La diplomazia italiana in mutande di ghisa con Di Maio alla Farnesina

            Con l’arrivo alla Farnesina di Luigi Di Maio, e degli interpreti che dovranno assisterlo con particolare cura, la diplomazia italiana è in mutande di ghisa, come quelle che Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ha messo addosso al Movimento delle 5 Stelle, nella nona delle Travaglio 1 .jpgdieci ragioni da lui elencate a favore della nascita del nuovo governo di Giuseppe Conte. “Dopo la cura Salvini -ha scritto testualmente Travaglio- il M5S ha comprato mutande di ghisa per non farsi fregare” pure dal Pd, specie considerando il ruolo decisivo che ha svolto al suo interno Matteo Renzi –“l’ebetino” o “lo sciacallo”, secondo Beppe Grillo- per compiere l’operazione scritta “nel destino” dello stesso comico genovese. Che tentò una decina d’anni fa di iscriversi al Pd bussando alla porta della sezione di Arzachena ma venendo respinto da Roma. Allora Grillo voleva fare l’infiltrato nel Pd per rovescialo come un calzino. Adesso è il Pd, secondo i timori di Travaglio, che potrebbe infiltrarsi nel Movimento pentastellato e fargli perdere i voti rimastigli dopo il salasso procuratogli da Salvini nelle elezioni europee del 26 maggio scorso.

            La prudenza, la diffidenza e quant’altro del direttore del Fatto Quotidiano -che cito con una certa frequenza non per ossessione ma per il riconoscimento dovutogli che dei grillini, dei loro umori, delle loro debolezze, delle loro ambizioni è il più informato di tutti i giornali italiani, ed è, credo, il più seguito sotto le cinque stelle- sono tali che egli ha allestito una squadra di ministri “ombra” per fare le pulci a quelli veri, appena nominati dal capo dello Stato. Travaglio 2 .jpg“Il meno peggio -ha scritto Travaglio dopo la liquidazione delle bestie leghiste, chiamiamole così- non basta: alla lunga, apre (o riapre) la strada del peggio”. E ciò sino a quando, evidentemente, gli italiani non si decideranno a dare la maggioranza assoluta ai grillini, nel frattempo educatisi a dovere alla scuola del Fatto Quotidiano, e non si lasceranno guidare dal governo Conte 3, tutto pentastellato, dal primo all’ultimo ministro e sottosegretario.

            Nel frattempo Travaglio dovrà sopportare che i giornali chiamino riduttivamente “bis” il suo “Conte 2”, come hanno fatto con un misto di impertinenza, ignoranza e provocazione quotidiani Repubblica.jpgcome la Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero, il Secolo XIX e altri. Al Corriere, poi, si sono anche permessi di Avvenire.jpglasciare scrivere ad Antonio Polito, nell’editoriale di prima pagina,  che il nuovo governo Conte potrà anche avere “più coesione politica”, rispetto a quello con i leghisti a contratto, ma “meno consenso popolare”, perché “le forse che Polito.jpglo compongono non sono oggi maggioranza nel Paese”, per quanto ne dispongano nelle Camere appositamente congelate col rifiuto delle elezioni anticipate. Che furono reclamate il mese scorso da Salvini per “capitalizzare”, come Conte gli sentì dire riferendone subito in pubblico con aria indignata, il raddoppio dei voti conseguito nelle già ricordate elezioni europee di fine maggio.

            Per tornare a Di Maio – approdato agli Esteri dopo avere inutilmente tentato la scalata al Viminale, e piazzando il suo fedelissimo Riccardo Fraccaro nella postazione chiave a Palazzo Chigi di primo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, per non parlare delle persone di fiducia collocate nei suoi ex uffici di ministro Giornale.jpgdello Sviluppo Economico e del Lavoro-  le difficoltà in cui deve sentirsi la diplomazia italiana sotto la sua guida non derivano dai problemi di lingua e di conoscenza geografica rinfacciatigli, a torto o a ragione, dal Giornale della La Stampa.jpgfamiglia Berlusconi. Derivano piuttosto dai suoi ripetuti e sfortunati, a dir poco, sconfinamenti precedenti nella politica estera italiana procurandosi la diffidenza, se non l’ostilità, di tante Cancellerie con le quali egli ora deve interloquire direttamente. Non a caso un giornale molto informato e sensibile a questi problemi come La Stampa si è subito fatta portavoce dei “timori degli alleati”.

            Vi lascio immaginare, e immagino io stesso, nonostante o anche a causa, come preferite, dell’immediata soddisfazione espressa dal Dipartimento di Stato americano per la nascita del nuovo governo italiano, dopo la sponsorizzazione personale di Conte fatta dal presidente Donald Trump, la reazione alla nomina Giannelli.jpgdi Di Maio a ministro degli Esteri nelle stanze dell’Eliseo. Dove il presidente francese in persona Emmanuel Macron ricorda ancora con tanto fastidio le incursioni fisiche e politiche di Di Maio fra i “gilet gialli” in rivolta a Parigi da essersi avventurato qualche giorno a compiacersi dell’impressione che Di Maio fosse la maggiore vittima -altro che Salvini- della crisi di governo scoppiata in Italia. Non sapeva, il povero Macron, di quante risorse, diciamo così, fosse capace la politica nei palazzi romani.

 

 

 

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La crisi, almeno quella di governo, è finita col permesso di…Rousseau

            Non so se il segreto dell’imprevista vittoria del governo col Pd nel referendum digitale sotto le cinque stelle dell’omonimo movimento- imprevista almeno nelle dimensioni “plebiscitarie”, come ha detto Luigi Di Maio, di un quasi 80 per cento contro il 20- stia davvero nell’inversione imposta all’ultimo momento da Beppe Grillo. Il quale, fidandosi evidentemente assai poco della sua gente aveva bestemmiato vedendo il no prima del sì nella scheda da proporre elettronicamente ai 117 mila iscritti alla cosiddetta piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio sotto il quesito. Che già aveva di sospetto e di pericoloso, per lui, il riferimento esplicito al Pd come partecipe del nuovo governo di Giuseppe Conte.

           Il nome del partito chiamato a sostituire la Lega nella combinazione, o squadra, di governo appariva a Grillo indigesto per il pubblico da lui abituato o addirittura “educato” a considerare il Pd un demonio, irrecuperabile dopo che il segretario di turno gli aveva negato una decina d’anni fa l’iscrizione provocatoriamente chiesta alla sezione di Arzachena, in Sardegna, per potere poi partecipare alle primarie e concorrere alla sua guida.

            Fallito il tentativo di togliere il riferimento al Pd dal quesito per le resistenze opposte sia da Casaleggio sia da Luigi Di Maio, sospettati anche per questo dall’”elevato”, garante e quant’altro del movimento di essere, sotto sotto, ostili al cambiamento di alleato e un po’ nostalgici dei Certificazione notarile Rousseau.jpgleghisti, o comunque poco impegnati nella inversione di rotta, Grillo si è impuntato e l’ha spuntata sulla precedenza da dare al sì rispetto al no nella risposta. E deve avere tirato un bel sospiro di sollievo, il comico e generatore, o rigeneratore, del movimento quando ha visto i sì arrivare a 63.146 e i no fermarsi a 14.488, con tanto di certificazione notarile.

            Un altro sospiro di sollievo, non meno forte di quello di Grillo, deve essere stato tirato a Roma da Giuseppe Conte, che non a caso, rivelando i suoimanifesto.jpg timori, si era esposto la sera rima in un appello ai votanti invitandoli con una certa retorica a “non lasciare i sogni nel cassetto” con la rinuncia all’unico governo, la seconda edizione del suo, capace di realizzarli.

            Altro sospiro di sollievo deve essere stato, a pochi passi da Palazzo Chigi, quello  al Nazareno del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che in caso di bocciatura e di aborto del secondo governo Conte sarebbe rimasto solo con tutte le rinunce o retromarce compiute per favorirne la nascita: prima passando dal sì al no alle elezioni anticipate, poi passando dal no al sì alla conferma dello stesso Conte, poi rinunciando a una vice presidenza unica del Consiglio per Dario Nordio.jpgFranceschini ottenendone persino la rinuncia pur di indurre a fare altrettanto a Di Maio, ostinato nel tentativo di una conferma a quel posto, poi ancora ad accontentarsi di 6 concessioni verbali nel programma di 26 punti –“un oroscopo”, l’ha definito sarcasticamente  Carlo Nordio- pur nella consapevolezza di non poter essere sicuro di vederle onorare da un contraente dichiaratamente indifferente alla destra e alla sinistra, della quale invece Zingaretti si considera il guardiano.

            Un sospiro di sollievo, infine, o soprattutto, deve essere stato tirato al Quirinale, nonostante l’indifferenza ostentata -e fatta riferire dai quirinalisti più zelanti- per il referendum digitale della piattaforma Rousseau, essendo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella convinto che i suoi unici interlocutori siano i presidenti dei gruppi parlamentari e i segretari dei loro rispettivi partiti. Emblematica, a questo riguardo, può ben essere considerata anche oggi la vignetta di Emilio Giannelli il Fatto.jpgsulla prima pagina del Corriere della Sera, che ritrae un esterrefatto capo dello Stato al telefono con qualcuno, probabilmente lo stesso Casaleggio o il centralinista del Fatto Quotidiano, che lo informa dell’esito liberatorio del voto digitale per la chiusura della crisi.

            Avrei voluto proprio vedere Mattarella, in caso di vittoria dei no e di conseguente rinuncia di Conte all’incarico, puntare i piedi per ordinare al presidente del Consiglio di fare lo stesso il suo secondo governo e presentarlo alle Camere per la fiducia, portandosi appresso gruppi parlamentari e partiti. Cerchiamo di essere seri, oltre che franchi, nonostante la “freddezza” attribuita al presidente della Repubblica persino dal buon Marzio Breda sul Corrierone.

            Di Luigi Di Maio non riesco francamente a immaginare cosa diversa dalla disinvoltura quando l’ho visto in televisione esultare per il risultato del referendum, prendendosene tutti i meriti, dopo che se ne era tenuto sostanzialmente distante con un preventivo apprezzamento sia dei sì sia dei no, ugualmente “giusti”. Ora Di Maio –“campione del mondo”, come lo Il Foglio.jpgpresenta, pur ironico, Il Foglio di Giuliano Ferrara- cavalca il risultato del referendum come una sua vittoria, riabilitazione, rigenerazione e quant’altro nella veste di leader del movimento, a dispetto anche dei sei milioni e rotti di voti perduti nelle elezioni politiche di fine maggio. Nella sua euforia egli ha annunciato davanti alle telecamere che  il pur anomalo partito da lui capeggiato è e addirittura rimarrà nelle prossime legislature  “l’ago della bilancia”, come la Dc, pur non evocata, nella lunga storia della cosiddetta prima Repubblica.

            In questa crisi ormai agli sgoccioli, in cui si è abusato anche nel gioco delle analogie, tentandone di tutti i colori, non vorrei che a qualcuno venisse la voglia di paragonare Di Maio ad Alcide De Gasperi. Che commentò la storica vittoria elettorale del 18 aprile 1948 -contro il fronte popolare di sinistra, da cui era stato sfidato con l’impegno di Palmiro Togliatti di “cacciarlo a calci in culo” dalla guida del governo- dicendo: “Pensavo che sarebbe piovuto, ma non grandinato”.

 

 

 

 

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Il nuovo governo in attesa della bollinatura digitale delle 5 stelle

            Forse, e persino a sua insaputa, Emilio Giannelli ha centrato nella sua vignetta più di tanti editoriali il senso di quella che lui ha chiamato “Suspense Rousseau”,  la Repubblica “roulette Schermata 2019-09-03 alle 06.15.12.jpgRousseau” e il manifesto a doppio sensomanifesto.jpg “Democlic”, la vera e scontatissima posta in gioco nel referendum dei grillini. Essa non è la poltrona che solleva in aria Giuseppe Conte non alludendo a quella di vice presidente del Consiglio già perduta da Luigi Di Maio, avendovi rinunciato prima ancora di tuffarsi nel vuoto del voto elettronico, ma a quella sua di presidente del Consiglio, minacciata dal no degli iscritti alla piattaforma di Davide Casaleggio intestata all’incolpevole filosofo ginevrino.

             La posta in gioco nel Movimento di Beppe Grillo, che dal suo blog personale contempla tutto blog Grillo.jpgstandosene seduto nello spazio su una curva della Terra, è la leadership di Di Maio, la sua qualifica di capo politico. Essa è già sfiorita con quei sei milioni e più di voti perduti nelle elezioni europee del 26 maggio e ulteriormente indebolita dall’ormai fallito tentativo di essere confermato vice presidente del Consiglio. E ciò, anche se nella sconfitta gli ha dato una mano cristianamente, come da origini politiche nella Dc, Dario Franceschini rinunciando a una casella analoga rivendicata dal Pd.

            La luce di Di Maio nel firmamento grillino è diminuita man mano che è cresciuta, col rigeneratore del comico genovese in persona, quella di Conte. Il quale quanto più cerca di presentarsi in pubblico come terzo, definendo “impropria” l’appartenenza pentastellata dimostrata dalla stessa conferma a Palazzo Chigi reclamata dai grillini e subìta dal Pd, tanto più viene “elevato” dal fondatore del movimento, quasi asceso alla vetta sottostante alla sua, o affiancato come Gesù accanto a Dio, ricorrente nel blog del comico genovese come suo interlocutore diretto.

            La dissociazione di Di Maio dal contesto politico nel quale si trova si avverte nella continua e paradossalmente sempre più insistita rivendicazione di guidare un movimento “deideologizzato”, cioè “né di destra né di sinistra”, che proprio per questo potrebbe accordarsi indifferentemente con l’una e con l’altra.

            Di solito quando non si è né di destra né di sinistra ci si colloca al centro. Ma anche questa forse è per Di Maio una posizione ideologica, e quindi estranea alla sua portata. Se poi il giovane ormai ex vice presidente del Consiglio decidesse di sentirsi di centro in senso fisico o matematico, essendo stato il suo movimento il più votato nelle elezioni politiche dell’anno scorso, come capitò in passato a lungo alla Dc, bisognerebbe ricordargli che le cose in un anno sono parecchio cambiate negli umori del Paese. Che difficilmente torneranno ad essere quelli del 2018 solo evitando le elezioni anticipate e congelando il Parlamento in carica. E poi, via, definire centrista, con tutto quel che ci siamo abituati a considerare il centro, un movimento come quello grillino, è roba più da pazzia che da politologia, per quanto facciano rima.

            Il succo dell’operazione politica sottoposta al referendum digitale dei grillini, a parte tutti i rapporti di questa prova elettronica con la democrazia messi in dubbio Repubblica 2 .jpgnel titolo dubitativo dell’editoriale di Repubblica, sta nell’ottava delle dieci ragioni elencate da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano per invogliare al sì i suoi lettori Travaglio.jpge iscritti alla piattaforma Rousseau.”Un Pd così sbiadito e diviso, senza leader né slogan forti, è un alleato meno insidioso e concorrenziale del monolite Salvini”, ha scritto Travaglio, immagino con quale Schermata 2019-09-03 alle 06.24.20.jpgreazione, a leggerlo, da parte di Nicola Zingaretti, appena inorgoglito da un mezzo peana riservatogli sul Corriere della Sera da Paolo Mieli. Il quale è convinto che egli abbia addirittura “compiuto un’impresa destinata a restare negli annali” per avere “raccattato un partito ai minimi storici e -anche a costo di trovarsi due o tre volte in contraddizione con se stesso- lo sta portando al governo” percorrendo “vie correttissime sotto il profilo costituzionale”. E così al Corriere sembrano passati di fronte alla crisi dubbi, preoccupazioni e quant’altro emerse di recente.

 

 

 

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Perché Giuseppe Conte non è Aldo Moro, e Zingaretti non è Berlinguer

Premetto il riconoscimento di tutto il rispetto, anzi l’ammirazione, che merita Eugenio Scalfari per la puntualità con la quale a 95 anni compiuti lo scorso 6 aprile segue la cronaca politica, compresa quella della crisi più pazza del mondo, com’è stata considerata e definita da molti questa che è arrivata alle ultime battute, almeno secondo i propositi del presidente uscente del Consiglio Giuseppe Conte e del capo dello Stato che lo ha incaricato di formare il nuovo governo alleandosi questa volta col Pd, anziché con la Lega dei quattordici mesi precedenti. Ma né il rispetto né l’ammirazione per il decano ormai della nostra professione mi possono dissuadere dal dovere, che ricavo anche dai rapporti avuti col povero Aldo Moro incapace dal 1978 di difendersi da solo per essere stato ammazzato dalle brigate rosse, di contestare la ricostruzione, che Scalfari ha proposto ai lettori della sua Repubblica, dell’intesa raggiunta nel 1976 col Pci di Enrico Berlinguer dall’allora presidente della Dc, e durata per un pò oltre la sua terribile morte.

Sento tanto più il dovere di contestare questa rappresentazione nel momento in cui essa è proposta, o riproposta, a sostegno di ciò che di molto diverso sta accadendo adesso fra Conte e il Pd di Nicola Zingaretti. Il quale ultimo, a dire il vero, avrebbe il diritto di sentirsi più di Conte al posto di Moro per guidare un partito in cui sono confluiti, lungo un percorso abbastanza Diamanti.jpgaccidentato, i resti della Dc morotea, appunto, e del Pci berlingueriano. Già messo così, cioè nelle sue condizioni inconfutabilmente storiche, il paragone di Scalfari fra Conte e Moro è a dir poco spiazzante. D’altronde, anche Ilvo Diamanti, proprio su Repubblica, ha appena  invitato a non confondere con la Dc “i 5Stelle trasversali”, e neppure -aggiungo io- col Pci.

Il problema qui non sarebbe di un “improprio” Conte che come un nuovo Moro dovrebbe fidarsi e aprire un periodo di collaborazione col Pd, essendo stato designato alla guida anche di questo nuovo governo in arrivo, oltre che di quello finito, da un partito in cui pure non si riconosce del tutto, avendo appena precisato, in un collegamento televisivo con la festa del Fatto Quotidiano in Versilia, di non essere iscritto né partecipe delle riunioni dei dirigenti grillini. Il problema sarebbe piuttosto di Zingaretti che, rimanendo fuori dal governo come Moro, ritrattosi nel 1976  a vantaggio del collega di partito Giulio Andreotti per rasserenare nel nuovo scenario politico gli Stati Uniti, la Chiesa e la destra democristiana, dovrebbe fidarsi attraverso Conte del Movimento 5 Stelle.

Superiamo tuttavia queste curiose, improponibili analogie che mettono la Dc al posto del Movimento 5 Stelle come partito di maggioranza relativa, e conseguentemente il Pd al posto del Pci, visto peraltro che Zingaretti proviene dalla storia dei comunisti e non da quella dei democristiani. E accettiamo con molta buona volontà, fantasia e quant’altro che Conte stia oggi davvero al posto di Moro, come lo immaginano Scalfari e altri ancora. Anche un uomo di provenienza democristiana come Pierluigi Castagnetti, molto di casa -si dice- al Quirinale, ha recentemente evocato il 1976 per consigliare a Zingaretti di fidarsi di Conte come Berlinguer si fidò di Andreotti per il realismo suggeritogli  dall’allora presidente della Dc.

Accettiamo, ripeto, queste acrobazie analogiche e storiche, che già si contraddicono e si confondono da sole. E prendiamo per buono un paragone ridotto all’anomalia di due partiti che prima si contrappongono nella campagna elettorale e poi si alleano ugualmente per governare il Paese: nel 1976 la Dc e il Pci, nel 2018 il Movimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini, messasi in libera uscita -avrebbe detto Andreotti- dal centrodestra pur avendone assunto la guida nelle urne sorpassando il partito di Silvio Berlusconi, e in questo 2019 il Movimento 5 Stelle e il Pd, contrappostisi non di meno nella campagna elettorale dell’anno scorso per il Parlamento nazionale e in quella dei mesi passati per il Parlamento europeo.

Quello che contesto a Scalfari è il carattere permanente, non momentaneo ed eccezionale, che egli vorrebbe attribuire all’anomalia di due partiti che si contrappongono davanti all’elettorato e si alleano, o comunque collaborano, come fecero la Dc e il Pci una quarantina d’anni fa. Contesto di Scalfari quella “alleanza” attribuita domenica scorsa, nel suo commento alla crisi, fra Moro e Berlinguer progettata per “almeno una legislatura e forse anche due”.

Dc e Pci, o viceversa, “dovevano ricostruire insieme -ha raccontato Scalfari- un Paese dove i contrasti tra ricchi e poveri, nord e sud, giovani e anziani, occupati e disoccupati andavano superati per fare un’Italia moderna, forte, europea. Dopo questo periodo ricostruttivo, che sarebbe durato -ha insistito Scalfari- all’incirca dieci anni, ciascuno dei due partiti avrebbe dovuto riprendere la propria condizione originaria e confrontarsi con l’altro alternandosi nel governo”.

Una simile ricostruzione o rappresentazione della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale formatasi attorno a due monocolori democristiani guidati da Andreotti e durata Berlinguer e Scalfari.jpgsino a gennaio del 1979, quando Berlinguer se ne sfilò volontariamente per tornare all’opposizione piuttosto che impegnarsi nel processo d’integrazione europea e nel riarmo missilistico della Nato in arrivo, ha il torto, fra l’altro, volente o nolente, di offendere la memoria di Moro. Che, se fossero state vere le cose immaginate e riferite ora da Scalfari, avrebbe mentito ai parlamentari democristiani nel suo ultimo, testamentario discorso politico prima del sequestro e della morte.

In quell’intervento, pronunciato a braccio e febbricitante, il presidente della Dc disse esplicitamente ai senatori e ai deputati del suo partito di non sapere e potere prevedere quanto avrebbe potuto o dovuto durare l’intesa col Pci, appena rinnovata  con un programma concordato per consentire ai comunisti di partecipare più chiaramente alla maggioranza passando dall’astensione a un voto vero e proprio di fiducia al monocolore democristiano. Che si sarebbe peraltro rivelato tale e quale a quello precedente, nonostante le teste dei ministri Antonio Bisaglia e Carlo Donat-Cattin reclamate dal Pci e salvate proprio da Moro nell’ultimo vertice democristiano da lui presieduto alla Camilluccia.

Moro spiegò ai parlamentari del suo partito -il testo di quel discorso è largamente disponibile negli archivi- che quell’intesa serviva solo ad attraversare il deserto creatosi con la indisponibilità dei socialisti a tornare alla collaborazione con la Dc senza i comunisti, e ad evitare elezioni anticipate “di testimonianza”. Che si sarebbero risolte in un danno ulteriore ai vecchi alleati dello scudo crociato, compreso il Psi nel frattempo passato dalla guida del vecchio Francesco De Martino a quella di un giovane autonomista dichiarato come Bettino Craxi, da cui era possibile aspettarsi un cambiamento di linea.

Moro concluse spingendosi al massimo sino alla scadenza istituzionale più vicina, che era quella di fine 1978, quando sarebbe scaduto il mandato di Giovanni Leone al Quirinale e se ne sarebbe eletto il successore. Che sarebbe stato probabilmente proprio lui se non fosse morto per mano brigatista.

Questa è la vera storia dell’intesa di Moro con Berlinguer, non altra, desunta da interpretazioni o addirittura da una intervista dello stesso Moro a Scalfari che ebbe -ed ha conservato- l’inconveniente insuperabile di essere uscita postuma, senza alcuna registrazione della sua voce e senza alcuna testimonianza, neppure quella del portavoce Corrado Guerzoni. Che riferì di essersi limitato ad accompagnare Scalfari nello studio romano del presidente della Dc, in via Savoia, allontanandosene subito per lasciarli soli.

Curiosamente, con un’analogia questa volta più concreta e visibile, anche in questa intesa anomala in arrivo fra grillini e piddini, dopo le loro tante contrapposizioni elettorali, ha fatto capolino una scadenza istituzionale: quella, di nuovo, del Quirinale nel  non vicino 2022, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella. Il più esplicito è stato, a questo proposito, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, in odore di ulteriore carriera nel Pd, che in una intervista al Corriere della Sera ha testualmente dichiarato, a proposito dell’intesa fra Conte e Zingaretti: “Mi auguro che duri tutto il tempo utile per eleggere il presidente della Repubblica, che è più importante di qualsiasi premier. Sottolineo: qualsiasi premier”.

In un eccesso di sincerità o franchezza, in quanto tale lodevole, per carità, il sindaco di Milano ha portato allo scoperto una parte forse non secondaria del sommerso di questa crisi e mescolato due cose -Governo e Presidenza della Repubblica- che non dovrebbero essere confuse e neppure intrecciate, se non casualmente. Ma sono il primo ad ammettere che non è la prima volta, e non sarà probabilmente neppure l’ultima, che questo inconveniente accade per il sistema parlamentare di elezione del presidente della Repubblica. Cui non a caso una larga dottrina ormai, oltre che una larga sensibilità democratica, preferisce l’elezione diretta del capo dello Stato.

Moro probabilmente non vi avrebbe mai aderito. Egli inorridì, appena eletto segretario della Dc, quando un consulente del predecessore, il professore Gianfranco Miglio, gli prospettò il cosiddetto presidenzialismo. Ma di acqua ne sarebbe poi passata sotto i ponti. E al Quirinale sarebbe Cossiga.jpgarrivato nel 1985 un presidente, il democristiano Francesco Cossiga, per niente contrario ad una simile evoluzione del sistema costituzionale, sino a prospettarla in un messaggio al Parlamento e a proporsi implicitamente come il traghettatore tra il vecchio e il nuovo. Ma non se ne fece nulla per la sopraggiunta tempesta di Tangentopoli e la fine della cosiddetta prima Repubblica.

 

 

 

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E’ stata una domenica bestiale quella ultima del primo governo Conte

            Fra Papa Francesco che viene soccorso dai pompieri nell’ascensore bloccato dell’appartamento da cui si affaccia nei giorni di festa; il presidente del Consiglio uscente e rientrante Giuseppe Conte che, collegato senza cravatta e pochette al raduno versiliese del Fatto Quotidiano, si sente “inappropriato” nei panni pentastellati che pure gli hanno permesso il reincarico nella crisi più pazza del mondo, azionata da un Matteo Salvini che non crede a ciò che Salvini.jpgvedono i suoi occhi; un Beppe Grillo attivissimo che, dichiaratamente assistito dal suo neurologo, scrive a Marco Travaglio per aggiungere Grillo al Fatto.jpgai soliti elogi il monito a Conte a ricordarsi di essere “l’unico che ha una casa dove andare”, naturalmente sotto le cinque stelle; un Luigi Di Maio che si sente chiuso in una gabbia dalla quale spera in cuor suo che lo liberino gli elettori elettronici della “piattaforma Rousseau” bocciando “il governo col Pd”, papale papale, su cui voteranno domani; fra tutto questo, dicevo, è stata francamente bestiale la domenica appena trascorsa in apertura del mese di settembre.

            Bestiale è anche l’aggettivo che ancora manca ai soprannomi che si sta guadagnando il secondo governo Conte prima ancora che nasca, partorito formalmente dalla penna con la quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmerà al momento giusto, salvo sorprese, i decreti di nomina dello stesso Conte e dei ministri. E’ il governo “del ribaltone” secondo i leghisti, che se ne intendono per averne promosso il primo nella cosiddetta seconda Repubblica rovesciando quello di Silvio Berlusconi, dove si erano appena imbarcati, e spianando la strada al primo e unico Gabinetto di Lamberto Dini. E’ il governo “giallorosa” secondo Travaglio, che lo difende dal rosso, antico o moderno che sia ma ugualmente troppo compromettente anche per lui. E’ il governo “dei Malavoglia”, secondo Antonio Padellaro, fondatore del Fatto Quotidiano e predecessore di Travaglio alla direzione. E’ il governo “del coraggio”, secondo il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che di coraggio in effetti ne ha avuto a cavalcarlo dopo avere reclamato anche lui le elezioni anticipate in caso di crisi, prima di scoprire che in politica non bisogna “mai dire mai”.

            Proliferano anche i soprannomi di Grillo, il più entusiasta di tutti, convinto come Travaglio che l’accordo col Pd fosse “nel destino” dopo il suo inutile tentativo, tanti anni fa, di iscriversi alla sezione piddina di Arzachena, respinto non ricordo più da quale dei segretari di turno del partito nato dalla fusione fra gli eredi del Pci e della sinistra democristiana. Promossosi “elevato”, garante e altro ancora dopo la promozione del “poppante” Luigi Di Maio, come ora lo liquida allusivamente sul suo blog personale, a capo politico del movimento delle 5 stelle, ora Grillo si è guadagnato i gradi, la funzione, il ruolo, come preferite, del “generatore”, o “rigeneratore”, per la spinta che sta dando al secondo governo Conte ancora in cantiere.

            C’è fantasia, bisogna ammetterlo, sotto le cinque stelle, magari alimentata dalla paura di ricontarsi nelle urne dopo la scoppola delle elezioni europee del 26 maggio scorso e la giustamente avvertita irripetibilità della loro attuale rappresentanza nel Parlamento nazionale. Di cui pertanto è diventata Mattarella.jpgsacra e inviolabile la scadenza ordinaria nel 2023: l’anno dopo, peraltro, la fine del mandato di Mattarella al Quirinale, per cui i grillini contano di potere svolgere un ruolo di protagonisti nella scelta del successore, o nella conferma -semmai vi fosse interessato- del presidente uscente.

 

 

 

 

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Eccovi Conte travestito da Galileo Galilei alle prese col suo secondo governo

            “Eppur si muove”, ha titolato con sollievo il Fatto Quotidiano- alla faccia dell'”indietro tutta” annunciato da Libero-  travestendoLibero.jpg Giuseppe Conte da Galileo Galilei dopo un’altra giornata di tensioni e voci o sensazioni contrastanti, fra cui una mezza tentazione attribuita al presidente del Consiglio uscente e reincaricato di rinunciare di fronte al rifiuto del presidente della Repubblica, in un incontro informativo al Quirinale, di allungargli i tempi delle trattative col Pd per la formazione del nuovo governo. Sulla cui strada ormai più dei cosiddetti contenuti programmatici, che pure sono ancora molti e molto da definire bene, l’ostacolo maggiore,manifesto.jpg come “la palla al piede” gridata in prima pagina dal manifesto, è l’ambizione di Luigi Di Maio a rimanere vice presidente del Consiglio, oltre che ministro di peso. E’ un’ambizione motivata dalla paura di risultare tanto indebolito da diventare nel Movimento delle 5 Stelle meno Rolli.jpgancora di un leader dimezzato cui l’hanno ridotto prima i sei milioni di voti perduti nelle elezioni europee del 26 maggio, poi la rottura con Matteo Salvini, sempre pronto peraltro sul suo Carroccio a rioffrirsi, e infine con la crescita esponenziale di Conte, almeno rispetto alla decadenza del giovane  vice uscente.

            Anche o persino Beppe Grillo, il fondatore, l’”elevato”, il garante e altro ancora del movimento pentastellato, è “esausto” per le resistenze di Di Maio, di cui pure Marco Travaglio sul già citatoGrillo 1 .jpg Fatto Quotidiano, smanioso di vedere l’alba del secondo governo Conte, si è chiesto nell’editoriale di giornata “che altro va cercando” dopo aver visto salire in un mese nei sondaggi il suo partito dal 22,3 al 24 per cento delle intenzioni di voto, pur sempre rimanendo ben al di sotto del 32 per cento e rotti delle elezioni politiche dell’anno scorso, sperperato alleandosi con la Lega di Salvini.

            Per quanto “esausto”, Grillo dalla sua villa al mare, o dove altro ha preferito fermarsi e riprendersi, ha lanciato in rete un monologo per sponsorizzare ancora una volta il cambio di alleanza Grillo 2 .jpge unirsi come forza “progressista” al pur tanto criticato e disprezzato Pd, uscito dalla fase del “Pidielle” degli anni delle larghe intese con l’odiato Silvio Berlusconi e ancora oggi condizionato, quanto meno, dalle scelte e dalle iniziative di un altro odiato dal comico genovese: “l’ebetino” -come lo chiamava durante l’esperienza a Palazzo Chigi- Matteo Renzi. Che sta attivamente vigilando adesso perché il suo successore Nicola Zingaretti non s’attacchi a qualche ragione o pretesto fornito da Di Maio per tirarsi indietro e fermare quel che “pur si muove”, secondo il racconto di Travaglio e del giornale così sensibile agli umori e alla sorte del movimento grillino.

            La rappresentazione galileiana di Conte non sembra convincere più di tanto il più diffuso giornale italiano, il Corriere della Sera. Che dopo qualche giorno di prudente attesa, forse nell’imbarazzo in cui si è trovato per una mezza campagna tentava dal Foglio, con una intervista di Annalisa Chirico, per de Bortoli.jpgla discesa nel campo politico dell’editore Urbano Cairo, ha affidato motivi di preoccupazione, se non di allarme, all’editorialista ed ex direttore Ferruccio de Bortoli, detronizzato a suo tempo con lo zampino dell’allora presidente del Consiglio Renzi. “Fatichiamo a pensare -ha scritto de Bortoli- che il bene del Paese, cui tutti mostrano di tenere, sia legato al destino personale di un vicepremier”.

            Amaro, a dir poco, è anche il commento domenicale del fondatore della Repubblica di carta. “Ogni partito -ha scritto Eugenio Scalfari, ancora appassionato alla Scalfari.jpgsua età come un giovanotto alla cronaca politica- gioca per conto proprio e naturalmente coltiva due o addirittura tre diverse soluzioni che restano in attesa di una scelta definitiva, se mai arriverà”, quanto meno in tempo per salvare il Paese dai “populismi” che lo assediano, anche dopo la sconfitta rimediata in questa crisi dal temutissimo Matteo Salvini, salvo sorprese dell’ultimo momento.

 

 

 

 

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