La maggioranza cade alla Camera nella provocazione grillina contro le autonomie

Il deputato Leonardo Donno

Espulso dall’aula di Montecitorio per un’irruzione verso i banchi del governo sventolando la bandiera tricolore contro il ministro Roberto Calderoli, e il suo disegno di legge per l’applicazione delle cosiddette autonomie differenziate introdotte nella Costituzione dalla sinistra nel 2001, il deputato pentastellato Leonardo Donno ne è uscito in carrozzella per una rissa nella quale è rimasto ferito. Il parlamentare sospettato di averlo colpito con un pugno al torace, ma che giura di avere solo tentato di farlo senza riuscirvi, è il leghista Igor Iezzi.

Il deputato Igor Iezzi

Oltre al pugno che gli ha procurato accertamenti in ospedale, il deputato 5 stelle ha rimediato calci e insulti che hanno permesso alla sua parte politica di protestare contro lo squadrismo, naturalmente fascista, del centrodestra. Dove peraltro la compattezza a favore del provvedimento già approvato dal Senato, dove potrebbe tornare se alla Camera fosse modificato, non è tale neppure di facciata.

         Per quanto non nova nella storia del Parlamento, dove si è visto anche di peggio ai tempi, per esempio, dell’adesione alla Nato o della discussione sulla legge elettorale che introdusse negli anni Cinquanta del secolo scorso un premio di maggioranza definito “truffa” dalle opposizioni, la zuffa scoppiata ieri a Montecitorio è stata naturalmente grave. E paradossalmente, per la maggioranza, un soccorso autolesionistico alla parte dell’opposizione appena uscita peggio dalle elezioni europee: quella grillina capeggiata dall’ex premier Giuseppe Conte. Che ora può mescolare le sue annunciate “riflessioni” sulle condizioni in cui ha ridotto il suo partito nelle urne a proteste contro una maggioranza “aggressiva.” O quanto meno sprovveduta nella reazione a gesti o iniziative il cui carattere provocatorio è avvertibile nella espulsione rimediata dal parlamentare pentastellato.

         Se alla Camera il clima è quello che si è  visto sul tema delle autonomie, anche al Senato la tensione resta alta per lo scontro sul cosiddetto premierato proposto dal governo con quella che la premier Giorgia Meloni ha definito “la madre di tutte le riforme” programmate dal suo governo, comprese quelle in materia di giustizia.

Giorgia Meloni

In questi giorni tuttavia  l’attenzione principale della presidente del Consiglio è comprensibilmente riservata ad altro: il “suo” G7 in Puglia, ad alta intensità e partecipazione internazionale, peraltro a ridosso di ciò che attende la Meloni in Europa per la definizione dei nuovi assetti al vertice dell’Unione.

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Silvio Berlusconi ed Enrico Berlinguer tornati da morti ai loro posti

Da Libero

Per uno dei capricci non so se più della cronaca, della politica o della storia si trovano accomunati in questi giorni, da morti, due uomini che in vita non potevano essere stati più diversi come Enrico Berlinguer e Silvio Berlusconi. Che penso non avessero fatto in tempo neppure a conoscersi o solo incontrarsi, per quanto ne sappia da cronista della cosiddetta prima Repubblica. Della cosiddetta seconda, nata peraltro con l’esordio diretto di Berlusconi da candidato praticamente eletto alla guida del governo, ben prima del premierato ora all’esame del Senato, Berlinguer non aveva neppure potuto avvertire il sentore. Ne sarebbe probabilmente morto ancor prima.

         Due uomini -dicevo di Berlinguer e Berlusconi- che più diversi non potevano essere stati per formazione culturale e stile di vita. Non dico di carattere perché lo avevamo avuto entrambi abbastanza tosto, pur nascosto con Berlusconi sotto la corteccia -quasi un ossimoro- di un’allegria permanente, contrapposta ad una mestizia della quale Berlinguer si sentiva ingiustamente vittima nella rappresentazione mediatica. E che solo lo straripante Roberto Benigni vinse sollevando il leader comunista con le braccia e dondolandolo sotto gli occhi prima esterrefatti e poi divertiti di quel misto di vigilante e assistente del segretario del Pci che era Tonino Tatò. Attraverso le cui grinfie nessun giornalista, ma anche uomo politico, non poteva non passare per arrivare a Berlinguer: neppure un inviato storico come Giampaolo Pansa, Giampa per gli amici. Che nel 1976 riuscì a strappare al segretario comunista la clamorosa ammissione di sentirsi protetto sotto l’ombrello della Nato nei rapporti con l’Unione Sovietica.

Una cosa -quella dell’ombrello atlantico aperto su di sé alle Botteghe Oscure da Berlinguer- che mandò su tutte le furie nel Pci Armando Cossutta e dovette sorprendere fuori anche Berlusconi. Che aveva allora solo 40 anni e neppure immaginava per sé un futuro politico, bastandogli e avanzandogli i denari, i successi, la notorietà dell’imprenditore, per quanto passato nel 1948, da ragazzo, attraverso l’esperienza delle affissioni dei manifesti elettorali della Dc di Alcide De Gasperi contro il fronte popolare della sinistra composto dai comunisti di Palmiro Togliatti e dai socialisti di Pietro Nenni.

A quarant’anni dalla sua morte l’eredità politica di Berlinguer è tornata ormai tutta a sinistra, dopo essere passata non più tardi del 2021, solo tre anni fa, anche per le mani di un post-democristiano compiaciuto come Enrico Letta, appena eletto segretario del Pd. E richiamato a Roma da Parigi, dove lo aveva fatto scappare Matteo Renzi detronizzandolo nel 2014 da Palazzo Chigi.

Gli occhi di Berlinguer sono stati fatti stampare sulle tessere del Pd di quest’anno da Elly Schlein, succeduta ad Enrico Letta al Nazareno. E spintasi la settimana scorsa a Padova per concludere la campagna elettorale per le europee esattamente come Berlinguer nel 1984. Ma diversamente da Berlinguer, che spinse il Pci all’unico e breve sorpasso sulla Dc col 33 per cento e più dei voti, la Schlein ha potuto portare il Pd non oltre il 24 per cento, sotto di quasi cinque punti alla destra di Giorgia Meloni.

Mentre l’eredità di Berlinguer è tornata tutta a sinistra, l’eredità di Berlusconi è tornata tutta a destra dopo i parossistici tentativi dell’antifascismo di professione -come l’antimafia denunciata ai suoi tempi da Leonardo Sciascia- di scoprire e proporre un Cavaliere alternativo alla Meloni, o comunque ad essa preferibile.

I fratelli d’Italia della premier hanno appena portato a casa quest’anno un quasi 29 per cento vicino al 30,3 realizzato nel 1994 da Berlusconi nelle europee svoltesi a pochi mesi di distanza dalle politiche, dove il Cavaliere si era fermato, diciamo così, al 20 per cento. E ciò è avvenuto senza danneggiare -altra circostanza sfortunata per le opposizioni, che avevano scommesso sulla disarticolazione del centrodestra- le altre componenti della maggioranza di governo. Né la Lega di Matteo Salvini e tanto meno la Forza Italia post-berlusconiana di Antonio Tajani, salita anzi al secondo posto nella classifica della maggioranza di governo.

Non glien’è andata bene una, insomma, alla sinistra nello scontro furioso, quasi corpo a corpo, che ha cercato e condotto nella campagna elettorale contro una destra dipinta di un nero che più nero non si poteva o doveva immaginare.

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Enrico Berlinguer e Silvio Berlusconi insieme a loro insaputa

Dal Dubbio

Curioso destino comune di Enrico Berlinguer e di Silvio Berlusconi, in ordine alfabetico dei loro cognomi, a distanza di 40 e di un anno, rispettivamente, dalla loro morte. Il primo, segretario del maggiore partito di opposizione ai suoi tempi, dopo la pausa della “solidarietà nazionale” con la Dc di Giulio Andreotti, Aldo Moro e Benigno Zaccagnini, anche loro in ordine rigorosamente alfabetico dei cognomi. E il secondo, fondatore non solo e non tanto di Forza Italia quanto, in fondo, della seconda Repubblica per avere allestito tra la fine del 1993 e l’inizio del 1994, all’esordio di una nuova legge elettorale non più proporzionale, una coalizione di centrodestra contrapposta alla “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, a sinistra. Fu l’avvio della stagione cosiddetta bipolare della politica italiana.

         Bipolare, in verità, era stata anche l’Italia del 1948 con lo storico scontro elettorale fra la Dc e i suoi potenziali alleati di centro da una parte e la sinistra dall’altra costituitasi in un dichiarato, orgoglioso “fronte popolare”, che però perse la partita con tutta l’effigie e la barba di Giuseppe Garibaldi  nei volantini. Ma era tutt’altro bipolarismo, ideologico prima ancora che politico.

 Le ideologie nel 1994 erano già finite sotto le macerie del muro di Berlino, nel 1989, anche se Berlusconi chiamava e liquidava come comunisti quelli che si erano affrettati a  cambiare nome al loro partito e deposto il simbolo della falce e martello ai piedi di una tranquilla quercia, conservando tuttavia la stessa classe dirigente. E così esponendosi alla polemica del Cavaliere.  Facendogli anzi il piacere di guidare nelle parole un rinnovato schieramento anticomunista rievocativo di quello degasperiano del già citato 1948.

         A 40 anni dalla sua morte sul campo, colto tragicamente da un ictus nel comizio conclusivo anche allora di una campagna elettorale per l’elezione del Parlamento europeo, Enrico Berlinguer si gode forse dall’aldilà lo spettacolo di una giovane e giocosa -come la macchina da guerra di Occhetto- segretaria del Pd di nome Elly e cognome Schlein. Che è andata a rivendicare l’eredità berlingueriana, dopo averne riprodotto gli occhi sulle tessere di iscrizione al partito per questo 2024, nella piazza di Padova che costò la vita all’allora segretario del Pci.

         Di “Enrico”, chiamato solo col nome, come per la Meloni oggi si fa chiamandola solo Giorgia secondo le sue stesse indicazioni o preferenze, si era d’altronde vantato come erede persino l’ex o post-democristiano Enrico Letta assumendo la guida del Pd  dopo le improvvise e traumatiche dimissioni di Nicola Zingaretti: lo scopritore, con Goffredo Bettini, del Giuseppe Conte “punto più avanzato del progressismo” in Italia.

         A un anno solo, invece, dalla sua morte onorata con i funerali di Stato dovuti ad un ex presidente del Consiglio, e con la partecipazione non solo formale e dovuta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il compianto Berlusconi si gode dall’aldilà non dico una folla, ma quasi, di eredi. Ne ha un po’ raccolto la consistenza elettorale -col quasi 29 per cento dei voti nelle europee di sabato e domenica scorsa, vicinissimo al 30 di Berlusconi nelle europee del 1994- la leader della destra e prima presidente del Consiglio donna nella storia d’Italia.

         Ma di Berlusconi ha tutti i titoli politici, e anche umani, di considerarsi erede anche Antonio Tajani, scampato al rischio di essere solo il liquidatore del partito di cui il fondatore gli aveva assegnato in vita le funzioni di vice presidente. Ora Tajani si vanta, numeri alla mano, di essere al terzo posto della graduatoria generale dei partiti nazionali, dopo i fratelli d’Italia della Meloni e il Pd della Schlein, avendo scavalcato non solo la Lega di Matteo Salvini ma anche il MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.

         Per quanto scavalcato, ripeto, e per niente chiuso nella “riflessione” autocritica impostasi da Conte col fiato -temo per lui- di Beppe Grillo sul collo, anche Salvini rivendica in qualche modo l’eredità di Berlusconi. Che non a caso è stato il nome da lui più evocato nella campagna elettorale dopo quello del generale Roberto Vannacci. Tanto evocato, Berlusconi, che il vecchio Umberto Bossi, il fondatore della Lega, ha voluto votarne il partito raggiungendo la sezione elettorale in carrozzella. E soprattutto ha voluto farlo sapere. Anche di questo avrà potuto ridere, soddisfatto, dall’aldilà Berlusconi.

E poi dicono che la politica è di una monotonia terribile, asfissiante, tanto da meritarsi come partito di maggioranza quello delle astensioni.  

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Fantasie, speranze, illusioni sul silenzio post-elettorale di Mattarella

         Obbligato dal suo ruolo al silenzio neutrale, e forse qualche volta anche sofferto, prima, durante e dopo le campagne elettorali, Sergio Mattarella non ha avuto giustamente remore a correre ieri allo stadio olimpico di Roma per festeggiare le vittorie italiane nei campionati continentali di atletica.

         Ma fino a quanto può ritenersi sofferto -ripeto- il silenzio del capo dello Stato sui risultati delle elezioni europee, e di quelle amministrative che le hanno accompagnate? A saperlo, pur al netto del compiacimento che si può immaginare per il 24 per cento del Pd cui lui fece in tempo ad aderire prima di salire sul Quirinale nel 2015 succedendo a Giorgio Napolitano.  E venendo riconfermato come lui alla scadenza del primo mandato settennale, ma -diversamente da lui- per un altro mandato pieno, non ridotto da ragioni di politica o di salute, o di entrambe.

         I retroscenisti più maliziosi, e spesso anche i più immaginari, immagineranno Mattarella “freddo”, persino sotto zero, per l’avanzata della destra in Europa, in generale, e per la conferma di quella al governo in Italia. Non a caso anche oggi qualche giornale tiene a ricordare che il disegno di legge di riforma costituzionale della giustizia -con la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e i due conseguenti Consigli Superiori della Magistratura, dove le toghe resteranno in maggioranza ma sorteggiate- non ha ancora ottenuto la firma di autorizzazione del capo dello Stato per l’approdo in Parlamento. Ma arriverà, si mettano pure in pace critici ed avversari, se non è già arrivata mentre scrivo.

Mattarella e Crosetto

         Una testimonianza di un atteggiamento del Quirinale verso il governo in carica per niente prevenuto è appena arrivata, in una intervista di ieri a Repubblica, dal ministro della Difesa e collega di partito della premier Guido Crosetto. Che per le sue funzioni in questa congiuntura internazionale alquanto difficile -con guerre in corso ai confini dell’Europa, se non dentro, essendo l’Ucraina, per esempio, socia aspirante dell’Unione proprio dopo l’aggressione della Russia di Putin- è forse l’interlocutore più frequente del presidente della Repubblica, nonché capo delle Forze Armate e presidente del Consiglio Supremo di Difesa,

Crosetto ieri a Repubblica

         “Non mi pare -ha detto Crosetto rispondendo ad una domanda proprio sui rapporti fra governo e Quirinale dopo attacchi rivolti a Mattarella dal senatore leghista Claudio Borghi- che il centrodestra o il governo abbiano alcun problema con il Colle. Io ho un rapporto non solo politico, ma personale con il Presidente. Straordinario, voglio dirlo. In lui ho sempre trovato un consiglio o un aiuto verso il sottoscritto o Meloni”.

Dalla Notizia contiana

         Sarà così -presumo- anche nella preparazione confermata dallo stesso Crosetto del nuovo decreto di nuove forniture militari all’Ucraina. Contro il quale è già insorto il giornale dichiaratamente pentastellato La Notizia con questo titolo molto contiano: “Nuovo pacchetto armi all’Ucraina. A urne chiuse il governo Meloni si rimette l’elmetto”.

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Tutte le prime volte di Giorgia Meloni in meno di 20 mesi di governo

Da Libero

Diavola di una donna, la prima alla guida di un governo in Italia, e per la prima volta di destra nei 78 anni della Repubblica, Giorgia Meloni riuscirà a sfatare -un’altra prima volta nella sua esperienza politica- il mito un po’ sinistro della sfortuna riservata ai vincitori delle elezioni europee. Che nel 1994, per esempio, agli albori della cosiddetta seconda Repubblica, costarono a Silvio Berlusconi la rottura con lo spaventatissimo alleato Umberto Bossi, lasciatosi convincere da Oscar Luigi Scafaro al Quirinale a disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi, con la garanzia che non avrebbe pagato pegno in un ricorso anticipato alle urne.

         Nel 2014 toccò a Matteo Renzi, ancora fresco di Palazzo Chigi e della segreteria del Pd, al Nazareno, di perdere praticamente la testa per la vittoria alle elezioni europee con più del 40 per cento dei voti. E infilarsi in un’avventura politica e umana che lo portò nel giro di tre anni a perdere la guida prima del governo, con la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale, e poi del partito.

Meloni ai 5 minuti di Vespa

         Nel 2019 toccò a Matteo Salvini prima di vincere le elezioni europee, col 34 per cento dei voti, e poi di perdere la partita ingaggiata contro l’allora alleato leghista Giuseppe Conte. La rottura fu clamorosa anche sul piano scenico: nell’aula del Senato, con l’avvocato presidente del Consiglio nei doppi panni di pubblico ministero e giudice, che lo mandò all’opposizione alleandosi a sorpresa con un Pd -capriola nella capriola- a rimorchio dell’ex segretario Renzi. Che lo convinse a cambiare schieramento senza il passaggio elettorale cui si era impegnato il segretario di turno, Nicola Zingaretti.

Meloni prima del voto

         Ora è toccato vincere le elezioni europee a Giorgia Meloni, appunto. Ma in dimensioni e in circostanze tali, nel contesto di un terremoto politico a livello continentale, e alla vigilia di un G7 a guida italiana, che la mettono in quella che possiamo chiamare la classica botte di ferro.

         L’unica incognita che mi sembra sia davanti alla premier riguarda solo la modalità e la consistenza della sua scontata partecipazione alla definizione dei nuovi equilibri al vertice dell’Unione Europea, e ai relativi passaggi parlamentari di Strasburgo.

Meloni al voto

         Sul piano interno, quello della nostra politica domestica, come la chiamano gli americani, non c’è partita per gli avversari e i concorrenti, reali o potenziali che siano, effettivi o immaginari, della premier appena gratificata peraltro di circa due milioni e mezzo di preferenze.  Che non le servivano e non le servono per andare a Strasburgo, in un gioco fatto peraltro a carte scoperte, e quindi senza l’”inganno” denunciato con particolare furore da Giuseppe Conte prima di entrare mestamente in una riflessione a dir poco critica, ma bastano e avanzano per consolidare al suo posto in Italia la o il presidente del Consiglio. Come l’interessata preferisce essere chiamata in un maschile neutro che personalmente non mi piace, a prescindere dall’opinione, verdetto e quant’altro persino dell’Accademia della Crusca.

         Anche per ragioni direi anagrafiche, senza continuare a perdere il nostro tempo appresso alle vecchie categorie della destra e della sinistra, cui penso che rinuncerebbe anche il mitico Norberto Bobbio se fosse vivo, la Meloni è in linea di continuità con le tradizioni repubblicane. I 45 anni da lei portati all’arrivo alla guida del governo non sono poi molto distanti dai 46 anni di Amintore Fanfani nel 1954, dei 47 di Aldo Moro nel 1963, dei 49 di Bettino Craxi nel 1983, dei 51 anni di Francesco Cossiga nel 1979, dei 49 di Massimo D’Alema nel 1998: il primo post-comunista arrivato al vertice del governo con la spinta di Cossiga, prim’ancora che il post-comunista Giorgio Napolitano arrivasse al vertice dello Stato nel 2006, confermato nel 2013 per la prima volta nella storia del Quirinale repubblicano.

Uno sconsolato Giuseppe Conte

         Che cosa voglio dire con questa rassegna di date e dati ? Semplicemente che avversari, concorrenti e quant’altro di Gorgia Meloni, dentro ma anche fuori d’Italia, dovranno mettersi il cuore o l’anima in pace e rassegnarsi al suo turno di leadership guadagnatosi sul campo, da non predestinata come lei stessa si vantò di sentirsi al suo esordio alla testa del governo.  Per i rosiconi c’è spazio, in fondo a destra o a sinistra, come preferiscono.

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Meloni e Schlein, antagoniste ma forse convergenti sulla conferma di von der Lejen

Dal manifesto

         Per trovare davvero insieme Giorgia Meloni ed Elly Schlein, in ordine alfabetico ed elettorale dopo il voto per il rinnovo del Parlamento europeo, bisogna ricorrere o a qualche fotomontaggio o a qualche foto d’archivio, ritratta per incontri casuali o di circostanza. I loro avversari, nascosti neppure tanto all’interno anche dei rispettivi schieramenti, sono riusciti nelle scorse settimane a scongiurare quel confronto o duello diretto in televisione al quale le due prime donne d’Italia erano disponibili con la conduzione di Bruno Vespa alla Rai. Ora quegli avversari, ripeto, se le trovano prepotentemente imposte come protagoniste dalla realtà certificata con risultati elettorali dei quali ancora qualcuno dubita, tanto dev’esserne stato sorpreso. “Dov’è la vittoria?”, si sono chiesti, per esempio, al manifesto, dove pure c’è una certa tradizione di acutezza, e di spirito.

Umberto Bossi alle urne

         La vittoria, ripeto, è nei numeri elettorali della premier e leader della destra italiana e della segretaria del Pd. La sconfitta, per rimanere in Italia, è nel risultato da ortaggio o frutta al supermercato di Giuseppe Conte, con quel 9,99 per cento, per non dire 10, toccato dai grillini come loro minimo storico. E in quel terzo posto cui è scesa nel centrodestra la Lega di Matteo Salvini, “tradito” nelle urne -hanno detto gli amici- anche dal fondatore del partito Umberto Bossi, andato a votare in carrozzella.

La vignetta di ItaliaOggi

         C’è una vignetta di ItaliaOggi che immagina bene un brindisi fra la Meloni e la Schlein che stringono in pugno non bicchieri ma le teste, rispettivamente, di Salvini e di Conte. Il quale si è immerso in una dichiarata e scomoda, per quanto meno, riflessione per come ha ridotto il MoVimento 5 Stelle con la sua ambizione ad imporsi ai “progressisti”, come li chiama, quale ricandidato a Palazzo Chigi. Da dove probabilmente egli si ritiene ancora estromesso ingiustamente nel 2021 a vantaggio di un Mario Draghi che aveva considerato troppo stanco delle fatiche a Francoforte, come presidente della Banca Centrale Europea, per volergli succedere.

Conte sul Fatto

         Persino al Fatto Quotidiano, dove è stato definito in passato il migliore dei presidenti del Consiglio dopo Camillo Benso di Cavour, lo ritraggono o propongono in posa dimessa. Lo stesso direttore Marco Travaglio, al solito ospite del salotto televisivo di Lilli Gruber, ne ha dovuto parlare come del grande sconfitto delle elezioni europee.

Dalla Notizia

         Le due donne vincitrici, e insieme antagoniste, separate ora da un modesto 5 per cento dei voti dei rispettivi partiti, si apprestano a convergere in Europa, salvo complicazioni, per confermare la tedesca e popolarista Ursula von ver Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles. E la contiana Notizia, giornale orgogliosamente pentastellato, titola e commenta in tono drammatico: “Cresce il voto pacifista ma se Ursula ottiene il bis a comandare resta il partito della guerra”. Alla Russia di Putin, che forse si aspettava ben altro dalle urne europee.

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Macron e Sholz perdono le elezioni europee. In Italia vincono la Meloni e la Schlein

La coppia perdente nel fotomontaggio del Fatto Quotidiano

         A scrutini non ancora completati, mentre scrivo, ma abbastanza avanti per consentire una visione realistica dei risultati, si può dire che le elezioni europee di questo 2024 hanno segnato a livello continentale la sconfitta del cancelliere tedesco Scholz, e della sinistra da lui rappresentata, e del presidente francese Emmanuel Macron, travolto in Francia dalla destra di Marine Le Pen.

         A livello italiano- purtroppo con un’affluenza alle urne scesa al 49,67 per cento dal 54,5 dell’analogo turno elettorale precedente, del 2019- le vincitrici sono due. A destra è naturalmente Giorgia Meloni, salita dal 6,5 delle europee precedenti e dal 26 delle elezioni politiche del 2022 a circa il 29, se non oltre. Distanziati  di una ventina di punti  gli alleati leghisti, peraltro sorpassati sia pure di poco dai forzisti grazie anche al voto emblematico, a dir poco, di Umberto Bossi per un suo fedelissimo passato al partito che fu di Silvio Berlusconi, e oggi guidato ormai saldamente da Antonio Tajani.

Elly Schlein

         A sinistra la vincitrice in Italia è la segretaria del Pd Elly Schlein, che ha portato il Nazareno -nonostante un salto dei rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli a ben oltre la soglia di sbarramento del 4-  a più del 24 per cento dei voti superando, oltre al modesto 19 per cento delle politiche di due anni fa, anche il 22,7 delle europee precedenti. Ma soprattutto relegando il Movimento 5 Stelle sotto il 10 per cento -9,9- dal 17,1 delle precedenti europee e dal 15,4 delle politiche del 2022.

Giuseppe Conte

         Giuseppe Conte, l’ex premier e ora presidente del partito che fu di Beppe Grillo, si è imposta -bontà sua- una “riflessione” di fronte alla “valutazione insindacabile” ha detto- e negativa  degli elettori, ai quali egli si era proposto, pur tra precisazioni e battute riduttrici, come federatore, leader e simili di un eventuale cartello alternativo al centrodestra condotto, ora più di prima, da Giorgia Meloni.

Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

         La presidente del Consiglio, o solo Giorgia come preferisce farsi chiamare, ha naturalmente tenuto a vantarsi del successo, ancora più gratificante per lei di fronte alle difficoltà procurategli nel finale della campagna elettorale dai suoi alleati in concorrenza fra di loro e persino dagli stessi fratelli di partito, chiamiamoli così. E conta di presiedere fra qualche giorno in Puglia il G7 come la pavonessa, con tanto di ruota  dispiegata e proposta da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, pur chiamandola nel titolo Le Pen, vincitrice in Francia -ripeto- su un Macron costretto peraltro a ricorrere alle elezioni anticipate interne per tentare una pur improbabile rivincita o un contenimento dei danni.

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La sveglia di Biden e Macron all’Europa minacciata dalla Russia di Putin

Il voto di Giorgia Meloni alle europee

         La minaccia per l’Europa costituita dalla Russia di Putin, dopo più di due anni di guerra all’Ucraina, è stata riproposta insieme dai presidenti americano e francese, Joe Biden ed Emmanuel Macron, a seggi elettorali ancora aperti nel vecchio continente. Ma, ancor più, alla vigilia di un G7 in Italia organizzato dalla premier Giorgia Meloni, che vi sta arrivando in condizioni difficili, a dir poco, e a prescindere dai risultati elettorali, per i tentativi di parti consistenti della maggioranza e dello stesso governo di non ammettere, o addirittura di negare che l’Europa sia in guerra contro la Russia. Sì, in guerra fornendo aiuti militari e assistenza ad una Ucraina che è, fra l’altro, aspirante socia dell’Unione.

Noa Argamani, liberata dagli israeliani a Gaza

         Se ai confini centrali e settentrionali dell’Europa la minaccia russa è costituita dall’aggressione all’Ucraina, ai confini meridionali, nel sempre martoriato Medio Oriente, la minaccia russa è costituita dall’appoggio, con l’Iran e derivati, al terrorismo palestinese. Al quale Israele, costruito dai sopravvissuti al genocidio programmato da Hitler ma incorsa ora nell’accusa di genocidio per la sua difesa da chi ne contesta il diritto all’esistenza, ha appena liberato l’ostaggio forse più suggestivo sequestrato dai terroristi di Hamas nel pogrom del 7 ottobre.

Umberto Bossi

         In questa morsa di date, fatti e circostanze, e sull’onda delle celebrazioni degli 80 anni dallo sbarco in Normandia e degli ancor più degli sbarchi in Sicilia e ad Anzio per la liberazione dell’Europa dal nazifascismo, si perdono un po’ come antistorici o marziani certi particolari che hanno contrassegnato buona parte della campagna elettorale finalmente conclusa. Dove le visioni generali si sono perdute inseguendo obiettivi di corto, ani cortissimo respiro. Con la Meloni interessata a misurare la sua forza nella stessa maggioranza, la Lega di Salvini a toglierle voti a destra e insieme a difendersi dal rischio di essere sorpassata dai forzisti di Antonio Tajani, perdendo intanto per strada il suo fondatore Umberto Bossi, E con le opposizioni dove la partita che si sta giocando è praticamente solo quella della segretaria del Pd Elly Schlein per distanziare il Movimento 5 Stelle di tanto quanto potrebbe bastare a contrastare l’ambizione neppure tanto negata da Giuseppe Conte di guidare al momento opportuno, se mai dovesse arrivare, un cartello di quella che Pier Luigi Bersani nei salotti televisivi chiama “alternativa” al centrodestra. O, più direttamente e sbrigativamente, alla destra.

La vignetta della Stampa

         Non ci resta, a questo punto, che attendere i risultati di questa -francamente e a dir poco- confusa campagna elettorale.  Che ha sovrastato anche il rinnovo per niente secondario di oltre tremila amministrazioni comunali e di un Consiglio regionale come quello del Piemonte. La prima speranza è di non dovere registrare una fuga dalle urne, anziché una corsa. Come teme non il solo Stefano Rolli nella vignetta sulla prima pagina della Stampa.

Salvini scippa alla Meloni la chiusura infuocata della campagna elettorale

Dal Corriere della Sera

         Altro che “scintille prima delle urne”, come le ha chiamate il Corriere della Sera nel titolo sulla conclusione della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo. Ma anche di un consiglio regionale, quello del Piemonte, e di oltre tremila amministrazioni locali delle quali, in verità, si sono accorti in pochi. Eppure esse costituiscono un bel test per valutare -senza l’astrattezza del sistema proporzionale europeo, che non esiste più a livello nazionale- condizioni e prospettive dei patiti e  schieramenti politici italiani.

Matteo Salvini

         Sulla conclusione della campagna elettorale, con Giorgia Meloni un po’ distratta, diciamo così, dalla festa dell’opera lirica italiana a Verona col presidente della Repubblica Sergio Mattarella e le altre maggiori autorità dello Stato, è caduta come lava incandescente la bomba di Matteo Salvini contro quel “criminale” che sarebbe diventato, secondo lui, il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron, nella difesa armata dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

Dalla Verità

  “Il galletto”, ha definito Macron forse ancora più spregiativamente, nella sua ironia, un giornale – La Verità- particolarmente simpatizzante del vice presidente del Consiglio italiano e leader della Lega. Che si è proposto -fra i vari cantieri allestiti da ministro delle Infrastrutture- di sfuggire al sorpasso tentato dal partito forzista di Antonio Tajani all’interno del centrodestra.

Gorgia Meloni e Riccardo Muti a Verona

         Non so se proprio a Verona lo storico direttore d’orchestra Riccardo Muti avesse pensato anche a questo scippo del finale di campagna elettorale, appena compiuto da Salvini ai danni della Meloni, quando si è accomiatato dal pubblico raccomandando a tutti di sentirsi come in un’orchestra, dove la regola dev’essere quella dell’armonia. Altrimenti non è un’orchestra ma semplicemente e rovinosamente un casino, pur elegantemente risparmiato da Muti  alle orecchie del pubblico dell’Arena veronese che lo ha acclamato.

Macron da Putin nel 2022

         Un’altra cosa non so. Se e quanto tempo ci vorrà perché si depositino sul terreno -ma, più in particolare, sul tavolo delle trattative e del confronto fra i vari governi europei- le polveri dei comizi e si trovi un accordo sui nuovi assetti dell’Unione Europea.  Dove né il presidente della Commissione di Bruxelles né quello del Consiglio ma neppure i commissari, vengono eletti direttamente, ma sono politicamente negoziati. E la Meloni dovrà trattare per l’Italia anche con quel “criminale” di Macron. Che si è convinto, dopo più di due anni di guerra in Ucraina, che Putin non meritava le sue iniziali aperture, quando sostenne che non fosse il caso di “umiliare” il pur invasore del paese limitrofo.

Macron e Zelensky

L’Ucraina nel frattempo è diventata socia aspirante dell’Unione Europea, con tanto di procedura formalmente avviata. Putin invece è anche per Macron, e non solo per il presidente americano scusatosi con Zelensky dei ritardi nelle forniture degli aiuti, l’erede di Hitler a 80 anni dallo storico sbarco degli alleati occidentali in Normandia.

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Il ricordo della Normandia e l’incubo dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin

         La storia si prende sempre le sue rivincite sulla cronaca. E le ruba la scena, affollata di persone e di fatti della cosiddetta attualità.

Ieri in Normandia

  Alla immediata vigilia delle elezioni europee alla fine giocate col fiato sospeso su ciò che potrà poi accadere modestamente a Bruxelles per la successione alla presidenza della Commissione e dintorni, le celebrazioni degli 80 anni dallo sbarco in Normandia, preceduto da quelli dell’anno prima in Sicilia e di pochi mesi prima ad Anzio, hanno riproposto la dura, spietata realtà di un’Europa ora minacciata dalla Russia di Putin in guerra con l’Ucraina. Una Russia emula, insieme, dell’Unione Sovietica di Stalin e della Germania di Hitler, disgraziatamente unite nel 1939 nei preparativi  della  seconda guerra mondiale.

Da Repubblica

         “Kiev, la nostra Normandia”, ha dovuto titolare realisticamente su tutta la prima pagina pure un giornale come La Repubblica, una specie di corazzata della flotta di carta schierata contro il governo di Giorgia Meloni. Che, per quanto piegatosi anch’esso ai condizionamenti elettorali con quel sostanziale rifiuto di  un uso più libero ed efficace degli armamenti forniti all’Ucraina per difendersi dall’aggressione russa, sino a guadagnarsi un quasi elogio e ringraziamento di Putin, fa parte dello schieramento occidentale favorevole a Kiev.

         La foto più significativa delle celebrazioni in Normandia è quella del presidente americano Joe Biden che saluta paternamente il presidente ucraino Zelensky riconoscente e fiducioso, e del presidente francese Macron che contemporaneamente ne saluta la moglie.

Sergio Mattarella in Normandia

         Defilato, rispetto a questa e ad altre immagini delle celebrazioni in Normandia, potrebbe sembrare il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Ma è solo un’illusione ottica, perché sul piano politico Mattarella è stato ed è in Europa fra i sostenitori più tempestivi e convinti dell’Ucraina. Ancora nelle celebrazioni fresche di stampa dei 78 anni della Repubblica il presidente ha omesso di invitare al Quirinale la rappresentanza diplomatica della Russia. Della quale il presidente italiano non si lascia scappare un’occasione, dico una, per ricordare e denunciare pubblicamente la responsabilità dell’aggressione ad una Ucraina tanto nazificata, secondo le convinzioni e le accuse del Cremlino, da essersi incamminata sulla strada dell’adesione all’Unione Europea. Che evidentemente negli incubi di casa al Cremlino dev’essere “denazificata” anch’essa.

Da Riformista

Non parliamo poi della Nato, dove il povero Silvio Berlusconi ancora presidente del Consiglio pensò 22 anni fa di portare anche Putin. O di farne quanto meno un interlocutore costruttivo nella difesa delle democrazie minacciate da dittatori e terroristi. Era ogni tanto, la buonanima del Cavaliere, non il furbissimo e spregiudicato avventuriero immaginato, temuto, contrastato dagli avversari, e trattato nei tribunali -ancora oggi, peraltro, da morto- come un delinquente seriale, ma un uomo troppo ottimista. Un ingenuo, diciamo così.  

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