Dagli Stati Generali di Villa Pamphili, con tanto di parco, giardino segreto e tutto il resto, il povero presidente del Consiglio Giuseppe Conte -al quale viene spontaneo indirizzare un saluto o sentimento di comprensione, al di là di tutte le critiche che si è procurato in questi ultimi giorni- ha dovuto ripiegare sugli Stati Particolari, o particolarissimi, dell’appartamento a sua disposizione a Palazzo Chigi. Dove le tre ore trascorse con Davide Casaleggio sono state obiettivamente troppe per sentirsi esporre solo il documento delle dieci proposte formulate per il rilancio dell’Italia dall’associazione che porta il nome del padre dello stesso Davide e un po’, con Beppe Grillo, del Movimento 5 Stelle: Gianroberto Casaleggio.
D’altronde, lo stesso ospite di Conte all’uscita da Palazzo Chigi ha dovuto ammettere, o voluto rivelare, come preferite, di avere parlato col presidente del Consiglio di “un po’ di tutto”: dalla salute del governo giallorosso, o giallorosa, come alcuni preferiscono dipingerlo più moderatamente, a
quella del principale partito -o movimento, come ama chiamarsi- che lo compone. E di cui Davide Casaleggio probabilmente sa più degli interlocutori ordinari e molteplici di cui Conte dispone nell’espletamento delle sue funzioni: dal capo “reggente” e vice ministro dell’Interno Vito Crimi all’ex capo e tuttora ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dal nuovo capo della delegazione pentastellata nell’esecutivo Alfonso Bonafede al “fondatore”, “garante”, “elevato” e quant’altro Beppe Grillo in persona.
Grande deve essere la confusione sotto le 5 Stelle -direbbe la buonanima di Mao- se Conte, spintosi di recente ad auspicare, al pari del segretario del Pd Nicola Zingaretti e del capo della delegazione piddina al governo Dario Franceschini, intese elettorali fra i due partiti per il rinnovo autunnale di un bel po’ di Consigli Regionali e altre amministrazioni locali, ha dovuto quasi scusarsene con Casaleggio. Al quale egli ha spiegato di essersi spinto così troppo avanti, almeno rispetto alle opinioni o attese del suo interlocutore, solo per essere cortese con un giornalista che gli aveva chiesto di pronunciarsi appunto su questo problema. E che poi, con la complicità di tutti gli altri, si è scordato di riferire anche del prudente avvertimento del presidente del Consiglio di non volere forzare con le sue parole, aperture, auspici e quant’altro “l’autonomia delle singole forze politiche” interessate alla questione.
Eppure era circolata voce che Conte avesse parlato in quell’occasione contando, non so se a torto o a ragione, su una sintonia con Grillo. Di quest’ultimo, anzi, un cronista della Stampa solitamente bene informato delle vicende pentastellari, o pentastellate, si era avventurato ad anticipare come imminente, comunque entro queste mese, una indicazione precisa a favore di intese col Pd per le elezioni locali d’autunno.
Sarà curioso vedere se questa sortita di Grillo ci sarà davvero, anche dopo le tre ore di incontro fra Conte e Casaleggio, o è già stata vanificata dall’imprevisto evento a Palazzo Chigi, con tutto quello che ciò potrà significare o comportare. Si capisce a questo punto anche la prudenza, o l’impazienza, secondo i punti di vista, con cui già prima della visita di Casaleggio al presidente del Consiglio il capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, in una intervista al Corriere della Sera aveva tagliato corto dicendo ai suoi colleghi di partito, prima ancora che ai grillini, che ormai si è fatto troppo tardi per continuare a lavorare in quella direzione rimettendo in discussione i candidati piddini praticamente già in corsa per conservare le regioni che guidano, o cercare di strapparne qualcuna al centrodestra.
Pubblicato sul Dubbio
di circa metà mese. Oltre alla “scommessa dei cantieri” riduttivamente attribuitagli da Repubblica, c’è quel titolo del Corriere della Sera sulla “lunga lista di buoni propositi” che non è proprio il massimo che potesse aspettarsi il presidente del Consiglio dopo tutte le parole spese per illustrare le decisioni prese di notte dal governo “salvo intese”.
solitamente solidale Fatto Quotidiano con una foto del presidente del Consiglio in casco che sembrava un po’ la prosecuzione della vignetta del giorno prima di Vauro Senesi sullo stesso premier lanciatosi o buttato giù da un aereo senza il paracadute. Alla
quale vignetta peraltro è seguita oggi quella di Riccardo Mannelli in cui si fa dire a uno “un po’ confuso” che “nun ce siamo propio” e che “sto governo fa schifo ar coso”. Ogni scherzo vale, si sa, ma di Carnevale. Qui, come mi è già capitato di osservare graffiando, siamo un pò troppo fuori stagione.
secchiate d’acqua, o di benzina, secondo i punti di vista, sul problema sollevato dal segretario del suo stesso partito Nicola Zingaretti, dal capo della delegazione piddina al governo Dario Franceschini e condiviso dal presidente del Consiglio di tradurre in periferia l’alleanza con i grillini per limitare i danni, o accrescerli, anche qui secondo i punti di vista, delle elezioni regionali del 20 settembre. “Per riuscire a mediare non si cambiano i nomi” ha detto Marcucci pensando ai candidati del suo partito contestati o comunque indigesti ai grillini e ribadendo la convinzione che “i patti locali” si debbano fare “su idee comuni”. E se queste idee non ci sono, pazienza. Non si fanno le intese e ci si rimette al responso degli elettori.
alla successione cominciata con più anticipo del solito rispetto alla scadenza del mandato presidenziale. Che “si materializzerà -ha ricordato il quirinalista del Corriere– il 3 febbraio 2022”, cioè fra un anno e mezzo.
4 agosto dell’anno prossimo, quando mancando appunto sei mesi alla scadenza del proprio mandato il presidente della Repubblica non potrà sciogliere anticipatamente le Camere per esplicito dettato dell’articolo 88 della Costituzione. Che fu modificato nel 1991 per consentire ugualmente l’esercizio di questa prerogativa quando coincidono gli ultimi sei mesi dei mandati del capo dello Stato e del Parlamento. Non è certamente il nostro caso, scadendo le Camere attuali nel 2023.
maggiori partiti della coalizione di governo, con la sostanziale esclusione -ha scritto Breda- dei “leader di quei partiti-cespuglio, come Matteo Renzi, che nel 2015 fu il king maker dell’elezione di Mattarella”. Ma Renzi era allora segretario di un Pd in buona salute politica ed elettorale e, insieme, presidente del Consiglio. Adesso quella doppia del Quirinale e del governo, già impropria di suo, sarebbe tutt’altra partita nelle mani di un movimento grillino dalla indecifrabile natura e di un Pd che ne subisce sempre più malvolentieri il peso.
si tocca e neanche la maggioranza”, anche se fra grillini e piddini c’è da chiarire non solo un sacco di cose sui provvedimenti in cantiere per la ripresa, ma soprattutto come affrontare le elezioni regionali del 20 settembre, perché “è grave dividersi”. Cosa, quest’ultima, che fra i grillini sembra condivisa solo da Grillo in persona, di cui
La Stampa prevede una uscita pubblica in questa direzione entro questo mese, con quali effetti concreti si vedrà in un movimento dove neppure di lui, Beppe, per quanto “garante”, ”elevato” e quant’altro si riesce più a capire quanto conti davvero. O se sia più allarmato o compiaciuto del grande pasticcio politico creato in dieci anni di spettacoli nel senso più ampio della parola.
sia invece fra i grillini, a dispetto -in verità- di molte apparenze perché retroscena e quant’altro si sono inseguiti negli ultimi tempi per riferire di sospetti, malumori e simili serpeggianti da quelle parti sul presidente del Consiglio. Che non a caso è stato pubblicamente sfidato dall’eterno ormai aspirante alla guida delle 5 Stelle Alessandro Di Battista a smettere di stare col piede in due staffe, a iscriversi al Movimento che lo ha designato e portato già due volte a Palazzo Chigi e a contendere a lui direttamente e ad altri la leadership del partito ancora più rappresentato in Parlamento, anche se ha perso per strada in due anni molti voti e persino un po’ di senatori e deputati spostatisi altrove.
è avvenuto. Forse i soci della maggioranza giallorossa si sono guardati più la schiena che altro. Di sicuro, secondo Di Maio, è che “così si va a sbattere”, anche a rischio di quel “voto anticipato” che il ministro degli Esteri naturalmente non vuole, nella consapevolezza- almeno questa- del carattere irripetibile del risultato delle elezioni politiche di due anni fa. Che gli procurarono vertigini da balcone nei primi passaggi di un governo in cui Conte sembrava più il vice dei suoi due vice -che erano il medesimo Di Maio e il leghista Matteo Salvini- che il presidente del Consiglio risultante dal decreto di nomina firmato dal presidente della Repubblica.
smosso dal suo rifugio in Provenza Silvio Berlusconi. Il quale ha preferito ancora una volta farsi rappresentare sul palco dal fedele Antonio Tajani, che da vice presidente di Forza Italia ed ex presidente del Parlamento Europeo è sicuramente più politico di Gianni Letta. Il quale tuttavia continua ad essere preferito da Berlusconi per tenere i rapporti, per esempio, col Quirinale, con Palazzo Chigi e dintorni, dove
o unità nazionale, peraltro esclusi, o quasi, dallo stesso Berlusconi. Sarebbe del resto uno stranissimo governo di emergenza e di unità nazionale quello che, accettando i finanziamenti europei per il potenziamento del servizio sanitario imposto dall’emergenza virale, dovrebbe fare a meno sia dei grillini sia dei leghisti. Essi sono contrari a quei finanziamenti ma costituiscono, rispettivamente, il maggiore partito presente nell’attuale Parlamento e il maggiore risultante dai sondaggi, nonostante i quasi dieci punti perduti, all’incirca, da Salvini rispetto al 34 per cento conquistato l’anno scorso nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.
sulla semplificazione. Siamo ai primi di luglio. Il Carnevale del 2020 è passato da un pezzo. E a quello del 2021 manca parecchio. Il direttore della Stampa Massimo Giannini ha scritto, sconsolato, che “la maggioranza tira a campare, l’opposizione a votare”. Ma direi che tirano a campare entrambe.
di durare comunque, anche a costo di passare da un rinvio all’altro, sino alla scadenza del mandato quirinalizio. C’è anche chi strizza l’occhio a Mattarella, interpretandone i silenzi o formulando previsioni, per una rielezione in cambio della promessa di lasciare inalterati gli equilibri politici ancora per un anno, sino alla scadenza ordinaria della legislatura, nel fatidico 2023. Allora i grillini, scesi già, fra elezioni di vario tipo e sondaggi, dal 32 per cento del 2018 al 17 per cento, saranno forse precipitati al di sotto del 10 ma potranno dire di averla fatta da padroni per cinque anni defilati.
malumore per la fretta imposta sulla legge elettorale dal capogruppo del Pd Graziano Delrio. E i renziani contestavano esplicitamente l’urgenza di questo tema contrapponendola alle altre che avvertirebbero più direttamente sulla loro pelle, per effetto dell’epidemia virale, disoccupati, sottoccupati, le aziende già chiuse e quelle, ancora più numerose, in via di chiusura. E ciò addirittura nella incertezza politica della praticabilità degli aiuti europei.
situazione guazzano i vignettisti
a prendere in giro sulle prime pagine dei giornali balletti, corse e quant’altro del presidente del Consiglio e del segretario del Pd. E al Fatto Quotidiano, dove ormai Conte è trattato come un Mito, con la maiuscola, possono divertirsi a rappresentarlo, anche a costo del ridicolo, come un protagonista della scena politica che addirittura
“rompe l’assedio e sfida” a destra e a sinistra, non risparmiandosi neppure una certa corte a Silvio Berlusconi, “responsabile più degli altri oppositori”, ove mai Renzi facesse la sorpresa a Palazzo Chigi di qualche altra “mossa del cavallo”, o contromossa.
il professore cerca inutilmente di fare apparire ai suoi interlocutori o alunni di turno per semplice ciò che sulla lavagna risulta sin troppo chiaramente complicato, anzi ermetico.
sensibile agli umori dei grillini, si sono affrettati a tradurre in un no a Zingaretti “il nesso” che Conte ha appena escluso o negato in Parlamento “tra il Mes”, notoriamente sostenuto con forza dal Pd per investire nel potenziamento del servizio sanitario il credito a buon mercato di 36-37 miliardi disponibile col meccanismo europeo di stabilità, “e politiche di bilancio, spesa pubblica e tasse”. La spesa pubblica della sanità peraltro è particolarmente a cuore alle regioni dove si voterà il 20 settembre e il Pd rischia grosso, più dei grillini che non ne hanno alcuna da difendere a loro guida.
Corriere della Sera da lui due volte diretto, titolato sull’”audacia che manca” ai due partiti.
E quale sarebbe questa audacia? Quella di accordarsi, o quanto meno di tentare davvero un’intesa del tipo di quella prospettata dallo storico Marco Revelli. I grillini dovrebbero smetterla di contestare le candidature del Pd alla guida delle regioni interessate al voto di settembre in cambio della rinuncia di Zingaretti a contestare poi la conferma delle sindachesse grilline di Torino e di Roma, o di almeno una di esse.
attraversando un momento troppo complicato perché si possa pensare che sia sufficiente una scossa elettrica per ottenere da loro un qualsiasi cambio di linea” rispetto a quella ce c’è, o non c’è per niente per la loro confusione interna, incapaci come sono persino di misurarsi in qualcosa che assomigli ad un congresso.
appunto per il suo decesso l’anno scorso, che Amedeo Franco confermi il vecchio audio registrato da Berlusconi. Al quale confessò di avere appena partecipato praticamente come giudice di Cassazione ad una condanna ingiusta, a dir poco. Che si sarebbe tradotta, per le premesse e gli sviluppi politici, in un colpo di Stato.
a favore del fondatore e
tuttora presidente di Forza Italia si sono naturalmente sprecati, come anche i silenzi sulle prima pagine dei cosiddetti “giornaloni”, intesi come quelli più diffusi. Dove tuttavia, in
particolare nei casi della Stampa e dell’ormai quasi consanguineo Secolo XIX, il buon Mattia Feltri ha potuto ugualmente esprimere la sua mancata sorpresa o incredulità, diciamo così. Che è anche la mia, perché dopo tutto quello che è venuto fuori sulle
pratiche, abitudini e quant’altro di almeno una parte della magistratura dalla vicenda e dal telefonino
“troiano” dell’ex pubblico ministero, ex segretario del sindacato
delle toghe ed ex consigliere superiore della stessa magistratura Luca Palamara, tutto francamente ci può stare. Proprio tutto: anche
la sostanziale congiura contro il Berlusconi tornato
politicamente in gioco e nella maggioranza di governo nel 2013, il “plotone di esecuzione” cui il compianto Amedeo Franco accettò di partecipare addirittura come relatore, e tutto il resto.