Il vero appendino di Giuseppe Conte è Goffredo Bettini

Se l’Appendino di Giuseppe Conte ,con la maiuscola del cognome all’anagrafe torinese, è la dimissionaria vice presidente del MoVimento 5 Stelle, quello al minuscolo della sua funzione di gruccia, essenziale in un guardaroba, è Goffredo Bettini, detto anche con una certa simpatia “il monaco” del  Partito Democratico. Che confessa e si confessa, secondo i casi, con chi gli capita a tiro, dentro e anche fuori del suo partito. Un’attività, quest’ultima svolta all’esterno, che l’Appendino, con la maiuscola, ha indicato come origine, causa e quant’altro dei guai elettorali dei pentastellati. I quali  perdono voti in direzione dell’astensionismo o addirittura del centrodestra per la costanza, ormai, di Conte convinto da Bettini, appunto, ad allearsi col Pd, pur cercando ogni tanto di distinguersene con formule più o meno magiche come quella del “progressista indipendente”, o del “campo giusto, piuttosto che largo”.

         Bettini naturalmente non ha gradito la rappresentazione dell’Appendino, sempre con la maiuscola, che avrebbe ecceduto nelle sue caratteristiche di “donna forte e combattiva”. E ha voluto fornire al Foglio la testimonianza della fatica che gli costa confessare e consigliare uno come Conte: “misurato, dialogante, incassatore tuttavia dentro -ha raccontato- un nucleo di convinzioni, punti di riferimento culturale, ideali e valori inossidabili, formato da grandi giuristi liberali e illuminati e del pensiero cattolico progressista”. Lui invece, Bettini, cresciuto fra “i comunisti italiani”, con tutti i loro meriti organizzativi, per carità, anche se non vantati esplicitamente, ma con l’inconveniente di avere perduto la partita con la storia, viste la fine fatta dal comunismo e le contorsioni fra le quali essi hanno poi cercato di sopravvivere al crollo dandosi nuovi nomi e simboli, compreso l’ultimo a mezzadria, condiviso con i resti della sinistra democristiana.

         Dell’”amico” Conte, come ha tenuto a vantarsi, Bettini ha omesso di ricordare e di apprezzare -perché no?, non trattandosi di caratteristiche negative almeno in una misura, diciamo così, contenuta, proporzionata all’uomo e alle circostanze- la furbizia e l’ambizione, ingredienti naturali anche di un politico. Una furbizia, sino allo sconfinamento nella disinvoltura, che  gli consentì  nel 2019, per esempio, di rimanere presidente del Consiglio, dopo uno strappo col vice presidente leghista Matteo Salvini, cambiando non dalla mattina alla sera, ma dalla sera alla mattina la maggioranza realizzandola col Pd. E l’ambizione , dopo la furbizia, di tornare a Palazzo Chigi, se e quando ne verrà il momento, pur disponendo di un partito che è ormai una versione bonsai di quello che ve lo aveva portato nel 2018 sorprendendo non solo gli elettori pentastellati, ai quali era stato adombrato al massimo come ministro della pubblica amministrazione, ma anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il quale si aspettava dichiaratamente, per nominarlo a capo del governo, almeno qualcuno passato per un consiglio comunale.

         A Palazzo Chigi, certo, mira anche la segretaria del Pd Elly Schein “testardamente” impegnata a costruire l’alternativa al centrodestra con un’alleanza comprensiva di Conte. Ci aspira nella logica di un Pd a vocazione maggioritaria, almeno più forte e numeroso di tutti quelli della coalizione, se non il più forte e numeroso di tutti. Ma Bettini, furbo forse anche più di Conte, le ha ricordato sul Foglio che il Pd rinunciò a quella vocazione nel momento in cui si liberò del suo primo segretario Walter Veltroni, che l’aveva teorizzato. Per cui ora al Nazareno potrebbero acconciarsi anche ad un terzo governo Conte, se mai -ripeto- dovesse venirne il turno. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.statmag.it il 25 ottobre

Ciò che resta del bonapartismo di Sarkozy e Macron in Francia

Non dico peggio di Nicolas Sarkozy, col quale ha in qualche modo solidarizzato ricevendolo all’Eliseo in visita di commiato, alla vigilia della disavventura carceraria, e non più soltanto giudiziaria, ma il presidente francese Emmanuel Macron sta vivendo poco gloriosamente la fine del bonapartismo nel quale anche lui, come Sarkozy, aveva voluto avvolgersi nell’esercizio delle sue funzioni in ben due mandati.

         In un sistema ridotto come neppure la cosiddetta prima Repubblica italiana era riuscita con i suoi tanti, troppi governi che si succedevano, ad un Macron costretto a produrne ancora di più erano ormai rimasti di Napoleone solo i gioielli custoditi al museo del Louvre. Così mal custoditi che quattro ladri in soli sette minuti, se non ancora meno, sono riusciti a portarne via un bel po’. Ladri anch’essi così poco o male bonapartisti da perderne alcuni per strada fuggendo in motorino dopo avere scalato il museo in un montacarichi. O, com’è apparso al pubblico televisivo, su una scala di pompieri.

         Noi italiani, i cugini, pur debitori dei francesi per l’aiuto fornitoci a suo tempo a realizzare l’unità nazionale, ci stiamo prendendo qualche soddisfazione, diciamo pure la verità. Non per cattiveria, perché a dispetto dell’odio nel quale si svolge il cosiddetto dibattito politico interno conserviamo ancora all’estero l’immagine di “brava gente”, col cuore aperto e generoso. Non per cattiveria, dicevo, ma per rivincita su una serie di torti ricevuti, almeno da quella risatina sferzante di Sarcozy, accanto all’allora cancelleria tedesca Angela Merkel, nei riguardi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Che già aveva problemi con i suoi oppositori interni e francamente non aveva bisogno di riceverne pure da soci europei e alleati atlantici. Persino all’opposizione qualcuno avvertì il bisogno, come il senatore ed ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, di eccepire sul comportamento franco-tedesco.

         Poi è toccato ad un altro governo di centrodestra, a quello in carica presieduto da tre anni da Giorgia Meloni, di ricevere da Macron o lezioni non dovute o strappi da concorrenza, diciamo così, sulla strada della costruzione di nuovi equilibri all’interno dell’Unione Europea, in un contesto peraltro di cambiamenti a livello mondiale. Ma l’uomo dell’Eliseo ha trovato stavolta pane per i suoi denti, come si dice. E finirà il suo mandato un po’ desolatamente, mentre la Meloni lo concluderà con la prospettiva realistica, diventata ossessiva per gli aspiranti all’alternativa, di raddoppiarlo, se non addirittura di doverlo interrompere dopo due anni per salire al Quirinale. Dove la spingono i suoi stessi avversari immaginandone l’arrivo con una demonizzazione già risultata propiziatrice tre anni fa alla leader della destra nelle elezioni politiche.

         “Bella”, l’ha recentemente definita il presidente americano Donald Trump facendo andare di traverso certe trasmissioni televisive ai loro conduttori e ospiti. Anche fortunata, aggiungerei della Meloni per avere degli avversari che lavorano per lei ancor più dei suoi alleati. Già Napoleone, del resto, per scomodarlo meno rovinosamente dei bonapartisti a Parigi, preferita i generali fortunati a quelli bravi.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 26 ottobre

L’impermeabilità di Travaglio con Conte e Appendino al vetice delle 5 Stelle

         Marco Travaglio, si sa, ha un debole per Giuseppe Conte, che considera il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia dopo Cavour. Gli ha fatto spesso più o meno inconsapevolmente da portavoce e da anticipatore nei periodi di governo e di rapporti prima tesi e poi rotti con Beppe Grillo. Ma Travaglio ha un debole anche per Chiara Appendino, appena dimessasi da vice presidente in proroga del MoVimento 5 Stelle per dargli una scarica” dopo le perdite elettorali subite nelle regionali praticando l’alleanza col Pd. Di cui il direttore del Fatto Quotidiano condivide il giudizio dell’ex sindaca di Torino: il partito del “gattopardismo affaristico e consociativo”.

         Come si può uscire dall’impermeabilismo, diciamo così, del pur solito savonaroliano Travaglio, al quale sembrava che piacessero le posizioni nette sullo sfondo di una ghigliottina o di una pira? Se ne esce, a sorpresa, nel modo meno netto. Chiedendo a Conte, come il direttore del Fatto nell’editoriale di oggi dedicato alle 5 Stelle, di non fare l’errore, nel rinnovo imminente della sua presidenza, non contrastata da alcun’altra candidatura, di privarsi dell’Appennino nel “gruppo dirigente”. Dove la signora in versione Cassandra può servirgli a trattenere elettoralmente i dissidenti o a recuperarne i tanti passati al partito di maggioranza che è quello degli astenuti.

         Questa versione o edizione tipicamente dorotea della politica, prima ancora di un partito, è l’estrema evoluzione, anzi involuzione di Travaglio. E anche di Conte se me accetterà il consiglio.  

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La crisi…napoleonica della Francia di Emmanuel Macron

Rimane sempre meno in Francia dello spirito napoleonico. Dopo le picconate del presidente Emmanuel Macron, ridottosi a produrre governi inconsistenti per la loro fragilità e durata come neppure i partiti italiani erano riusciti a fare nella cosiddetta prima Repubblica, sono arrivati i ladri. Che in quattro, e in soli sette minuti, ma forse anche meno, sono saliti con un montacarichi allo storico museo Louvre che li custodiva e hanno rubato nove pezzi della collezione dei gioielli di Napoleone e familiari, di valore inestimabile, come hanno concordato tutti gli esperti.

Della refurtiva sono stati recuperati due pezzi non per la bravura dei poliziotti francesi ma per la dabbenaggine napoleonica, direi, dei ladri. Che li hanno perduti nella fuga, danneggiando il più prezioso. Che è la corona dell’imperatrice Eugenia

Il Pd della Schlein cerca di sfilarsi la toga ma non ci riesce….

A una decina di giorni ormai dall’ultimo passaggio parlamentare della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, e altro ancora, cui seguirà l’anno prossimo il referendum cosiddetto confermativo, senza la rete di sicurezza del quorum dei partecipanti al voto, il Pd è, come al solito, quello messo peggio fra tutti.  E’ il più diviso e incerto dietro le quinte della opposizione praticata in Parlamento contro quella che per comodità chiamo la riforma di Nordio, il ministro della Giustizia che se l’è intestata sfidando i suoi ex colleghi magistrati contrari e bevendoci sopra anche qualche spritz. E ciò giusto per divertirsi ai tentativi di certi avversari più mediatici che politici di presentarlo come un mezzo ubriacone. A lui basta e avanza assomigliare in questo ad uno statista eccezionale di cui è anche biografo: la buonanima di Winston Churchill.

         Il Pd, come è emerso dai contatti svoltisi ad alto livello con l’associazione nazionale dei magistrati, si mostra sicuro della sconfitta referendaria di Nordio. Ma non lo è per niente, ossessionato peraltro dalla prospettiva che una vittoria referendaria del governo preluda ad una successiva vittoria nelle elezioni politiche e -ancora più spaventosamente per lor signori del Nazareno- a un’ancora successiva successione di Giorgia Meloni a Sergio Mattarella al Quirinale.

         Consapevoli di questa posta in gioco e della caduta di popolarità dei magistrati con le loro cause sempre più spesso avvertite come di casta dall’opinione pubblica, al Nazareno sempre più numerosi e pressanti sono quelli che consigliano, a dir poco, alla segretaria Elly Schlein non dico di sostenere la riforma osteggiata in Parlamento, ma di non continuare a contrastarla con gli argomenti togati. Particolarmente sorpresa, su questo versante, la Schlein sarebbe stata del governatore mancato della Liguria ed esperto di problemi giudiziari per essere stato ministro della Giustizia: Andrea Orlando. Il quale ha indicato, anche in dichiarazioni virgolettate che non ha smentito, come percorso consigliabile della campagna referendaria del Pd la difesa pura e semplice della Costituzione “più bella del mondo”, di antica definizione bersaniana.

         Il Pd insomma è tentato da quello che chiamerei un conservatorismo costituzionale, già adottato più di 40 anni fa contro il riformismo, sempre costituzionale, proposto dal Psi di Bettino Craxi. Un conservatorismo che finì per aumentare l’attrazione elettorale del leader socialista e per ridurre quella dell’allora Pci. Che pure nelle elezioni europee del 1984, sull’onda emotiva della morte del segretario Enrico Berlinguer, era riuscito a sorpassare la Dc.

         Un conservatorismo costituzionale di ritorno nel partito in cui sono confluiti i resti prevalentemente del Pci e della sinistra democristiana non avrebbe tuttavia il solo inconveniente di un passo indietro.  Ma pure quello, sottovalutato anche dall’associazione nazionale dei magistrati, di una clamorosa contraddizione, visto il riformismo costituzionale adottato dalla sinistra già nella cosiddetta prima Repubblica, finita la fase del conservatorismo.

La Costituzione è già stata cambiata, col consenso o sotto la spinta della sinistra, per limitare, sin quasi ad abolirla, l’immunità parlamentare avvertita dai magistrati come un odioso impedimento alla loro attività. Poi è stato modificato con immediato pentimento  il titolo quinto della Costituzione sulle autonomie locali, nella illusione di impedire la ricostituzione del centrodestra interrotto da Umberto Bossi a cavallo fra il 1994 e il 1995. Infine è arrivata la riduzione del numero dei parlamentari voluta dai grillini, e subìta dal Pd pur a bicameralismo invariato. Al cui superamento invece il partito del Nazareno aveva condizionato l’assenso alle forbici sbandierate in piazza dal movimento delle 5 stelle.

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Giuseppe Conte è rimasto senza Appendino, di nome e di fatto

         Neppure le dimissioni da vice presidente del MoVimento 5 Stelle prima adombrate o minacciate, poi formalizzate da Chara Appendino  reagendo all’indifferenza ostentata dal presidente Giuseppe Conte, che aveva  attribuito il malumore dell’ex sindaca di Torino alle fantasia e alle manovre dei soliti giornalisti scambiati del resto per pennidendoli  già dalla buonanima di  Ugo La Malfa nella lontana prima Repubblica; neppure le dimissioni, dicevo, di Chiara Appendino nel tentativo di dare una “scossa” autocritica al partito ha smosso dal suo torpore Beppe Grillo.

  Nel suo blog il comico genovese  continua a proporsi fotograficamente più o meno imbandierato come nel lontano 2021, col proposito di “andare lontano”, e di spingervi evidentemente gli amici, sul terreno ecologico. E’ solo l’ambiente ormai, non più la politica, come ai tempi del suo impegno di fondatore e garante del MoVimento 5 Stelle, che andrebbe disinquinato e salvato.

Conte, sembra di capire dagli umori elettronici di Grillo, può pure continuare ad avvolgersi nella tela dei suoi discontinui rapporti col Pd, nel campo a dimensioni variabili dell’alternativa al centrodestra, sino a rimanerne soffocato.  Comunque ridotto dalle 5 Stelle al 5 per cento dei voti, poco più poco o poco meno.

Il silenzio indifferente e lontano di Grillo dovrebbe tuttavia suonare alquanto sinistro anche all’Appendino. Che finendo di fare a Conte dell’appendino anche di fatto, e non solo di nome, si aspettava forse di dare una scossa anche a Grillo.

Le solidarietà, ma anche le critiche meritate da Sigfrido Ranucci per il suo Report

Mi associo alle solidarietà una volta tanto bipartisan, come si dice, al collega Sigfrido Ranucci per il grave attentato subìto a Pomezia. Dove abita il responsabile della trasmissione televisiva Report, della Rai. Ma mi associo alla maniera di Ennio Chiodi, che gli è stato superiore, e non solo collega. E ha consigliato su Facebook di lasciarlo adesso “lavorare senza beatificazioni, consentendo a tutti di apprezzare o criticare il suo lavoro e quello dei suoi collaboratori”. Lavoro d’inchiesta di cui Chiodi è rispettoso ma non entusiasta avendovi avvertito “negli ultimi anni” tracce, diciamo così, della “deriva di un giornalismo non sempre documentato correttamente e decisamente indirizzato”. “Posso dirlo?” si è chiesto Chiodi rispondendosi: “Devo dirlo”.

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Lo scudo di Paola Taverna a Giuseppe Conte sotto le cinque stelle

         Paola Taverna, 56 anni e mezzo, popolana anche di nome, che non è un modo di offenderla perché associata alla “simpatia” nel dizionario della lingua italiana ignorato da Maurizio Landini nel dare della cortigiana alla premier Giorgia Meloni, senza poi avvertire almeno il buon gusto di scusarsi; Paola Taverna, dicevo, ne ha fatta di strada politicamente da quando arrivò in Parlamento col proposito dichiarato dal partito pentastellato, che ve l’aveva mandata, di aprirlo come una scatoletta di tonno. Che generalmente, come si sa, si svuota mangiandone il contenuto e poi si butta.

         Arrivata alla vice presidenza del Senato, nella cui aula l’ancor giovane grillina si era fatta notare gridando a Silvio Berlusconi che moriva dalla voglia di sputargli o di vomitargli addosso, non ricordo bene perché è passato del tempo, la Taverna non è riuscita a rimanervi per più di due legislature. Ciò a causa di noti problemi statutari del suo partito, non per demerito, avrebbe il diritto di vantarsi. Ma l’ex presidente del Consiglio e ora soltanto presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, peraltro scaduto e perciò in condizioni di proroga, l’ha voluta accanto a lui come vice presidente vicaria, superiore  perciò agli altri, anche all’ex sindaca di Torino e deputata Chiara Appendino, 41 anni compiuti a giugno.

         Sì, è proprio lei, l’Appendino che ha appena contestato a Conte le perdite elettorali procurate al partito col suo rapporto non abbastanza autonomo col Pd, fatto più di accordi locali, per esempio, che di disaccordi. E a livello nazionale più di fiancheggiamento che di distanza dal partito di Elly Schlein nel cosiddetto campo largo. Che non è -è vero- una formula gradita a Conte, che lo vorrebbe solo “giusto”, ma è pur sempre una realtà mediatica e politica: un campo in cui ci sono anche  tende metaforiche, per ora, destinate a tipi come Matteo Renzi: il diavolo che prima allungò e poi interruppe spavaldamente l’esperienza persino cavouriana dello stesso Conte a Palazzo Chigi. Cavouriana naturalmente da Cavour, l’unico capo di governo più bravo di Conte nella storia d’Italia che Marco Travaglio racconta sul suo Fatto Quotidiano.

         La Taverna, per tornare a lei, ha difeso come una guardia di sicurezza il suo presidente sostenendo che l’Appendino non abbia il diritto di contestargli i risultati dei rapporti col Pd dopo avere voluto nel suo Piemonte un isolamento orgoglioso all’opposizione che ha ridotto il Movimento 5 Stelle al 6 per cento. Che sarebbe più o meno in linea con la consistenza del partito appena registrata col voto regionale nelle Marche, in Calabria e nella Toscana. Dove tuttavia -la Toscana cioè- i pentastellati sono scesi al 4 per cento sostenendo la conferma di un governatore del Pd, Eugenio Giani, già socialista, osteggiato nella legislatura precedente. Al quale la Taverna da Roma, con le funzioni ricevute da Conte, ha contribuito ad assegnare un programma nominalmente nuovo, anzi “discontinuo”.  Di quanto si vedrà.

Quando Cossiga difese Craxi dal Consiglio Superiore della Magistratura

Sono passati 40 anni non solo dalla notte di Sigonella, celebrata in questi giorni anche da noi, del Dubbio, per il punto di non ritorno che segnò, a livello nazionale e internazionale, nei rapporti fra gli Stati Uniti e l’Italia. Il cui presidente del Consiglio Bettino Craxi, anche a costo di far dimettere ma poi recuperare il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, negò in un drammatico scenario militare nella base siciliana la consegna dei terroristi palestinesi responsabili del dirottamento della nave Achille Lauro. Durante il quale era stato ucciso il crocerista ebreo di nazionalità americana e invalido Leon Klinghoffer.

Quei terroristi -impose Craxi ad un Reagan che li reclamava- potevano e dovevano essere processati, come furono, solo in Italia. Persino un’opposizione agguerrita come quella del Pci, che viveva la presidenza socialista del Consiglio come una doppia tragedia politica, riconobbe a Craxi in Parlamento di essersi comportato al meglio.

         Sono passati 40 anni anche da un’altra notte, non nella lontana Sigonella ma a Roma, in Piazza Indipendenza. Dove Francesco Cossiga, ancora fresco di elezione al Quirinale succedendo a Sandro Pertini, aveva disposto la mobilitazione di un reparto antinsurrezionale dei Carabinieri, al comando di un generale di brigata, per un intervento sul Consiglio Superiore della Magistratura, di cui era presidente per dettato costituzionale, se in una riunione dalla quale lui lo aveva diffidato si fosse occupato dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi. Che aveva avuto da ridire, solidarizzando con alcuni deputati del suo Psi, a cominciare da Ugo Intini, sul trattamento giudiziario da sconto riservato ai responsabili dell’agguato mortale al giornalista Walter Tobagi, del Corriere della Sera. Un agguato col quale essi abevano contato di guadagnarsi l’arruolamento nelle brigate rosse.  

         Fu una notte, accompagnata dal ritiro delle deleghe al vice presidente del Consiglio Superiore Giovanni Galloni, amico e collega di partito, la Dc, in cui Cossiga voleva segnare un punto di non ritorno nei rapporti fra magistratura e politica, impedendo un processo a Craxi alle spalle del Parlamento che gli aveva concesso la fiducia e, unico, poteva negargliela. Craxi naturalmente ringraziò, la magistratura e la sinistra capeggiata dal Pci no. E si presero la rivincita, a modo loro, dopo meno di dieci anni troncandogli la carriera e la stessa vita, sia pure per interposto tumore renale e complicazioni cardiache.

         Quel no al processo a Craxi nel Consiglio Superiore della Magistratura doveva essere un punto di non ritorno anch’esso, ripeto, come quello a Sigonella sui rapporti fra alleati nella Nato. Ma si profila proprio in questi giorni un ritorno col processo che si vorrebbe fare nel Consiglio Superiore non, o non ancora al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ma al suo ministro della Giustizia Carlo Nordio. Un processo simulato come “pratica a tutela” del tribunale dei ministri, che avrebbe voluto fare un processo giudiziario al Guardasigilli, ed altri colleghi di governo, per l’affare Almasri. Un processo non autorizzato dalla Camera e nella cui impostazione Nordio ha, nel suo stile di estrema franchezza, ravvisato gravi errori, a dir poco.

Pubblicato sul Dubbio

Il processo surrettizio a Nordio con la “tutela” del tribunale dei ministri

E’ in corso al Consiglio Superiore della Magistratura, su iniziativa di almeno quindici esponenti, secondo i calcoli e le cronache del Fatto Quotidiano, la procedura di una “pratica a tutela”, la sesta o settima in questo 2025, di toghe e uffici che sarebbero minacciati da iniziative e critiche fuori misura, diciamo così. Questa volta la tutela sarebbe, in particolare, per il tribunale dei ministri. Che ha inutilmente cercato di processare per l’affare del generale libico Almasri, i titolari dei dicasteri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega dei servizi segreti, Alfredo Mantovano.

         Il processo in tribunale per favoreggiamento e altro del libico rimpatriato, di cui la Corte internazionale penale dell’Aja aveva disposto un arresto per crimini contro l’umanità eseguito in Italia in circostanze e modalità controverse, riconosciute dalla stessa magistratura liberandolo, non si farà. O forse si farà, come stanno cercando in Procura a Roma, solo contro il capo di Gabinetto di Nordio, se dovesse permetterlo, a questo punto, la Corte Costituzionale cui potrebbe ricorrere la Camera.  Ma un processo a Nordio in persona vorrebbe essere fatto nel Consiglio Superiore in modo virtuale ma pur sempre significativo nel suo carattere indiretto e subdolo.

         L’iniziativa è stata presa dalle componenti togate e laiche della sinistra giudiziaria e politica. Non vi hanno contribuite quelle di area di centrodestra, compresa la corrente chiamata “Magistratura indipendente”, cui mi risulta che appartenga ancora il presidente dell’associazione nazionale delle toghe Cesare Parodi.

         Non vorrei essere troppo malizioso, toppo incline andreottianamente a pensare male facendo peccato ma indovinando, o azzeccandoci, direbbe Antonio Di Pietro. Tuttavia questa storia del processo indiretto  al ministro della Giustizia nel Palazzo dei Marescialli, che è la sede del Consiglio Superiore della Magistratura, mi sembra anche un tentativo di tirare la giacca al presidente dell’organo di autogoverno delle toghe, che per Costituzione è lo stesso Capo dello Stato. Del quale ho perso il conto, da giornalista ed estimatore, degli interventi verbali e operativi di fiducia, pur nel contesto di qualche situazione a dir poco critica, nella volontà e capacità, e non solo dovere, della magistratura ad un rapporto “cooperativo” fra gli organi dello Stato.

         Ebbene, a costo di sembrarvi ingenuo se non malizioso, ripeto, mi sembra francamente un tradimento della fiducia del presidente della Repubblica un processo pur virtuale, nascosto fra le pieghe di una “pratica a tutela” del tribunale dei ministri, al Guardasigilli colpevole di avere criticato con la sua solita franchezza errori e quant’altro ravvisati, anche con la sua lunga esperienza giudiziaria, nelle indagini e nella impostazione del procedimento contro di lui vanificato dalla Camera.

         Ora potrebbe toccare con la copertura di una pratica, ripeto, a tutela di un magistrato o di un ufficio giudiziario, al ministro della Giustizia, Domani o dopodomani potrebbe accadere a Giorgia Meloni, viste le possibilità che ha di rimanere  a Palazzo Chigi anche dopo le prossime elezioni politiche, o di salire ancora più in alto, e la sua abituale franchezza nel parlare pure lei dei rapporti fra magistratura e politica.

Vi si arrivò ad un palmo anche quaranta anni fa con l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e Francesco Cossiga al Quirinale. Che, anche a costo forse di fare sobbalzare al Senato il suo predecessore Sandro Pertini, di rompere i rapporti con l’amico di partito Giovanni Galloni, privandolo delle deleghe come vice presidente del Consiglio Superiore e di tirare giù dal letto un generale di brigata -come avrebbe raccontato a Paolo Guzzanti autorizzandolo a riferirne- per fargli comandare un reparto antisommossa dei Carabinieri, impedì fisicamente quel processo.

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