Piuttosto che il merito, riconosciutogli dal buon Claudio Velardi sul Riformista, di avere ricompattato attorno alla sua memoria nell’aula di Montecitorio un po’ tutto l’estabilishment del Paese, fra parlamentari e invitati, ben più di quanto sia potuto accadere nelle piazze attorno ai maxischermi, per cui L’Identità ha ritenuto di titolare esageratamente “Addio fra tanta politica e pochi italiani”; piuttosto che questo, ripeto, vorrei sottolineare l’ultimo servizio che Giorgio Napolitano ha reso al Paese con i suoi funerali di Stato. Che hanno fornito l’occasione per un lungo e prezioso incontro fra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron sui temi caldissimi d’Europa, a cominciare da quello rovente dell’immigrazione clandestina.
Dalle incomprensioni, a dir poco, dei mesi scorsi e dagli spettacoli che continuano ad arrivare dalla frontiera di Ventimiglia, si è passati ad un clima di solidarietà continentale, oltre che fra i due Paesi limitrofi. Esso potrebbe produrre buoni risultati già negli incontri europei dei prossimi giorni, fra Malta e Spagna.
I pericoli maggiori sulla strada di intese proficue, pur nel clima in qualche modo avvelenato dalla campagna elettorale ormai in corso ovunque in Europa per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, e i nuovi equilibri politici che potrebbero derivarne, provengono purtroppo anche dalla maggioranza di centrodestra, o destra-centro. Forse persino più che dalla Germania al cui governo Giorgia Meloni ha appena contestato, scrivendo al cancelliere Olaf Sholz, il finanziamento scoperto con un po’ di strano ritardo alle navi del volontariato battenti bandiera tedesca che soccorrono i migranti nelle acque del Mediterraneo per scaricarli praticamente tutti sulle coste italiane.
Quando il presidente della Lega e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini insegue il ministro meloniano della Difesa parlando di “atto di guerra”, senza neppure aspettare la risposta promessa da Sholz alla Meloni nel tentativo -credo- di chiarire la situazione e non di rompere i rapporti, cadono francamente le braccia. E gli occhi strabuzzano quando il vice di Salvini, tale Andrea Crippa, mette metaforicamente l’elmetto delle SS naziste a Sholz e – ruttando, come gli ha giustamemte rimproverato sul Foglio Giuliano Ferrara- gli rinfaccia l’occupazione tedesca dell’Italia del 1943, dopo o mentre cambiavamo alleati nella seconda guerra mondiale.
Se c’è una cosa che la Meloni dovrebbe fare, dopo l’incontro con Macron grazie alla buonanima -ripeto- di Giorgio Napolitano, e prima di correre ai suoi appuntamenti internazionali, è di promuovere quella che una volta si chiamava “verifica di maggioranza”. Mettendoci questa volta la faccia davvero, non solo a parole, cioè sino a provocare le elezioni anticipate dalle quali, del resto, già alcuni osservatori e retroscenisti la danno tentata, essendo le opposizioni messe peggio ancora della maggioranza.
Nel giorno del funerale di Stato dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma anche dell’”alta tensione” con la Germania, o della “marcia su Berlino” attribuita dalla Verità a Giorgia Meloni per avere scritto al cancelliere tedesco Olaf Sholz una lettera di protesta contro i finanziamenti alle navi battenti la sua bandiera e specializzate nel soccorso ai migranti da trasportare sulle coste italiane, mi chiedo che cosa avrebbe fatto al Quirinale, se gli fosse toccato di starvi, il compianto capo dello Stato.
Avrebbe chiamato telefonicamente o convocato fisicamente sul Colle la presidente del Consiglio per dissentire, non avendo potuto impedirle di scrivere quella lettera nella versione effettiva o in quella immaginata nelle vignette, per esempio, di Stefano Rolli sul Secolo XIX o di Makkox sul Foglio? Avrebbe telefonato, magari alla presenza della stessa premier, al cancelliere e al presidente della Repubblica tedesca per scusarsi con entrambi? O avrebbe condiviso la sostanza della protesta della Meloni non condividendone però la forma per le distorsioni mediatiche e politiche cui si prestava a livello interno e ancor più internazionale?
Chissà. E’ un mistero che il povero Napolitano, chiuso in quel maledetto feretro, si è portato appresso morendo peraltro prima ancora che la premier avesse assunto la sua iniziativa epistolare. Che, fra le varie reazioni, commenti, analisi, interpretazioni e quant’altro, si è guadagnata anche quella di essere nata dalla velenosa e neppure tanto nascosta concorrenza a destra che la presidente del Consiglio subisce ogni giorno, e ogni notte, dal vice presidente leghista Matteo Salvini e compagni di partito, graduati e non.
P.S. – Sempre a proposito dei funerali odierni di Stato a Giorgio Napolitano mi permetto di segnalare l’ossessione vignettistica del solito Fatto Quotidiano. Che, chiudendo una serie di abbinamenti fra le agonie dello stesso Napolitano in una clinica romana e del boss mafioso Matteo Messina Denaro nel reparto penitenziario di un ospedale dell’Aquila, ha oggi accomunati bare e funerali soprapponendoli. L’autore della vignetta è il solito Mario Natangelo, ostinato -al pari di chi ne riceve e pubblica la produzione, magari su commissione specifica- nel considerarsi spiritoso, e magari anche artista.
Rino Formica, nato poco meno di due anni dopo Giorgio Napolitano, ne ha saputo confermare e spiegare con simpatica arguzia il “comunismo liberale” attribuito anche qui, sul Dubbio, come un felice ossimoro allo scomparso presidente emerito della Repubblica fra tante, troppe ironie di un giornalismo a dir poco superficiale e disinformato. Un giornalismo che -secondo le circostanze- insegue, precede e scopiazza la politica peggiore, fatta non di passione e di analisi ma di odio, non di testa ma di pancia.
In particolare, intervistato da Repubblica, Formica ha ricordato la prima passione, appunto, di Napolitano. Che non fu la politica ma il teatro, di cui si occupò nei gruppi universitari fascisti ai quali il solito Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ha cercato di inchiodarlo raccontandone a suo modo la storia di “peggiorista”. Che ha sarcasticamente sovrapposta a quella del comunista “migliorista” appartenutagli per tanti anni dopo la frequentazione di Giorgio Amendola: un altro dirigente del Pci di cultura e famiglia più liberale che marxista.
“Il teatro -ha spiegato Formica- è quel luogo nel quale l’irreale viene rappresentato come reale”. Nel quale “dopo la svolta badogliana di Togliatti nel 1944…il comunismo liberale dev’essere apparso” al Napolitano ancora diciannovenne “un colpo di teatro”, appunto: “un’utopia irrealizzabile ma di una purezza angelica”. “Una volta morto il comunismo -ha detto Formica saltando un bel po’ di anni e forse esagerando, cioè ritardando un po’ l’evoluzione di Napolitano- è quell’altra idea, la liberale, che gli consente di proseguire il cammino nelle istituzioni”, sino a scalarle quasi tutte: Presidenza della Camera. Ministero dell’Interno e Presidenza della Repubblica, senza passare per la Presidenza del Consiglio, diventata invece il capolinea di Massimo D’Alema nel percorso post-comunista.
Eppure Fornica -come lui stesso racconta nella sua bella intervista a Repubblica– aveva avuto l’occasione di provare e condividere da capogruppo socialista alla Camera, durante il governo pentapartito di Craxi, un centrosinistra esteso ai liberali, la vera stoffa dell’abito, in tutti i sensi, del suo omologo comunista. Che era proprio Napolitano.
“I rapporti tra Berlinguer e Craxi- racconta Formica- erano molto tesi. Napolitano era per un’opposizione non pregiudiziale, in ciò sostenuto da Nilde Iotti”. Che -mi permetto di aggiungere- da presidente della Camera, praticamente rimproverata in una riunione della direzione del Pci da Berlinguer di non avere fatto tutto quello che il regolamento le avrebbe permesso contro i tagli alla scala mobile dei salari, effettuato dal governo con decreto legge, interruppe il segretario per intimargli il rispetto delle istituzioni, a cominciare da quella che lei impersonava con la carica che ricopriva.
Napolitano da capogruppo comunista chiamato con una certa perfidia politica dal segretario del partito a praticare in sostanza una politica di opposizione pregiudiziale dalla quale sapeva che l’interessato dissentiva, come se la cavò?, ha chiesto l’intervistatore Concetto Vecchio. “Con sofferenza”, ha risposto Formica aggiungendo e spiegando: “Avvertiva il peso dell’incomprensione perché era l’uomo del dialogo tra le forze dell’antifascismo costituzionale. Si stabilì fra noi un’intesa che è rimasta sino alla fine”, senza quindi aspettare la caduta del comunismo col muro di Berlino, sei anni dopo.
Senza arrivare alla “perfidia politica” da me attribuita alla buonanima di Berlinguer nel fare arrivare Napolitano a capogruppo della Camera per condurre una politica non condivisa, l’intervistatore ha chiesto a Fornica se e come fosse “ammesso il dissenso nel Pci”. E Fornica ha risposto, questa volta buttandola lui in teatro e quasi rimpiangendo tempi per niente commendevoli, pur se per certi versi ancora migliori dei nostri, per carità: “I partiti allora erano delle vere fucine di pensiero. Si discuteva moltissimo, con un senso di religiosità, mi verrebbe da dire”.
Quei partiti tuttavia crollarono tutti alla prima incursione esterna, con quella che Napolitano al Quirinale definì, nella famosa lettera alla vedova di Craxi nel decimo anniversario della morte del leader socialista in terra tunisina, “il brusco cambiamento dei rapporti” fra politica e magistratura cui gli era toccato di assistere, impotente, da presidente della Camera. E che la sinistra aveva assecondato suicidandosi, come dimostra il governo neppure di centrodestra ma di destra-centro in carica da quasi un anno nella realistica prospettiva di durare sino alla fine ordinaria di questa legislatura, come si è vantata la premier Giorgia Meloni celebrando il primo anniversario della sua vittoria elettorale.
Ah, che scivolata quella del mio amico Giuliano Ferrara nel pur bellissimo articolo dedicato sul Foglio a Giorgio Napolitano e alle sue “virtù” di “realismo e senso delle istituzioni”: altro che il “camaleonte” datogli dal Giornale dove anche a lui, Giulianone, è capitato di scrivere.
Una volta tanto Ferrara si è fatto prendere dalla vanità e si è vantato -giustamente, per carità- di avere “suggerito” a Silvio Berlusconi “l’irrituale stretta di mano” nell’aula di Montecitorio a Napolitano che aveva appena smesso di parlare a nome del suo partito e gruppo parlamentare post-comunista contro la fiducia al primo governo formato dal fondatore del centrodestra. Ciò che invece non è stato giusto è di essersi attribuito questo merito in qualità di “primo ex comunista in un governo repubblicano dal 1947”, quando si consumò la storica rottura fra Alcide Gasperi e Palmiro Togliatti.
Ferrara, ex comunista, “cresciuto sulle ginocchia di Togliatti”, come amava dire di lui amichevolmente Bettino Craxi, era in effetti nel 1994 il ministro dei rapporti col Parlamento del primo governo Berlusconi. E sicuramente seppe convincere il premier a quel passo di rispetto verso l’avversario principale in Parlamento. Ma egli non era il primo ex comunista al governo dopo il 1947. Altri lo avevano preceduto per qualche giorno o ora entrando e uscendo l’anno prima dal governo di Carlo Azeglio Ciampi che aveva appena giurato. Il segretario del Pds-ex Pci Achille Occhetto ne aveva ordinato le dimissioni per dissenso dai democristiani che non avevano votato a favore delle autorizzazioni a procedere chieste dalla magistratura contro il leader socialista per la cosiddetta Tangentopoli.
Ma prima ancora di quel fuggevole ritorno di ormai post-comunisti, era stato ministro del bilancio nei governi di centrosinistra di Aldo Moro, di Mariano Rumor e di Emilio Colombo l’ex comunista Antonio Giolitti, uscito dal Pci dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956: un’uscita che gli sarebbe costata la bocciatura di candidato al Quirinale proposta da Craxi nel 1978, prima che si realizzasse la convergenza degli ancora comunisti su un altro socialista: Sandro Pertini. Cosa gli ha fatto il povero, compianto Antonio Giolitti -con quel nome, poi- per essere uscito così radicalmente anche dalla memoria di Giuliano? A saperlo.
Note a margine, diciamo così, delle visite a Giorgio Napolitano nella camera ardente allestita al Senato per ospitarne il feretro in vista dei funerali laici di Stato, che si svolgeranno domani nell’aula di Montecitorio. Dove egli visse gran parte della sua esperienza politica da deputato, capogruppo del Pci e presidente dell’assemblea per partecipare poi al primo governo di Romano Prodi come ministro dell’Interno, salire al Quirinale nel 2006 rimanendovi non sette ma nove anni, con la prima rielezione nella storia della Repubblica, e infine tornare di diritto come ex capo dello Stato al Senato, mandatovi già nel 2005 da Carlo Azeglio Ciampi per alti meriti.
“Il Papa a sorpresa dall’amico presidente”, ha titolato la Repubblica di carta. Ma a sorpresa perché, dopo che Francesco aveva pubblicamente pregato per lui e invitato i fedeli in Piazza San Pietro a partecipare alla sua apprensione per l’imminente fine del presidente emerito e “servitore della Patria” ? Più specifica e motivata la sorpresa del Giornale. Che, dopo avere definito Napolitano “il peggiore” dei presidenti succedutisi al Quirinale, ha accusato il Papa di non avere accompagnato la sua preghiera davanti al feretro col segno della croce “per non urtare i compagni” del morto.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, criticata la sera stessa della morte di Napolitano per un comunicato “stitico” di ricordo e omaggio dello scomparso, è arrivata nella camera ardente di Palazzo Madama scortata dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Ma più della scorta di La Russa, non deve essere piaciuta ai critici e agli avversari della premier la sua posa, poco o per niente contrita, nei tre passaggi per la camera ardente: alla firma del registro, davanti al ritratto del presidente, nella sosta davanti al feretro -neppure lei facendosi il segno della croce, pur dichiaratamente cristiana- e infine stringendo le mani alla vedova. Caspita, neppure una lacrima è riuscita la Meloni a spremere da quei suoi occhioni.
Molto particolare, come al solito, la partecipazione del Fatto Quotidiano al lutto nazionale con le sue “cattiverie” di prima pagina. Oggi l’associazione fra la morte di Napolitano e quella del capomafia Matteo Messina Denaro perché “forse Dio vuol sentire entrambe le versioni” delle famose trattative nel cui processo si cercò a suo tempo di coinvolgere il presidente della Repubblica intercettandolo al telefono con Nicola Mancino, poi assolto. Nella “cattiveria” di ieri l’associazione era stata fatta per raccomandare a Messina Denaro di allungare l’agonia “sennò Dell’Utri e Cuffaro non saprebbero a quale funerale partecipare”.
il manifesto, con tutte le minuscole graficamente obbligatorie del quotidiano ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista, ha relegato in fondo alla prima pagina un richiamo di due articoli a pagina 6 sulla “festa grama per Meloni a un anno dalle elezioni” vinte dalla leader della destra, nonchè sulle “opposizioni in affanno”.
Sempre in prima pagina- ma un po’ più sopra del manifesto– Il Corriere della Sera ha richiamato un articolo di Antonio Polito di pagina 11 sul primo anno di governo, pur non ancora compiuto essendo stato formato un mese dopo le elezioni, in cui la compagine ministeriale della prima donna, e di destra, a Palazzo Chigi viene paragonata a “una squadra di calcio alla sua prima volta in Champions League” che “alla fine del primo tempo non ha preso gol”.
la Repubblica, con la minuscola dell’articolo e la maiuscola del resto, per quanto di carta, ha invece aperto -come si dice in gergo tecnico- con le mani della Meloni sugli occhi e un editoriale del direttore Maurizio Molinari intitolato “L’anno nero e le due strategie del governo sovranista”, considerato anche “aggressivo sui migranti, dirigista nell’economia e securitario sui diritti”. Ma non sono bastate né la sintesi o l’incipit dell’editoriale, perché Molinari ha allestito nell’occasione una squadra di diciannove giocatori, compreso lui, il capitano, da mettere in campo contro il governo in un inserto di lunga lettura. Eccovi i nomi degli altri diciotto, tutti stampati in ordine rigorosamente alfabetico: Natalia Aspesi, Corrado Augias, Marco Belpoliti, Michele Bucci, Carlo Bonini, Stefano Cappellini, Tommaso Ciriaco, Giuseppe Colombo, Valentina Conte, Simonetta Fiori, Stefano Folli, Emanuele Lauria, Ezio Mauro, Luca Pagni, Michele Serra, Claudio Tito, Alessandro Ziniti e Corrado Zunino. Ciascuno di questi avrà probabilmente pensato di avere quanto meno tirato contro la porta della Meloni mettendola in difficoltà, se non smentendo l’imbattibilità percepita da Antonio Polito sul Corriere. Farei tuttavia un’eccezione per il mio amico Folli, che se l’è presa solo contro Matteo Salvini, impegnato secondo lui con gli avversari a battere la sua premier scavalcandola a destra.
Mi chiederete: e il Fatto Quotidiano ? Se l’è cavata peggio del manifesto, essendo prevalso sull’antimelonismo l’antinapoletanismo con un editoriale sullo scomparso presidente emerito della Repubblica, declassato nel titolo da migliorista a “Peggiorista”, con la maiuscola. “Ci vuole un bel talento -ha scritto Marco Travaglio- a fare il parlamentare per 70 anni, il presidente della Repubblica per nove, il presidente della Camera per 5, il ministro dell’Interno per 2 senza mai azzeccarne una. Quindi Napolitano di talento ne aveva da vendere”. I cinque anni attribuiti a Napolitano come presidente della Camera furono, in verità, meno di due, essendo finita molto in anticipo quella legislatura strozzata praticamente dalla magistratura fra gli applausi anche di Travaglio allora al Giornale.
Morto quasi centenario dopo giorni di agonia in un’ora -alle 19,45- scomodissima per i giornali, costretti a rifare le prime pagine e a sostituirne alcune all’interno per fare posto a quelle pur confezionate nei giorni scorsi, quando si apprese che le condizioni del presidente emerito della Repubblica si erano aggravate, Giorgio Napolitano si sarebbe scusato del “disturbo” se avesse potuto farlo.
Il rimpianto politico e mediatico per la sua morte è quasi generale, e giustificato per le qualità di un uomo che, salito sino al vertice della Repubblica, prima ancora di essere rieletto per un secondo mandato si era guadagnato l’amichevole soprannome di Re. Diventato spregiativo, purtroppo, solo per pochi, ostinati a criticarlo e demonizzarlo anche dopo la sua scomparsa.
Proprio all’”ultimo Re” gridato nel titolo di prima pagina, perché non vi fossero fraintendimenti circa una conversione o comunque il riconoscimento di avere, per esempio, sostenuto in occasione della rielezione che Napolitano avesse tramato al Quirinale per ottenerla,, Il Fatto Quotidiano ha aggiunto la più perfida -credo- delle sue pur abituali “cattiverie” di prima pagina. “Sarà cremato come le sue intercettazioni”, vi si legge alludendo al ricorso dell’allora Capo dello Stato alla Corte Costituzionale che impedì praticamente alla Procura della Repubblica di Palermo di coinvolgerlo nel cervellotico processo sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi. Cervellotico, non per una mia capricciosa opinione ma per le conclusioni cui sarebbe giunta la stessa magistratura.
Fa il paio, purtroppo, con la “cattiveria” del Fatto Quotidiano il pesante giudizio espresso dal Giornale che fu di Indro Montanelli nell’editoriale dell’appena tornato direttore Alessandro Sallusti. Che ancora attribuisce la caduta dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, e in qualche modo anche la sua successiva condanna per frode fiscale e decadenza da senatore, non a sfortunate congiunture internazionali e, certamente, alla durezza della lotta politica condotta dagli avversari ma personalmente anche, o soprattutto, alla partigianeria di Napolitano. Che pure aveva impedito nel 2010 la caduta di Berlusconi per mano dell’allora presidente della Camera e leader della destra Gianfranco Fini.“E’ morto un comunista -ha scritto Sallusti- che ha saputo farsi camaleonte e usare la democrazia a suo piacimento per fini politici di parte. Dopo Oscar Luigi Scalfaro (se non alla pari), penso che Napolitano sia stato il peggior presidente della Repubblica. Ci inchiniamo di fronte alla sua morte, non di fronte alla sua vita”.
Una delle sfortune del compianto Silvio Berlusconi, offertosi a suo tempo addirittura a controfirmare il decreto di nomina di Mario Monti a senatore a vita, propedeutico alla sua successione a Palazzo Chigi, è stata quella di avere avuto sostenitori come Alessandro Sallusti.Non scrivo altro.
Se Massimo D’Alema è stato il primo e sinora unico dirigente proveniente dal Pci e salito alla guida di un governo in Italia, presiedendone addirittura due in un solo anno e mezzo, Giorgio Napolitano è stato il primo e unico a salire ancora più in alto, al Quirinale. Ma già prima era stato ministro dell’Interno al Viminale: un’altra postazione che sembrava impossibile per un politico della sua provenienza.
Al Quirinale da presidente della Repubblica egli si guadagnò in breve tempo, per l’energia messa nell’esercizio delle sue funzioni, il soprannome più cordiale che critico di “Re Giorgio”. E vi rimase non per sette anni, quanto dura il mandato del capo dello Stato, ma nove, essendo stato confermato quasi plebiscitariamente alla scadenza, nel 2013, con 738 voti su 1007 fra senatori, deputati e delegati regionali. La prima volta i voti favorevoli erano stati 543.
Il presidente rieletto sarebbe rimasto per tutto il secondo mandato, sino al 2020, se volontariamente non vi avesse rinunciato dopo due anni per stanchezza fisica dichiarata ma francamente dubbia. Ho sempre avuto il sospetto che egli avesse lasciato per un misto di delusione e preoccupazione procuratogli dai metodi un po’ spicci, diciamo così, con i quali Matteo Renzi, da lui nominato presidente del Consiglio nel 2014, guidava il governo e insieme il Pd, dove erano confluiti i resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli ambientalisti e liberali. Proprio per quei metodi spicci, ostentati presentandosi al Senato con le mani in tasca e l’annuncio che quella che stava chiedendo sarebbe stata l’ultima fiducia di quell’assemblea ad un governo, la riforma costituzionale cui tanto teneva anche il capo dello Stato sarebbe stata bocciata in un referendum improvvidamente trasformato dal presidente del Consiglio in un plebiscito su se stesso. Ma a quel punto, per stanchezza -ripeto- dichiarata ma dubbia, Napolitano aveva già lasciato il Quirinale, sostituito da Sergio Mattarella.
Nei nove anni di Presidenza della Repubblica Napolitano non era mai riuscito a raggiungere la popolarità del socialista Sandro Pertini, l’uomo più a sinistra che lo avesse preceduto al vertice dello Stato. Lui, del resto, nell’esercizio delle sue funzioni non aveva mai puntato sulla popolarità, anche a costo di strappi come quelli compiuti da Pertini sostituendosi al governo nella composizione di una vertenza dei controllori di volo che minacciava di paralizzare il traffico aereo, quanto sull’ordine nei rapporti fra le istituzioni, anche a costo di procurare grosse delusioni a chi magari aveva fatto qualche affidamento su di lui non dico per sovvertire quell’ordine ma per ricavarne un vantaggio nella eterna lotta politica.
Nell’autunno del 2010, per esempio, l’allora presidente della Camera Gianfranco Fini ruppe clamorosamente la maggioranza di centrodestra che lo aveva peraltro portato al vertice di Montecitorio in cambio del ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Una mozione di sfiducia contro il governo promossa dai finiani, e preparata sin nell’ufficio dello stesso Fini, venne praticamente bloccata da Napolitano intimando di fatto alle Camere di sgomberare prima il campo dall’adempimento dell’obbligo di approvare entro la fine dell’anno il bilancio dello Stato. E quando la mozione fu finalmente messa ai voti perse Fini e vinse Berlusconi, che nel frattempo aveva voluto e saputo serrare le file del centrodestra.
La crisi sopraggiunse dopo un anno, con l’arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi, previa la sua nomina a senatore di a vita con la voglia peraltro di Berlusconi di controfirmane la nomina, ma non per questo la situazione politica svoltò a favore di Fini. Che nelle elezioni anticipate del 2013, pur ricandidandosi alla Camera in uno schieramento allestito a sorpresa da Monti, non riuscì a tornarvi.
Non meno forte -credo- fu la delusione procurata da Napolitano all’amico ed ex compagno di partito Pier Luigi Bersani nel 2013, quando gli tolse l’incarico affidatogli di presidente del Consiglio, declassandolo a pre-incarico, per impedirgli di formare un governo poco ortodosso, diciamo così, per la nostra Costituzione: un governo dallo stesso Bersani definito con una certa imprudenza “di minoranza e combattimento”. Esso avrebbe dovuto guadagnarsi strada facendo la fiducia e non so cos’altro dei grillini arrivati in Parlamento per aprirlo come una scatola di tonno o sardine.
Di militanza comunista, avendo visto nella forte organizzazione del Pci una condizione decisiva per la lotta al fascismo, ma di formazione culturalmente liberale, come per certi versi il più anziano Giorgio Amendola, non fu certamente per caso che Napolitano si trovò spesso al Quirinale a ispirarsi all’azione e alle prediche per niente inutili di Luigi Einaudi. Al quale si richiamò, per esempio, motivando il clamoroso ricorso alla Corte Costituzionale contro il sostanziale tentativo della Procura di Palermo di coinvolgerlo nelle indagini e nel processo, intercettandone il telefono, sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia negli anni delle stragi. Di Einaudi, in particolare, Napolitano ricordò il monito ai successori a trasmettere intatti i poteri del presidente della Repubblica, da chiunque minacciati: anche da una magistratura il cui Consiglio Superiore peraltro è costituzionalmente presieduto dallo stesso Capo dello Stato.
Quel ricorso di Napolitano alla Corte Costituzionale è generalmente indicato fra gli atti più significativi della sua Presidenza con riferimento ai rapporti fra politica e giustizia, o fra politica e magistratura. Senza volergli togliere nulla, per carità, e liberandolo dall’aspetto personale sostanzialmente rimproveratogli da un critico come il presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky, che immaginò i giudici della Corte quasi intimiditi dall’iniziativa di Napolitano che ne aveva nominati alcuni, considero ancora più significative, sul piano politico e istituzionale, le distanze dalla magistratura prese da Napolitano commentando la vicenda giudiziaria di Bettino Craxi.
Ciò avvenne in una lettera pubblica alla vedova scritta nel decimo anniversario della morte del leader socialista. In essa il presidente della Repubblica e -ripeto- presidente del Consiglio Superiore della Magistratura lamentò due cose delle quali non so francamente quale possa e debba tuttora considerarsi più grave: il “brusco cambiamento” intervenuto nei rapporti fra giustizia e politica, e quindi nell’equilibrio fra i poteri, con la gestione delle indagini sul finanziamento tanto illegale quanto diffuso dei partiti e la “severità senza pari” -testuale anch’essa- adottata contro Craxi. Del quale peraltro Napolitano anche nel Pci, da dirigente di minoranza, aveva preso le difese politicamente in anni ben precedenti alle cosiddette “Mani pulite”: per esempio, all’epoca della cosiddetta “solidarietà nazionale”, contestando la discriminazione contro i socialisti accettata o -peggio ancora- chiesta da Enrico Berlinguer per appoggiare dall’esterno, tra astensione e regolare voto di fiducia, un governo monocolore democristiano: del quale non facessero parte i comunisti ma neppure i socialisti, appunto.
Diffuso dal Dubbio on line venerdì sera 22 settembre 2023 e pubblicato sabato 23 settembre
A un anno dalle elezioni vinte dal centrodestra a sua trazione personale e politicaGiorgia Meloni può ben sentirsi ed essere soddisfatta. E ciò a dispetto dell’annuncio un po’ troppo prematuro della fine della ”luna di miele” fatto recentemente dal Corriere della Sera per un calo del gradimento personale, “per la prima volta” sotto il 50 per cento, rilevato da un sondaggio Ipsos raccontato e analizzato da Nando Pagnoncelli.
Anche se si volesse preferire, come ha fatto ieri La Stampa, il sondaggio meno generoso della Euromedia di Alessandra Ghisleri, che attribuisce ai fratelli e sorelle d’Italia il 27,6 per cento delle intenzioni di voto, contro il 30 e più dell’Ipsos, la premier potrebbe vantarsi di aver fatto guadagnare al suo partito più di un altro punto e mezzo. E di avere portato il centrodestra. o destra-centro, dal 43,8 al 45,7 per cento.
In sofferenza nella coalizione di maggioranza – più che comprensibilmente dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi- è solo Forza Italia, scesa dall’8,1 al 7 per cento attribuitole da Euromedia fra la sorpresa, la delusione e quant’altro -credo- del Riformista di Matteo Renzi. Che proprio ieri, sbandierando un altro rilevamento, attribuiva meno del 6 per cento ai forzisti e dava quindi ad Antonio Tajani dell’”insufficiente. Il sogno di Renzi e del suo nuovo “Centro” è di fagocitare appunto Forza Italia, strappando alla buonanima del Cavaliere ciò che in vita gli aveva sempre negato, anche quando a perorarne la causa, con tanto di libro e di articoli sul Foglio, era un comune amico come Giuliano Ferrara: la sua adozione come “royal baby”.
A un tale riconoscimento non è oggi disponibile neppure l’ex ministra forzista Letizia Moratti, che ha annunciato al Giornale il suo rientro nel centrodestra per “rafforzarne -ha detto- quella componente” moderata senza la quale “la coalizione oggi al governo potrebbe slittare fatalmente ancora più a destra, accentuando uno spostamento all’estrema già in corso con conseguente disagio di una parte non trascurabile dell’elettorato”. Un disagio che Ferrara smentisce titolando, sempre sul Foglio: “Meloni una di noi, chi l’avrebbe detto”.
In una situazione di espansione e non di arretramento della maggioranza, per non parlare dello sbandamento delle opposizioni divise fra di loro, appare quanto meno paradossale il rimprovero mosso alla Meloni da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di avere fatto peggio di Benito Mussolini col suo primo governo, rinchiudendosi “in una sorta di ridotto della Valtellina” identitario o, se si preferisce evitare infelici memorie, in una sorta di quadrato di Villafranca, costituito da compagni quasi di scuola, da fedelissimi della prim’ora, da vecchi militanti amici, da congiunti e parenti stretti, che tutti quindi le debbono tutto”. Al professore, in un’auto con tanto di cambio ancora a mano, è un po’ scivolato il piede sulla frizione.
Di “ottuso e cieco” non c’è solo il rigore temuto, denunciato e quant’altro dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, affiancato in Sicilia dal suo omologo tedesco, accennando al patto europeo di stabilità che rischia di essere ripristinato dopo la sospensione dovuta al Covid. Di ottuso e cieco c’è anche, anzi ancor di più,a livello planetario il comportamento dell’Onu confermato nell’assemblea generale alla quale hanno appena inutilmente parlato il presidente ucraino Gustavo Zelensky, vittima col suo popolo dell’aggressione russa, e la premier italiana Giorgia Meloni. Che ha lanciato un appello a “una guerra globale e senza sconto ai trafficanti di essere umani”, ormai diventati con la loro rivoltante attività nelle acque del ;editerraneo, evocativa della schiavitù e a spese soprattutto dell’Italia, “la mafia più ricca del mondo”.
“L’Italia resta sola”, ha titolato Repubblica non per dolersene -temo- ma per compiacersene, trattandosi della corazzata di carta della flotta antigovernativa. Non una parola, un aggettivo, un avverbio contro questo costoso rottame che è ormai diventato, a 78 anni dalla sua ottimistica fondazione negli Stati Uniti, un organismo cui l’Italia contribuisce ogni anno versandogli la bellezza di 357 milioni e rotti di dollari. O addirittura 700, secondo i calcoli del vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture, leader della Lega e non so cos’altro Matteo Salvini, forse includendovi le spese sostenute direttamente dal governo italiano per finanziare la partecipazione dei nostri militari alle missioni internazionali di pace e sorveglianza.
Quello dell’Onu è un rottame che a dispetto del suo peso vola nel cielo trascinandosi appresso, nella vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, la premier Meloni. E non solo Zelensky. Che, se non fosse stato difeso dagli americani e dagli alleati della Nato, Italia compresa, sarebbe stato appeso dai russi ad una forca nella sua Kiev entro tre giorni, secondo i piani di Putin, dall’’inizio dell’invasione. O dalla sua ripresa, se vogliamo conteggiare la precedente annessione della Crimea purtroppo festeggiata anche dal compianto Silvio Berlusconi, accorso sul posto ad onorare l’amico.
Davide Giacalone ha scritto oggi sulla sua Ragione che “la Russia di Putin è divenuta la nemica di questo splendido monumento all’imperfezione perché, avviando una guerra imperialistica e sedendo nel Consiglio di Sicurezza Onu”, dove dispone del diritto di veto, “mina le basi dell’equilibrio”. E dove mettiamo, caro Davide, l’aiuto sistematico dei paesi che, anziché ritirarsene di corsa, partecipano ad uno spettacolo di sostanziale viltà o ipocrisia?
Spiace davvero dover pensare e scrivere queste cose dell’Onu nel momento in cui ne è segretario generale un amico dell’Italia come il portoghese Antonio Guterres, riparato a Roma durante la dittatura nel suo paese e assunto dal Partito Socialista.