Di Maio si arrende agli avversari interni rinunciando alla guida delle 5 Stelle

             Oltre alla cravatta dal collo, in una immagine che spopola giustamente sui giornali, Luigi Di Maio si è tolto sassi e sassolini dalle scarpe e dalla bocca lasciando la guida del Movimento 5 Stelle con un discorso rivolto più agli avversari interni che a quelli esterni, vittima insomma Corriere.jpegdel cosiddetto fuoco amico, come ha sottolineato in uno dei titoli di prima pagina il Corriere della Sera. E come hanno sperimentato in un passato remoto e recente leader ai quali non so francamenteRepubblica.jpeg se al giovane e ambizioso Di Maio piacerà del tutto essere paragonato: magari sì ad Alcide De Gasperi e ad Amintore Fanfani, nella Dc della cosiddetta prima Repubblica, forse sì anche a Walter Veltroni nel Pd da pochi anni fondato da lui stesso nella cosiddetta seconda Repubblica, credo proprio di no a Matteo Renzi nel Pd della cosiddetta terza e incipiente Repubblica, costretto ad uscirne pochi mesi fa allestendo un partito tutto suo. Che vorrebbe rappresentare l’Italia viva pur con le modestissime dimensioni che gli attribuiscono i sondaggi.

            Nel denunciare i tradimenti, le pugnalate, gli sgambetti e quant’altro cui ha deciso alla fine di sottrarsi dopo avere smentito i giornali amici e nemici che ne avevano preannunciato la Di Maio 2 .jpegrinuncia alla guida del partito, Di Maio non ha fatto un solo nome. Pertanto tutti sono obiettivamente sospettabili leggendo le cronache vecchie e nuove della politica pentastellata, a cominciare dal fondatore, garante e quant’altro del Movimento, cioè Beppe Grillo. Cui non a caso, del resto, è stato attribuito un certo stupore di fronte agli avvenimenti,  non foss’altro per il momento scelto da Di Maio per lasciare: alla immediata vigilia del difficilissimo voto di domenica nelle regioni Calabria e soprattutto Emilia-Romagna. Dove lo sconcerto già forte dei militanti e simpatizzanti delle 5 Stelle potrebbe far peggiorare i risultati del Movimento.

            Al limite, potrebbe essere sospettato di fuoco amico persino l’unico uomo di cui Di Maio ha fatto il nome per sottolinearne la “straordinarietà”, cioè il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La cui crescita politica e mediatica, in particolare dopo la conferma a Palazzo Chigi guidando una maggioranza opposta a quella Conte e Di Maio.jpegprecedente, cioè sostituendo la Lega con la sinistra, è coincisa con l’esplosione dei contrasti nei gruppi parlamentari grillini. Ne stanno uscendo diversi, a cominciare dall’ex ministro della Pubblica Istruzione  Lorenzo Fioramonti, col proposito di costituire gruppi nuovi e autonomi per fornire maggiore appoggio proprio a Conte e al suo governo, sentendolo evidentemente minacciato anche o soprattutto da Di Maio, quanto meno scettico del carattere strategico dell’alleanza col Pd considerato dal presidente del Consiglio. Che proprio per questo si è guadagnato dal segretario di quel partito, Nicola Zingaretti, la qualifica di leader di riferimento di tutti i “progressisti” d’Italia, se bastano i confini nazionali.

            Quello pronunciato da Di Maio nel tempio di Adriano a Roma per guastare in fondo la festa ai cosiddetti facilitatori, appena selezionati per aiutarlo nella guida del suo movimento, può ben essere considerato il discorso dell’ossimoro, cioè delle contraddizioni. Egli ha rinunciato alla caricail Fatto.jpeg di capo del partito, o come altro si deve chiamare, annunciando al tempo stesso di non voler “mollare” sulla strada della “rifondazione” del movimento. Che il giornale ad esso più vicino, o ispiratore, cioè Il Fatto Quotidiano, ha messo in camera di rianimazione titolando in prima pagina che “o cambia o muore”.

            Di Maio ha chiesto per il governo di cui continua a fare parte nella postazione della Farnesina  tutto il tempo rimanente e ordinario della legislatura, sino al 2023, per fargli esprimere per intero le sue potenzialità, ma ha teorizzato una conflittualità permanente con gli alleati non certamente compatibile con quella durata. In particolare, egli ha detto che i grillini, per quanto malmessi, hanno l’obiettivo irrinunciabile di rimettere ordine nel disordine -scusate il bisticcio delle parole- procurato al Paese dai partiti precedentemente al governo. Dai quali non si può certamente escludere il principale degli attuali alleati delle 5 Stelle, cioè il Pd, così come non si poteva escludere  nella maggioranza precedente la Lega, più volte al governo con Silvio Berlusconi dal 1994 in poi. O no?

            Per chiudere, è quanto meno curiosa la condizione di un ministro degli Esteri impegnato Rolli Stefano.jpeginternazionalmente in un’azione difficile Pillinini. Nicojpeg.jpegdi difesa della pace, o di contenimento della guerra, in aree vicine all’Italia, e per essa decisive, ma al tempo stesso costretto dal fuoco amico a ridimensionarsi come leader politico. E’ una condizione più da satira che da analisi. Non a caso sono in festa i vignettisti, il più crudele dei quali -Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno- lo ha riportato nello stadio di Napoli a vendere patatine. 

 

 

 

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Antonio Di Pietro toglie a Bettino Craxi la corona di Tangentopoli

Con un po’ di buona volontà potrebbe anche considerarsi un contributo alla rilettura della vicenda politica di Bettino Craxi, nel ventesimo anniversario della sua morte, la versione di “Mani pulite” che uno dei protagonisti di quella famosa indagine, Antonio Di Pietro, ha volto offrirci in una lunga intervista all’Espresso.

“Dovete smetterla” è sbottato ad un certo punto l’ex magistrato riferendosi a quanti ancora indicano in Craxi -come, per inciso, è tornato a fare Marco Travaglio domenica sul suo Fatto Quotidiano- il massimo esponente di quella specie di criminalità politica decimata  negli anni Novanta, insieme con la cosiddetta prima Repubblica, dalle inchieste e dai processi sul finanziamento illegale dei partiti.

Craxi secondo Di Pietro “era un normale politico, come tutti gli altri, ha fatto quello che hanno fatto anche gli altri”. “Non è che ha agito diversamente. Lo ha ammesso anche lui. Non c’è una differenza, non fatelo più grosso di quello che è”, ha insistito l’ex magistrato parlando del leader socialista ancora al presente, forse proprio per attaccarsi meglio alle cronache che hanno contrassegnato in questi giorni le celebrazioni dei 20 anni dalla sua morte in terra tunisina.

Di Pietro in un passaggio della sua intervista, a proposito delle strade o piazze che qualcuno vorrebbe dedicargli in Italia, è riuscito anche a parlare di Craxi come di un “esule”, anziché di un latitante: qualifica preferita invece dagli avversari più irriducibili  anche a vent’anni dalla sua morte.

Se era “come gli altri” attori di Tangentopoli, resta naturalmente da sapere e chiarire perché a Craxi fu riservata quella “durezza senza uguali” riconosciuta dieci anni fa dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: una durezza, come mi è già capitato di scrivere sul Dubbio, che conferma l’impressione di un trattamento da capro espiatorio riservato al leader socialista.

Nell’assolversi dall’accusa di essere stato un persecutore di Craxi – e anche da quella dei craxiani di essere stato lui un addetto, o qualcosa del genere, dei servizi segreti nel perseguimento di chissà quale operazione politica, magari dividendosi fra gli Stati Uniti e qualche loro ufficio diplomatico in Italia- Di Pietro ha raccontato che, in realtà, da inquirente egli pensava o aspirava a chiedere più l’arresto di Giulio Andreotti che quello del leader socialista. E ciò per via delle notizie e quant’altro raccolte occupandosi per un certo tempo di mafia e appalti e di 150 milioni di lire fatte versare da Enimont a Salvo Lima, il capo degli andreottiani siciliani. Era di quello, in particolare, che Di Pietro avrebbe voluto parlare con Raul Gardini nell’interrogatorio al quale l’imprenditore si sottrasse il 23 luglio 1993 uccidendosi.

Mi ero fermato, a proposito dell’indagine siciliana su mafia e appalti, all’intreccio con la vicenda della “trattativa” fra la stessa mafia e lo Stato, ancora aperta giudiziariamente a Palermo in sede d’appello. Ora Di Pietro ce la propone anche come una specie di filone centrale da lui perduto per    ragioni di competenza, a favore della Procura di Palermo,  per cui “Mani pulite” sarebbero rimaste o diventate quasi un’appendice, o una vicenda parallela e forse persino minore. Clamoroso, quanto meno.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Salvini a Conte sulla vicenda Gregoretti: “Ci rivedremo al processo”, come a Filippi

            L’ultimo scontro a distanza fra Giuseppe Conte e Matteo Salvini -o penultimo, non si sa mai, vista la loro loquacità- la dice lunga sul processo in cantiere contro il leader leghista. E ripropone come attuali le foto di quando i due lavoravano insieme, o avrebbero dovuto lavorare insieme, facendo parte dello stesso governo: l’uno a Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio, e l’altro al Viminale, sede del Ministero dell’Interno e una volta, ai tempi di Alcide De Gasperi e primi successori, anche della Presidenza del Consiglio.

            Conte con aria un po’ stanca e un po’ fiduciosa è tornato a parlare della vicenda della nave Gregoretti, trattenuta con 131 migranti nelle acque siciliane per alcuni giorni a fine luglio dell’anno scorso, per ribadire di essersi interessato anche in quell’occasione della distribuzione di quegliNave Gregoretti.jpeg sventurati passeggeri fra diversi paesi europei.        Egli ha omesso invece di ripetere, come gli  accadde nel momento della rottura con Salvini, poco dopo quella vicenda, di avere trascorso quasi tutti i fine-settimana della sua presidenza del Consiglio al telefono con gli omologhi europei per chiedere “il piacere personale” di prendersi carico di una parte dei migranti approdati sulle coste italiane. Forse si è reso conto che con quella storia del “piacere personale” non aveva fatto una gran bella figura come capo di un governo che perseguiva il riconoscimento, da parte dell’Unione Europea, dell’obbligo di una ripartizione dei disperati in cerca di asilo e altri aiuti.

            Per il resto il presidente del Consiglio ha detto che ore e modalità degli sbarchi -almeno quelli dalla nave Gregoretti, essendo andate diversamente le cose l’anno prima con la nave Diciotti, entrambe peraltro della Guardia Costiera- erano di esclusiva competenza del ministro dell’Interno anche in forza di un decreto legge appena approvato. Sarebbe quindi giusto -sembra di capire- lasciare solo Salvini alle prese con l’accusa rivoltagli dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di sequestro di persone, mi sembra anche aggravato, lasciando alla libera valutazione del Senato, quando -il mese prossimo- arriverà in aula la richiesta di processarlo, il perseguimento o no, da parte dell’allora ministro dell’Interno, di un interesse generale nella sua azione.

            E’ presumibile da queste dichiarazioni -fatte da Conte a Firenze prima di presiedere a Roma l’ennesima riunione interlocutoria sul problema della prescrizione e annessi e connessi-  che quando si arriverà alla discussione a Palazzo Madama egli si offrirà, non so in che modo, a riferire sul ruolo avuto nella vicenda Gregoretti svoltasi alla luce del sole, non nel segreto di un porto e nel silenzio assoluto e assordante dell’informazione scritta e parlata.         Si dà tuttavia il caso che i partiti della maggioranza, pur avendo polemicamente disertato la riunione della giunta delle immunità propedeutica alla discussione in aula del mese prossimo, abbiano già deciso come votare: a favore del processo. E Salvini, prendendone atto e cercando di trarne vantaggio negli ultimi giorni della campagna elettorale nella significativa e pericolante regione storicamente rossa dell’Emilia-Romagna, ha ordinato al suo partito di lasciarlo pure processare liberamente e quietamente, rimettendo tutto nelle mani della magistratura ordinaria.  

            In linea con questa linea politica e mediatica adottata tra le curiose proteste dei suoi avversari politici desiderosi di quel processo prima ancora di lui, Salvini fra un comizio e l’altro in Emilia-Romagna, peraltroSalvni digiuna.jpeg in digiuno dimostrativo, ha laconicamente risposto a Conte: “Ne parleremo in tribunale”. Che è cosa chiaramente diversa dal parlane nell’aula del Senato. Salvini cioè ha intenzione di portare Conte, e con lui tutto il governo e metaforicamente anche la maggioranza, al processo quanto meno come teste, ma con la possibilità di fare anche di lui un indagato e poi imputato, con tutte le procedure particolari dei reati ministeriali, se il presidente del Consiglio non riuscirà a convincere i giudici della sua estraneità alla gestione della vicenda oggi contestata solo all’allora ministro dell’Interno.

            Non so francamente se in tribunale ci sarà più da divertirsi o da spaventarsi per la prova che attende non tanto o non solo Salvini quanto il governo, la maggioranza e, ancora più in generale, le istituzioni della Repubblica, compresa naturalmente la magistratura. Intanto le cronache politiche Il Fatto.jpegregistrano un’altra suspence sulle intenzioni e sul destino di Luigi Di Maio, ritentato -dopo le smentite opposte al Fatto Quotidiano, che giustamente esulta parlando di “mossa del cavallo”- dalle dimissioni da capo del Movimento 5 Stelle, ma non da capo della delegazione grillina al governo.

 

 

 

 

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Antonio Di Pietro torna a parlare di Craxi al Fatto per dirne malissimo, o quasi

            Al Fatto Quotidiano debbono essere rimasti colpiti, diversamente da gran parte degli altri giornali che l’hanno ignorata, la clamorosa intervista con la quale Antonio Di Pietro ha un po’ riscritto, diciamo così, la storia delle sue “Mani pulite”, inserendola in un’indagine più grande sugli affari della mafia. Con cui egli si proponeva di arrivare a Giulio Andreotti per via di 150 milioni di lire fatte avere dalla Enimont di Raul Gardini a Salvo Lima, prima naturalmente che il capo degli andreottiani siciliani venisse ucciso proprio dalla mafia.   Di Pietro al Fatto.jpegA quella all’Espresso è pertanto seguita un’intervista di Di Pietro a Gianni Barbacetto, appunto per Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. In essa però non sono state chieste a “Tonino” maggiori delucidazioni sul filone d’indagine riguardante la mafia e trattato dalla Procura di Milano prima che la competenza fosse rivendicata  con successo dalla Procura di Palermo. No. A Barbacetto e al suo giornale interessava far tornare a parlare Antonio Di Pietro di Bettino Craxi per riproporne l’immagine di “latitante” e di criminale simbolo di Tangentopoli, ridotto invece nell’intervista all’Espresso dell’ex magistrato a “uno dei tanti”, che faceva “come tutti”.

            Almeno in parte Di Pietro ha soddisfatto le attese del suo nuovo intervistatore, ricaricando negativamente la figura del leader socialista morto vent’anni fa nel suo rifugio tunisino, non nascosto in chissà quale boscaglia come un fuggitivo. Almeno in parte, dicevo, perché alla fine anche Di Pietro ha ammesso che Craxi poteva pur considerarsi in esilio, essendo peraltro espatriato -aggiungo- con un regolare passaporto prima di essere condannato o prima che ne fosse ordinato il sequestro dalla magistratura, ma restando tuttavia un latitante per la legge. E ad un latitante non sarebbe giusto -ha convenuto stavolta Di Pietro- dedicare strade o piazze o altro ancora del suo Paese, diciamo così, di origine.

            Deve essere stato peraltro un ben curioso latitante il leader socialista se dieci anni dopo la morte la sua memoria fu celebrata dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con una pubblica lettera di elogi e di comprensione alla vedova, lamentando “la durezza senza uguali” del trattamento riservatogli dalla magistratura e quant’altri per il fenomeno diffusissimo, e da lui stesso ammesso, del finanziamento illegale della politica. Nel ventesimo anniversario della morte è stata invece appena annunciata, senza alcuna smentita, la volontà o decisione dell’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella, di ricevere al Quirinale i rappresentanti della Fondazione che porta il nome di Bettino Craxi, a cominciare dalla figlia Stefania, senatrice della Repubblica e reduce dalle celebrazioni del padre ad Hammamet.

            Così vanno le cose nella politica, nella magistratura e nei giornali di questa particolarissima parte del mondo che si chiama Italia.  

A teste e banchi vuoti verso il processo a Salvini per sequestro di migranti

            Qualcosa non funziona, o non torna, cerebralmente e politicamente, se la maggioranza giallorossa favorevole al processo a Salvini per sequestro di migranti non partecipa per protesta alla riunione della competente giunta del Senato che fa compiere a quel processo un altro passo avanti, prima di quello finale fra un mese, nell’aula dello stesso Senato, a Palazzo Madama.

             La maggiorana ha  protestato così, lasciando vuoti i suoi banchi,  anche contro la decisione dello stesso Salvini di sfidare la tattica di momentaneo disimpegno dei suoi avversari facendo votare i leghisti nella giunta a favore dell’autorizzazione al processo chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per la vicenda della nave Gregoretti. Che fu fermata nella scorsa estate per alcuni giorni nelle acque di Augusta, in Sicilia, in attesa di accordi fra vari europei per la distribuzione dei passeggeri, regolarmente soccorsi in mare e assistiti a bordo del mezzo della Guardia Costiera.

            Un editorialista politico non certo distratto o superficiale com’è Stefano Folli ha definito “autolesionismo” Folli.jpegla tattica adottata, in particolare, dal Pd di fronte a questa tortuosa vicenda politica e giudiziaria, pur nell’apparente stranezza di quel titolo quasi a tutta pagina col quale Repubblica.jpeganche il giornale –la Repubblica– ha tenuto a sottolineare il carattere, diciamo così, paradossale della decisione di Salvini di firmarsi da solo la condanna, diciamo così, al Vauro.jpegprocesso. Che tuttavia non significa condanna scontata nel processo, anche se il leader leghista lascia credere, nell’ultima settimana della campagna elettorale in una  regione così significativa o decisiva  come l’Emilia-Romagna, di essere rassegnato, anzi smanioso di perdere la causa proponendosi come vittima, un neo-Silvio Pellico Il Fatto.jpegpronto a scrivere il diario della sua prigionia. E il vignettista Vauro sul Fatto Quotidiano lo affida sarcasticamente, giocando  sul nome della nave bloccata per ordine di Salvini allora al Viminale, alla protezione di “Santa Maria Gregoretti”, sotto un titolone peraltro in cui i leghisti vengono liquidati come “pagliacci”.

            Diversamente da quanto annunciato in una delle tante trasmissioni televisive sull’argomento dal deputato del Pd  Andrea Romano,  evidentemente dimentico o a digiuno delle norme costituzionali e penali in vigore, se nell’aula del Senato fra un mese sarà data davvero via libera, a giudicare Salvini non sarà il cosiddetto tribunale dei ministri che ha chiesto solo l’autorizzazione al processo, ma un tribunale ordinario. Il “tribunale dei ministri”  è un collegio sostitutivo di quello che è per  gli imputati non di reati cosiddetti ministeriali il giudice per le indagini preliminari. Che nel caso di Salvini peraltro ha chiesto praticamente al Senato il rinvio a giudizio difformemente dall’archiviazione proposta dall’organo dell’accusa, cioè dalla Procura della Repubblica di Catania.

            Davanti al tribunale ordinario, caro deputato Andrea Romano, e quanti ne condividono la posizione assunta su questa assai curiosa vicenda, la difesa di Salvini riproporrà il problema già sorto nella vicenda analoga della nave Diciotti, nel 2018, e risoltasi col rifiuto del Senato di autorizzare il processo: il problema, cioè, di un’azione di governo svolta legittimamente, a tutela di un interesse superiore. A quel punto il giudice non potrà sottrarsi all’obbligo di sentire il presidente del Consiglio, le cui eventuali dichiarazioni di dissenso, o comunque di distanza, dall’imputato potrebbero non risultare convincenti, essendosi la vicenda della Gregoretti svoltasi alla luce del sole. Per cui il capo del governo disponeva di tutti i poteri, e doveri, per intervenire ed impedire che fosse compiuto quello che il cosiddetto, ripeto, tribunale dei ministri ha ipotizzato come reato.

             Le complicazioni che ne deriverebbero, sul piano politico e giudiziario, sono sin d’ora immaginabili e smentirebbero  la certezza o l’ironia di tanti commentatori e vignettisti scesi in campo Giannelli.jpegadesso contro l’ex ministro dell’Interno. Che Giannelli però, in sintonia con i dubbi di Folli su Repubblica, ha dipinto o immaginato sulla prima pagina del Corriere della Sera davanti a un plotone di esecuzione puntandone i fucili non contro l’imputato ma contro i capi dei due maggiori partiti di governo: Nicola Zingaretti e il grillino Luigi Di Maio.

             Il segretario del Pd, Zingaretti appunto, se sarà ancora al suo posto, magari  con Giuseppe Conte sempre a Palazzo Chigi, di fronte al rischio di un coinvolgimento dello stesso Conte non potrà tornare a sostenere, come ha appena fatto frettolosamente per Salvini, che “la questione è giudiziaria, non politica”. L’interesse superiore con cui la Costituzione vanifica, diciamo così, i cosiddetti reati ministeriali comporta un giudizio politico. Solo una valutazione di tipo -ripeto- politico spiega perché l’articolo 96 della carta costituzionale, non il capriccio di un giornale, o di un osservatore, stabilisce per questo tipo di processi un passaggio preventivo in Parlamento, con tanto di “autorizzazione”.

 

 

 

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Matteo Salvini impasticcia la maggioranza giallorossa col suo processo

            Soddisfatto, beato lui, dei pur non esaltanti risultati della conferenza internazionale sulla Libia a Berlino, dove non è riuscito a trovare un posto in prima fila neppure nella foto conclusiva, e pronto Conte a Berlino.jpega “monitorare” anche con i nostri militari  la tregua tra chi si contende con le armi il controllo effettivo di quel paese in cui si giocano molti interessi economici e politici dell’Italia, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte deve intanto monitorare in questa settimana la salute del suo governo alle prese con le elezioni regionali di domenica prossima in Emilia-Romagna. Esse sono diventate un passaggio decisivo per la sopravvivenza della maggioranza giallorossa, in grado probabilmente di incassare senza conseguenze una sconfitta in Calabria, dove pure si voterà il 26 gennaio, molto meno nella regione storicamente roccaforte della sinistra. Lo ha fatto capire con franchezza l’insospettabile, ed emiliano, capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio accompagnando la fiducia d’ufficio, diciamo così, nella vittoria della propria parte politica con questa ammissione: “Se si perde, saranno problemi”. Sì, saranno problemi a cominciare dal segretario del Pd Nicola Zingaretti per finire con i grillini, la cui crisi interna, già grande di suo, si aggraverebbe con quella della maggioranza di governo.

            Sia il Pd che il Movimento Sociale, pur separati nella competizione elettorale in Emilia-Romagna, sperano di proteggere quella regione dall’assalto di Matteo Salvini e del centrodestra con l’aiuto delle “ sardine”, che hanno appena riempito all’inverosimile la piazza di Bologna scelta per il loro sardine.jpegraduno propiziatorio della sconfitta dell’ex ministro dell’Interno. Le sardine, si sa, piacciono molto in questa stagione politica al Pd, che pensa di rifondarsi anche col loro sapore, e cominciano ad essere corteggiate anche dai grillini o dai loro vertici, le cui attenzioni sono state rivelate pubblicamente dagli stessi interessati. Ma nessuno sa veramente se  questi rinforzi basteranno a contenere l’assalto politico di Salvini, cui è stato imprudentemente regalata una gestione alquanto pasticciata, francamente, del processo chiesto contro di lui dal tribunale dei ministri addirittura per sequestro di persona in ordine al cosiddetto “affare Gregoretti”. Che fu nella scorsa estate una variante, a dir poco, dell’analogo “affare Diciotti” dell’anno precedente, chiusosi col no anche dei grillini al processo riconoscendo l’enormità dell’accusa di fronte ad una politica di contenimento dell’immigrazione clandestina, e relativi sbarchi sulle coste italiane, condotta dall’allora maggioranza gialloverde.

            Nelle indecisioni e contraddizioni della maggioranza giallorossa, ridottasi a cercare di rinviare ogni decisione formale, sia pure di prima istanza, nella giunta delle immunità del Senato, a dopo le elezioni regionali di domenica, ha affondato metaforicamente il coltello Salvini chiedendo ai leghisti di votare pure loro in questa sede per il processo. Che pertanto sarà cavalcato dal leader leghista in questi ultimi giorni di campagna elettorale come una specie di discrimine fra il chiaro e l’oscuro, tra la trasparenza e l’ambiguità, tra il garantismo e il giustizialismo, tra il primato della politica e quello della magistratura.

          L’obiettivo di Salvini, che persino al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, schieratissimo per il processo, stentano a prevedere condannato in un tribunale ordinario per sequestro di migranti trattenuti per alcuni giorni  e assistiti su navi militari italiani in attesa di sbarchi concordati con altri paesi europei; l’obiettivo di Salvini, dicevo, è quello di “squarciare il velo” della verità e della trasparenza, come ha Bongiorno.jpegspiegato la sua legale e collega di partito Giulia Bongiorno. La quale proprio in nome di questo obiettivo ha finito per condividere la tattica scelta questa volta dal leader leghista, opposta a quella da lei consigliatagli nell’affare Diciotti per avvalersi dell’immunità parlamentare riservata ai cosiddetti reati ministeriali dall’articolo 96 della Costituzione ed evitare il processo.  

 

 

 

 

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Antonio Di Pietro riscrive clamorosamente la storia di “Mani pulite”

            Anche Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici, rimasto il più famoso fra i magistrati della Procura di Milano che, guidati da Francesco Saverio Borrelli, condussero l’inchiesta nota come “Mani pulite” sul  finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che spesso ne derivò, ha deciso Di Pietro all'Espresso.jpegdi ricordare a suo modo Bettino Craxi nel ventesimo anniversario della morte ad Hammamet. Dove sono corsi in tanti dall’Italia in questi giorni per onorare la memoria del leader socialista, sentendolo e riproponendolo come il capro espiatorio di una vicenda che già indusse dieci anni fa l’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a denunciare in una lettera pubblica  la “durezza senza uguali” praticata contro di lui dai tribunali, dai giornali e dalla politica. Si vollero insomma usare indagini e processi più per liberarsi di Craxi che per fare davvero giustizia.

            Di Pietro è intervenuto a suo modo, dicevo, perché in una clamorosa, a dir poco, intervista all’Espresso ha riscritto la storia di “Mani pulite”. Egli l’ha riproposta come una specie di variante di quella che avrebbe dovuto essere un’altra indagine, da chiamare paradossalmente “Mafia pulita”. Che sarebbe dovuta sfociare contro Giulio Andreotti, sviluppando un voluminoso fascicolo dei Carabinieri sui rapporti fra la stessa mafia e gli imprenditori di tutta Italia, dal Nord al Sud, per la spartizione degli appalti con l’aiuto o la copertura della politica.

            Proprio lui, Di Pietro, si proponeva di chiedere l’arresto di Giulio Andreotti se Raul Gardini quella mattina di luglio del 1993 uccidendosi non si fosse sottratto all’interrogatorio già concordato fra lo stesso magistrato e il legale dell’imprenditore.  Che si uccise per un tragico equivoco, diciamo così, scorgendo i carabinieri in piazza dalla finestra della sua camera e interpretandone la presenza come premessa di un arresto che invece l’avvocato, d’accordo con Di Pietro, gli aveva escluso. I militari erano invece lì solo per evitare che l’indagato uscisse da casa da solo, senza l’avvocato, per sottrarsi all’interrogatorio fuggendo.

            A Gardini, anche grazie alle notizie apprese a proposito dell’inchiesta su mafia e appalti, Di Pietro voleva chiedere ragione di 150 milioni di lire fatti versare a suo tempo dall’Enimont a Salvo Lima, il luogotenente di Andreotti in Sicilia ucciso l’anno prima a Palermo.

            Andreotti, quindi, era nella mira del magistrato allertato anche da notizie apprese a Roma come “perito informatico” al Ministero della Giustizia dall’allora direttore generale degli affari penali Giovanni Falcone. Che era stato peraltro chiamato a quel posto dal ministro della Giustizia e vice presidente del Consiglio dell’ultimo governo dello stesso Andreotti: il socialista Claudio Martelli.

            Le rivelazioni di Di Pietro, la storia di “Mani pulite” da lui riscritta dopo tanti anni nella lunga intervista all’Espresso, avranno probabilmente i loro sviluppi. Ma su Craxi il pensiero del magistrato a lungo indicato, o scambiato, per il nemico numero uno del leader socialista, da lui peraltro incontrato più volte segretamente con l’assistenza dell’avvocato  Nicolò Amato, e interrogato in tribunale per il processo Enimont con troppo sussiego, secondo le critiche Il Fatto su Craxi.jpegrivoltegli allora su Repubblica da Eugenio Scalfari, è chiaro e difforme dalla rappresentazione fattane proprio oggi sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio. CheTravaglio su Craxi.jpegè tornato a riproporre lo scomparso leader socialista come un criminale di tipo speciale, amante del suo “bottino”, ancora omaggiato “senza vergogna” dagli estimatori, vecchi e nuovi, “in pellegrinaggio” sulla sua tomba vent’anni dopo la morte.

            “Questo dovete smetterla di dirlo”, è sbottato Di  Pietro rispondendo ad una domanda sulla “centralizzazione” del finanziamento illegale del Psi disposta a proprio favore da Craxi. Il quale -ha spiegato l’ex magistrato e poi politico e poi ancora avvocato, coltivatore diretto Di Pietro su Craxi.jpege non so cos’altro in futuro- “faceva come tutti: siccome quello era il sistema, una quota se la tenevano per loro e ci facevano quel che ci dovevano fare, a fini personali. Era un normale politico, come tutti gli altri, che ha fatto quello che hanno fatto anche gli altri. Non è che ha agito diversamente. L’ha ammesso anche lui. Non c’è una differenza, non fatelo più grosso di quello che è”, o era. Solo che, al netto di quei “fini personali”, su cui magari i familiari di Craxi avranno qualcosa da dire o ridire, visto che non sembrano avere ereditato chissà quali ricchezze, egli si vide riservare sul piano giudiziario, mediatico e politico quella “durezza senza uguali” lamentata con franchezza dieci anni, ripeto, dall’allora presidente della Repubblica: una durezza da capro espiatorio.

 

 

 

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Le risse sul voto (un pò finto) della giunta del Senato per il processo a Salvini

        Falliti i tentativi di impedire alla giunta delle immunità  del Senato di votare lunedì 20 gennaio, come da programma concordato in dicembre, sull’autorizzazione chiesta dal tribunale dei ministri di Catania di mandare sotto processo Salvini per “sequestro” dei circa 130 immigrati trattenuti per qualche giorno a fine luglio scorso a bordo della nave Gregoretti, della Guardia Costiera, la maggioranza giallorossa ha sollevato un polverone di polemiche contro la Giannelli.jpegpresidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che presiedendo la giunta del regolamento ha usato il diritto, che non ha mai perduto, di votare per far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Proprio così aveva fatto qualche giorno prima alla Camera la presidente grillina della Commissione Giustizia provocando la bocciatura della proposta del centrodestra, sostenuta anche dalla componente renziana della maggioranza, di bloccare il blocco, o sopprimere la soppressione, scusate il bisticcio verbale, della prescrizione dei reati con l’emissione della sentenza di primo grado nei processi penali.

            Si dirà che c’è differenza fra un presidente di commissione e un presidente di assemblea parlamentare, anche quando si presiede insieme l’una e l’altra, com’è appunto accaduto alla Casellati, Il Foglio.jpegma è un’opinione come un’altra. I fatti restano quelli che sono, conformi alla lettera e, direi, anche allo spirito del regolamento. Se si è convinti del contrario, si Pillinini.jpegponga mano alle norme regolamentari  e  si cambino. Buttare il pallone fuori campo e fischiare contro l’arbitro non serve a nulla, anche se si riesce a divertire qualche vignettista, com’è accaduto stavolta sul Corriere della Sera, sul  Foglio e sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

              Ora la maggioranza giallorossa, oltre che nascondersi dietro il polverone sollevato contro la presidente del Senato, è a un bivio, almeno sino al momento in cui scrivo. O essa fa rientrare dagli Stati Uniti i suoi due senatori della giunta delle immunità in missione di studio da parecchi giorni in quel Paese come commissari antimafia, e ristabilisce i rapporti di forza a suo favore per dire sì al processo a Salvini, proponendolo poi all’aula di Palazzo Madama, o lasciarli dove sono e farsi battere dal centrodestra in giunta con un no alla magistratura catanese. O, ancora, disertare tutta insieme la votazione della giunta per svilirne il risultato, riservandosi di rovesciare il risultato nell’aula sel Senato, a voto palese, dopo le elezioni regionali di domenica 26 gennaio in Emilia-Romagna e in Calabria.

             Tutto questo, secondo i geni, i furbi, gli strateghi e quant’altro della maggioranza di governo dovrebbe impedire a Salvini di proporsi agli elettori fino al 26 gennaio, appunto,  come uno mandato sotto processo dai suoi avversari politici nel tentativo di liberarsene con armi improprie. Ma ciò presuppone, obiettivamente, un elettorato così sprovveduto da non capire quello che succede in Parlamento, dove la strada del  processo all’ex ministro dell’Interno è comunque segnata perché i numeri in assemblea sono quelli che sono e il voto finale in aula -ripeto- sarà palese per una curiosità del regolamento che alla Camera però è diverso, tanto per far capire quanto ingarbugliata e discutibile sia questa materia.

             Della natura del  processo in arrivo al leader leghista- che intanto si è preso anche uno schiaffo metaforico dalla Cassazione con la bocciatura postuma del già esaurito arresto della famosa Carola Rachete, che loCarola.jpeg sfidò all’arrembaggio delle coste italiane per scaricarvi ad ogni costo i “suoi” migranti- non vi dirò nulla più di quanto non abbia scritto e detto uno dei più loquaci e agguerriti sostenitori dell’iniziativa giudiziaria catanese: il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che pure dileggia chi vi si oppone per il solo gusto, secondo lui, di fare le linguacce, diciamo così, ai magistrati impedendo loro di fare il proprio mestiere, ostacolato evidentemente da un odioso, capriccioso, pretestuoso, scandaloso articolo della Costituzione che richiede una libera e preventiva valutazione del Parlamento per questo tipo di processi.

           Ebbene, nonostante la posizione colpevolista assunta dai grillini, ai quali peraltro Travaglio non ancora perdona di avere sottratto l’allora alleato Salvini ad un processo analogo per la vicenda della nave Diciotti nel 2018, il direttore del Fatto Quotidiano scommette praticamente sull’assoluzione del leader leghista ed ex ministro  dell’Interno. Egli infatti sorride alla pretesa di liquidare come sequestro di persona il trattenimento regolarmente assistito degli immigrati sulla nave Gregoretti, in attesa della loro distribuzione fra più paesi europei. Non a caso del resto la magistratura d’accusa, cioè la Procura della Repubblica di Catania, aveva proposto al tribunale dei ministri l’archiviazione della vicenda. Un processo insomma s’ha da fare, stando al ragionamento di Travaglio, solo per il gusto, e la comodità o convenienza politica del momento, di farlo. E’ un  bel modo, francamente, di concepire l’amministrazione della giustizia e i rapporti fra i vari poteri dello Stato disciplinati dalla Costituzione.

           Di questo curioso, se non addirittura finto processo la maggioranza giallorossa ha deciso di fare una discriminante fra chi è per bene e chi è, diciamo così, per male in questo povero e incolpevole Paese che si chiama Italia.

 

 

 

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Tutti alla ricerca dell'”ultimo Craxi” a vent’anni dalla morte ad Hammamet

C’è sempre qualcuno che si offre a raccontare “l’ultimo Craxi”, specie nelle ricorrenze che riguardano la sua tormentata vicenda finale della politica e della vita: dalle monetine lanciategli addosso a Roma alla morte che dopo soli sette anni avrebbe chiuso la sua vicenda umana in terra straniera ma amica, molto più amica della Patria che egli scelse di scrutare attraverso il mare dal suo rifugio tunisino da esule, come si considerava, o da latitante, come lo liquidavano sprezzantemente gli avversari, pur conoscendone l’indirizzo e potendolo incontrare. Tentò di farlo anche una commissione parlamentare d’inchiesta su stragi, terrorismo e delitto Moro, trattenuta all’ultimo momento da un veto dell’allora inquilino del Quirinale proprio per evitare l’estrema e più evidente smentita di quella latitanza così comoda nelle polemiche contro il leader socialista.

Questa volta, nella ricorrenza del ventesimo anniversario della sua morte, si è tentato di raccontare “l’ultimo Craxi” anche con un film che si sta rivelando di grande successo Tomba di Craxi.jpegun po’ per l’interesse che ancora suscita la figura dell’unico presidente socialista del Consiglio nella storia d’Italia e un po’ per la straordinaria bravura dell’attore che lo ha interpretato. Ma il vero “ultimo Craxi”, credete a me che l’ho ben conosciuto e frequentato prima e dopo il suo ritiro ad Hammamet, è quello raccontato in poco più di 120 pagine ben scritte e documentate, ancora fresche di stampa, che si leggono d’un fiato. E che ti fanno venire spesso la pelle d’oca per quanto riescano ad essere toccanti. E’ l’omonimo libro di Andrea Spiri, pubblicato da Baldini+Castoldi, in cui il Craxi degli ultimi, sette anni drammatici della sua vita, dei quali sei trascorsi in Tunisia, è raccontato con le sue stesse parole, legittimamente virgolettate, che l’autore da storico di professione com’è ha saputo leggere e cogliere consultando le tante carte scritte di suo pugno o dettate al collaboratore di turno da Bettino -permettetemi di chiamarlo affettuosamente per nome, come facevo quando era vivo- negli  interminabili giorni della sua solitudine, della sua struggente nostalgia dell’Italia, del ricordo dei torti subiti e degli errori compiuti. Fra i quali un peso decisivo Craxi con Intini.jpegha avuto anche la scelta di amici sbagliati, o di amici veri  scambiati per avversari, come una volta gli rimproverai personalmente prendendo le difese di Ugo Intini, rappresentatogli da Roma al telefono da qualche sprovveduto come uno che trescava per tradire -all’incirca-la sua storia politica cincischiando con Massimo D’Alema.

Ce n’é traccia anche nel libro di Spiri, che pure con la serietà dello storico ha riferito anche dell’interesse, se non della speranza, avvertito da Craxi in persona quando proprio D’Alema D'Alema.jpegapprodò pur avventurosamente a Palazzo Chigi, con l’aiuto di Francesco Cossiga. E’ il D’Alema che poi, tragicamente, non ebbe il coraggio di scontrarsi pubblicamente con la Procura di Milano, oppostasi a un gesto umanitario verso un malato ormai terminale. Egli per giunta mandò un telegramma quasi anonimo di auguri, tramite l’ambasciata di Roma a Tunisi, al suo vecchio avversario politico uscito vivo, sì, ma ancora per poco da un difficile, disperato intervento chirurgico. Che avrebbe potuto avere migliore esito se compiuto in Italia.

Quello che colpisce del racconto di Spiri è la serenità con la quale Craxi seppe e volle arrivareCraxi scruta.jpeg alla morte: serenità, più ancora di rassegnazione, nella consapevolezza di una vita vissuta per il suo Paese e per la politica, pur ricambiato così male, anzi così atrocemente: un avverbio, quest’ultimo, che solo con una dose industriale di malafede si può rifiutare di adoperare  per giudicare i metodi usati sul piano giudiziario e mediatico contro Craxi per farne il capro espiatorio di quel fenomeno generale e conosciutissimo del finanziamento illegale dei partiti, delle loro correnti, dei gruppi e dei singoli leader e leaderini.

Già dieci anni fa, proprio nella ricorrenza di un altro anniversario della morte di Craxi, l’allora Napolitano.jpegpresidente della Repubblica Giorgio Napolitano volle scrivere una lettera alla vedova, e ai figli,  non solo e non  tanto per esprimere, come ha opportunamente ricordato Spiri all’inizio del suo lavoro, il proprio “turbamento” ricordando la morte solitaria di un uomo da lui ben conosciuto in vita, e per apprezzarne il contributo dato al governo del Paese e alla sinistra “italiana ed europea”.

Mi permetto a questo punto di aggiungere alle citazioni di Spiri altre parole testuali di Napolitano, scritte nella doppia veste di capo dello Stato e di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura a proposto delle indagini e dei processi che avevano travolto Craxi Craxi alla Camera.jpegsulla strada della cosiddetta Tangentopoli: “E’ un fatto – scrisse Napolitano- che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza uguali sulla sua persona”. In quella “durezza senza uguali” è scolpito come in un’epigrafe un severo giudizio pure sui magistrati, anche se costoro, i più diretti interessati, almeno quelli ancora in vita allora, fecero finita di non sentire, non leggere e non capire. Una durezza quando è “senza uguali” sconfina, signori miei, nella violazione del senso stesso della giustizia, che deve essere coniugata con l’equanimità.

Non c’è giurista, filosofo, sociologo, editorialista, politico e sofista che possa negare questa evidenza così icasticamente denunciata dieci anni da Napolitano nella sua postazione al Quirinale: più e meglio di quanto avrebbe potuto fare una commissione parlamentare d’inchiesta fra le tante inutilmente chieste, a cominciare dallo stesso Craxi, sul finanziamento dei partiti e sulle distorsioni che derivarono dall’applicazione o dalla evasione delle leggi che lo disciplinavano, peraltro tra amnistie di una tempestività o coincidenza a dir poco  inquietante per gli sviluppi poi dati alle iniziative giudiziarie contro il leader socialista. Egli era, in realtà, solo o soprattutto colpevole di essere scomodo, più che “antipatico”, come ha appena scritto in un libro Claudio Martelli, a nemici e alleati di governo per la sua autonomia, dopo tanto tempo trascorso rovinosamente dal Psi al seguito sostanziale del Pci.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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