorzio, destinato a procurare alla Dc una sconfitta clamorosa, dagli effetti prolungati sino alla morte. Il compianto Attilio Piccioni, il democristiano che avrebbe potuto raccogliere l’eredità di Alcide De Gasperi se non fosse stato danneggiato dall’ingiusto coinvolgimento del figlio Piero nella morte di Wilma Montesi, disse una volta dei Lombardi, scartando una delle sue solite caramelle sui divani di Montecitorio: “Perché dei due a noi è toccato quello sbagliato?”.

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