Il “ritorno” della mafia a Roma fra il sollievo della sindaca grillina

            Il “rovesciamento” della malavita romana avvenuto in tribunale, dove i giudici di appello hanno appena ritrovato la mafia denunciata dalla Procura e negata l’anno scorso dai giudici di primo grado, ma hanno ridotto le pene agli imputati maggiori, è la rappresentazione plastica della crisi della giustizia italiana.

           C’è fra le leggi e i giudici chiamati ad applicarle un rapporto a dir poco schizofrenico, che impedisce alla gente comune di capire le une o gli altri, o né le une né gli altri. E ciò per colpa della politica, i cui attori lasciano andare le cose come vanno perché c’è sempre qualcuno che ne può trarre vantaggio: o per restare dov’è o per arrivare dove vuole scalzando più facilmente l’avversario.

            titolo Repubblica.jpgNon ha torto Attilio Bolzoni su Repubblica a raccontare con aria stralunata lo spettacolo degli avvocati degli imputati di “Mafia Capitale” o del “Mondo di mezzo” che, sentito il dispositivo della sentenza d’appello,  si “disperavano di una condanna più mite” dopo avere esultato in primo grado “con una mezza dozzina di carcere in più”. Infatti, condannato a 20 anni per associazione a delinquere, a destra Massimo Carminati ha avuto uno sconto di pena di 5 anni e mezzo, per gli stessi fatti, con la condanna per mafia. E a sinistra il suo socio, complice e quant’altro Salvatore Buzzi si è procurato uno sconto di otto mesi.

            Verrebbe da ridere a leggere in prima pagina sul Fatto Quotidiano che a procurare gli sconti così clamorosamente in contrasto con l’aumentata gravità del reato contestato agli imputati è stato il fatto che “ora il clan non può più operare”, come se si potesse condannare non solo per quel che si è fatto ma anche per ciò che si potrebbe ancora fare, in detenzione e oltre. titolo del Fatto.jpgMa si finisce di ridere quando si legge sul Corriere della Sera il capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone, che spiega a Giovanni Bianconi che “forse le pene più basse” inflitte dai giudici di appello derivano appunto dal fatto che “la piccola mafia” scoperta dagli inquirenti a Roma “è stata debellata dagli arresti”.

            Piccola, grande, grandissima mafia. E chi ne valuta le dimensioni? Con quali criteri e in base a quali norme specifiche del codice penale? Sono domande credo legittime per un lettore, un cittadino dotato di buon senso. Domande che inquietano ancor più quando si legge che il capo della Procura romana è il primo ad essere convinto che i vari Carminati e Buzzi, ma anche gli Spada, i Casamonica e tutti gli altri ai quali ci hanno abituati le cronache nella Capitale “non sono paragonabili a Cosa nostra, alla ‘indrangheta o alla camorra”, e che “Roma non è Palermo, né Reggio Calabria, né Napoli”.titolo Stampa.jpg E allora se tutto questo non è, perché si invoca e si applica l’articolo 416 bis del codice penale sull’associazione di tipo mafioso? Solo perché, come spiega l’esperto di mafia Francesco La Licata sulla Stampa, quelle di Roma e dintorni sono “cosche senza lupara” e coppola? Si rimane francamente interdetti.

            Fra le dichiarazioni più soddisfatte del ritorno giudiziario della mafia nella storia recente di Roma, diciamo così, ci sono naturalmente quelle della sindaca grillina Virginia Raggi, che ha voluto gustarsi lo spettacolo della sentenza di appello andando di persona in tribunale come parte civile. E se ne può anche capire l’interesse, a dimostrazione e spiegazione, insieme, delle responsabilità che la politica -come scrivevo all’inizio- ha per le condizioni in cui versa la giustizia italiana, sulle cui contraddizioni si può sempre contare per difendersi o attaccare, secondo i casi.

            La Raggi, salvo sorprese in Cassazione, cui naturalmente spetterà l’ultima parola, può per un po’ sostenere, a difesa dei modesti risultati della sua amministrazione, e con sollievo degli amici di partito che ora governano addirittura il Paese e sono un po’ in apprensione per i guai capitolini, che avrà pure il diritto ad una certa comprensione se le è capitata la disgrazia, pur cercata, di ereditare la guida di una città corrotta, devastata e quant’altro dalla mafia, pur con tutte le precisazioni e le riduzioni del capo della Procura.

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