Le trattative di governo fra grillini e Pd si guastano tra cena e dopocena

             Saranno pure mancati nell’incontro fra i capigruppo parlamentari dei grillini e del Pd “problemi insormontabili”, come gli interessati hanno annunciato mandando gli italiani a cena, ma proprio a cena i capi dei due partiti, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, ospiti dell’ex democristiano d’area mastelliana e ora pentastellato Vincenzo Spadafora, si sono scontrati rovinosamente sul nome di Giuseppe Conte. Che Di Maio ha riproposto per la guida del nuovo governo, in cui i piddini dovrebbero sostituire i leghisti, ma che  Zingaretti ha escluso per ragioni di “discontinuità”. Senza la quale l’elettorato del suo partito gli esploderebbe in mano, nonostante la disponibilità dell’ex segretario Matteo Renzi ad accettare o concedere qualsiasi cosa, forse anche questa, per ricacciare Matteo Salvini all’opposizione.

            Il trionfalistico annuncio della “resistenza” di Di Maio sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, dove Il Fatto.jpgevidentemente tifano per la conferma di Conte, specie dopo l’attacco sferrato al leader della Lega nell’aula del Senato prima di dimettersi per chiudere l’esperienza gialloverde, è ben diverso dalle campane quasi a morto suonate dalla Repubblica di carta. Dove si sprecano i titoli non proprio Repubblica.jpgincoraggianti sulle trattative fra il Movimento 5 Stelle e il Pd: “Ultimatum per rompere”, “La nuova alleanza è già in un vicolo cieco”, “Cronaca di una fineRepubblica 2 .jpg annunciata”. E tutto alla faccia dei “problemi insormontabili” mancati nell’incontro fra i capigruppo parlamentari dei due partiti, Folli.jpgavventuratisi a trattare, in particolare, sulle misure compensative della riduzione del numero dei parlamentari, reclamata dai grillini come misura quasi igienica, senza prima accertarsi della reale praticabilità del percorso avviato.

            Sarà un caso, per carità, ma la resistenza di Di Maio è seguita alle insistenti aperture ai grillini da parte di Salvini, ora tollerato, se non ben visto, sotto le cinque stelle anche da uno come Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici.  Che qualche settimana fa, tra un esercizio e l’altro di apprendista falegname, aveva sprezzantemente invitato il leader leghista a “tornare” nella fogna, come la considerano i grillini, di Silvio Berlusconi.

            Sarà stato disinvolto, e ancora più indigesto al Cavaliere, convinto di potere ancora essere il regolo di quello che fu il centrodestra anche dopo la trazione leghista uscita dalle urne del 4 marzo dell’anno scorso, per non parlare delle successive elezioni regionali affrontate insieme da Forza Italia e dal Carroccio; avrà sbagliato i tempi troppo agostani della crisi, come gli rimprovera abbastanza chiaramente e insistentemente l’amico e collega di governo uscente Giancarlo Giorgetti, l’unico ad essere stato amichevolmente elogiato al Senato la settimana scorsa da Conte prima di andare a dimettersi al Quirinale, ma bisogna pur riconoscere che Matteo Salvini ha quanto meno saputo disseminare di mine il percorso delle trattative, prima sotterranee e ora palesi, fra grillini e piddini per il ribaltone estivo di questo 2019 che il presidente del Consiglio aveva previsto e promesso “bellissimo” con i colori gialloverdi.

            Il leader della Lega nel momento in cui ha saputo e voluto guadagnarsi il primato della inimicizia politica di Renzi, impopolarissimo sotto le 5 stelle, dove ancora lo ricordano come “l’ebetino” Rolli.jpgdegli spettacoli di Beppe Grillo nei teatri e sulle piazze, ha creato altri problemi non piccoli, e ben poco sormontabili, nel movimento di cui è riuscito a dimezzare i voti nelle elezioni europee del 26 maggio scorso. Il suo “forno” fa ancora una certa concorrenza a quello del Pd, dove peraltro si fa fatica a stabilire il prezzo del pane da vendere.

            Sarà uno spettacolo da “turarsi il naso”, e coprirsi gli occhi, direbbe la buonanima di Indro Montanelli, ma pur sempre uno spettacolo in questa estate che neppure il generale Ferragosto è riuscito a mettere in riga, o a difendere, come preferite, dalla crisi di governo ora gestita, in attesa di tornare nelle mani del capo dello Stato, dalla “strana coppia” Di Maio-Zingaretti, come l’ha definita il manifesto offrendola in una foto d’archivio ai lettori.

 

 

 

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La crisi di governo vista con le lenti deformate dei giornali “d’area”

L’irritazione, la delusione e quant’altro attribuite al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal navigato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda al termine del primo e inconcludente giro di consultazioni, cui ne seguirà un altro, annunciato per martedì in diretta all’ora di cena dallo stesso Mattarella dopo due ore di riflessione, sono niente di fronte alla sensazione del vuoto che si avverte seguendo la crisi con le lenti dei cosiddetti giornali “d’area”. Che hanno preso il posto dei vecchi giornali di partito, scomparsi con le forze politiche di cui trasmettevano idee e umori: giornali a leggere i quali, quando si passava da un governo a un altro, si coglieva un po’ meglio di adesso, diciamolo francamente, come andavano le cose dietro la facciata delle consultazioni.

L’Unità del Pci, l’Avanti del Psi, Il Popolo della Dc, specie quando a dirigerlo verso la fine era Sandro Fontana con lo spirito sarcastico di Bertoldo, La Voce Repubblicana del Pri, La Giustizia del Psdi, spesso vere scuole di giornalismo, da cui sono usciti fior di editorialisti, inviati e direttori di quotidiani per niente di partito,  appartengono ormai agli archivi. Adesso bisogna accontentarsi dei giornali, dicevo, “di area”. Che non rispondono ai partiti o movimenti di cui riflettono umori e tendenze, spesso cercando di dettar loro gli uni e le altre, come tanti “consigliori” al netto del significato o delle allusioni mafiose che questo termine si porta appresso, o addosso, ma spesso aiutano a capirne le pulsioni, le contraddizioni  o la linea, quando ne hanno una. Spesso, dicevo, ma non sempre.

E’ accaduto, per esempio, che durante la lunga gestazione di questa crisi, prima che si formalizzasse con le dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Giornale della famiglia Berlusconi reclamasse continuamente e vigorosamente le elezioni anticipate, come del resto ha fatto Silvio Berlusconi in persona dopo l’incontro della delegazione di Forza Italia, da lui personalmente guidata, con Mattarella al Quirinale. Ma contemporaneamente, e senza che si levassero smentite o precisazioni, sono comparsi altrove retroscena e quant’altro sull’”agghiacchiante arrivo”- parola del Fatto Quotidiano– di una guarnigione di ascari berlusconiani al seguito di Gianni Letta” per garantire ad un ribaltone giallorosso in funzione antisalviniana una “opposizione costruttiva” o “graduata”.

Ciò non significa tuttavia che Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio a schiena sempre orgogliosamente dritta si senta custode e sostenitore di una maggioranza giallorossa dura e pura, perché a leggerne la descrizione che fa del Pd, che dovrebbe sostituire i leghisti nell’alleanza con i grillini, c’è francamente da chiedersi se davvero esso ci tenga alla sorte e alla buona salute del Movimento delle 5 Stelle. Il cui “elevato”, “garante” e quant’altro, cioè Beppe Grillo, gli affida spesso i suoi urticanti commenti e messaggi al popolo.

“Trattare col Pd -ha appena scritto Travaglio in persona in un editoriale dopo il primo giro di consultazioni al Quirinale- è come trattare con la Libia. Fai l’accordo con Al Sarraj e poi scopri che non controlla neppure la scala del palazzo presidenziale perché quella è presidiata da Haftar. Però il tutto è occupato dalla milizia di Misurata, peraltro assediata dal capotribù dei Warfalla, diversamente dalle cantine contese dai clan Gadafda e Magharba. Così uno o se li compra tutti o si spara”.

Non hai finito di chiederti se Al Sarraj e Haftar siano paragonabili a Nicola Zingaretti o a Matteo Renzi, o viceversa, e già ti imbatti dopo qualche pagina in un racconto sui grillini, presumibilmente noti alla redazione del Fatto Quotidiano, che potrebbe bastare e avanzare per dissuadere il Pd dal tentare un accordo con loro, rischiando di essere travolto da faide interne di fronte alle quali impallidisce il ricordo di quelle dei tempi peggiori della Dc.

“La grandissima parte del Movimento -racconta Luca De Carolis a pagina 4 scrivendo appunto dei grillini- invoca Giuseppe Conte” ancora a Palazzo Chigi “ma Di Maio si sta già rassegnando al veto del Pd, cioè a far cadere il nome del premier uscente, di cui soffre popolarità e stile, e con il quale la distanza è da settimane profondo”, nonostante l’abbraccio nell’aula del Senato prima che salisse al Quirinale per dimettersi.

“Di Maio sa -continua il rapporto di De Carolis sulla situazione interna ai pentastellati- che i dem non potrebbero accettare sia lui che Conte in uno stesso esecutivo. E non ha voglia di fare un passo indietro, anche se alcuni big in queste ore glielo hanno chiesto proprio per arrivare a un Conte 2”.

Non finisce qui tuttavia il racconto esclusivo del Fatto Quotidiano, che prosegue così: “Di Maio, capo già molto indebolito, non ha voglia di sacrificarsi. Rimanere fuori dall’esecutivo gli farebbe perdere visibilità e altra quota nel Movimento, dove Beppe Grillo è tornato centrale. Però non potrebbe fare muro a un altro nome in costante ascesa per Palazzo Chigi: quello di Roberto Fico, il presidente della Camera, il grillino del cuore rosso antico, l’opposto del vice premier che lo soffre  come avrebbe sofferto Conte. Ma Fico andrebbe benissimo a molti nel Pd”, soprattutto – mi permetto di aggiungere- all’ex ministro Dario Franceschini. Di cui è arcinota l’ambizione alla Presidenza della Camera, che si libererebbe con Fico a Palazzo Chigi. Essa mancò a Franceschin per un pelo nel 2013, quando l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, candidato peraltro alla guida di un governo “minoritario e di combattimento” cui i grillini rifiutarono l’appoggio, gli preferì a sorpresa, all’ultimo momento, Laura Boldrini. Che, fedele, lo avrebbe poi seguito fra i “liberi e uguali” col presidente del Senato Pietro Grasso nella scissione promossa da Massimo D’Alema.

 

 

 

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Fumata nera al Quirinale dopo le consultazioni. Altro giro martedì

            Dopo le consultazioni di rito e due ore di riflessione non rituale -trascorse prevalentemente al telefono dal presidente della Repubblica per cercare di farsi spiegare dagli interessati diretti, o loro intermediari, quello che non avevano saputo o voluto dirgli chiaramente al Quirinale ma avevano lasciato intravvedere con dichiarazioni e altri messaggi fumosi- non è stato annunciato lo scioglimento anticipato delle Camere. Né sono state avviate le procedure con la convocazione dei loro presidenti, che il capo dello Stato è tenuto in queste circostanze ad “ascoltare”. Ma non sono stati neppure sciolti i nodi politici necessari per evitare questa evenienza, che pertanto continua ad incombere sulla crisi di governo.

             Ciò ha procurato a Sergio Mattarella -parole del navigato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- “irritazione e delusione” facendogli lanciare al Paese, e non solo ai partiti, dalla cosiddetta Corriere.jpgSala delle Vetrate del Quirinale, all’ora di cena, quello che sempre Breda ha definito “il messaggio forse più drammatico del suo settennato”. Esso si è concluso con la concessione di cinque giorni di tempo ai partiti maggiori per chiarirsi fra di loro, e ancor più al loro interno, e riferirgli in un altro giro di consultazioni programmato da martedì prossimo.

            Mattarella nello spettacolo titolato “Tra capi e Colle” sul manifesto, se l’è presa, in particolare, con “alcuni partiti”, non volendo nominare esplicitamente i grillini per un riguardo o una prudenza  non so francamente sino a che punto condivisibili, che gli hanno parlato di interlocuzioni o trattative in corso senza indicare con chi di preciso per formare una maggioranza, e con quali obiettivi programmatici davvero. Agli stessi grillini, questa volta esplicitamente, si era rivolta poco prima una nota della segreteria del Pd per reclamare chiarezza sul forno scelto per cercare una soluzione della crisi: a quello dello stessomanifesto.jpg Pd o a quello alternativo della Lega, per niente chiuso nonostante le accuse e persino gli insulti precedenti e successivi alle dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La cui successione infatti, pur non dipendendo da lui il conferimento dell’incarico e poi la nomina, Matteo Salvini ha offerto a Luigi Di Maio apprezzandone esplicitamente il lavoro svolto come vice presidente e pluriministro dell’esperienza gialloverde, e scaricando quindi tutte le colpe delle incomprensioni, dei ritardi e quant’altro del governo uscente a Conte. Dei cui attacchi rivoltigli personalmente nell’aula del Senato, in toni a volte persino paternalistici, con quella mano appoggiatagli sulla spalla e quel “Matteo” pronunciato con aria beffardamente confidenziale, Salvini si è in qualche modo vendicato.

            Per quanto liquidata come un’uscita da “Pagliaccio” nel fotomontaggio di prima pagina dal Fatto Quotidiano Il Fattojpg.jpgdi Marco Travaglio, al quale non basta evidentemente “il cazzaro”  autorizzatogli con tanto di sentenza dal tribunale di Milano, la sostanziale offerta di Salvini della Presidenza del Consiglio a Di Maio per un nuovo governo gialloverde preposto all’approvazione definitiva della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari e alla predisposizione della manovra finanziaria e conseguente bilancio dello Stato, ha creato problemi all’interno del Movimento delle 5 Stelle.

            Fra i grillini, nonostante le telefonate o messaggi intercorsi fra Davide Casaleggio e Nicola Zingaretti, permangono dubbi sulla praticabilità e convenienza di un matrimonio col Pd –“I promessi sposi”, ha titolato con fiduciarepubblica.jpg la Repubblica di carta tra le foto di Di Maio e dello stesso Zingaretti- avendo avvertito il rischio di cattive sorprese. Una o la principale delle quali sarebbe quella di una gestione delle trattative, da parte del segretario del Pd, non a caso criticato nelle ultime ore dai renziani, finalizzata ad una rottura. Che consentirebbe a Zingaretti, con le elezioni anticipate, non la riduzione di tutti i parlamentari reclamata sotto le 5 Stelle, e  destinata al naufragio con lo scioglimento delle Camere, ma la riduzione solo dei parlamentari del Pd riconducibili all’ex presidente toscano del Consiglio, oggi in grado di controllare i gruppi parlamentari del partito per averne determinato l’elezione l’anno scorso con i candidati scelti da lui stesso. Stavolta a sceglierli sarebbe Zingaretti. E il Pd diventerebbe davvero diverso Rolli.jpgda quello di Renzi. Il quale peraltro rimane indigesto ai pentastellati anche dopo l’improvvisa apertura ricevuta, e ricambiata peraltro col rifiuto di farsi contaminare da qualche loro ministro particolarmente visibile in un eventuale governo di soccorso alla diciottesima legislatura cominciata solo poco più di un anno fa.

             D’altronde, la situazione interna al Pd, da cui non potrebbe prescindere nessun alleato, è tale che persino Marco Travaglio sul già citato Fatto Quotidiano, non certamente sospettabile di essere contrario al matrimonio giallorosso sponsorizzato dalla più consistente e diffusa Repubblica di carta, l’ha paragonato a quella da guerra civile della Libia.

            Fa bene quindi Mattarella, per nulla smanioso di sciogliere le Camere, ad essere preoccupato, oltre che irritato e deluso come lo ha descritto -ripeto- il quirinalista del Corriere della Sera, dopo il suo primo giro di consultazioni, ed anche in vista del secondo.

 

 

 

 

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Quella faccia felice di Fico con Mattarella la dice lunga sulla crisi di governo

            E’ emblematica quella faccia felice del presidente grillino della Camera Roberto Fico, accolto al Quirinale Fico al Quirinale.jpgcon tutti gli onori e ascoltato dal presidente della Repubblica in apertura, quasi, del rito il manifesto.jpgdelle consultazioni “ad alta velocità”, per dirla con Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera, o a “rotta di Colle”, secondo l’espressione di copertina del manifesto, per la soluzione di questa crisi agostana di governo, convulsa come i temporali d’estate.

            Fico non è solo presidente della Camera e terza carica perciò dello Stato, collocato in questa veste in testa Giannelli.jpgall’elenco delle consultazioni al Quirinale. E’ anche, o soprattutto in questa congiuntura politica, uno degli esponenti di punta del Movimento delle 5 Stelle, peraltro reduce da un vertice conviviale convocato da Beppe Grillo nella sua villa al mare per dettare la linea alla vigilia delle dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Di cui proprio Fico potrebbe anche essere il successore per un governo e una maggioranza col Pd al Il Fatto.jpgposto della Lega, vista “la falsa partenza” della crisi contestata dall’interessatissimo Fatto Quotidiano al segretario Nicola Zingaretti. Che ha posto in nome della “discontinuità” -contrastata, secondo il giornale di Marco Travaglio, da Matteo Renzi ma approvata all’unanimità dalla direzione piddina- un sostanziale veto alla conferma del professore e “avvocato del popolo”.

            Sbaglierò ma quella faccia felice, ripeto, di Fico smentisce da sola l’indisponibilità o ritrosia attribuitagli da qualche retroscenista a trasferirsi dal vertice di Montecitorio al vertice dell’attiguo Palazzo Chigi se si dovesse arrivare ad una solida intesa del suo partito col Pd, e ancor più se lui desse una mano in questa direzione. Che non è certamente difforme dalle sue idee e dai suoi umori, già espressi e sperimentati del resto l’anno scorso nella esplorazione sulla crisi di governo d’inizio di legislatura affidatagli dal presidente della Repubblica. Si sarebbe forse già arrivati allora al risultato di una maggioranza giallorossa, anziché gialloverde, se il pur già ex segretario del Pd Renzi non lo avesse impedito con una semplice intervista televisiva. In quel periodo, diversamente da oggi, “l’ebetino” -come Grillo chiamava Renzi-  preferiva i popcorn ad un’intesa con i grillini, che gliene avevano dette e date di tutti i colori prima e durante la campagna elettorale battendolo clamorosamente col risultato del quasi 33 contro il quasi 19 per cento dei voti.

            Chissà se Mattarella nel colloquio con Fico, pur con la cautela impostagli dalle circostanze e soprattutto dall’attesa dell’incontro odierno con la delegazione ufficiale del movimento grillino guidata dal vice presidente uscente del Consiglio Luigi Di Maio, non gli abbia chiesto qualcosa in più o di diverso rispetto a ciò che si è scritto sui giornali a proposito del vertice conviviale in casa dell’”elevato” e quant’altro delle 5 Stelle. Cui il presidente della Camera ha accettato volentieri di partecipare arrivandovi con tanto di scorta, non certo in incognito.

            Di Maio, l’interlocutore ufficiale di Mattarella per conto del movimento grillino, ha ormai le ali bagnate dalle elezioni europee del 26 maggio scorso, ben prima quindi che il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron, si togliesse pure lui i sassolini delle scarpe -come Conte ha Macron su Di Maio.jpgfatto con Matteo Salvini al Senato- commentando la crisi di governo apertasi in Italia con l’indicazione del “ vero perdente” proprio nel capo formale delle 5 Stelle. Che impara così a flirtare con i rivoltosi in giallo di Francia.

            Il giovane vice presidente e pluriministro uscente  del governo Conte in quota grillina avrebbe peraltro da temere sia la formazione di un governo col Pd, non potendo certamente considerarsi un elemento di “discontinuità”, per dirla Zingaretti.jpgcon Zingaretti, sia le elezioni anticipate. Che dalle sue parti, per quanto contrarie nella consapevolezza di uscirne a pezzi, forse anche peggio di fine maggio con le europee, sono talmente messe nel conto che  Davide Casaleggio, o chi per lui, ha sollecitato i parlamentari morosi a pagare le trattenute mensili all’associazione o piattaforma Rousseau. La messa in regola con “le rendicontazioni” è stata reclamata entro il 2 settembre “in vista -è scritto nella comunicazione elettronica- di eventuali elezioni e dei relativi controlli da farsi per le candidature”. Un brivido deve avere percorso la schiena di molti destinatari di questa lettera.

 

 

 

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A crisi finalmente aperta si complica il progetto di ribaltone giallorosso

            Per attenersi all’immagine pertinente proposta da Emilio Giannelli con la sua vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera il presidente uscente e -come vedremo- difficilmente rientrante del Consiglio Giuseppe Conte ha usato l’aula del Senato, col discorso di introduzione Conte e Salvini 1 .jpgall’apertura finalmente formale di una crisi in corso sui giornali almeno da un mese, per togliersi dalla scarpa i classici sassolini. Ma si è tolto solo quelli messigli da Matteo Salvini, cui ha fatto un processo da “avvocato del popolo”, secondoConte e Salvini 2 pg.jpg la sua stessa originaria definizione, ma inteso come pubblico ministero: un processo in cui “il popolo” sarebbe la parte lesa. L’imputato leghista ha dovuto subire l’attacco, standogli seduto accanto ancora come vice e ministro dell’Interno, opponendogli solo o prevalentemente gesti di dissenso, prima di spostarsi sui banchi dei parlamentari del Carroccio e di parlare a propria difesa, peraltro interrotto ostinatamente dai senatori del Pd insofferenti della sua sopravvivenza fisica all’attacco di Conte. Che essi avevano applaudito nei passaggi Conte e Salvini 3.jpgpiù significativi, come quello sulla “vicenda russa da chiarire” per i dubbi non risolti sulla ricerca di affari a “Moscopoli”, come la chiama la Repubblica di carta, da parte del leghista Gianluca Savoini.

            Conte ha invece trattenuto nella scarpa, o nell’altra non esposta metaforicamente sul banco del governo, tutti i sassolini messigli nei 14 mesi di governo dai grillini. Ai quali ha solo rimproverato, con un buffetto, la scortesia fattagli lasciando l’aula di Palazzo Madama, sia pure per protesta contro l’assente Salvini, quando gli è toccato di sostituire il ministro dell’Interno riferendo proprio sulla “vicenda russa”. Dalla quale tuttavia il presidente del Consiglio dichiarò allora di non avere ricavato elementi che potessero impedirgli di confermare la propria fiducia al suo vice.

            Non una parola, non un sassolino Conte ha tirato fuori, con la lingua o con le mani, a proposito di quella pur recente seduta del Senato che egli dovette disertare per voltare la testa dall’altra parte di fronte alla mozione presentata dai grillini contro la Tav -la realizzazione cioè della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci fra la Francia e l’Italia- anche o soprattutto dopo la sua decisione di sbloccare l’opera, essendone più costosa la rinuncia.

            I ripetuti applausi a Conte da parte dei senatori del Pd, guidati questa volta in aula personalmente da Matteo Renzi come oratore di punta, non debbono essere piaciuti al non senatore, né deputato, ma segretario del partito Nicola Zingaretti. Che, avendo fiutato nella lunga parte finale del discorso del presidente del Consiglio una sua ricandidatura a guidare un governo appoggiato dai piddini, o con la loro partecipazione, ha addirittura anticipato l’intervento di Renzi con una dichiarazione di sostanziale indisponibilità.

          Se nuovo governo e nuova maggioranza dovranno essere, ha praticamente avvertito Zingaretti senza aspettare la riunione odierna della direzione del partito e il suo turno nelle consultazioni al Quirinale, bisognerà cambiarne anche la guida. E ciò ha aperto, anche con una telefonata di Luigi Di Maio allo stesso Zingaretti, un altro problema grosso come una casa fra i grillini, già divisi fra di loro sulla gestione e sulle prospettive della crisi, non bastando a tenerli uniti la paura delle elezioni anticipate. Che potrebbero risolversi peggio ancora delle elezioni europee del 26 maggio scorso, nelle quali essi hanno dimezzato i voti dell’anno scorso.

            La portata dell’intervento extraparlamentare, diciamo così, del non senatore né deputato Zingaretti è stata chiaramente avvertita sul Fatto Quotidiano, molto letto e apprezzato sotto le cinque stelle, dal direttore Marco Travaglio. Al quale l’aperitivo in qualche modo offertogli da Conte col processo a Salvini è andato di  traverso a leggere le dichiarazioni del segretario del Pd.

           Pertanto, sentendo allontanarsi il ribaltone giallorosso e avvicinarsi invece un ricorso alle urne magari solo un po’ meno anticipato di quanto chiesto da Salvini, il direttore del Fatto ha Travaglio.jpgconcluso così il suo editoriale di giornata contro il leader leghista: “Ora il Cazzaro è al punto più basso della sua parabola politica. Solo il Pd può salvarlo. E pare che, ancora una volta, stia lavorando per lui”, nonostante o a dispetto dell’altro ribaltone: quello compiuto all’interno del partito dall’ex odiatissimo Renzi passando dai pop corn alle danze sotto le cinque stelle.

 

 

 

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La maledizione delle alleanze costruite contro il nemico di turno

Non può certo sorprendere, dopo il monologo televisivo dell’8 agosto in una conferenza stampa a Palazzo Chigi preclusa alle domande, il contributo che il presidente uscente del Consiglio Giuseppe Conte, volente o nolente, con le sue critiche abrasive al suo vice e ministro dell’Interno Matteo Salvini, sedutogli accanto ai banchi del governo, ha dato alla vecchia politica del “tutti tranne” il mostro, l’orco, il pericolo pubblico di turno. Che oggi è, appunto, il leader leghista, cresciuto forse troppo nelle elezioni europee del 26 maggio e nei sondaggi successivi per non aggiungere nuove paure alle vecchie, specie dopo essersi lasciato prendere la mano, o il costume da bagno, con richieste di “pieni poteri” e tentazioni, se non propositi, di correre al rinnovo anticipato delle Camere per cercare di fare tutto da solo.

E’ una prospettiva, quest’ultima, alla quale si è attaccato uno che di queste tentazioni s’intende come Matteo Renzi riaccendendo il fuoco che già covava nelle retrobotteghe della politica per rianimare quell’attrazione fra grillini e Pd stroncata proprio da lui l’anno scorso con una intervista televisiva. Che bastò e avanzò per vanificare una riunione della direzione del partito, al Nazareno, convocata proprio in quel  senso di marcia dopo la esplorazione della crisi affidata dal capo dello Stato al presidente pentastellato della Camera Roberto Fico.

Non può sorprendere, dicevo, che un Conte persino “offeso” sul piano personale e istituzionale sia caduto nella tentazione della ritorsione dopo tanti sgarbi e persino sfide lanciategli da un suo pur vice, spintosi ad improvvisare al Viminale, da parecchio tempo sede non più del governo ma solo del Ministero dell’Interno, un tavolo parallelo a quello di Palazzo Chigi per consultazioni, trattative e quant’altro con le cosiddette parti sociali su manovra fiscale, legge di stabilità, bilancio e annessi e connessi. Può e forse deve sorprendere invece come nell’Italia che Niccolò Machiavelli cercò inutilmente di smaliziare col suo Principe sia così frequente scambiare lucciole per lanterne e avvertire così tanto tiranni più o meno in erba contro cui mobilitarsi non scorgendo magari quello vero al momento giusto, come accadde con Benito Mussolini nel 1922, scambiato poi persino da un Papa come l’”uomo della Provvidenza”.

Il “tutti contro Renzi”, per andare a ritroso nella cronaca o storia politica della Repubblica, non fu certamente e francamente un affare per il Paese, al netto degli errori e delle esagerazioni dell’ex presidente toscano del Consiglio, quando si tradusse nella bocciatura referendaria di una riforma costituzionale  forse preferibile, per organicità e contenuto, alla modesta e demagogica riduzione del numero dei parlamentari messa in cantiere dalla maggioranza gialloverde, vantata ora dai grillini come risolutiva e che Salvini, pur dopo avere innescato la crisi, si è offerto di salvare dai suoi effetti, come se fosse davvero la panacea vantata dai pentastellati. Mah, sbaglierò ma avrei preferito la conferma referendaria della riforma di Renzi nel 2016, con i miglioramenti ulteriori che avrebbero potuto seguire vedendone l’applicazione.

Il “tutti contro Berlusconi” praticato dalla sinistra durante tutta la cosiddetta seconda Repubblica, contraddetto curiosamente proprio da Renzi associandolo al progetto della riforma costituzionale sino alla rottura sulla successione a Giorgio Napolitano al vertice dello Stato, non si è tradotto, direi, né nella distruzione del Cavaliere – che riassapora proprio in questa crisi di governo una vitalità politica che sembrava compromessa dal sorpasso leghista nelle elezioni politiche dell’anno scorso- né in una vittoria  dei suoi avversari. Che hanno poi trovato sulla strada nuovi, e forse per il Pd, ancora più pericolosi nemici o concorrenti con cui fare i conti, come i leghisti di conio salviniano e i grilllini.

Il “tutti contro Craxi” della parte conclusiva della cosiddetta prima Repubblica, praticato dalla sinistra montando sui cingolati giudiziari di Tangentopoli, si risolse miseramente -ricordate?- nella la sconfitta della “gioiosa macchina da guerra” allestita e condotta nel 1994 da Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci e primo del Pds, per portare i post-comunisti alla guida del governo. Ci fu invece la sorprendente e beffarda vittoria del Cavaliere esordiente della politica, che la magistratura, o una certa parte di essa, la più attiva, politicizzata e visibile, trattò ancor prima e più della sinistra come l’erede dell’odiato leader socialista costretto all’espatrio.

Il “tutti contro Cossiga”, che si affiancò tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta al “tutti contro Craxi”, spingendo i comunisti a tentarne l’impeachment davanti alla Corte Costituzionale e il collega di partito Ciriaco De Mita, che l’aveva mandato al Quirinale nel 1985, a liquidarlo come un problema sanitario, finì come in una comica nel 1998. Fu l’anno in cui l’ormai presidente emerito della Repubblica, fermo quasi come un paracarro al suo stile e ai suoi umori, e sempre desideroso di rimanere nella mischia, fu scoperto come uomo lungimirante da Massimo D’Alema. Che subentrò a Romano Prodi a Palazzo Chigi con l’appoggio determinante dei transfughi del centrodestra arruolati apposta da Cossiga in un’armata di “straccioni” emuli dei francesi che avevano sconfitto a sorpresa i prussiani nel 1792.

Il “tutti contro Fanfani” praticato dai comunisti quando, a dispetto delle sue origini dossettiane nella Dc, lo scambiarono per una specie di De Gaulle italiano in miniatura fisica, impedì nel 1971 a quel leader democristiano di salire al Quirinale per succedere a Giuseppe Saragat. Ma non spianò per questo la strada al candidato dello scudo crociato che avrebbe preferito il Pci: Aldo Moro. L’allora ministro degli esteri e già segretario del partito e presidente del Consiglio fu bloccato nella Dc da un “tutti fuorché Moro” praticato dai “dorotei” democristiani e dai loro alleati esterni, che erano in quel momento i repubblicani, i socialdemocratici e i repubblicani.

Essi improvvisarono sotto l’albero di Natale l’elezione di Giovanni Leone. Che poi avrebbe perso il Quirinale, sei mesi prima della scadenza del mandato, non tanto per una campagna scandalistica avviata contro di lui addirittura dai radicali di Marco Pannella quanto per non essersi piegato alla cosiddetta linea della fermezza durante il sequestro di Moro. Egli aveva cercato di salvarlo predisponendo la grazia ad una detenuta -Paolo Besuschio- contenuta nell’elenco dei “prigionieri” con i quali i brigatisti rossi avevano chiesto di scambiare il presidente della Dc sequestrato fra il sangue della scorta il 16 marzo 1978.

 

 

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L’arena della crisi è pronta, il sangue pure, per fortuna solo metaforico

              Al netto del suo aspetto metaforico, sarà fra Conte e Salvini “la resa dei conti” annunciata con la solita arguzia dal manifesto nel suo titolo di copertina giocando sul minuscolo del plurale e sul maiuscolo sottinteso Repubblica 2 .jpgdell’innominato e uscente presidente del Consiglio, cui ancora la Repubblica di carta non perdona il velleitario annuncio di un “bellissimo”  2019.

            E’ scontato che sarà contro Salvini il discorso  odierno al Senato dell’inquilino di Palazzo Chigi, come nel monologo televisivo e notturno dell’8 agosto nella sede del governo. Saranno attribuite tutte Il Fatto.jpga lui  le responsabilità della crisi virtualmente aperta da allora, con la riserva di riferire al Parlamento in tempi non immediati. Che sono stati poi definiti a Palazzo Madama da una maggioranza generalmente salutata, si vedrà se a torto a ragione, come anticipatrice di quella destinata a sostituire l’alleanza gialloverde.

            Gli altri due personaggi messi, diciamo così, in bachceca sulla prima pagina di Repubblica con la pretesa di esporre i protagonisti di questo inedito passaggio politico -il capo formale del Movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio e il segretario del Pd Nicola Zingaretti- sono assai meno rilevanti di quanto Repubblica.jpgnon vorrebbe far credere il giornale fondato da Eugenio Scalfari. In realtà, Di Maio è stato praticamente svuotato di funzioni e ruolo dal ritorno sulla scena, o retroscena, della politica di Beppe Grillo.  Che è in grado di convocare col telefonino, o altra diavoleria elettronica, nella sua villa al mare anche la terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, per dettare la linea rovesciandovi dentro tutti i suoi umori ora tornati antisalviniani, in linea d’altronde col rimprovero fatto direttamente l’anno scorso alla madre del leader leghista di averlo concepito rinunciando alla pillola. Il povero Zingaretti, dal canto suo, orfano come il fratello Luca di quel grande e popolare giallista che era diventato Andrea Camilleri, vive da qualche giorno nell’angoscia di trovarsi non davanti ma al seguito di un predecessore ingombrante come Matteo Renzi.

             Quest’ultimo, da ribaltonista come nessuno l’aveva mai immaginato o temuto, ha improvvisamente smesso di mangiare le riserve dei pop corn ordinati al momento della nascita della maggioranza gialloverde -da lui praticamente voluta o provocata l’anno scorso impedendo la trattativa di governo fra grillini e Pd predisposta come esploratore nella prima crisi della nuova legislatura dal neo-presidente della Camera a 5 stelle- ed ha aperto le porte agli ex nemici. I quali a loro volta, per quanto disinvolti nell’accesso ai “due forni” di andreottiana memoria, vivono in un crescente disagio questa nuova stagione offerta dall’”ebetino”, come il comico genovese chiamava Renzi quando l’ex sindaco di Firenze sembrava diventato a Palazzo Chigi il padrone d’Italia.

              Il disagio di grillini e piddini, che muoiono dalla voglia di accordarsi per evitare le elezioni anticipate ma anche dalla paura di non liberarsi neppure così di Salvini, che potrebbe ricavarne vantaggi nelle elezioni locali in programma già dall’autunno prossimo, in quelle -sempre locali- della primavera successiva e nelle elezioni politiche forse più rinviate che evitate con una maggioranza giallorossa; il disagio, dicevo, di grillini e piddini è evidente dalla fretta e dalla forza verbale con cui entrambi  hanno voluto smentire trattative già avviate dietro le quinte della sospensione della crisi imposta dalla sua calendarizzazione parlamentare post-ferragostana.

             Con una recita degli inganni di certo non nuova nelle vicende politiche  i due partiti  e accessori del ribaltone che già occupa le prime pagine dei giornali con commenti, interviste, retroscena e altro, vorrebbero tentare l’avventura facendosi scudo delle riflessioni, delle valutazioni e delle proposte che potrebbe maturare, a crisi formalmente aperta e a consultazioni concluse al Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di cui si accredita, anche se con minore vigore di qualche settimana fa, una certa diffidenza o ostilità allo scioglimento anticipato di Camere elette meno di un anno e mezzo fa.

             L’anticamera del capo dello Stato, prima ancora di essere aperta alle delegazioni dei partiti che sfileranno al Quirinale, è da tempo affollata metaforicamente di consiglieri fuori ruolo, quali possono essere considerati gli opinionisti che discettano della crisi sui giornali. Uno dei più fantasiosi si è appena confermato sul suo Foglio, rinunciando al simpatico marchietto rosso dell’elefantino e firmandosi con tanto di nome e cognome, Giuliano Ferrara. Egli ha suggerito una Giuliano Ferrara.jpgversione minimale, e forse per questo ritenuta da lui più digeribile o presentabile, non di un governo ribaltonista di coalizione ma di “un monolcolore grillozzo”: di quelli che faceva ogni tanto la Dc quando era partito di maggioranza, com’è ancora nelle attuali Camera il movimento delle 5 stelle, senza contare il tracollo elettorale nelle europee del 26 maggio scorso.

            Quanto dovrà o potrà durare questo “monocolore grillozzo”, sostenibile persino da quella che Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, nell’editoriale affiancato alla rappresentazione da far west della resa dei conti della crisi ha definito “l’agghiacciante guarnigione di ascari berlusconiani al seguito di Gianni Letta”, il buon Ferrara lo ha scritto con una chiarezza, franchezza e visceralità disarmanti: per il tempo, stretto o largo che sia, necessario a votare “appena il Truce”, cioè Salvini, “nei sondaggi va al  20 per cento”, dal 33 guadagnato nelle già ricordate elezioni europee e dal 38 attribuitogli recentemente in alcuni sondaggi. Il problema insomma resta sempre lo stesso: la resa dei conti col troppo temuto leader leghista, nella logica del “tutti tranne Salvini”, come ai loro tempi “tutti tranne Renzi” o “tutti tranne Berlusconi” o “tutti tranne Craxi”. Le brutte abitudini sono sempre state dure a morire, o facili a riprodursi.

 

 

 

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Nuovo intervento di Grillo, a pedate contro Salvini, nella crisi di governo

            Beppe Grillo si è ulteriormente calato dalla posizione di “elevato” e “garante” del movimento da lui fondato e, intervenendo a pedate sulla crisi di governo in vista della sua formalizzazione, ha dettato o ribadito la linea in un “vertice” nella sua villa di Marina di Bibbiana. Dove ha convocato un bel po’ di graduati, compreso il presidente della Camera Roberto Fico, terza carica non del partito a 5 stelle ma addirittura dello Stato.

            Il comico genovese prestatosi alla politica ha messo in riga, per dirla in parole povere e brutali, il capo formale del movimento Luigi Di Maio, ancora tentato, dietro le polemiche e anche gli insulti di facciata, dall’idea di una riedizione della maggioranza gialloverde, ed ha bollato come “inaffidabile” il leader leghista Matteo Salvini.. Egli ha fatto un po’, usando lo stesso aggettivo, come l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita con Bettino Craxi sfrattandolo da Palazzo Chigi, dove era stato costretto a mandarlo nel 1983 dopo un risultato elettorale negativo per lo scudo crociato.

            Questa volta lo sfratto di Salvini non è tanto da Palazzo Chigi, dove il leader del Carroccio dispone di uno strapuntino come vice presidente del Consiglio, ma dal Viminale. E’ qui che “il capitano”, pur accusato di andarci poco preferendo le spiagge, i palchi dei comizi e l’orto del suocero virtuale Denis Verdini, fa una paura da morire non solo a Grillo ma anche al Pd, non a caso pronti a trattare, quanto meno, la formazione di un governo stavolta giallo-rosso, come i colori della Roma intesa come squadra di calcio.

            A questo governo, cui Il Foglio di Giuliano Ferrara Il Foglio.jpgvorrebbe che fornisse un aiuto anche “l’amor suo” Silvio Berlusconi pur di “fermare” l’indigesto e pericoloso Salvini, si è proposto come consigliere, regista, protettore e altro ancora Romano Prodi. Che ha suggerito di chiamare “Orsola” la nuova maggioranza, dalla traduzione in italiano del nome della nuova presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen, eletta nel Parlamento Europea proprio con una convergenza determinante di voti dei deputati grillini, del Pd e di Forza Italia.

            Prodi, a dire il vero, pur dicendo spesso cose  sagge, compresa l’opportunita che una decisione come quella di “Orsola” tradotta in una maggioranza avrebbe bisogno di un passaggio congressuale nei due partiti maggiormente interessati, in uno dei quali -quello grillino- di congressi non se n’è mai visto uno, non ha alle spalle precedenti di alleanze molto incoraggianti.

            Entrambi i governi  realizzati dal professore emiliano dopo avere vinto, nel 1996 e nel 2006, le elezioni guidando coalizioni abbastanza vaste, e redigendone personalmente lunghi, minuziosi e ambiziosi programmi di legislatura, sono durati non più di due anni, trascinandosi appresso la seconda volta le Camere. Dieci anni prima invece Prodi si era lasciato alla fine sostituire da  un D’Alema d’annata, spinto a Palazzo Chigi dal fantasioso Francesco Cossiga  a capo di un partito da lui stesso definito sarcasticamente “di straccioni”, arruolati nel centrodestra personalmente dall’ex presidente della Repubblica.

            Di fronte agli sviluppi della situazione, forse consapevole di avere sopravvalutato i mal di pancia fra i grillini verso un’alleanza col Pd descrittigli da Di Maio quando avevano rapporti di amicizia celebrati con murales Repubblica.jpgaffettuosi, il “licenziato” Salvini, secondo il trionfalistico annuncio della Repubblica di carta, sembra nelle ultime ore francamente rassegnato, nonostante i bellicosi tentativi di resistenza che annuncia nelle interviste, compresa quella concessa per la seconda volta in pochi giorni al Parola di Salvini.jpgdirettore del Giornale della famiglia Berlusconi. Gli rimarranno “le piazze”, di cui egli  ha appunto Salvini.jpgparlato in questa intervista, solo per i comizi delle campagne elettorali regionali che il capo dello Stato ben difficilmente potrà impedire dal prossimo autunno alla prossima primavera, dopo essersi speso -se veramente si spenderà- per evitare quelli per il rinnovo anticipato delle Camere reclamato dal leader leghista.

            A leggere il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, di casa -diciamo Corriere.jpgcosì- al Colle già con i predecessori di Mattarella, il presidente della Repubblica alla vigilia delle dimissioni di Conte, e dell’apertura finalmente formale di una crisi in corso Breda.jpggià da tempo nel dibattito politico, è tentato da due soluzioni non elettorali: una “politica” e una “istituzionale”, entrambe giallorosse nei fatti. “Altrimenti resta il voto”, ha ammesso Breda, ma molto altrimenti.

 

 

 

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Nella crisi di governo si gioca più coi numeri, come al lotto, che con le notizie

            Vorrei chiedere ai colleghi dei giornaloni, giornali e giornalini che stanno giocando con la crisi di governo come al lotto, dando più numeri che notizie, se sono proprio sicuri che il vice Matteo Salvini abbia “obbedito” al suo presidente del Consiglio Giuseppe Conte, facendo sbarcare i 27 presunti minorenni dalla nave del volontariato Open Arms ferma davanti a Lampedusa, per la voglia di recuperare il terreno politicamente perduto nei giorni scorsi e, in particolare, il rapporto con i grillini. L’obiettivo sarebbe naturalmente una riedizione della maggioranza gialloverde.

            A parte il dissenso significativamente espresso dal ministro dell’Interno eseguendo il quasi ordine di Conte, emesso in quello il manifesto.jpgche il manifesto ha chiamato “il buco delle lettere”, non mi sembra francamente che l’obbedienza di Salvini si sia tradotta in un successo politico del presidente del Consiglio. Che si è rivelato molto poco accorto quando si è scoperto che ben otto di quei 27 sbarcati come minorenni erano in realtà maggiorenni.

            Della iniziativa o versione “umanitaria”, “responsabile” e quant’altro di Conte, supportata da un pronunciamento del Tar del Lazio, dalle richieste dell’Unione Europea, da una indagine sia pure “contro ignoti” per sequestro di persone avviata dalla Procura di Agrigento e altro ancora, è rimasto solo il segno di una inversione di linea nella gestione degli approdi e degli sbarchi dei migranti.

            Poiché la vecchia linea, supportata da Conte e dagli altri ministri grillini prima che la liquidassero come “l’ossessione dei porti chiusi”, ha procurato a Salvini e al suo partito quel consenso tradottosi in un raddoppio dei voti leghisti nelle elezioni europee del 26 maggio scorso, e in un dimezzamento dei voti pentastellati, mi sembra che sia tutto da dimostrare il vantaggio accreditato al ribaltone in cantiere col progetto di un governo con Matteo Renzi, o i suoi uomini, o i suoi compagni di partito, al posto del Carroccio.

          Di questo governo, assaporandone già gli odori e i sapori, Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ha dettato  a suo modo al capo dello Stato il nome del presidente: naturalmente quello dell’uscente Travaglio.jpgConte, “il leader più apprezzato in Italia e all’estero”, anche se si può carpirne così facilmente la fiducia contrabbandandogli per minorenni otto maggiorenni su 27 in un solo sbarco. O anche se i grillini hanno potuto contestarne così clamorosamente al Senato lo sblocco della Tav da presentare una mozione di segno contrario, obbligandolo a disertare la seduta non si è capito se più per vergogna, o per rabbia, o per opportunismo contando sulle opposizioni per far prevalere la decisione maturata a Palazzo Chigi a favore del completamento della linea ferrovia ad alta velocità per il trasporto delle merci dalla Francia all’Italia, visto che la rinuncia sarebbe stata ancora più costosa della realizzazione.

            C’è qualcosa che obiettivamente non funziona nello sbocco pro-ribaltone, che si annuncia in prevalenza sui giornali, di questa crisi che Matteo Renzi ha ragione a definire “la più pazza del mondo”, anche se non si chiede -neppure in una intervista al Giornale in cui ha dichiarato Renzi.jpgdi “rimpiangere” l’editore Berlusconi comfrontandolo con Salvini- se a farla così pazza non ha contribuito proprio lui vomitando tutti i pop corn appena mangiati e proponendo un governo con gli odiati grillini. Che egli impedì al suo partito l’anno scorso, all’inizio della legislatura, con una intervista televisiva che vanificò la riunione della direzione convocata dal segretario di allora, Maurizio Martina, per il giorno dopo.

            Renzi cerca di giustificare la sua svolta col pericolo, condiviso da Eugenio Scalfari su Repubblica e da Giuliano Ferrara sul Foglio, di un Salvini “totalitario” destinato a vincere le elezioni anticipate. Eppure dello stesso Salvini, prima ancora che la crisi sia stata formalizzata col dibattito Salvini 2 .jpgin programma per martedì al Senato e per mercoledì alla Camera, gli avversari danno la rappresentazione di un uomo disperato, di un tattico sprovveduto e di uno stratega conseguentemente fallito. E persino di un vanesio che, dopo essersi abbronzato sulle spiagge, si fa quasi arruolare come un raccoglitore di pomodori o fiori nei campi del virtuale, o aspirante, suocero Denis Verdini.

           Sarà colpa della mia ingenuità o della mia vecchiaia, ma i conti di questa rappresentazione della crisi, oltre che del precipizio di Salvini nell’inferno di Dante, fiorentino quasi come Renzi e Verdini, non mi tornano, o non mi convincono.

 

 

 

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