E’ tempo purtroppo di coperte corte e di storie dolorosamente lunghe

         E’ tempo purtroppo di coperte corte, mentre peraltro torna il freddo, o va via il caldo, e di storie lunghe.

         E’ corta, ad esempio, per rimanere nei nostri angusti confini nazionali, la coperta della legge finanziaria appena varata dal governo: sia nella versione di 24 miliardi del Corriere della Sera sia in quella di 28 dello specializzato Sole 24 Ore e di altri giornali. Aumenta il debito ma non si riduce di altrettanto il disagio sociale, a dir poco, che la stessa premier Giorgia Meloni riconosce ma spera di diminuire più avanti, comservandole le opposizioni, con le loro divisioni e le loro inconsistenze, una prospettiva di governo quinquennale, quanto la durata ordinaria della legislatura uscita dalle urne del 2022 .Non è una manovra da lacrime e sangue ma da pizza e funghi, si dicono inseguendosi un immaginario ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti -penso- e la presidente del Consiglio nella vignetta impietosa  di  Stefano Rolli sul Secolo XIX.

         Stanno diventando corte, ancora più drammaticamente oltre i confini, le coperte degli ucraini per proteggersi dai russi di Putin e degli israeliani per difendersi dai terroristi di Hamas che li hanno attaccati. Più passano i giorni, più si ammassano truppe e carri armati d’Israele attorno alla cosiddetta striscia di Gaza, da cui cercano di scappare i palestinesi da sempre usati come scudi umani dai terroristi che vogliono far credere di difenderne i diritti; più cresce a Tel Aviv e a Gerusalemme la voglia di “tagliare la testa al serpente”, come scrive e titola Mario Sechi su Libero, più gli alleati americani mostrano di temere il cosiddetto allargamento del conflitto pur previsto inviando due delle loro portaerei più potenti davanti alle coste del Medio Oriente per proteggere quell’avamposto occidentale che è lo Stato ebraico. Domani sarà il presidente  Joe Biden in persona a completare l’opera del suo Segretario di Stato sul posto e a correre da Nethanyau per “provare a frenarlo”, titola con speranza l’Unità.

         Se la coperta si accorcia, o mostra di accorciarsi, la storia dell’antisemitismo e antisionismo, messi giustamente sullo stesso piano dal compianto Giorgio Napolitano, si allunga. Come quell’ombra che Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera proietta efficacemente fra il carnefice e il bambino ebreo romano mandato a morire nel 1943 col rastrellamento del ghetto, meno lentamente ma non per questo meglio dei bambini sgozzati il 7 ottobre scorso nelle culle dai “nuovi nazisti”. Così Il Foglio chiama giustamente i terroristi palestinesi di quel 7 ottobre scorso in territorio israeliano e quelli più o meno dormienti in Europa, magari accanto a noi in un autobus, non necessariamente davanti ad una sinagoga ben protetta. Come forse eri a Bruxelles si sentivano protetti i due assassinati per strada dall’emulo dei terroristi che proprio da lì partirono 8 anni fa per la strage parigina al Bataclan.

         La storia è lunga, ripeto. Spero che la memoria non si accorci una  coperta.

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Giuseppe Conte canta con Gino Paoli contro l’elmetto

Più di un casco di sicurezza da cantiere, magari in uno dei tanti ancora aperti per il rifacimento delle facciate dei palazzi, di cui egli va particolarmente fiero a dispetto di tutti i buchi che lo accusano di avere procurato alle finanze pubbliche, non riuscirete mai a far mettere sulla testa a Giuseppe Conte. L’ex premier, e ora presidente solo di quel che rimane del Movimento 5 Stelle, non vuole neppure sentir parlare di elmetti. Vi sembra anche fisicamente allergico come Gino Paoli che cantava: “Quando si va in guerra c’è l’elmetto che si mette proprio sulla testa. Ci vuole una testa fatta apposta, fatta un po’ diversa dalla mia”.  Si chiamava “all’est niente di nuovo” quella canzone che dev’essere molto piaciuta all’ex presidente del Consiglio.  

Qualche giorno fa, preso fra la vecchia guerra ormai in Ucraina, scoppiata quando lui per fortuna non era più a Palazzo Chigi ma era rimasto nella maggioranza mandando Luigi Di Maio al Ministero degli Esteri, e quella nuova -l’ennesima- cui è stata costretta Israele dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, Conte ha detto che “Il Pd non s’è ancora tolto l’elmetto”. E ha seminato di altri chiodi il terreno del “campo largo” che già gli aveva procurato “l’orticaria” e la nuova segretaria del Nazareno Elly Schlein vorrebbe invece comporre o ricomporre con lui dopo la rottura del suo predecessore Enrico Letta.

         Di certo quest’ultimo al casco non credo che sia diventato allergico. Quella vecchia foto che lo ritrae in tenuta semi-militare scendendo da un elicottero della Difesa lo inchioda in qualche modo all’immaginario di Conte. Che ogni tanto intravvede quel casco anche addosso a chi ne ha preso il posto alla guida del Pd. Dove forse sono rimasti ancora troppi dirigenti dei quali il presidente grillino avrebbe desiderato vedere l’uscita con l’arrivo della Schlein, tipo l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ora presidente del Copasir. Se ne sono invece andati altri di tono o peso considerato minore, a torto o a ragione.

         Il direttore in persona di Repubblica, Maurizio Molinari, volendo fiduciosamente dimostrare l’esistenza di una “Italia bipartisan di Meloni e Schlein” alle prese con le guerre che vanno “dall’Ucraina a Gerusalemme”, quando sotto il titolo dell’editoriale ha dovuto fare i nomi dei dirigenti del Pd espostisi con maggiore chiarezza ha dovuto fermarsi, limitarsi e quant’altro a quelli di “Beppe Provenzano, responsabile esteri, e Lorenzo Guerini. Così come scrivendo degli uomini del centrodestra ha dovuto fermarsi al ministro forzista degli Esteri Antonio Tajani e al ministro della Difesa, e fratello d’Italia, Guido Crosetto, senza neppure allungare lo sguardo al Carroccio di Matteo Salvini.

Nella Lega sotto sotto -nonostante la partecipazione dello stesso Salvini alle proteste per la presenza di un ex terrorista rosso al corteo anti-israeliano a Milano, e la sua polemica con la ministra spagnola Irene Montero per il presunto scarso impegno contro Hamas-  si è forse tentati a riconoscersi più con Conte che con Tajani, come ai vecchi tempi della maggioranza gialloverde, fra il 2018 e il 2019. Prima che il capo del Carroccio, inebriato dal 34 e più per cento di voti appena raccolti nelle elezioni europee, perdesse un po’ la testa al mare e reclamasse i pieni poteri tramite un rapido passaggio elettorale. Di cui però si era dimenticato di accertare il primo presupposto: la disponibilità del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a sciogliere le Camere anticipatamente. L’altro presupposto era la disponibilità vera del Pd alle elezioni, non quella a parole dell’allora segretario Nicola Zingaretti, improvvisamente convinto dall’ancora compagno di partito Matteo Renzi a cambiare idea e a consentire a Conte un cambio di governo e di maggioranza.

         A parte la presunta o vera “Italia bipartisan di Meloni e Schlein dall’Ucraina a Gerusalemme”, che secondo Molinari “rafforza la credibilità internazionale dell’Italia”, per tornare a Conte e alla sua allergia tipo Gino Paoli all’elmetto bisogna stare attenti ad attribuirgli debolezze o altro di simile verso il terrorismo palestinese di Hamas. Il capo della comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi ha appena dovuto scusarsi pubblicamente per avergli dato dell’antisemita, risparmiandosi così una querela già annunciata. Ma per una diabolica coincidenza quel 18 per cento di disponibilità al voto attribuito ai “solidali” con Hamas da un sondaggio di Noto citato dal direttore di Repubblica verso la fine delle sue considerazioni è di poco più di un punto superiore al 16,9 attribuito al Movimento 5 Stelle dall’ultimo sondaggio Ipsos. O al 16,5 dell’ultimo sondaggio Swg. Coincidenza, ripeto, diabolica, come solo la politica sa riservarne.

Pubblicato sul Dubbio

Il tragico paradosso dell’Italia 80 anni dopo il rastrellamento degli ebrei a Roma

A Sergio Mattarella che oggi si reca al Ghetto di Roma nell’ottantesimo anniversario del rastrellamento nazifascista di 1259 ebrei, dei quali 1023 furono deportati e solo 16 tornarono vivi, toccherà più o meno esplicitamente scusarsi nella Sinagoga presidiata per timore di attentati. Scusarsi non per i fatti del 1943, quando lui a Palermo aveva solo due anni, ma per i fatti di questo ottobre 2023 in Italia. Dove cortei sfilano per le strade e affollano piazze per protestare contro Israele e non nascondere simpatie per Hamas e i loro miliziani, che hanno appena fatto contro gli ebrei confinanti con Gaza peggio ancora di quanto i nazifascisti fecero a Roma 80 anni fa.

  Se qualcuno, come Aldo Grasso ieri sul Corriere della Sera, si permette di eccepire sui “postillatori” dei salotti televisivi, che con i loro “se” e “ma” ispirano o fiancheggiano, come preferite, i cortei quanto meno ostili più ad Israele che ad Hamas, deve sentirsi dire, o vedere scritto sul Fatto Quotidiano, con la firma del direttore in persona Marco Travaglio, di essere entrato in una “fase anale”. Che sarebbe quella, testuale, di “un idiota che può produrre più merda di quanto tu possa spalarne”. E questa, nell’Italia paradossale che Mattarella per dovere d’ufficio è chiamato oggi a rappresentare nel ghetto romano, sarebbe libertà di stampa.

Non ho parole per continuare e, magari, abusare anch’io, sia pure per ritorsione, dell’articolo 21 della Costituzione. Che è quello che dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Anche nei salotti televisivi recensiti da quell’Aldo Grasso ridotto per questo a produttore industriale di sterco da chi quei salotti frequenta assiduamente pur standosene seduto dietro la scrivania del suo giornale come in cattedra, premurosamente collegato in video e audio.

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Le piazze intossicate dai “postillatori” dei salotti televisivi

         Aldo Grasso -l’invitato di pietra dei salotti televisivi, che non vi partecipa ma li commenta- ha definito sul Corriere della Sera “postillatori” quelli che deplorano le nefandezze dei terroristi della palestinese Hamas ma le giustificano in qualche modo per la “complessità” dei problemi da cui nascono.

         Più in alto, a sinistra, sempre sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha definito questi postillatori “più spregevoli” degli stessi terroristi pensando anche a ciò che riescono a produrre di tossico nelle piazze. E chissà se l’editorialista del principale quotidiano italiano, scrivendone, aveva già visto la foto oggi pubblicata sul Giornale che ritrae un corteo anti-israeliano a Milano con un dimostrante cerchiato in rosso che è l’ex terrorista Francesco Giordano, condannato per l’assassinio di Walter Tobagi. Esso fu compiuto nel 1980 da una banda aspirante all’ammissione alle brigate rosse.  “Un ex Br guida la piazza”, ha titolato Il Giornale promuovendolo a posteriori sul campo.

         Si spera che adesso nessuno  protesti per la pubblicazione di questa foto denunciando, com’è avvenuto per quella di cinque anni fa della giudice Iolanda Apostolico in piazza a Catania, la violazione della privacy e riproponga il problema dei dossieraggi praticati dai soliti ignoti.

         A Milano la bandiera d’Israele è diventata in piazza un divieto di accesso o circolazione. Altrove le bandiere israeliane sono state bruciate con quelle degli alleati americani. Prima o poi -vedrete- ne bruceranno anche di italiane. Il direttore Maurizio Molinari ha appena scritto e titolato su Repubblica di una “Italia bipartisan di Meloni e Schlein dall’Ucraina a Gerusalemme”. Un titolo, e relativo testo, forse un po’ forzato per il riferimento alla Schlein e al composito partito che guida ma convalidato in qualche modo dall’ex premier Giuseppe Conte e presidente ora del Movimento 5 Stelle. Che ha gridato con le virgolette messe alle sue parole dall’insospettabile Fatto Quotidiano: ”Il Pd non s’è ancora tolto l’elmetto”.

         Vale anche per la premier Meloni la testimonianza, chiamiamola così, del giornale di Marco Travaglio con quel titolo, addirittura di apertura, non so se più nostalgico o polemico per il richiamo ai tempi in cui la leader della destra italiana era “con Gaza e due Stati”, israeliano e palestinese.

         A proposito dei “postillatori” di conio grassiano e della giudice Apostolico già citata incidentalmente, segnalo il richiamo del Messaggero alla vicenda del figlio dell’Apostolica, Francesco Moffa, ripreso nel 2019 a Padova in alcuni scontri con la polizia, processato e assolto con la testimonianza, credo non irrilevante, della madre.  Questa volta è tutta roba d’archivi giudiziari. Di dossieraggio è difficile parlare per proteggere la giudice dalle polemiche procurate  dai suoi decreti di liberazione di migranti irregolari trattenuti in applicazione di una legge mai contestata davanti alla Corte Costituzionale.

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Buone notizie finalmente da Gaza e dintorni: i palestinesi fuggono da Hamas

         Buone notizie finalmente dal Medio Oriente, anche a costo di scandalizzarvi o di essere scambiato per un pazzo da chi, come me stesso d’altronde, era ieri inorridito a vedere sul Giornale la foto di quel neonato ebreo in fasce crivellato di colpi, e forse pure decapitato, dai terroristi palestinesi penetrati sabato scorso in territorio israeliano dalla striscia di Gaza. O striscia di sangue, stampata in rosso da qualche giornale per denunciare quello che vi sta scorrendo e scorrerà forse ancora di più nei prossimi giorni per il ritorno delle truppe ritirate a suo tempo da Sharon nella illusione di una pacificazione.

         Quelle file di poveri Cristi in fuga, in esodo e quant’altro con i loro familiari, le loro cose e animali fra macerie, o auto in sosta e palazzi ancora in piedi, obbedendo agli appelli di chi vorrebbe risparmiare le loro vite e disobbedendo invece agli ordini cinici di chi vuole che restino per continuare a fare da scudi umani alle milizie e centrali sotterranee di guerra, mi fanno tornare a credere che davvero i palestinesi non siano Hamas e viceversa.

         Quelle file di gente disperata eppur vogliosa di vivere e lasciar vivere smentiscono la paura avvertita quando i terroristi si sono vantati di avere preparato per due anni il sabato 7 ottobre 2023 e a molti di noi, credo, è venuto spontaneo chiedersi come mai nessuno in tanto tempo si fosse accorto di nulla e avesse avvertito il bisogno di scappare e parlare in coincidenza con l’incredibile debolezza dei pur mitici servizi segreti israeliani.

         Mi consola leggere sul Foglio l’inviata che scrive così del primo venerdì seguito a sabato scorso: “A Gerusalemme c’è il silenzio, e questa quiete -per Hamas- è sinonimo di sconfitta. Il venerdì della preghiera non è stato il grande venerdì della rabbia. L’appello dei terroristi rivolto a tutti i palestinesi per incendiare la città e la Cisgiordania non ha attecchito e il messaggio è: i palestinesi non sono disposti a morire per Hamas, e Hamas non incarna la causa palestinese. Questa non è la nostra guerra”. E non sarà necessaria una guerra come quella di un’ottantina d’anni fa per combattere un altro Olocausto.

         Di fronte a queste notizie o sensazioni  provenienti dal Medio Oriente sorrido ai teatrini della politica italiana, come quello dei tribunali che si passano la palla- da Catania a Firenze e ora a Potenza- nella partita contro il governo per disapplicare il cosiddetto decreto Curto sull’immigrazione e delegittimarlo al posto della silente Corte Costituzionale. Alla quale si è deciso ieri a richiamarsi il sottosegretario a Palazzo Chigi, e magistrato, Alfredo Mantovano. Ma se la Corte Costituzionale è silente, in attesa che qualcuno l’investa finalmente del problema, la Camera non è da meno. Ieri a discutere del problema nell’aula di Montecitorio erano in due soltanto. Ha avuto molta buona volontà Il Messaggero a titolare: “Migranti, altolà ai giudici: debbono applicare le leggi”, non disattenderle.

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Quanto spreco di bastardi…..fra guerre vere o soltanto di carta

Ho davanti a me, mentre scrivo, la foto del neonato trucidato sabato scorso dai terroristi palestinesi, forse anche decapitandolo, che Alessandro Sallusti ha voluto sbattere sulla prima pagina del Giornale per fare sentire ai lettori -ha titolato- “il dovere di inorridire”. O, come hanno titolato sul Foglio, senza l’aiuto di alcuna foto, “il dovere morale di distruggere Hamas” per ritorsione dopo le migliaia di morti e feriti procurati con gli attacchi proditori dichiaratamente preparati in due anni.

         Oltre alla foto scelta dal direttore del Giornale – fra le tante che girano nelle redazioni di tutto il mondo e mostrate personalmente dal premier israeliano al Segretario di Stato americano raccogliendone l’impegno a sostenere l’alleato in quest’altro passaggio drammatico della sua esistenza- ho davanti a me i titoli di Avvenire sui “civili in trappola” a Gaza, come se non lo fossero stati anche gli ebrei trucidati nelle loro case dai miliziani di Hamas, e del manifesto su “tutti ostaggi”. Come se questa condizione fosse un’esclusiva di quest’altra guerra esplosa in Medio Oriente e non un ingrediente di tutte le guerre, a cominciare da quella di Troia.

         Davanti a tanta incredibile sorpresa, o al rammarico ascoltato in televisione di un’ex ambasciatrice italiana che gli ostaggi americani nelle mani di Hamas non siano quanti servirebbero per mobilitare a loro favore gli Stati Uniti, verrebbe voglia di reagire come ha fatto il direttore del Tempo Davide Vecchi dando della “bastarda” -così, a caso- alla segretaria del Pd Elly Schlein  dopo che Roberto Saviano si è  procurata una condanna  simbolica  a mille euro di multa  per avere chiamato così due anni fa, mosso da “motivi di particolare valore morale”, Giorgia Meloni. Dalla quale l’imputato si aspettava, anzi reclamava il ritiro della querela una volta vinte le elezioni, l’anno scorso, e arrivata a Palazzo Chigi.

         Sembra una storia incredibile ma è vera. Come vere sono le cronache secondo le quali il guardasigilli Carlo Nordio avrebbe sorpreso le opposizioni rumoreggianti per avere disposto “verifiche” sulla giudice che a Catania ha appena rimesso in libertà quattro migranti tunisini irregolari dopo averne liberati il 30 settembre scorso altrettanti. Che naturalmente sono fuggiti prima che le loro richieste di asilo e protezione internazionale fossero respinte.

         Ce ne sarebbe, caro Vecchi, da dare dei bastardi in questo nostro spensierato Paese, ma non siamo o non chi chiamiamo tutti Roberto Saviano. Che pure si è appellato alla “condanna” ed ha minacciato l’espatrio -se no ho  capito male- nel caso in cui La Meloni dovesse restare a lungo a Palazzo Chigi come un Netyanau qualsiasi. Del quale Marco Travaglio ha appena scritto sul Fatto Quotidiano come di un “politicante ottuso e corrotto” al quale “sabato la ferocia di Hamas ha presentato il conto”.

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La giudice che a Catania non lascia ma raddoppia con i migranti

Alcuni fantasiosi cronisti, per esempio sul Messaggero, a 14 anni dalla morte del conduttore Mike Bongiorno e a 64 dalla chiusura della sua famosissima trasmissione “Lascia o raddoppia”, hanno riaperto il concorso televisivo e iscritto d’ufficio la ormai famosa, pure lei, giudice Iolanda Apostolico. Che a Catania non ha per niente lasciato, dopo le polemiche sui suoi primi decreti giudiziari di liberazione di migranti tunisini irregolari trattenuti nel centro di raccolta di Pozzallo e sulla sua partecipazione, cinque anni fa, a dimostrazioni di piazza contro il governo. La signora ha raddoppiato i decreti disponendo la liberazione di altri quattro migranti, sempre tunisini, richiedenti asilo per essere fuggiti da problemi prevalentemente familiari. Su cui la magistrata ha riflettuto senza alcun imbarazzo, temo, per la loro sostanziale modestia rispetto a quelli che si immaginano quando si parla di gente che fugge da guerre, fame e persecuzioni.

         Nessun imbarazzo sembra essere stato avvertito dalla giudice neppure nel richiamo alle direttive europee che pure consentono il fermo, in attesa dell’esame delle richieste di asilo e protezione internazionale “se non sono applicabili efficacemente misure alternative meno coercitive”. Ebbene, questa mancanza di misure alternative è dimostrata dal fatto, non credo sconosciuto alla giudice, che i tre o quattro tunisini da lei liberati il 30 settembre si sono resi irreperibili, cioè sono scappati, prima che le loro richieste di asilo venissero respinte: in meno di dieci giorni.

         “La giudice non molla”, si è titolato da qualche parte in rosso compiaciuto. D’altronde,. “boia chi molla” si gridava negli anni Settanta. Ma lo si faceva dall’estrema destra, con la quale la magistrata in servizio a Catania non credo voglia essere confusa dopo che ci ha aiutato a conoscere i suoi orientamenti politici e/o ideologici

         Fra gli altri meriti o demeriti, secondo i gusti, della giudice Apostolico e dei suoi altri decreti  vi è quello di avere distratto quanto meno parzialmente l’attenzione dalle guerre, quelle vere, non più “pillole”, come una volta le chiamava il Papa, che ci circondano e in qualche modo persino coinvolgono per i loro nefasti effetti  sulla nostra vita quotidiana: dall’Ucrania aggredita dai russi di Putin a Israele aggredita dai terroristi palestinesi. I quali, fra l’altro, non hanno avuto per la loro gente che vive a Gaza ora assediata militarmente  lo stesso rispetto, la stessa paura, la stessa angoscia così diffusamente nutrite e raccomandate nel mondo, e non solo in Italia, nell’attesa della rappresaglia israeliana dopo la ferocia scatenatasi contro ebrei che non avevano altra colpa di essere nati, come quei bambini decapitati.

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Cresce purtroppo l’orrore di morte in Israele, e di politica altrove

In Israele colpita a morte, e a tradimento,  e a Gaza assediata per la rappresaglia che l’attende nella logica della guerra si continuano a contare i morti, saliti a 1200 fra gli ebrei e a 900 fra i palestinesi. Un conteggio sempre più orribile, come quello dei 40 bambini israeliani trovati trucidati, alcuni decapitati, che hanno ispirato i titoli sulla “strage degli innocenti”, senza con questo voler dare dei colpevoli, in qualche modo, o dei meno innocenti ai ragazzi, giovani, adulti e anziani falcidiati, o finiti ostaggi e probabilmente destinati a morire anche loro. Gli aguzzini hanno già cominciato a farlo ammazzandone via via che gli israeliani bombardano da lontano anticipando la rappresaglia -ripeto- alla quale si stanno attrezzando le truppe corazzate, l’Aviazione e forse anche la Marina.

         A più di 4000 chilometri di distanza si sono svolti a Roma, in Parlamento, due spettacolini, diciamo così, che desidero riproporvi, per la loro sintesi ed efficacia, dalla prima pagina del Foglio: il primo riguardante la maggioranza e le opposizioni  e il secondo soltanto le opposizioni.

         Spettacolino della maggioranza e dintorni: “Che pochade. Finisce che Pd e M5S votano la risoluzione della maggioranza (con i rossoverdi che si astengono). E termina pure con il centrodestra che dice sì al documento di Pd-M5S e rossoverdi, eccetto il punto 5 che critica il governo di Netanyau. Ma tutti -eccetto i rossoverdi- votano l’elaborato del Terzo polo. Nel centrodestra prevale la cautela del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che oggi volerà in Egitto, rispetto alla linea più aggressiva espressa al tavolo delle trattative dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. E Giorgia Meloni? E’ preoccupata da fattori interni ed esterni. Vuole spegnere incendi e non accenderne altri”.

         Spettacolino del Pd e dintorni: “Mentre cadono bombe su Gaza e missili su Ashkelon il centrosinistra prepara la mozione “unitaria” sulla Palestina. La scena è questa: in una penombra da fumeria, nella cosiddetta sala lettura di Montecitorio (il posto dove tutti vanno a dormire) c’è Chiara Braga. Che però è sveglia, diciamo. La capogruppo del Pd è china su un foglio. Sembra un quadro di Caravaggio. Ecco che arriva Provenzano, le dice una cosa. Lei cancella. Riscrive. Poi arriva Silvestri, il capogruppo grillino. E lei cancella. Riscrive ancora. Alla fine sembra soddisfatta. Ma c’è Fratoianni con la sigaretta elettronica: “Eh no, così non va”. Si ricomincia”.

         A quasi 7000 mila chilometri di distanza tuttavia si è svolto al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite un altro spettacolo riassunto, raccontato e quant’altro dall’Unità con questo titolo da scatola su tutta la prima pagina: “Altolà Onu a Netanyau”. Proprio così, avete letto bene: “a Netanyau”. Non ad Hamas, o pià che ad Hamas. L’Italia, com’è noto, partecipa a questa organizzazione con truppe, dove essa riesce a mandarne per contenere i conflitti, e laute quote associative, per centinaia di milioni di dollari l’anno.

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Giorgio Napolitano è rimorto, di dolore, per il suo amico e consigliere Loris D’Ambrosio

         Poche righe -bastano e avanzano- per commentare la decisione appena presa dal Consiglio Superiore della Magisratura di bocciare l’istanza presentata nel 2017 dai familiari di considerare vittima del dovere il giurista Loris D’Ambrosio. Che, consigliere giuridico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, morì d’infarto nel 2012 nel mezzo delle polemiche procurategli dal coinvolgimento, con lo stesso Napolitano, nelle intercettazioni telefoniche -poi distrutte su ordine della Corte Costituzionale- per il processo sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi.

         Di quella morte si dolse pubblicamente e pianse, partecipando ai suoi funerali, il capo dello Stato in persona. Profonda fu la costernazione anche fra i collegi di D’Ambrosio, cui venne poi dedicata una sala del Ministero della Giustizia, dove egli aveva lavorato prima di essere chiamato al Quirinale. Dove peraltro Napolitano respinse com immediatezza e fermezza le dimissioni presentategli dall’illustre collaboratore nel tentativo di arginare i veleni che stavano raggiungendo, per quella vicenda processuale, il vertice istituzionale.

         Il commento alla decisione del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha ereditato dal precedente il non meno assurdo ritardo nell’esame dell’istanza, è semplicemente questo: Giorgio Napolitano, scomparso di recente e giustamente onorato dei funerali di Stato, è rimorto: non di vecchiaia, questa volta, ma di dolore.     

Il solito Conte della guerra: alla fine più con l’aggressore che l’aggredito

         Novecento morti, migliaia di feriti, alcune centinaia di dispersi, più di cento ostaggi, fra cui due italiani, per limitarci alle persone e non parlare dei danni materiali subiti da Israele, non bastano evidentemente all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in cravatta e senza, col suo passo sempre rapido e quasi allegro, per capire che “a Gaza è guerra totale”, come ha titolato realisticamente Il Secolo XIX.

         Come già accadde dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, quando il nostro per fortuna non era più a Palazzo Chigi ma faceva ancora parte della maggioranza e si lasciava rappresentare al governo dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dissentendo tuttavia da lui, Conte da una parte solidarizza con l’aggredito di turno, riconoscendogli il diritto alla difesa, e dall’altra ne trova sproporzionate le reazioni o le alleanze  e protesta cambiando praticamente campo.

         Anche con gli israeliani e con le loro bandiere insanguinate Conte ha steso un documento di “profonda preoccupazione” per la “preannunciata sproporzionata reazione” destinata a colpire “l’inerme popolazione civile della striscia di Gaza”, cui Israele -ha aggiunto l’ex premier a voce- ha già tolto luce, gas e cibo violando “il diritto umanitario”.

         Per una volta -ma temo che a questo punto  non sarà l’unica- Conte si trova d’accordo col giornalista italiano, credo, più distante da lui dal primo momento che se ne fece il nome come premier, considerandolo semplicemente un fantasma inventato da un comico: Piero Sansonetti. Che oggi, copiandogli voce e pensiero, ha titolato su tutta la prima pagina della sua rinata Unità sulla guerra in Israele “E’ partito l’antiterrorismo (assomiglia al terrorismo)”. L’aggredito, cioè, equivale all’aggressore, se non è addirittura peggiore disponendo di più mezzi per danneggiarlo maggiormente nella reazione.

         Non si arriverà probabilmente all’arruolamento pentastellare di Sansonetti per il legame sentimentale con una certa sinistra che il mio amico Piero ha dimostrato facendo riesumare l’Unità dal suo amico editore Alfredo Romeo, e così ringiovanendo per avervi a lungo e intimamente  lavorato quando il giornale era l’organo ufficiale del Pci. Tuttavia Conte, dopo avere arruolato fior di magistrati giunti al pensionamento ma decisi a perpetuarsi in politica con le loro pratiche e idee, e perduta la speranza ormai di un accordo con Michele Santoro, potrebbe oggi pensare a candidare nelle sue liste, magari già alle elezioni europee dell’anno prossimo, quel Patrick Zaki che l’Italia è appena riuscita a strappare alle prigioni egiziane.  E che si è praticamente unito ai terroristi palestinesi condividendo la lezione che hanno dato a quel terrorista più di loro che sarebbe il premier israeliano. Pazienza, evidentemente, per i novecento morti, ripeto, le migliaia di feriti, le centinaia di dispersi e ostaggi di parte israeliana, cui tuttavia Patrick dovrebbe aggiungere le vittime e i danni di quella parte palestinese nella quale si riconosce.  

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