Il solito Conte della guerra: alla fine più con l’aggressore che l’aggredito

         Novecento morti, migliaia di feriti, alcune centinaia di dispersi, più di cento ostaggi, fra cui due italiani, per limitarci alle persone e non parlare dei danni materiali subiti da Israele, non bastano evidentemente all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in cravatta e senza, col suo passo sempre rapido e quasi allegro, per capire che “a Gaza è guerra totale”, come ha titolato realisticamente Il Secolo XIX.

         Come già accadde dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, quando il nostro per fortuna non era più a Palazzo Chigi ma faceva ancora parte della maggioranza e si lasciava rappresentare al governo dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dissentendo tuttavia da lui, Conte da una parte solidarizza con l’aggredito di turno, riconoscendogli il diritto alla difesa, e dall’altra ne trova sproporzionate le reazioni o le alleanze  e protesta cambiando praticamente campo.

         Anche con gli israeliani e con le loro bandiere insanguinate Conte ha steso un documento di “profonda preoccupazione” per la “preannunciata sproporzionata reazione” destinata a colpire “l’inerme popolazione civile della striscia di Gaza”, cui Israele -ha aggiunto l’ex premier a voce- ha già tolto luce, gas e cibo violando “il diritto umanitario”.

         Per una volta -ma temo che a questo punto  non sarà l’unica- Conte si trova d’accordo col giornalista italiano, credo, più distante da lui dal primo momento che se ne fece il nome come premier, considerandolo semplicemente un fantasma inventato da un comico: Piero Sansonetti. Che oggi, copiandogli voce e pensiero, ha titolato su tutta la prima pagina della sua rinata Unità sulla guerra in Israele “E’ partito l’antiterrorismo (assomiglia al terrorismo)”. L’aggredito, cioè, equivale all’aggressore, se non è addirittura peggiore disponendo di più mezzi per danneggiarlo maggiormente nella reazione.

         Non si arriverà probabilmente all’arruolamento pentastellare di Sansonetti per il legame sentimentale con una certa sinistra che il mio amico Piero ha dimostrato facendo riesumare l’Unità dal suo amico editore Alfredo Romeo, e così ringiovanendo per avervi a lungo e intimamente  lavorato quando il giornale era l’organo ufficiale del Pci. Tuttavia Conte, dopo avere arruolato fior di magistrati giunti al pensionamento ma decisi a perpetuarsi in politica con le loro pratiche e idee, e perduta la speranza ormai di un accordo con Michele Santoro, potrebbe oggi pensare a candidare nelle sue liste, magari già alle elezioni europee dell’anno prossimo, quel Patrick Zaki che l’Italia è appena riuscita a strappare alle prigioni egiziane.  E che si è praticamente unito ai terroristi palestinesi condividendo la lezione che hanno dato a quel terrorista più di loro che sarebbe il premier israeliano. Pazienza, evidentemente, per i novecento morti, ripeto, le migliaia di feriti, le centinaia di dispersi e ostaggi di parte israeliana, cui tuttavia Patrick dovrebbe aggiungere le vittime e i danni di quella parte palestinese nella quale si riconosce.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it 

Anche Sergio Mattarella finisce “bombardato” fra le guerre

Sommersa dalla guerra in Israele riaccesa dai terroristi palestinesi di Hamas fra gli applausi degli iraniani e il compiacimento di un Putin che pensa di potere distrarre l’attenzione dell’Occidente da Kiev, è passata un po’ inosservata l’invettiva di Marco Travaglio, sul solito Fatto Quotidiano, contro “le corbellerie di Mattarella” sull’Ucraina.  

         Le stupidaggini, scemenze e altro, come i dizionari della lingua italiana chiamano le corbellerie, sarebbero quelle dette in Portogallo dal presidente della Repubblica avvertendo che l’abbandono di Zelensky creerebbe in Europa le stesse condizioni in cui più di ottant’anni fa fu permesso a Hitler -con l’iniziale consenso di Stalin, non dimentichiamolo- di scatenare la seconda guerra mondiale.

         Ma -aveva improvvisamente scoperto sabato Travaglio, dopo avere irriso alle controffensive di Zelensky- se Putin stenta così tanto a controllare le zone ucraine occupate come si fa a immaginarlo così forte da invadere altri paesi? E via botte verbali da orbi al presidente Mattarella avventuratosi sulla strada di così sciagurati paragoni.

         Non so se più deluso dalla distrazione procurata -ripeto- dal nuovo sanguinoso capitolo della tragedia mediorientale, o più convinto delle “corbellerie” con le quali aveva voluto contestare quelle di Sergio Mattarella, il direttore del Fatto Quotidiano ha rilanciato l’attacco al capo dello Stato con la firma di Raniero La Valle. Che alle spalle dei suoi 92 anni ha una ca rriera o storia politica alquanto accidentata o complessa, come preferite.

         Da direttore responsabile del Popolo, organo ufficiale della Dc diretto politicamente dall’allora incolpevole segretario del partito Aldo Moro, cui era stata garantita la convintissima appartenenza di La Valle allo scudo crociato, finì per approdare al Parlamento nelle liste del Pci come indipendente di sinistra. Anche lui è rimasto basìto -direbbe la premier Giorgia Meloni non ancora ripresasi dalle sorprese della giudice di Catania Iolanda Apostolico- dalla sortita di Mattarella in Portogallo. Ma, più educato o discreto di Travaglio, o più responsabile come ai tempi della direzione morotea del Popolo, ha preferito buttarla tutta in politica. Niente “corbellerie”, niente scemenze, niente stupidaggini da dizionari. Egli ha trovato semplicemente “gravi” –gravissime nel titolo di richiamo- le parole e i ragionamenti di Mattarella sulla guerra in Ucraina. Le une e gli altri avrebbero segnato tuttavia “un passaggio spaventoso nella lettura occidentale” di quella guerra: spaventoso, in particolare, per il paragone ai fatti del 1938 e 1939.

         “Mattarella -ha scritto il collaboratore di Travaglio- non è un uomo qualunque occidentale, bensì il rappresentante costituzionale di un grande Paese come l’Italia”. Se la sua visione “fosse anche di altri più potenti capi dell’Occidente, o addirittura della destra neoconservatrice americana a cui si è associato Joe Biden, le scelte politiche che ne conseguirebbero sarebbero di una inaudita e micidiale gravità”. Lo sarebbero non solo o non tanto per la presunta arbitrarietà del paragone di Putin a Hitler sul piano personale, ma per l’obbligo che deriverebbe all’Occidente di fronteggiarlo in un’epoca molto diversa da più di 80 anni fa a causa degli intervenuti armamenti atomici. Che d’altronde già Marco Travaglio, sotto sotto, nel precedente intervento aveva rimproverato a Mattarella di avere sottovalutato e persino sfidato da vice presidente del Consiglio del primo governo di Massimo D’Alema condividendo la partecipazione dell’Italia alle operazioni contro Belgrado nella guerra dei Balcani. In previsione delle quali la buonanima del presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga aveva allestito in fretta e furia un partito di volenterosi transfughi del centro destra che fornisse all’esecutivo i voti mancanti dopo la caduta del primo governo di Romano Prodi.

         Anche la Bibbia è stata scomodata da Raniero La Valle per fare le pulci al povero Mattarella, inconsapevole in Portogallo dei guai nei quali si stava infilando anche da credente occupandosi della guerra in Ucraina e del rischio della stanchezza dell’Occidente nella difesa del paese aggredito. “Assimilare l’attuale capitalismo nazionale e multipolare della Russia al nazismo della Germania hitleriana prospetta all’Occidente -ha scritto La Valle- un’alternativa assoluta, dalle conseguenze inimmaginabili. Essa consisterebbe nell’avverarsi di una interpretazione letterale della Bibbia, nel suo ultimo libro, l’Apocalisse, che secondo la stessa Commissione biblica vaticana corrisponde al “suicidio del pensiero”: un suicidio che può diventare anche un suicidio del mondo”.

Che frittata, signor presidente della Repubblica: ancora più grave di quella, che non Le perdona ancora Travaglio, di  avere mandato nel 2021 a Palazzo Chigi Mario Draghi al posto di quella specie di reincarnazione di Camillo Benso di Cavour che si sarebbe rivelato Giuseppe Conte. Il quale non riesce neppure lui   a capacitarsi di tanta ingiustizia, ora che è costretto a vagare tra piazze e manifestazioni solo per tenere testa alla segretaria del Pd Elly Schlein nella corsa alla cosiddetta guida degli altrettanto cosiddetti progressisti.

         Più appropriata della reazione del travagliano La Valle alle assai presunte “corbellerie” del capo dello Stato in questi tempi purtroppo di guerre, al plurale, mi sembra la speranza laica espressa sul Corriere della Sera da Paolo Mieli che “le parole pronunciate con lucidità e coerenza” da Mattarella –“talvolta trascurate….ma “l’unico possibile contributo di un concreto impegno per la pace”- non debbano essere un giorno “rilette come una profezia”.

Pubblicato sul Dubbio

Dalla guerra in Israele alla miserevole staffetta giudiziaria di Catania

Di fronte a quanto accade in Israele aggredita dal terrorismo palestinese fra gli osceni  applausi iraniani e il prevedibile sollievo di Putin, che spera di vedere l’Occidente distrarsi dalle schifezze in Ucraina, si ha un certo imbarazzo a calarsi nella miserevole -al confronto- staffetta giudiziaria di Catania. Dove la giudice Iolanda Apostolico ha fatto scuola, diciamo così, ed è stata non solo imitata ma superata dal collega Rosario Maria Annibale Cupri. Il quale ha liberato il doppio – da tre a sei- di migranti irregolari fermati dal questore di Ragusa non per capriccio ma in esecuzione di una legge. Che l’Apostolico, sostituendosi ai giudici della Consulta, aveva appena considerato in contrasto con la Costituzione, oltre che con norme e trattati europei, incorrendo in un ricorso che, per quanto non ancora formalizzato, avrebbe forse dovuto consigliare al suo collega Cupri una certa cautela.  Giusto per non dare l’impressione che il tribunale di Catania sia diventato una postazione di guerriglia contro un governo già “basito” -parola della premier in persona, Giorgia Meloni- dall’altra decisione.

         Sì, lo so. Anche dal tribunale di Firenze è partita una certa invasione di campo sul terreno migratorio classificando la Tunisia come paese non sicuro e proteggendo quindi chi ne proviene o rischia di esservi rispedito. Ma la squadra giudiziaria di Catania ha sorpassato quella di Firenze in questa corsa al disordine, quanto meno. Con quanta soddisfazione per gli scafisti, e per il loro commercio di carne umana, vi lascio immaginare.

         Il buon Luigi Ferrarella ci invita proprio oggi sul Corriere della Sera a pensare alla domanda che un magistrato è costretto o solo portato a porsi ogni volta che deve prendere una decisione, visto il clima  polemico che si è creato nei tribunali e dintorni. Sarebbe la domanda sui vantaggi o rischi che corre ogni volta che deve, appunto, decidere. Vantaggi e rischi, evidentemente, ai fini della sua popolarità – o impopolarità, visto che i sondaggi, come ha appena verificato Alessandro Ghisleri sulla Stampa. non sono incoraggianti per le toghe- e della sua carriera.

         Ma beati i magistrati, che rischiano solo questo, cioè qualche punto di popolarità o inconveniente per la carriera su cui in ogni caso decidono sempre e solo i loro colleghi nel Consiglio Superiore. Pensate un po’ a quei poveretti o disgraziati di geometri, ingegneri, architetti, medici, infermieri e -se consentite, anche noi giornalisti- che rischiamo, oltre alla galera, anche di risarcire con le nostre tasche i danni che possiamo procurare con errori o deliri di onnipotenza. La responsabilità civile dei magistrati, pur sancita dagli elettori referendari nel lontano 1987, è invece rimasta un fortino quasi inaccessibile nella nostra legislazione.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Una guerra tira l’altra tra le presunte “corbellerie” di Mattarella

Avevo messo da parte ieri un editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano contro “le corbellerie di Mattarella sulla guerra”, in Ucraina e dintorni, per la curiosità di verificare le reazioni. Curiosità superiore non allo stupore -perché ormai tutto è possibile vedere stampato da quelle parti- ma alla voglia di un commento negativo che sicuramente meritava ma poteva anche seguire il giorno dopo, come sto facendo col dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Giancarlo Oli pubblicato nel 1990 da Le Monnier e aperto a pagina 474. Dove per corbelleria si intende “grosso sproposito, sciocchezza, stupidaggine”. Sciocchezza e stupidaggine, naturalmente, da sciocco e stupido.

         Poiché esiste ancora nel codice penale il reato di oltraggio e vilipendio  al capo dello Stato, punibile da uno a cinque anni di carcere applicando l’articolo 278 al termine di un processo cui si può accedere solo con l’autorizzazione del Ministro della Giustizia, Travaglio potrebbe trovarsi nella condizione di doverne rispondere. Ma sconsiglierei Carlo Nordio dal fargli questo regalo pubblicitario  semmai un procuratore della Repubblica dovesse chiederglielo. Sarei paradossalmente costretto a difenderlo persino per la libertà di stampa pur così scriteriatamente esercitata. Cinque anni di carcere, del resto, sarebbero pochi per punire la corbelleria -essa sì- di Travaglio commessa contestando le ottime ragioni politiche e storiche del richiamo di Mattarella alla paragonabilità dell’aggressione russa all’Ucraina alle avventure permesse a Hitler fra il 1938 e il 1939, propedeutiche allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ragion per cui -ha detto Mattarella parlando in Portogallo- conviene continuare a difendere l’Ucraina e non darla vinta a Putin, che non si sa francamente se possa o debba essere paragonato più a Stalin che a Hitler, non per niente alleati nell’aggressione e spartizione della Polonia 84 anni fa.

         “Con quali truppe” -ha chiesto Travaglio- Putin potrebbe fare quello che teme Mattarella, “visto che mantiene appena le posizioni nelle 5 regioni ucraine occupate?”. Eppure lo stesso Travaglio scrive ogni volta che gli capita del carattere velleitario, a dir poco, della resistenza degli ucraini, e degli occidentali che lo aiutano, alla soverchiante superiorità delle truppe russe. Alle quali sarebbe stato persino più umano arrendersi subito, piuttosto che subire tante perdite fisiche e materiali. Ah, la coerenza!

         Ma la notizia, a questo punto, non è più l’attacco di Travaglio a Mattarella. E’ la sostanziale assenza di reazioni critiche, salvo un inciso polemico della rassegna stampa radicale di ieri. Un’assenza che, pur derivante anche dalla sopraggiunta guerra in Israele scatenata dai terroristi palestinesi di Hamas, raggela quanto hanno probabilmente raggelato Mattarella certi segnali di stanchezza o persino di paura che anche lui deve avere avvertito nel fronte euro-atlantico, tanto da  lanciare un monito per niente sciocco e stupido.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

La sfigata sfida rossa di piazza a Roma contro il governo Meloni

Per ironia della sorte quella che il manifesto chiama “una giornata a lezione di opposizione” -a proposito dei due cortei organizzati a Roma contro il governo al grido di “Eccoci”, in rosso, stampato dall’Unità-  coincide col massimo del consenso registrato nei sondaggi dalla premier e dai suoi alleati. E con altro ancora di sorprendente, come vedremo..

         Come riferisce Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, il partito della Meloni salta dal 26 per cento dei voti delle elezioni politiche dell’anno scorso a quasi il 30 per cento, cui manca solo lo 0,2. La Lega di Matteo Salvini sale dall’8,8 al 10 per cento. E, pensate un po’, “risulta in crescita anche Forza Italia” dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi. Immagino la delusione dell’ ormai concorrente diretto Matteo Renzi, l’ex “royal baby” sognato pacificamente sul Foglio e altrove da Giuliano Ferrara. Ma il senatore di Rignano può consolarsi con gli altri 80 mila euro appena strappati per diffamazione in tribunale a Marco Travaglio.

  Il sondaggio Ipsos di Pagnoncelli, come accennavo, non è la sola rivincita della Meloni su chi protesta in piazza contro di lei e il suo governo. La premier è anche reduce dal vertice europeo di Granada dove si è chiarita col cancelliere tedesco Sholz e ha fatto adottare sul tema dell’immigrazione una linea tanto diversa da quella che lo stesso Sholz avrebbe desiderato da spingere non Libero dell’ex portavoce di Palazzo Chigi Mario Sechi, che l’ha citata, ma la Frankfurter Allgemeine, il più autorevole giornale teutonico, a scrivere che “Berlino è andata contro il muro di granito di Roma”. Che la Meloni ha saputo costruire d’accordo con la Francia e la presidente (tedesca) della Commissione europea Ursula von der Leyen. E’ il muro del contenimento dell’immigrazione più dalla partenza che all’arrivo.

         Con sorprendente e fallosa  sintonia sia Il Foglio sia la Repubblica hanno rappresentato il successo della Meloni a Granada rovinato dal no dei polacchi e degli ungheresi, solidali nella resistenza alla distribuzione solidaristica dei migranti approdati sulle coste italiane fra i paesi dell’Unione. “Meloni ricuce con Sholz. Polonia e Ungheria le guastano la festa”, ha titolato, in particolare, Il Foglio. “Orban si oppone e imbarazza Meloni”, ha gridato  la Repubblica.

         Eppure “le botte da Orban” alla Meloni valorizzate anche da Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX hanno finalmente liberato la premier italiana dalla rappresentazione un po’ vecchiotta e semplicistica, diciamo così, di una leader sovranista a rimorchio di amici ancora più sovranisti di lei come i polacchi e gli ungheresi. Infatti Flavia Perina sulla Stampa si diverte a chiedersi e chiedere “se Giorgia lascia Matteo”, cioè Salvini, “da solo con i sovranisti”.

         In questa situazione, per non parlare dei 17 miliardi e più di euro raccolti in pochi giorni con i BPT Valori, non è tanto ironica quella raccomandaziome fatta dal manifesto ai dimostranti di oggi a Roma a non tenere i cartelli dalla parte sbagliata del Viva, anziché dell’abbasso al governo.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

L’assordante silenzio della Corte Costituzionale sulla giudice spazzadecreto

         Eppure nella polemica assordante scoppiata sul caso della giudice Iolanda Apostolico – che si è rifiutata di applicare una legge sui migranti, liberandone quattro irregolari, perché presuntivamente in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione- quello che trovo ancora più assordante è il silenzio sul colle del Quirinale. Ma non sto scrivendo o alludendo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sul quel colle lavora, bensì alla Corte Costituzionale, anch’essa operante da quelle parti, in un palazzo dirimpettaio agli uffici del capo dello Stato.

         Dei 15 giudici costituzionali, a cominciare dalla loro presidente Silvana Sciarra, ma anche dei loro predecessori emeriti ancora in vita, nessuno -ma proprio nessuno, almeno sino al momento in cui scrivo- ha fatto sentire la sua voce per rivendicare la competenza loro assegnata da un articolo della Costituzione che segue di parecchio quello a suo modo applicato dalla giudice Apostolico ma è abbastanza preciso, direi drastico. “La Corte Costituzionale -dice l’articolo 134- giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.

         La “controversia” avvertita da Iolanda Apostolico a Catania è stata invece da lei stessa risolta in senso negativo per la legge che doveva applicare, senza neppure pensare di dovere investire della questione la Corte Costituzionale. E ciò mi sembra francamente molto più grave della pur grave, anch’essa, condotta della giudice emersa dal video che la riprese cinque anni fa tra i manifestanti in piazza a favore dei migranti e contro la Polizia “assassina” -si gridava- che applicava la legge a carico di quelli irregolari.

         A quel video è capitata subito la sorte del famoso dito notato più della luna che esso indica. La giudice è scomparsa dall’attenzione, attratta invece dal misterioso operatore che l’aveva ritratta. E lo scandalo, o l’anomalia, come preferite, dalla  presenza dell’Apostolico in piazza -non in una casa privata, in un club, in un bar- è diventato la provenienza del video. O, e ancor più, la sua destinazione dopo cinque anni, essendo finito nella disponibilità dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, ora alle Infrastrutture ma sempre vice presidente del Consiglio. Che si è procurato, per averlo diffuso con tanto di proteste contro la parzialità di una giudice che dovrebbe essere invece imparziale, l’accusa di essere “la bestia” di ritorno gridata su Repubblica da Stefano Cappellini. Per non parlare della “puzza di dossieraggio” avvertita dal Fatto Quotidiano.

         Persino Il Foglio, spintosi qualche giorno fa a difendere in qualche modo la decisione della giudice Apostolico dai “travisamenti” di una Meloni dichiaratamente “basita”, ha dovuto correggersi. O subire la correzione del suo fondatore Giuliano Ferrara, dichiaratamente “spiacente” oggi di dovere dare ragione alle proteste non della presunta dossierata ma di Salvini. Miracolo…apostolico.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Le lacrime di coccodrillo sulla clausura impostasi da Marta Fascina

Beh, diciamo la verità, se la sono un po’ cercata e meritata dentro Forza Italia e dintorni la sostanziale accusa di “vile ipocrisia” lanciata da Mattia Feltri sulla Stampa, fra le ultime righe del suo “Buongiorno”, a commento degli auspici, inviti e simili che vengono rivolti a Marta Fascina a smetterla di piangere, o di piangere soltanto, per la morte del suo quasi marito Silvio Berlusconi, e di tornare alla Camera. Dove    si avvertirebbe il peso della sua assenza in aula e in commissione, visto che capita anche ad una maggioranza ampia, sulla carta, come quella di centrodestra, ora anzi di destra-centro, andare sotto per negligenza. O addirittura per calcolo, come ha qualche volta prospettato l’opposizione immaginando complotti, facendone magari scrivere sui grandi giornali da amici e simili e poi accreditandoli con le reazioni nervose della premier Giorgia Meloni e familiari.

         Si è chiesto giustamente il figlio di Vittorio Feltri, ereditandone la franchezza, perché con Berlusconi in vita, quando la Fascina preferiva assisterlo, oltre che amarlo, piuttosto che correre a votare a Montecitorio, “non erompeva l’urgenza democratica che di colpo erompe adesso”. Perché gli elettori di Marsala, in Sicilia che l’hanno rimandata alla Camera l’anno scorso -anche se sul Fatto Quotidiano Daniela Ranieri continua ad occuparsene come di una deputata eletta in Campania al pari di quattro anni prima- dovrebbero reclamare oggi ciò che non hanno fatto sino a giugno scorso, cioè una presenza assidua  della loro rappresentante a Montecitorio? “Era forse nel programma elettorale di Fascina -chiede Mattia Feltri con altra impertinenza- l’assistenza domiciliare del Leader?”, con la maiuscola pretesa dal dittatore di turno in Corea e simili.

         Solo “Il buon gusto -ha sempre calcato la mano Mattia Feltri in un altro passaggio della sua impietosa protesta- ha trattenuto i colleghi smaniosi di rivedere la Fascina alla Camera “dal ricordare all’ereditiera da cento milioni di euro che non è il caso di intascarsi a sbafo pure un lauto stipendio corrisposto con denari pubblici”. Qualcuno, in verità, si è avvicinato, quanto meno, ad una simile protesta prospettando l’opportunità di una rinuncia della Fascina al seggio parlamentare per fare subentrare il primo dei non eletti. Ma è stata soprattutto Mariarosaria Rossi, ex potente segretaria di Silvio Berlusconi ed ex senatrice forzista, non mi sembra rientrata a casa dopo essere stata attratta nella scorsa legislatura dalla missione dei “responsabili” cercati dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte per evitare la caduta del suo secondo governo. E l’arrivo a Palazzo Chigi di quella specie di usurpatore che ancora qualcuno, sotto le cinque stelle, considera Mario Draghi più di un anno dopo la fine della sua esperienza di premier tecnico. Egli mise in piedi tuttavia un governo politico di larghe, direi anzi di larghissime intese, almeno sino quando proprio i grillini decisero di sfilarsi con tanta poca grazia o tanto avventurismo politico da indignare il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, mica quello dello Spettacolo, e fargli abbandonare il movimento che aveva a suo tempo addirittura guidato.

         Quante cose -è vero- sono accadute in così pochi anni, in fondo, fra il 2021 e questo 2023 ormai calante. E’ persino successo che Di Maio, non rieletto fra la soddisfazione di un Conte pur dimezzato nei voti del movimento affidatogli da Beppe Grillo fra un po’ di mal di pancia, navighi ora nel Golfo Persico come rappresentante dell’Unione Europea grazie al credito guadagnatosi a suo tempo a Bruxelles proprio come ministro degli Esteri di Draghi.

         Ma torniamo alla Fascina chiamata dai genitori col nome della protettrice di casalinghe e domestiche ed entrata improvvisamente nel mirino persino domestico della lotta all’assenteismo parlamentare. E’ chiaro che anche questa vicenda -immagino quanto la stia angustiando- ha aspetti più politici che moralistici, o semplicemente affettivi per chi sostiene che gli inviti al ritorno alla Camera derivino solo dalla preoccupazione di vedere l’onorevole stremata dal dolore e dalla clausura vedovile che si è imposta. Qualcuno forse in Foza Italia non ha ancora ben capito se e come essa vorrà impegnarsi, quale tela ha da tessere, a favore davvero  o contro la momentanea leadership, al minuscolo, di Antonio Tajani. Di cui mi ha sorpreso non so se più l’urticante o sfottente commento del Foglio alla sua figura di “complottista moderato”, non “truce” come da tempo viene liquidato su quel giornale Matteo Salvini, l’altro vice presidente del Consiglio e capo della Lega.

“L’esito” della presenza e dell’azione di un complottista moderato -hanno scritto al Foglio- “è quel che è: un po’ comico, o meglio umoristico, nel senso che dell’umoristico dava Pirandello, includendovi insomma un che di commovente”.  E’ tutta acqua -temo per Tajani- utile alla concorrenza elettorale che Matteo Renzi ha deciso di fare., col suo più o meo fantomatico “Centro”, al successore di Berlusconi che l’ex premier toscano nei suoi articoli e discorsi attacca senza neppure nominarlo, tanto lo ritiene irrilevante: un giudizio, d’altronde, ricambiato.

Pubblicato sul Dubbio

I pretoriani di Sholz nel salotto televisivo di Lilly Gruber

Chi ha avuto la possibilità di seguire ieri sera la puntata salottiera di Lilli Gruber su la 7  ha assistito ad un altro spettacolo del tafazzismo nazionale. Quando il direttore di Libero Mario Sechi si è permesso di sottolineare, in vista del vertice europeo a Granada, la rinuncia della Germania alla proposta di una risoluzione contenente un passaggio a favore delle navi del volontariato – comprese o a cominciare da quelle battenti bandiera tedesca che soccorrono i migranti mandati a morire in mare dagli scafisti e pretendono di scaricarli praticamente tutti sulle coste italiane, perché le più vicine e le meno onerose per gli armatori-  è scattata nel salotto, fra ospiti seduti e ospiti collegati, una gara a contestare la rappresentazione di un successo del governo italiano. Di cui è arcinota la protesta, levatasi personalmente dalla Meloni, contro le abitudini, chiamiamole così, delle navi delle organizzazioni non governative, particolarmente di quelle tedesche, alcune delle quali finanziate e non solo protette da Berlino con la sua bandiera.

         Non contenta di avere condotto il dibattito con la solita formula di quattro contro uno, comprendendo fra i quattro lei stessa tra parole e smorfie, la Gruber ha voluto trafiggere il direttore di Libero con una freccia avvelenata della Meloni, costituita da un’ammissione fresca di agenzie di “errori di comunicazione” imputabili al suo governo in questo primo anno di vita, per una parte del quale proprio Sechi è stato il responsabile. L’ospite ha cercato persino di scherzarci sopra ma la Gruber ha infierito mimicamente.

         Alla Gruber e ai suoi ospiti che, quasi come pretoriani di Scholz, hanno contestato il successo sul cancelliere attribuito alla Meloni saranno probabilmente apparse oggi come le solite baggianate i titoli del Giornale e della Verità, di area di centrodestra. Che hanno annunciato, rispettivamente, “Berlino si arrende all’Italia” e “La Germania si arrende” e basta, come nel 1945, senza bisogno questa volta del suicidio del cancelliere.

         Ma, ahimè, anche il manifesto ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista ha trasformato il prudente “stralcio” della proposta tedesca al vertice di Granata annunciato dal Corriere della Sera in una “marcia indietro di Berlino”. Non parliamo poi del soccorso involontariamente prestato a Sechi, e alla premier, da Piero Sansonetti in persona sull’Unità.

         Sotto un titolo nerissimo sulla Germania che “si arrende su ong”, cioè sulle navi di soccorso del volontariato alla merce umana degli scafisti, Sansonetti ha personalizzato il successo della Meloni, peraltro moltiplicato dalla “smentita” della ministra degli Esteri tedesca da parte di Sholz. E, desolato, ha aggiunto: “Ha vinto la spinta xenofoba che dilaga in tutto il continente e contagia i partiti, terrorizzati ben oltre l’estrema destra. Travolta anche la mitica socialdemocrazia tedesca (povero Brandt!). E’ un giorno abbastanza buio per la nostra civiltà”. E forse anche per la Gruber.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Attenta Schlein, la Meloni non c’entra con la tragedia stradale di Mestre

Calma, signora Schlein e ospiti del salotto mediatico mobilitato contro la caccia di Giorgia Meloni al nemico di turno di cui il governo avrebbe bisogno per sentirsi tonico e, insieme, distrarre l’attenzione dai problemi che lo starebbero travolgendo. Alla guida del pullman precipitato dal cavalcavia di Mestre con un bilancio da tragedia, strage, apocalisse, secondo i vari titoli dei giornali giustamente colpiti dai 21 morti sinora accertati e 15 feriti, dei quali 5 in gravissime condizioni, era un italiano sì, Alberto Rizzotto, del Trevigiano, ma non un parente, neppure alla lontana, della premier e, più in generale, dei suoi fratelli e sorelle d’Italia.

Il poveretto, fra i primi a morire, aveva perso il controllo del suo mezzo, che trasportava turisti tedeschi, ucraini, francesi e croati diretti a un campeggio, perché colto da malore. Non per una spericolata manovra nell’inseguimento del nemico del giorno della Meloni segnalatogli dal presunto, apposito ufficio di Palazzo Chigi. Cui oggi il solito Fatto Quotidiano dedica un articolo di Alessandro Robecchi doverosamente richiamato in prima pagina.

A proposito della deploratissima caccia giornaliera di Meloni al nemico, vorrei segnalare sempre alla signora Schlein e ospiti del salotto antigovernativo che al Consiglio Superiore della Magistratura, dove di solito non si nega a nessuno una cosiddetta “pratica a tutela” del giudice o del pubblico ministero caduto nelle critiche o negli attacchi di uomini e donne del governo e della maggioranza, questa volta si è avvertita qualche difficoltà a proteggere all’istante, o a prescindere, la toga e la persona di Iolanda Apostolico. Che nel tribunale di Catania, lasciando “basita” la premier, si è sostituita ai giudici del palazzo della Consulta contestando una norma del cosiddetto decreto Curto, e liberando non si sa ancora di preciso se tre o quattro migranti tunisini a dir poco irregolari, perché in contrasto, fra l’altro, con l’articolo 10 della Costituzione. Non è per niente scontato che la pratica a tutela della giudice in servizio a Catania dopo il percorso in commissione riesca a passare nel plenum, cioè nell’aula, del Consiglio Superiore.

Sempre a proposito della caccia di Meloni al nemico del giorno, segnalo infine alla Schlein e amici o compagni che qualcosa da ridire al cancelliere Sholz -come ha fatto appunto la Meloni-  sui rapporti economici e d’altro tipo con le navi del cosiddetto volontariato battenti bandiera tedesca, e use a scaricare sempre sulle coste italiane i migranti soccorsi in mare e sottratti alla morte messa nel conto dagli scafisti, hanno avuto anche a Berlino e a Bruxelles. A Berlino, in particolare, l’ex presidente del Bundestang Wolfang Schauble, già potente ministro del Partito Popolare e cancelliere,, e a Bruxelles il presidente  del Consiglio Charles Michel, intervistato oggi dal Corriere della Sera.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it    

La politica divisa fra il nemico fisso della Schlein e quello giornaliero della Meloni

Fiera evidentemente di avere scelto un nemico fisso, che è naturalmente il governo in carica, peraltro non accorgendosi che a insidiare l’elettorato del suo Pd più di Giorgia Meloni è Giuseppe Conte, col quale mezzo Nazareno vorrebbe tornare ad allearsi, la segretaria Elly Schlein ha contestato alla premier di cercarsi “un nemico al giorno”. L’altro ieri, diciamo così, il cancelliere tedesco Olaf Sholz, col quale tuttavia “si tratta a Berlino” secondo il titolo di apertura del Corriere della Sera, e ieri la giudice che a Catania, sostituendosi alla Corte Costituzionale, ha trovato illegittimo una norma in vigore, adottata dal governo con procedura d’urgenza  e controfirmata dal presidente della Repubblica. E ha perciò liberato tre o quattro tunisini clandestini dal trattenimento disposto dalle autorità competenti.

         Era naturalmente scontato che Schlein fosse spalleggiata nella sua protesta contro la protesta, a sua volta, della Meloni da Repubblica, corsa a scomodare Montesquieu con Carlo Galli, e da Domani, il giornale che Carlo De Benedetti ha fondato dopo che i figli gli hanno fatto perdere il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. “Il governo fallisce e cerca nemici”, ha titolato  appunto Domani in concorrenza col Fatto Quotidiano che ha gridato: “Lapidano la giudice perché fa il suo dovere”. Come  se -ripeto- toccasse a una giudice ordinaria lapidare un decreto legge e non alle Camere, bocciandolo, o ai giudici costituzionali trovandolo in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione imprudentemente citato dalla magistrata che ha sorpreso, anzi “basito” la premier.

         Meno scontati ho trovato “il fallo di reazione” avvertito e denunciato da Avvenire, il giornale dei vescovi italiani che dovrebbe almeno astenersi da dispute di questo genere, e Il Foglio. Che sotto un titolo falsamente neutro come “Il governo e la giudice” ha scritto che “sui migranti Meloni attacca il tribunale di Catania travisando la sentenza”. Ma quale travisamento di una sentenza nella quale si accoglie il ricorso dei migranti clandestini, e passibili di estradizione, sostituendosi alla Consulta nel dichiarato violato un articolo della Costituzione ?

         In attesa di assistere all’epilogo di questa vicenda nella sede propria, che è quella giudiziaria essendo stato preannunciato il ricorso del Ministero dell’Interno alla Cassazione, non ha forse avuto torto il mio amico Mattia Feltri a scrivere sulla Stampa, pur dello stesso gruppo editoriale di Repubblica, che i magistrati, insorti con il loro sindacato contro la Meloni “basita”, “hanno perso la fiducia dei cittadini perché il loro enorme potere è, o quantomeno appare, un abuso di potere”. E non ha avuto torto neppure Claudio Velardi a scrivere sul Riformista che la sinistra una volta si riconosceva negli avvocati davvero del popolo -qual era, per esempio, Filippo Turati- e ora in magistrati impegnati nella “resistenza solo per tutelare i loro eterni privilegi corporativi e di casta”.  

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑