I pretoriani di Sholz nel salotto televisivo di Lilly Gruber

Chi ha avuto la possibilità di seguire ieri sera la puntata salottiera di Lilli Gruber su la 7  ha assistito ad un altro spettacolo del tafazzismo nazionale. Quando il direttore di Libero Mario Sechi si è permesso di sottolineare, in vista del vertice europeo a Granada, la rinuncia della Germania alla proposta di una risoluzione contenente un passaggio a favore delle navi del volontariato – comprese o a cominciare da quelle battenti bandiera tedesca che soccorrono i migranti mandati a morire in mare dagli scafisti e pretendono di scaricarli praticamente tutti sulle coste italiane, perché le più vicine e le meno onerose per gli armatori-  è scattata nel salotto, fra ospiti seduti e ospiti collegati, una gara a contestare la rappresentazione di un successo del governo italiano. Di cui è arcinota la protesta, levatasi personalmente dalla Meloni, contro le abitudini, chiamiamole così, delle navi delle organizzazioni non governative, particolarmente di quelle tedesche, alcune delle quali finanziate e non solo protette da Berlino con la sua bandiera.

         Non contenta di avere condotto il dibattito con la solita formula di quattro contro uno, comprendendo fra i quattro lei stessa tra parole e smorfie, la Gruber ha voluto trafiggere il direttore di Libero con una freccia avvelenata della Meloni, costituita da un’ammissione fresca di agenzie di “errori di comunicazione” imputabili al suo governo in questo primo anno di vita, per una parte del quale proprio Sechi è stato il responsabile. L’ospite ha cercato persino di scherzarci sopra ma la Gruber ha infierito mimicamente.

         Alla Gruber e ai suoi ospiti che, quasi come pretoriani di Scholz, hanno contestato il successo sul cancelliere attribuito alla Meloni saranno probabilmente apparse oggi come le solite baggianate i titoli del Giornale e della Verità, di area di centrodestra. Che hanno annunciato, rispettivamente, “Berlino si arrende all’Italia” e “La Germania si arrende” e basta, come nel 1945, senza bisogno questa volta del suicidio del cancelliere.

         Ma, ahimè, anche il manifesto ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista ha trasformato il prudente “stralcio” della proposta tedesca al vertice di Granata annunciato dal Corriere della Sera in una “marcia indietro di Berlino”. Non parliamo poi del soccorso involontariamente prestato a Sechi, e alla premier, da Piero Sansonetti in persona sull’Unità.

         Sotto un titolo nerissimo sulla Germania che “si arrende su ong”, cioè sulle navi di soccorso del volontariato alla merce umana degli scafisti, Sansonetti ha personalizzato il successo della Meloni, peraltro moltiplicato dalla “smentita” della ministra degli Esteri tedesca da parte di Sholz. E, desolato, ha aggiunto: “Ha vinto la spinta xenofoba che dilaga in tutto il continente e contagia i partiti, terrorizzati ben oltre l’estrema destra. Travolta anche la mitica socialdemocrazia tedesca (povero Brandt!). E’ un giorno abbastanza buio per la nostra civiltà”. E forse anche per la Gruber.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Attenta Schlein, la Meloni non c’entra con la tragedia stradale di Mestre

Calma, signora Schlein e ospiti del salotto mediatico mobilitato contro la caccia di Giorgia Meloni al nemico di turno di cui il governo avrebbe bisogno per sentirsi tonico e, insieme, distrarre l’attenzione dai problemi che lo starebbero travolgendo. Alla guida del pullman precipitato dal cavalcavia di Mestre con un bilancio da tragedia, strage, apocalisse, secondo i vari titoli dei giornali giustamente colpiti dai 21 morti sinora accertati e 15 feriti, dei quali 5 in gravissime condizioni, era un italiano sì, Alberto Rizzotto, del Trevigiano, ma non un parente, neppure alla lontana, della premier e, più in generale, dei suoi fratelli e sorelle d’Italia.

Il poveretto, fra i primi a morire, aveva perso il controllo del suo mezzo, che trasportava turisti tedeschi, ucraini, francesi e croati diretti a un campeggio, perché colto da malore. Non per una spericolata manovra nell’inseguimento del nemico del giorno della Meloni segnalatogli dal presunto, apposito ufficio di Palazzo Chigi. Cui oggi il solito Fatto Quotidiano dedica un articolo di Alessandro Robecchi doverosamente richiamato in prima pagina.

A proposito della deploratissima caccia giornaliera di Meloni al nemico, vorrei segnalare sempre alla signora Schlein e ospiti del salotto antigovernativo che al Consiglio Superiore della Magistratura, dove di solito non si nega a nessuno una cosiddetta “pratica a tutela” del giudice o del pubblico ministero caduto nelle critiche o negli attacchi di uomini e donne del governo e della maggioranza, questa volta si è avvertita qualche difficoltà a proteggere all’istante, o a prescindere, la toga e la persona di Iolanda Apostolico. Che nel tribunale di Catania, lasciando “basita” la premier, si è sostituita ai giudici del palazzo della Consulta contestando una norma del cosiddetto decreto Curto, e liberando non si sa ancora di preciso se tre o quattro migranti tunisini a dir poco irregolari, perché in contrasto, fra l’altro, con l’articolo 10 della Costituzione. Non è per niente scontato che la pratica a tutela della giudice in servizio a Catania dopo il percorso in commissione riesca a passare nel plenum, cioè nell’aula, del Consiglio Superiore.

Sempre a proposito della caccia di Meloni al nemico del giorno, segnalo infine alla Schlein e amici o compagni che qualcosa da ridire al cancelliere Sholz -come ha fatto appunto la Meloni-  sui rapporti economici e d’altro tipo con le navi del cosiddetto volontariato battenti bandiera tedesca, e use a scaricare sempre sulle coste italiane i migranti soccorsi in mare e sottratti alla morte messa nel conto dagli scafisti, hanno avuto anche a Berlino e a Bruxelles. A Berlino, in particolare, l’ex presidente del Bundestang Wolfang Schauble, già potente ministro del Partito Popolare e cancelliere,, e a Bruxelles il presidente  del Consiglio Charles Michel, intervistato oggi dal Corriere della Sera.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it    

La politica divisa fra il nemico fisso della Schlein e quello giornaliero della Meloni

Fiera evidentemente di avere scelto un nemico fisso, che è naturalmente il governo in carica, peraltro non accorgendosi che a insidiare l’elettorato del suo Pd più di Giorgia Meloni è Giuseppe Conte, col quale mezzo Nazareno vorrebbe tornare ad allearsi, la segretaria Elly Schlein ha contestato alla premier di cercarsi “un nemico al giorno”. L’altro ieri, diciamo così, il cancelliere tedesco Olaf Sholz, col quale tuttavia “si tratta a Berlino” secondo il titolo di apertura del Corriere della Sera, e ieri la giudice che a Catania, sostituendosi alla Corte Costituzionale, ha trovato illegittimo una norma in vigore, adottata dal governo con procedura d’urgenza  e controfirmata dal presidente della Repubblica. E ha perciò liberato tre o quattro tunisini clandestini dal trattenimento disposto dalle autorità competenti.

         Era naturalmente scontato che Schlein fosse spalleggiata nella sua protesta contro la protesta, a sua volta, della Meloni da Repubblica, corsa a scomodare Montesquieu con Carlo Galli, e da Domani, il giornale che Carlo De Benedetti ha fondato dopo che i figli gli hanno fatto perdere il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. “Il governo fallisce e cerca nemici”, ha titolato  appunto Domani in concorrenza col Fatto Quotidiano che ha gridato: “Lapidano la giudice perché fa il suo dovere”. Come  se -ripeto- toccasse a una giudice ordinaria lapidare un decreto legge e non alle Camere, bocciandolo, o ai giudici costituzionali trovandolo in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione imprudentemente citato dalla magistrata che ha sorpreso, anzi “basito” la premier.

         Meno scontati ho trovato “il fallo di reazione” avvertito e denunciato da Avvenire, il giornale dei vescovi italiani che dovrebbe almeno astenersi da dispute di questo genere, e Il Foglio. Che sotto un titolo falsamente neutro come “Il governo e la giudice” ha scritto che “sui migranti Meloni attacca il tribunale di Catania travisando la sentenza”. Ma quale travisamento di una sentenza nella quale si accoglie il ricorso dei migranti clandestini, e passibili di estradizione, sostituendosi alla Consulta nel dichiarato violato un articolo della Costituzione ?

         In attesa di assistere all’epilogo di questa vicenda nella sede propria, che è quella giudiziaria essendo stato preannunciato il ricorso del Ministero dell’Interno alla Cassazione, non ha forse avuto torto il mio amico Mattia Feltri a scrivere sulla Stampa, pur dello stesso gruppo editoriale di Repubblica, che i magistrati, insorti con il loro sindacato contro la Meloni “basita”, “hanno perso la fiducia dei cittadini perché il loro enorme potere è, o quantomeno appare, un abuso di potere”. E non ha avuto torto neppure Claudio Velardi a scrivere sul Riformista che la sinistra una volta si riconosceva negli avvocati davvero del popolo -qual era, per esempio, Filippo Turati- e ora in magistrati impegnati nella “resistenza solo per tutelare i loro eterni privilegi corporativi e di casta”.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Giuliano Amato si è ormai specializzato nelle sorprese e nei sorpassi

A 85 anni belli che compiuti, per quanto molto ben portati e quindi non ostativi a qualche nuovo incarico, Giuliano Amato ha avuto facile gioco a tirarsi fuori dalla gara alla quale altri lo hanno iscritto per la guida di un nuovo, pur improbabile governo tecnico, dopo quelli di Lamberto Dini, di Mario Monti e di Mario Draghi succedutisi durante la cosiddetta seconda Repubblica. Che pure era nata nel 1994 con la vittoria elettorale di un Silvio Berlusconi spinto a Palazzo Chigi direttamente da chi ne aveva votato la candidatura nelle urne, ma nominato un po’ controvoglia dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

  Ciò contribuì non poco a far cadere il nuovo presidente del Consiglio in circa nove mesi ad opera di un ancora imprevedibile alleato come Umberto Bossi. Il quale raccontò poi personalmente delle feste, o quasi, che Scalfaro gli faceva al Quirinale quando egli cominciò a manifestare insofferenza e voglia di crisi, trattenuto solo dal timore di elezioni anticipate di cui il capo dello Stato lo liberò promettendogli di non ricorrervi se Berlusconi fosse stato costretto alle dimissioni. E in effetti a succedere al Cavaliere fu chiamato come tecnico il ministro del Tesoro Dini, durato ben più dei quattro o cinque mesi che Berlusconi si aspettava dicendo che tanti gli erano stati promessi al Quirinale. Dini durò più di un anno, sino a quando si andò alle elezioni anticipate nelle condizioni in cui la sinistra riteneva di essersi attrezzata candidando con successo Romano Prodi.

Ma torniamo a Giuliano Amato e alla sua scarsa o nessuna voglia di tornare come tecnico a Palazzo Chigi dopo esservi già andato come politico nel 1992 e nel 2000. Ipotizzarlo “non so se sia più penoso o più comico” alla sua età pur “in un Paese di anziani”, ha detto Amato rispondendo all’ultima domanda di un’altra intervista fattagli da Repubblica: meno clamorosa di quella sulla strage aerea di Ustica del 1980 ma politicamente più pregnante e attuale, non a caso titolata sul tema scottantissimo dell’immigrazione così malamente affrontato e gestito un po’ da tutti in Europa. Dove Amato non si dà pace che “oggi si accolga”, almeno sulla carta, “chi è perseguitato da un regime e si respinga chi è perseguitato dalla fame”. “Questo -ha detto- è inammissibile sul piano dei diritti umani. L’Europa deve riconoscere lo status di rifugiato economico”.

La premier Meloni, proiettatasi un pò troppo in avanti col suo cosiddetto “piano Mattei” per combattere la miseria in Africa, non avrà molto gradito. Ma a me il ragionamento dell’ex presidente del Consiglio e ora presidente emerito della Corte Costituzionale sembra a dir poco ragionevole, anzi dovuto sul piano morale, anche se Maurizio Belpietro ha titolato sulla sua Verità contro “l’invasione dei rifugiati economici” e accusato Amato di volerci “impoverire” già dal lontano 1992, quando il suo primo governo prelevò nottetempo il 6 per mille dai conti correnti bancari degli italiani.

Poiché col passare degli anni mi sembra che egli abbia preso il gusto di spiazzare l’interlocutore di turno, nella sua nuova intervista a Repubblica Amato ha voluto in qualche modo tornare al discorso celebrativo su Giorgio Napolitano, nel giorno dei funerali di Stato a Montecitorio, per aggiungere ciò che non aveva detto, non so se per ragioni di tempo o di opportunità, dopo che un figlio in persona dello stesso Napolitano ne aveva riconosciuto “cause sbagliate” e non solo giuste. Cause sbagliate -avevano tutti opportunamente pensato- come quella del 1956 per la repressione sovietica della rivoluzione ungherese, quando il segretario del Pci Palmiro Togliatti si compiaceva sorseggiando vino rosso e l’Unità usciva su tutta la prima pagina con questo titolo raccapricciante: “Le bande controrivoluzionarie vengono costrette alla resa dopo i loro sanguinosi attacchi contro il potere socialista”.

Ebbene, pur iscrittosi al Psi piuttosto che al Pci proprio dopo i fatti d’Ungheria, un sorprendente Amato ha voluto chiedersi  “quasi settant’anni dopo” se, rimanendo nel partito comunista senza dissentire uomini come Giorgio Napolitano, “ebbero davvero torto coloro che pensarono che far disperdere quel patrimonio umano sarebbe stato un errore”. “Io escludo -ha aggiunto o spiegato Amato, come per giustificare il compianto presidente emerito della Repubblica- che Giorgio fosse personalmente sensibile al mito di Mosca, che aveva anche aspetti  grotteschi, ma è un fatto che fosse una componente identitaria a lungo essenziale per preservare l’unità” del Pci, preferita in effetti anche da Giorgio Amendola ad ogni altra esigenza o evenienza.

“Oggi ripenso -ha insistito Amato- alla scelta difficile di chi rimase come Giorgio (Napolitano). Io resto ma farò tutto quello di cui sono capace -ha detto come ventriloquo dell’amico in quell’orribile 1956- per radicare il mio partito nel sistema democratico italiano. Un’impresa ardua e coraggiosa”. Che Amato ritiene evidentemente svolta a dovere da Napolitano, senza il quale in effetti  il Pci difficilmente avrebbe rinunciato a vedere l’Europa solo come il continente dei monopoli e del capitalismo. E quindi ad opporvisi. 

Ma le sorprese del bis di Amato a Repubblica non finiscono qui. Si spingono sino a sottrarsi da parte dell’intervistato al tentativo di strappargli una critica ad una destra, secondo l’intervistatrice Simonetta Fiori, anche visivamente fredda, se non ostile a Napolitano morto. “Questa delle due Italie -ha detto Amato- è un’immagine ricorrente nelle cronache dei funerali. Posso solo prenderne atto, non avendo potuto scorgere i volti di chi ascoltava. E comunque bisogna apprezzare che quasi tutto il governo abbia presenziato. Certo è che queste due Italie devono dialogare tra di loro”. Volenti o nolenti, specie nel luogo etimologicamente preposto al dialogo che è il Parlamento. Come dargli torto?

Pubblicato sul Dubbio

La corsa vignettistica, più che politica, al governo dei tecnici

Mentre la Repubblica, quella di carta, mobilita il suo ex direttore Ezio Mauro per trattare “gli spettri tecnici” che tormenterebbero Giorgia Meloni, ma forse anche la sua principale rivale Elly Schlein al Nazareno, sul Corriere della Sera il buon Emilio Giannelli, occupando meno spazio di un editoriale di media lunghezza, la butta in barzelletta, o quasi. E sorprende la Meloni che grida al suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alle prese con una perdita d’acqua, o d’altro, dietro una parete: “Non voglio sentir dire che ci vuole un tecnico!!”.

         Ma oltre che farci ridere Giannelli fa ripetere alla Meloni l’errore commesso qualche giorno fa a Malta, quando la premier cadde nella trappola tesale dai giornaloni che fantastificavano di un governo tecnico. Vi cadde sfidando i presunti complottardi a provarci, cioè prendendo sul serio la questione. E mettendo una volta tanto d’accordo suo cognato Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura eccetera eccetera, e il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio: entrambi convinti che, nel pur improbabile caso di una crisi simile a quella che investì nel 2011 l’ultimo governo di Silvio Berlusconi, la soluzione debba trovarsi nelle elezioni anticipate, non in un altro, a questo punto l’ennesimo governo tecnico, come quelli di Lamberto Dini, di Mario Monti e di Mario Draghi succedutisi fra il 1994 e il 2022, cioè l’anno scorso, sotto l’usbergo di tre presidenti della Repubblica: Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella.

         Sarebbero -date le condizioni delle opposizioni, divise fra di loro e all’interno di ciascuna di esse- elezioni destinate, ad occhio e croce, a risolversi nella conferma della maggioranza di destra-centro uscita dalle urne poco più di un anno fa. Magari -penserà forse non a torto la Meloni- con un allungamento delle distanze tra i fratelli e sorelle d’Italia e le altre componenti dell’alleanza, cioè la Lega di Matteo Salvini, per quanti sforzi stia facendo quest’ultimo di risalire la china, e la Forza Italia che il povero Antonio Tajani ha giocoforza ereditato da Silvio Berlusconi con la benedizione, nelle ultime ore, dell’ex direttore del Sole-24 Ore Roberto Napoletano, ora alla guida del Quotidiano del Sud. Che ha promosso il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, reduce dalle celebrazioni di Paestum,  a erede non solo o non tanto di Berlusconi quanto di Ugo La Malfa per serietà di programmi, visioni, comportamenti e altro ancora.

Il compianto Ugo La Malfa, come ricorderà anche il figlio Giorgio, veleggiava col suo Pri -Partito Repubblicano Italiano- fra il 2 e il 3 per cento dei voti, pur sapendoli gestire alla grande, per carità, ma in un sistema elettorale proporzionale che non c’è più. Era, persino più di quanto poi sarebbe stato il più corposo Psi di Bettino Craxi, l’ago della bilancia nei rapporti fra la Dc e gli alleati all’epoca del centrismo e del primo centro-sinistra, quello col trattino.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Alle prese con i migranti il governo fa i conti senza l’oste in toga

Tempo di miracoli per i giornali. Che fantasticano di governi tecnici tra retroscena e interpretazioni di qualche evento all’interno di un partito di opposizione, come ha fatto di recente La Stampa, e si compiacciono di essere presi sul serio, o quasi, dalla premier Giorgia Meloni irridendo al “complotto” da lei avvertito o denunciato. Di questo compiacimento è intriso l’editoriale dedicato oggi dal direttore di quel quotidiano, Massimo Giannini col titolo enfatico “La minaccia dei tecnici e l’autunno del rating”. Un autunno già minacciato caldo dalle opposizioni e dalla Cgil pensando alle piazze e che gli speculatori, sempre all’erta nei mercati finanziari, vorrebbero rovente.

         Derisa più o meno dai giornaloni che le hanno teso la trappola fantasticando -ripeto- su un nuovo governo tecnico dietro l’angolo, Marco Travaglio a sorpresa ha preso le difese della premier sul Fatto Quotidiano concludendo così il suo commento di giornata: “Anche il governo Meloni è pessimo”, come gli altri che l’hanno preceduto, fatta eccezione per il solito, presunto cavouriano Conte 2, “ma un anno fa ha avuto dagli elettori votanti la maggioranza in Parlamento. Se crolla, sono gli elettori che devono fare mea culpa e decidere chi mettere al posto. Il peggior governo politico è sempre meno peggio del miglior governo tecnico”.

         A dimostrazione della cattiva qualità del governo il direttore del Fatto nel  fotomontaggio di copertina ha travestito da magistrati il guardasigilli Carlo Nordio, il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, da sinistra a destra, titolando che “scrivono le leggi coi piedi e danno la colpa ai giudici” che, anziché applicarle, le disattendono. Infatti una giudice a Catania, Iolanda Apostolico, ha liberato 3 migranti tunisini  dal campo di raccolta da dove avrebbero rischiato l’estradizione senza pagare una cauzione. “Scafisti in toga”, ha titolato Mario Sechi su Libero vedendo nella sentenza una “sfida dei giudici al governo”. “I magistrati ci riprovano”, ha titolato Alessandro Sallusti sul Giornale.

         L’Unità, una volta tanto in sintonia col Fatto Quotidiano, si è compiaciuta dei “decreti spazza-profughi illegali” finiti sotto la ghigliottina giudiziaria, pur con l’annuncio del governo di fare ricorso. Il direttore Piero Sansonetti si è travestito da ingenuo, sorpreso e altro ancora scrivendo: “Ma vedi un po’ se tocca proprio a noi- cioè all’unico giornale totalmente garantista che ci sia in circolazione- difendere i magistrati! Però alle volte le cose sono troppo evidenti per chiudere gli occhi”. E ha condiviso, in particolare, la valutazione della norma disattesa dalla giudice come contrastante con l’articolo 10 della Costituzione.

         Eppure, caro Piero, l’organo preposto a giudicare della legittimità di una norma è la Corte Costituzionale, alla quale la magistrata di Catania avrebbe potuto rimettere la questione senza sostituirsi ai suoi “superiori”, chiamiamoli così, ed agire e comportarsi guadagnandosi il plauso solo dell’opposizione politica.

Ripreso da http://www.startmag.it

Meloni inciampa a sorpresa nel complotto di carta contro il suo governo

Pur cresciuta mangiando politica e cicoria, come direbbe Francesco Rutelli replicando una vecchia battuta autobiografica, la premier Giorgia Meloni è curiosamente inciampata a Malta, dove si trovava per un vertice europeo, nella trappola di un giornalista che l’ha interrogata sul tema tutto di carta di un governo tecnico. Tema sollevato sui giornali italiani: particolarmente quelli degli “Agnelli -ha titolato Il Giornale– che soffiano sullo spread”, senza peraltro riuscire a sollevarlo più di tanto. Esso infatti rimane ben sotto le punte che portarono nel 2011 l’ultimo governo di Silvio Berlusconi alla crisi e Mario Monti a Palazzo Chigi. Lo ha ricordato a suo modo Stefano Rolli nella sua vignetta sul Secolo XIX facendo dire alla Meloni che “lo spread non ci preoccupa” e ad un ascoltatore davanti alla televisione: “E’ proprio il Berlusconi day”, celebrato ieri a Paestum nell’ottantasettesimo anniversario della nascita dell’estinto.

         Anziché limitarsi a “sorridere”, come pure aveva dato inizialmente l’impressione di voler fare, la Meloni è caduta nella trappola accusando le opposizioni politiche e mediatiche di stare già facendo la lista dei ministri e denunciando l’avversione della sinistra, nella storia della cosiddetta seconda Repubblica, ai  governi eletti in qualche modo direttamente dai cittadini votando una certa coalizione con tanto di candidato a Palazzo Chigi. “Paura del governo tecnico”, ha sintetizzato e gridato la Repubblica. “Mai un governo tecnico”, è corsa dietro La Stampa, il cui ex direttore Marcello Sorgi ne ha rilanciato l’ipotesi richiamandosi, fra l’altro, ad “un serio e documentato articolo” pubblicato il giorno prima e firmato dalla  vicedirettrice Annalisa Cuzzocrea.

         Per valutare il carattere documentativo di questo articolo che ha tanto ispirato il mio amico Marcello mi limiterò a riferirvi che si faceva risalire ad un progetto di governo tecnico, da preferire alle elezioni anticipate con un Pd ridotto alle condizioni in cui si trova, persino la decisione appena presa al Nazareno dall’ex ministro Dario Franceschini di sciogliere la propria corrente e crearne una nuova e più estesa, non a caso paragonata ad un “arcipelago”, per cercare di consolidare la già traballante segretaria Elly Schlein.  Vecchi giochi di partito -direi- che si facevano anche nella Dc, da dove proviene non a caso Franceschini, ma che spesso sortivano o nascondevano  effetti opposti.

         Con questo incidente di politica interna, chiamiamolo così, finendo per accreditare una manovra più di carta -ripeto- che altro, la Meloni ha ridotto la visibilità del successo conseguito nella sua missione a Malta confermando un  rapporto privilegiato con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e col presidente francese Emmanuel Macron, e dando uno “schiaffo a Berlino” -altro titolo di Repubblica– con quell’accusa al cancelliere Olaf Sholz di volere fare “coi confini degli altri” solidarietà ai migranti selezionati dagli scafisti.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il primo compleanno mancato di Berlusconi, finito anch’esso in campagna elettorale

Oggi è il primo compleanno mancato di Silvio Berlusconi. Sarebbe stato l’ottantasettesimo se non fosse morto il 12 giugno scorso. Lo celebrano in tanti tra Paestum, scelta dai dirigenti del suo partito, e la villa di Arcore dove i familiari ne custodiscono le ceneri.

         Non volendo forse correre a Paestum per non mescolarsi a falsi amici che ne interruppero l’esperienza parlamentare in Forza Italia, né potendo presentarsi ad Arcore per mancanza di invito, il suo ancora fedele ammiratore Andrea Ruggieri, direttore responsabile del Riformista di  Matteo Renzi, gli ha voluto mandare gli auguri a mezzo stampa con un editoriale. Che definerei pesantuccio per il partito fondato dal Cavaliere nel 1994, a ridosso delle elezioni anticipate che avrebbe vinto sorprendendo tutti, o quasi. “Non tradirlo”, ha raccomandato a Forza Italia, scrivendo di “Silvio”, il ventriloquo ormai di Renzi. Sia detto naturalmente senza offesa, con valutazione semplicemente politica.

         L’esortazione di Ruggieri ai forzisti a non tradire il capo estinto mi sembra a dir poco retorica, o metafisica, avendo scritto il direttore responsabile -ripeto- del Riformista che ciò che resta del suo ex partito “oggi difende lo status quo ed è ostaggio di una baronia che rifiuta di adeguare mentalità e offerta politica a un mercato elettorale che cambia con la società”. “Chiusi, determinati solo a perdere conservando il proprio posto e quello di qualche mediocre, incapace di apportare utilità a un marchio che ancora oggi varrebbe”, ha scritto ancora Ruggieri  di quanti dirigono, gestiscono e quant’altro “un marchio -ripeto- che ancora oggi varrebbe” se fosse o finisse in mani diverse, magari contribuendo a creare o far crescere, immagino, quel “Centro” che la buonanima di Berlusconi ritenne sempre di occupare e rappresentare e che Renzi si è appena intestato, sostituendolo alla sua ormai ex “Italia viva”:  non ho mai ben capito se con la minuscola o la maiuscola dell’aggettivo.

         Così, celebrato in questi termini e modi, da e in queste direzioni, anche il primo compleanno mancato, o virtuale, di Berlusconi è prepotentemente entrato nella campagna elettorale per le europee dell’anno prossimo, come tanti altri fatti politici e polemiche riconducibili sia alla maggioranza di governo sia alle opposizioni. Fra le quali, per quanti sforzi abbia fatto, faccia e farà ancora Renzi per scalare la classifica, rimane in testa il Pd persino di Elly Schlein. E del suo “silenzio” lamentato, denunciato, irriso dal Foglio che pur era sembrato ad un certo punto tentato dallo scommettervi come ai tempi di Enrico Letta. “Dalla guerra d’Ucraina alla pesca dell’Esselunga elogio del non pensar nulla di Schelin”, ha infierito nel titolo il giornale fondato di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa sorprendendo in flagranza di silenzio, appunto, o di indeterminatezza, la segretaria del Nazareno. Che affronta e pensa di risolvere “ogni problema a modo suo: prima procedere alla riconferma della linea e poi fissarla”. Perfetto.

Ripreso da www,policymakermag.it

L’affare Borsellino interessa i giornali meno della pesca della Esselunga

         L’affare Borsellino- Paolo, il magistrato collega e amico di Giovanni Falcone, ucciso il 19 luglio 1992 a Palermo a distanza di 57 giorni da lui in analoghe circostanze, saltando entrambi con le scorte in attentati ad alto potenziale esplosivo- non è più soltanto giudiziario per i depistaggi che ne hanno caratterizzato indagini e processi. E’ ormai diventato -con aspetti ancora più inquietanti, a mio avviso- anche un affare mediatico. Anzi, un malaffare.

         Sconcerta, a dir poco, che le clamorose audizioni alla Commissione parlamentare antimafia della figlia di Borsellino, Lucia, e del marito Fabio Trizzino, legale della famiglia, sul sospetto avvertito dal magistrato di essere stato condannato a morte più dai suoi colleghi che dalla mafia, sia finita sulle prime pagine di due soli giornali che possiamo definire di nicchia garantista. Sono L’Unità di Piero Sansonetti e Il Dubbio di Davide Varì, succeduto allo stesso Sansonetti alla guida del quotidiano degli avvocati. Tutti gli altri hanno trovato la faccenda meno meritevole di attenzione, fra l’altro, dello spot della Esselunga sulla pesca con la quale una bambina cerca di fare riconciliare i genitori separati.

         Eppure nell’aula della commissione parlamentare presieduta da Chiara Colosimo- di cui ora si capisce ancora meglio la forte ostilità riservata per lunghi otto mesi alla sua candidatura di destra anche dal movimento grillino di Giuseppe Conte e di Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo- sono risuonate le parole di Borsellino raccolte dalla moglie pochi giorni prima della morte e riproposte, in particolare, dall’avvocato Trizzino. Eccole: “Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia.  Saranno mafiosi coloro che mi uccideranno ma quelli che hanno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri”.

         Cinque giorni prima di essere ucciso Borsellino aveva inutilmente chiesto al capo della Procura di Palermo di occuparsi di un voluminoso dossier noto come “mafia e appalti” e redatto dai Carabinieri. Cui, in verità, era interessato ma a Milano anche Antonio Di Pietro, che molti anni dopo ne avrebbe parlato in una intervista all’Espresso raccontando, fra l’altro, ch’egli si occupava sì di Tangentopoli, Bettino Craxi e partiti vari finanziati illegalmente, ma in realtà voleva inseguire l’intreccio segnalatogli da Borsellino. Inseguendo il quale “Tonino”  avrebbe potuto cercare di salire ben oltre Craxi, sino a raggiungere l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, già nel mirino di Giancarlo Caselli a Palermo.  

         Tutto noto, dirà qualcuno facendo spallucce. Ma, grazie all’ostinazione con la quale Giorgia Meloni, spinta alla politica da ragazza proprio dalla tragedia di Borsellino, ha voluto la Colosimo presidente, se ne parla finalmente nella Commissione antimafia. Ci sarebbe di che cosa occuparsi o rioccuparsi meglio, ma l’informazione scritta e parlata, digitale e stampata, preferisce la pesca Esselunga. Povero giornalismo.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Napolitano e Berlusconi sulle nuvole immaginate da Gianni Letta

Dubito – e come non potrei sotto questa testata?- che a Gianni Letta la ciambella sia venuta questa volta col solito buco. Alludo naturalmente al discorso che egli ha pronunciato nell’aula di Montecitorio partecipando ai funerali di Stato di Giorgio Napolitano. Col quale ebbe, prima e dopo essere stato il principale sottosegretario di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, rapporti che gli hanno permesso di testimoniare una convivenza “tormentata e complessa” fra i due capi -ha riconosciuto- ma non quanta sia stata vista e raccontata anche da amici e fedeli del compianto ex presidente del Consiglio, anche se arrivati alla corte di Arcore dopo di lui.

         Alessandro Sallusti, per esempio, da poco tornato alla direzione del Giornale non più della sola famiglia Berlusconi, ha scritto dell’appena morto Napolitano come del “peggiore”, o di uno dei peggiori presidenti succedutisi nei 77 anni abbondanti della Repubblica, rimproverandogli soprattutto di avere rimosso Berlusconi da Palazzo Chigi nel 2011 -e forse di avere persino contribuito a farlo condannare due anni dopo in via definitiva per frode fiscale-  per assecondare sostanziali congiure internazionali e la propria partigianeria politica.

         Anche per questa sortita del direttore tornato al Giornale l’intervento di Gianni Letta ai funerali di Stato di Napolitano era atteso con un certo interesse, probabilmente nutrito a cominciare -credo- dai familiari dell’estinto che non a caso l’avevano voluto tra gli oratori della cerimonia più solenne che io ricordi in onore di un capo dello Stato. Come se Napolitano fosse morto in carica e non più di otto anni dopo il suo ritorno a Palazzo Madama come senatore di diritto.

         Non so dei familiari -ripeto- del compianto presidente emerito, ma uno dei più quotati cronisti, osservatori, commentatori e altro del giornalismo italiano, Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, mi è sembrato convinto della ciambella di Gianni Letta, come l’ho chiamata. Eccovene testualmente il racconto: “Dopo la Finocchiaro”- Anna, già capogruppo post-comunista al Senato, già ministra, già  arrivata una volta sulla soglia della candidatura al Quirinale- “parla Gianni Letta: ricorda Napolitano sulla Flaminia presidenziale con Berlusconi, immagina che i due nell’aldilà possano essersi parlati, chiariti. Un messaggio a destra: ma quale golpe”. Quello naturalmente già accennato dell’autunno del 2011, quando personalmente ebbi la stessa sensazione più autorevolmente avvertita e raccontata in questi giorni dal senatore quasi a vita ed ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini: che Berlusconi si sentisse “sollevato” più che arrabbiato per il passaggio di mano che stava avvenendo con Mario Monti. Del quale era talmente orgoglioso di averlo mandato a suo tempo a Bruxelles come commissario europeo per conto dell’Italia da essersi immediatamemte offerto a Napolitano per la controfirma del suo decreto di nomina a senatore a vita, propedeutico all’incarico che gli sarebbe stato quasi immediatamente conferito di presidente del Consiglio.

         Poi addirittura, come l’interessato ha raccontato in questi giorni, prima di scoprirne una tale incompatibilità da ritirargli la fiducia concessagli per un anno, Berlusconi propose allo stesso Monti di assumere la guida del centrodestra nelle elezioni ordinarie del 2013.

         “Ma quale golpe” -ripeto- ha scritto Cazzullo interpretando le parole di Gianni Letta in memoria di Napolitano come “un messaggio a destra”. Ma quale messaggio di negazione o smentita -mi chiedo a mia volta- se il buon Gianni Letta, spingendosi oltre il punto cui sarebbe poi giunto il cardinale e biblista Gianfranco  Ravasi, sempre nell’aula di Montecitorio, ha sentito il bisogno spiritoso di scomodare “l’aldilà”- peraltro un po’ impervio per un Napolitano spentosi senza credervi- per immaginare i due morti finalmente in grado di chiarirsi, riconciliarsi, se avessero mai davvero litigato in vita, e via discorrendo.

         L’ironia ha di solito un terribile banco di prova: l’impatto con le vignette, che dell’ironia, appunto, sono l’espressione o il prodotto, diciamo così, più professionale o autentico. Ebbene, il buon Gianni si è procurata quella di Nico Pillinini che sulla Gazzetta del Mezzogiorno immagina appunto Napolitano e Berlusconi sulle nuvole: ma un Napoletano silenzioso e severo, quasi ancora preso nel suo ruolo terreno, che sente Berlusconi salutarlo alle spalle dicendogli più o meno sarcastico: “Chi muore si rivede”. Con quante poche parole, diavolo di un vignettista, Pillinini è riuscito ad esprimere il mio dubbio iniziale.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 1° ottobre

Blog su WordPress.com.

Su ↑