Grillini nei guai per lo scontro fra Matteo Salvini e la magistratura

            Altro che i rapporti con l’Unione Europea. Altro che il tira e molla sulla “flessibilità” anche con i conti, e non solo con i vaccini. Sono i rapporti con la magistratura, e più in generale, con la giustizia, tutte rigorosamente al minuscolo coi tempi che corrono, a insidiare la tenuta della maggioranza di governo gialloverde. E ciò a dispetto dei sondaggi che ne danno un’immagine fortissima, superando ormai il 60 per cento i voti complessivi attribuiti ai due partiti al potere: i leghisti e i grillini, nell’ordine di consistenza virtuale, rovesciati rispetto ai risultati delle elezioni politiche del 4 marzo scorso.

            La diretta facebook dal Viminale, col vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini che apre, commenta e appende come un trofeo alla parete damascata del suo ufficio la comunicazione giudiziaria appena ricevuta dalla Procura della Repubblica di Palermo per sequestro di persona aggravato non è stata soltanto inusuale, un inedito assoluto nella storia d’Italia e in quella più breve del social network lanciato il 24 febbraio di quattordici anni fa. Provate a pensare all’effetto che avrebbe potuto fare nel 1994, dieci anni prima del 2004, una diretta facebook dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per aprire e commentare l’avviso di garanzia speditogli dalla Procura di Milano mentre l’alleato di governo Umberto Bossi stava  scavandogli la fossa della crisi tra le inutili resistenze, al Viminale, di Roberto Maroni.

            Allora Berlusconi non solo non poteva disporre di facebook, che avrebbe probabilmente saputo usare anche meglio di Salvini, superandolo per mimica ed altro, ma dovette anche subire la notifica della comunicazione giudiziaria a mezzo stampa, leggendone sul Corriere della Sera prima ancora di aprire la busta della Procura milanese.

            Eppure è proprio a Berlusconi, e al suo modo di concepire i rapporti con la magistratura e di parlarne, che l’infastidito ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede ha paragonato il collega di governo Salvini, accusandolo di volere far tornare l’orologio politico indietro, alla “seconda Repubblica”, quando il centrodestra a trazione berlusconiana e a forte partecipazione leghista si avvicendò al governo col centrosinistra.

            Bonafede, che ha così recepito almeno in parte le proteste contro Salvini levatesi dal sindacato delle toghe, dove i  metodi del ministro dell’Interno sono considerati eversivi, specie con quel richiamo tutto berlusconiano alla natura elettiva del potere politico, perciò più alta e democratica del potere giudiziario esercitato da magistrati forti solo di un concorso vinto a suo tempo, è fra quelli convinti, magari in buona fede, come dice appunto il suo nome, che il 4 marzo scorso si sia davvero passati dalla seconda alla terza Repubblica. Così in effetti proclamarono i dirigenti del movimento grillino a commento dei risultati elettorali, prima ancora di sapere con chi poi avrebbero fatto il governo, con la Lega o con il Pd, cioè quando ancora gravava, anzi incombeva sullo scenario politico l’ipotesi di un ritorno anticipato alle urne, persino in agosto.

            La verità è che nel momento stesso di scegliere  la pratica delle alleanze per andare al governo, rimanendo quindi all’interno dello stesso sistema istituzionale ed elettorale, piuttosto che affrontare l’incognita di nuove elezioni, i grillini rinunciarono o accantonarono il progetto della terza Repubblica per rimanere nella seconda. Che peraltro assomiglia alla prima, o alla sua fase drammaticamente conclusiva, sul terreno dei rapporti fra la politica e la magistratura, sbilanciati a favore di quest’ultima. E’ questo sbilanciamento che la Lega ancora contesta, come ai tempi in cui collaborava al governo con Berlusconi, e che invece ai grillini evidentemente sta bene, pur concedendo a Salvini, con le regole mutevoli del loro cosiddetto codice etico, di non dimettersi da ministro alla ricezione di un avviso di garanzia per sequestro di persona, a proposito dei migranti soccorsi e poi rimasti per alcuni giorni sul pattugliatore della Guardia Costiera Diciotti. E di non dimettersi da ministro e da nient’altro neppure per i sequestri giudiziari dei conti del suo partito, ordinati a seguito di una condanna penale non definitiva del suo predecessore Umberto Bossi alla guida del Carroccio.

            Se e come i grillini riusciranno a tenere botta in questa situazione a dir poco ambigua in cui si sono messi, con un alleato di governo per niente disposto a cucirsi la bocca e a legarsi le mani nel confronto, anzi nello scontro con la magistratura, si vedrà solo nei fatti, specie se la vicenda della nave Diciotti dovesse approdare in Parlamento per un dibattito che mi sembra francamente doveroso, specie a questo punto.

            Allora si potrà vedere, fra l’altro, se i grillini sapranno, potranno, vorranno trovarsi insieme col partito dell’odiato, anzi odiatissimo Berlusconi nel sostenere Salvini, pur dissociandosene magari dagli aggettivi e dalle smorfie.  Ci sarà da divertirsi, a dispetto della serietà, anzi della drammaticità della situazione, sulla quale intanto vigila naturalmente il presidente della Repubblica, vi lascio immaginare con quanto imbarazzo, a dir poco.

 

 

 

Ripreso da www,startmag.it

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