Se occorre coraggio invitare la premier al congresso della Cgil e accorrervi

Nel giorno peraltro di un evento internazionale come il mandato di cattura emesso dalla Corte Internazionale dell’Aja contro Putin,  quanto meno ladro di bambini nella sua guerra all’Ucraina, a casa nostra si sono un pò tutti interrogati, fra giornali e salotti televisivi, chi abbia avuto più coraggio fra il segretario della Cgil  Maurizio Landini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: l’uno invitandola al congresso del suo sindacato, aperto da lui stesso con una relazione dura contro il governo, e l’altra accettando di andarvi interrompendo un’assenza quasi trentennale di premier, di centrodestra e di centrosinistra, da incontri di questo genere. 

Di coraggio, in effetti, ne hanno avuto l’uno e l’altra. Il primo ha sfidato una dissidenza interna per fortuna contenuta nelle proteste, nelle uscite dalla sala, in qualche fischio e nel solito canto partigiano di Bella ciao, metaforicamente ricambiato dalla Meloni in una felice vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX. L’altra, al di fuori di quella vignetta, ha realmente sfidato i contestatori esponendo la linea del governo sui temi del lavoro, e altro, con una nettezza riconosciuta da tutti, anche dalle testate giornalistiche più ostili alla premier più a destra di tutti quelli che l’hanno preceduta alla guida di un governo nella Repubblica, anche più del democristiano Fernando Tambroni nel lontano 1960 appoggiato dai missini. “Reazionaria, come sempre, ma coraggiosa”, ha titolato il Riformista di Piero Sansonetti, che sta per riportare nelle edicole la “sua” Unità, condiretta quando era l’organo ufficiale del Pci e delle edizioni successive. 

“Meloni al congresso Cgil tira dritto”, le ha riconosciuto Repubblica. Addirittura “Meloni doma la Cgil, tana dei comunisti”, ha titolato il Giornale ormai in transito dalla piena proprietà della famiglia Berlusconi al controllo degli Angelucci, già editori di Libero e interessati anche all’acquisto della Verità fondata e diretta da Maurizio Belpietro. 

Ma più che interrogarsi su chi dei due -Landini e Meloni, in ordine alfabetico- abbia avuto più coraggio, invitando e accettando l’incontro, sarebbe forse il caso di chiedersi che razza di Paese sia diventato il nostro, o che razza di democrazia si sia riusciti a realizzare in Italia 75 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, se occorre del coraggio, appunto, per promuovere e realizzare eventi del genere. Sarebbe il caso, ripeto, di chiedersi questo e di condividere con Bertold Brecht nella vita di Galileo le famosissime parole  “Beato un popolo che non ha bisogno di eroi”.

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L’indimenticabile giornata nera del Pd dell’esordiente Schlein alla Camera

Per quanto coperto da ciò che rimane -“il carico residuale”, direbbe il prefetto e ministro dell’Interno Matteo Piantedosi- dell’articolo 68 della Costituzione, secondo il quale “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”, il 31 gennaio scorso non si sapeva di quante cose avrebbe dovuto rispondere il giovane deputato della destra Giovanni Donzelli. Che, già colpevole di suo agli occhi degli avversari di essere collega di fiducia e di partito di Giorgia Meloni, rimasto fuori dal governo perché potesse occuparsi a tempo pieno dell’organizzazione dell’ormai prima forza politica d’Italia, aveva osato rivelare veri o presunti segreti d’ufficio, o d’altro tipo, e offendere l’onore del Pd criticandone vivacemente una visita in delegazione compiuta in carcere al detenuto anarchico Alfredo Cospito. Di cui persiste tuttora lo sciopero della fame contro l’assegnazione al carcere duro istituito con l’ormai famoso articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, riservato ai detenuti più pericolosi, o temuti, di mafia e poi anche altro, per i loro collegamenti con l’esterno. 

Il fatto, appreso dal collega di partito, coinquilino e sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che la delegazione del Pd andata a visitare Cospito avesse ritenuto di contattare anche detenuti d’altro tipo segnalati dallo stesso Cospito e interessati al successo della sua causa, aveva indotto Donzelli a interrogarsi e interrogare i colleghi parlamentari sulla posizione del partito del Nazareno di fronte alla tematica sollevata dalla protesta dell’anarchico. Lo avrei fatto modestamente anch’io nel mio campo, se informato di quelle circostanze, chiedendo al direttore di questo giornale di scriverne, anche a costo di ripetere una brutta esperienza giudiziaria, in materia di presunta violazione di segreto di Stato, già raccontata ai nostri lettori e vissuta fra il 1983 e il 1985, chiusa per intervento del governo Craxi col proscioglimento perché “il fatto non sussiste”.

Le reazioni del Pd a Donzelli, a cominciare dalla capogruppo Debora Serracchiani e dagli altri componenti della delegazione, fra i quali l’ex guardasigilli Andrea Orlando, per finire con l’allora segretario del partito Enrico Letta, furono di una forza politica e verbale tale che persino la Meloni s’impressionò chiedendo all’amico per telefono “che cazzo” -letteralmente- avesse combinato. Per loro fortuna il Pd commise anche l’autorete di chiedere un’indagine interna col ricorso al giurì d’onore, formato sotto la presidenza dall’ex ministro grillino e generale dei Carabinieri Sergio Costa, rigorosamente dell’opposizione. 

Ebbene, questa commissione di onorevoli giurati, grazie al fatto di non essere magistrati ordinari, con ciò che l’esperienza ci ha insegnato a ritenere che cosa sia l’ordine di tempo e di modo nei tribunali, ha concluso in meno di 40 giorni il suo lavoro assolvendo l’imputato, diciamo così. Che è stato sentito al pari di tutti gli  altri interessati alla diatriba. 

Donzelli secondo il verdetto dei giurati poteva avere sbagliato, anzi aveva sbagliato di sicuro nei toni, troppo “aspri”, ma non aveva voluto disonorare i pur offesissimi esponenti del Pd esprimendo le sue opinioni e dubbi. In più, con l’aria di volere ribadire l’ovvio, il giurì d’onore ha ricordato che le legittime visite di parlamentari, singoli o in delegazione, ai detenuti non vanno confuse per condivisioni di loro eventuali lotte, proteste e simili. Se qualcuno quindi di quella delegazione del Pd -sembra il sottinteso del verdetto- aveva pensato di  visitare Cospito per condividerne richieste e proteste, semplicemente aveva sbagliato. O si era esposto a legittime critiche.

In una stessa giornata, quella del 15 marzo, il Pd -sia quello della passata gestione Letta sia quello della gestione Schlein fresca d’avvio- ha subìto alla Camera due colpi a firma, diciamo, grillina. Questo della conclusione della vicenda Donzelli è solo il secondo, considerando l’appartenenza politica di Sergio Costa. Il primo è quello segnalato qui, sul Dubbio, dal buon Giacomo Puletti riferendo dell’intervento “appassionato” della nuova segretaria del Pd contro il governo, accusato di “incapacità, approssimazione e insensibilità”. Il discorso ha raccolto l’applauso del solo gruppo del Pd e della sostanziale appendice dei verdi e sinistra.”Dai banchi del Movimento 5 Stelle e terzo polo nessuno si alza, gli applausi si contano sulle dita di una mano”, ha raccontato Puletti. Così anche Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera   e altri sui loro giornali. Eppure la povera Schlein aveva scelto come tema del primo scontro diretto con la Meloni alla Camera, nella cornice del cosiddetto “question time”, un tema carissimo ai grillini come il salario minimo. 

E’ dura evidentemente per il movimento guidato dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte l’idea di mettere nel conto la sola possibilità che la Schlein guidi l’opposizione dal vertice di un partito non più sorpassato nei sondaggi dai grillini, peraltro in una fase pentastellare  ridimensionata dallo stesso fondatore con gli spettacoli della serie “Io sono il peggiore”, con tanto di magliette bianche con scritta nera o nere con scritta bianca vendute al pubblico. Più che un alleato oggi all’opposizione e domani -chissà- di nuovo al governo, come fra il 2019 e il 2022, il Pd della Schlein è avvertito da Conte come “un concorrente”, o addirittura “un usurpatore”, ha scritto con realismo sulla Stampa Annalisa Cuzzocrea, smentendo impressioni e speranze altrui. 

Pubblicato sul Dubbio

Fantasie, realtà e quant’altro sui rapporti fra Giorgia Meloni e Matteo Salvini

“Sulle nomine è scontro tra la premier e Salvini”, ha annunciato Repubblica nel titolo di apertura in prima pagina, pur  relegando la notizia nel sommario, come si dice in gergo tecnico. Ad amplificarla ha provveduto il solito Fatto Quotidiano attribuendo vistosamente, sempre in prima pagina, ad una trattativa fra la Meloni e i Berlusconi -Silvio padre e Marina figlia- “il patto delle 600 nomine” in arrivo per il cosiddetto sottogoverno. Salvini quindi sarebbe escluso, o sacrificato, per quanto gli venga attribuito un boccone non secondario come quello di Leonardo, che produce di tutto nel settore della difesa, sicurezza e dintorni. 

Per rappresentare meglio la sua realtà il giornale di Travaglio ha accompagnato la notizia dell’asse privilegiato fra Meloni e la famiglia Berlusconi col solito fotomontaggio. E in un’altra parte del giornale ha raccontato così i rapporti fra la premier e il suo vice presidente leghista: “Palazzo Chigi ha deciso di annullare la conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri che ha approvato anche la riforma del fisco per evitare che Salvini rovinasse “la prima volta”di oggi della premier al congresso della Cgil a Rimini”. L’avrebbe rovinata, in particolare, appropriandosi politicamente del disegno di legge alle cui sole anticipazioni il segretario del maggiore sindacato italiano ha opposto un muro altissimo cercando di portarsi appresso anche la Cisl e la Uil in una mobilitazione contro il governo.

Opposta è la rappresentazione di altri giornali dei rapporti fra la Meloni e Salvini. “Ponte sullo Stretto, passa la linea Salvini: rinasce la società”, ha annunciato La Stampa. Non parliamo poi delle foto nelle quali Salvini si è fatto riprendere con i presidenti delle regioni Calabria e Sicilia davanti al plastico del ponte sullo stretto, appunto, di Messina mentre Berlusconi cercava di rivendicare in altre sedi il merito del progetto che sembra arrivato alla realizzazione. Ma “sembra”, ripeto, perché quelli di Repubblica ed altri hanno sottolineato che il via libero dato dal Consiglio dei Ministri ha la formula per niente liberatoria del “salvo intese”. 

In piena linea invece col video del famoso karaoke di Meloni e Salvini alla festa di compleanno del secondo, al Dubbio sono convinti che sia ormai in corso una completa “salvinizazzione” della premier. Che ha evitato, per esempio, la presenza del vice leghista all’incontro con i trenta fra superstiti e familiari delle vittime della strage di Cutro, preferendo la compagnia del vice berlusconiano Antonio Tajani, ma ha rivolto agli ospiti domande di stile leghista, come quella sul tipo di informazioni e garanzie chieste o ottenute dagli scafisti sul viaggio che avrebbe portato non meno di cento persone alla morte. 

“Salvinizzazione” o “salvinite”: ecco il nome di una nuova malattia, vera o immaginaria che sia, attorno alla quale si sono messi a lavorare medici, infermieri, ricercatori e quant’altri dell’informazione politica.   

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Tra i fuochi veri di Napoli e quelli metaforici di Meloni e Schlein a Montecitorio

Tutto preso anch’io, da vecchio cronista parlamentare, a fare i conti per cercare di capire chi, fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, meritasse la vittoria nel confronto di sei minuti concessi dal regolamento a Montecitorio per il cosiddetto “question time”, sono stato distratto, anzi strattonato dalle immagini televisive di Napoli messa a ferro e a fuoco. E ciò per colpa di qualche centinaio di tifosi tedeschi furenti per non potere assistere ad una partita della loro squadra, e fronteggiati dalla tifoseria locale, più ancora che dalla forza pubblica. Le cui perdite in termini di mezzi incendiati sono state subito addebitate, naturalmente, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Che ormai è diventato un bersaglio facile, direi d’ufficio, dopo essere incorso nell’infortunio di prendersela con le vittime per la strage di migranti a Cutro, pur avendo avuto l’intenzione -ha assicurato- di prendersela con i cosiddetti scafisti.

Vuoi vedere- mi sono chiesto conoscendo certi polli della polemica, aumentati e peggiorati con l’elettronica social, chiamiamola così- che ora qualcuno commenterà lo spettacolo della Napoli devastata accusando i tedeschi di avere vendicato padri e nonni in divisa nazista che fra il 27 e il 30 settembre del 1943 furono costretti da una rivolta di popolo a trattare la resa, cioè il ritiro dalla città prima che vi arrivassero le truppe alleate? Il conteggio dei morti di quelle giornate non è mai stato concorde.

Ebbene, con sollievo ho visto che lo stato emotivo e informativo del nostro Paese non è poi così drammatico come spesso si è tentati di ritenere. Quelle quattro giornate non sono state richiamate o scomodate da nessuno. Meno male. 

Ma -mi chiederete- dello scontro nell’aula di Montecitorio fra una Meloni vestita prevalentemente di nero, per giunta “cingolata” secondo il manifesto, e una Elly Schlein in giacca bianca all’esordio parlamentare di segretaria del Pd che cosa si può dire?  Chi ne è uscita meglio o peggio sul piano politico, visto che su quello personale le due antagoniste hanno pareggiato il conto salutandosi amichevolmente all’uscita dall’aula, l’una correndo verso Palazzo Chigi e l’altra verso la buvette della Camera? Direi la presidente del Consiglio: più che per il merito di quello che ha detto motivando il no al salario minimo proposto dalla nuova leader del Pd, per la prova di compattezza che ha saputo guadagnarsi con gli applausi dalla sua maggioranza. Che un giorno si e l’altro pure finisce sulle prime pagine dei giornali e nei retroscena per i suoi problemi e umori interni. La Schlein invece è stata applaudita solo dai suoi compagni di partito. La leadership dell’opposizione, pur avendo rimproverato al governo “incapacità, approssimazione e insensibilità”, non le è stata riconosciuta dai silenti e immobili grillini, presente in aula lo stesso capo Giuseppe Conte. Eppure lei aveva scelto un loro cavallo di battaglia -il salario minimo, appunto- per  scontrarsi con la premier. 

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Il falso annuncio di sfratto ai “capibastone e cacicchi” del Pd di Elly Schlein

Senza voler togliere nulla al clamore di altri  eventi  politici che dominano sulle prime pagine dei giornali -dal drone americano abbattuto o caduto nel Mar Nero in coincidenza col passaggio di qualche caccia russo allo scivolamento lamentato dell’Italia verso l’est europeo solo perché la maggioranza di centrodestra, o destra-centro, ha praticamente bocciato al Senato il diritto rivendicato dalle coppie omosessuali di iscrivere all’anagrafe i figli ottenuti con l’utero in affitto- consentitemi di sottolineare quanto poco sia durato l’avviso di sfratto a “capibastone e cacicchi” partito lanciato domenica nella nuvola di Fuksas, a Roma,  dalla nuova segretaria del Pd Elly Schlein.

Dopo qualche ora soltanto, nella stessa giornata, l’assemblea nazionale del partito  ha eletto una direzione -l’una e l’altra di numero francamente incerto fra membri elettivi e di diritto- in cui sono entrati alla grande proprio gli sfrattati o sfrattandi. 

I numeri -ripeto- sono incerti, ma cronache non smentite o rettificate di un pò tutti i giornali hanno attribuito dai 17 ai 20 posti alla corrente di Dario Franceschini, dai 12 ai 15 a quella di Nicola Zingaretti, fra i 12 e 14 ad Enrico Letta, fra i 10 e i 12 all’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, considerato a torto o a ragione un amico lasciato da Matteo Renzi nel partito da lui abbandonato nel 2019, fra i 7 e gli 8 all’ex ministro Andrea Orlando, fra i 3 e i 4 all’ex ministro Giuseppe Provenzano, che in verità non risultava titolare di una corrente. E’ rappresentato in direzione pure  Vincenzo De Luca, il presidente della regione Campania, dal figlio Piero in veste di vice capogruppo uscente della Camera. Seguono altre frattaglie di correnti o sottocorrenti.

In qualche dibattito televisivo o intervista i più o meno interessati alla gestazione e al parto della nuova direzione hanno liquidato l’uscita della Schlein conto i capibastone e i cacicchi come un contributo enfatico dato e consentito al clima di entusiasmo  e di  attesa di impetuosi rivolgimenti creatosi attorno all’elezione della nuova e prima segretaria di genere del partito. Il cui naso è stato oggetto, anche vignettistico, di odiose allusioni razzistiche giustamente deplorate da tutti, ma di cui bastava e basterebbe forse lamentare solo la lunghezza pinocchiesca. Una lunghezza pari a quella della vita delle correnti e dei loro leader, o proprietari. 

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La Meloni si è confessata col Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin

Com’era facile prevedere, Gorgia Meloni ha profittato dell’incontro da tempo programmato col Segretario di Stato del Vaticano, il cardinale Pietro Parolin, in occasione della presentazione di un libro del direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, sui dieci anni del Papato di Francesco per confessarsi in pubblico e in privato coll’alto prelato. Al quale, per esempio, ha assicurato di avere “la coscienza a posto” sulla strage di migranti a Cutro e su ciò che sta accadendo ancora lungo le rotte dell’immigrazione clandestina. Dove ogni omesso o ritardato soccorso in mare dei disperati dei viaggi più della morte che della speranza gestiti dai trafficanti di carne umana è accollato dagli avversari alla coscienza, appunto, della presidente del Consiglio. Che sarebbe partecipe, complice e quant’altro di un sostanziale, odioso ed elettoralistico boicottaggio all’accoglienza perseguito dai ministri dell’Interno e delle Infrastrutture: i due Mattei del governo, Piantedosi e Salvini. Dei quali, uno espostosi anche pubblicamente con qualche infelice polemica con le stesse vittime del traffico di carne umana, e l’altro sottrattosi a qualsiasi confronto od esposizione parlamentare ma vantatosi, anche davanti alla premier, di avere avuto nella sua esperienza al Viminale il minor numero di morti grazie ai cosiddetti porti chiusi. Che per un pò gli erano stati permessi dagli allora alleati grillini.

La presidente del Consiglio ha inoltre riconosciuto alla Santa Sede di trovarsi, non avendo “interessi da difendere”, nella “condizione più idonea a favore di una soluzione negoziale” della guerra della Russia all’Ucraina: più idonea degli altri mediatori reali o potenziali che si alternano nelle cronache e nei retroscena internazionali. Andiamo dal presidente turco Erdogan a quello francese Macron, dal presidente cinese appena confermato al presidente indiano col quale la Meloni peraltro si è incontrata di recente. Il Papa in persona, d’altronde, si è più volte offerto pubblicamente in prima persona per un viaggio a Mosca e a Kiev, a condizione che Putin gli lasci “una finestra”  aperta di negoziato, ricevendo dal ministro degli Esteri una lettera di indisponibilità pur momentanea. 

Non so francamente se davvero il cardinale Parolin ne abbia parlato con la premier nei colloqui che hanno preceduto e seguito la parte pubblica del loro incontro, ma mi risulta da buona fonte che in Vaticano siano rimasti un pò spiazzati dall’iniziativa assunta proprio ieri dal governo, a più voci, di mettere nel contenzioso della guerra in Ucraina anche l’improvvisamente aumentato traffico di migranti, particolarmente dalle coste africane. Dietro al quale ci sarebbe direttamente o indirettamente la Russia di Putin per destabilizzare i paesi europei, a cominciare dall’Italia, che stanno aiutando l’Ucraina a difendere la propria sovranità ed esistenza. 

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Una diarchia nel Pd per cercare di scongiurarne un’altra scissione

L’aver dovuto rinunciare al progetto di  sottomettere un pò l’antagonista sconfitto nelle primarie sino a farne il suo vice segretario, e rassegnarsi invece alla “diarchia” indicata da Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera nella presidenza del partito affidata a Stefano Bonaccini, ha reso ancora più sfaccettata di quanto già non fosse prima dell’insediamento la figura della nuova leader del Pd Elly Schlein. I cui rapporti con Giuseppe Conte forse anche per questo sono già cambiati rispetto alla cordialità ostentata nell’incontro recente a Firenze, durante la manifestazione antifascista organizzata dai sindacati, con quell’abbraccio pur non immortalato da una fotografia, o da un fermo-immagine tv.  

Intervistato dal Fatto Quotidiano, in vista della formalizzazione della “diarchia”  nel Pd, sulla più volte confermata convinzione della Schlein che fosse necessaria la prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina aggredita dai russi, l’ex presidente del Consiglio e ormai capo consolidato del Movimento 5 Stelle ha laconicamente preso atto che “non c’è alcuna svolta rispetto alla linea bellicista di Letta”, il predecessore al Nazareno. “Con tutto il rispetto per le sensibilità personali, valgono le posizioni ufficiali e le votazioni”, ha aggiunto Conte alludendo alle adesioni parlamentari alle quali la Schlein ha già partecipato in materia di armi a Kiev dopo averne mancato qualcuna. Giustamente, osservava domenica Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, “sono soprattutto le sfide internazionali a cambiare le prospettive, a incidere sulla vita delle democrazie, sui comportamenti dei governi come delle opposizioni”. 

Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, non commentando ma in qualche modo completando umori e pensieri dell’intervistato, ha espresso il timore -dopo tutta l’attenzione riservata alla Schlein sotto le cinque stelle, sino alla partecipazione di qualche nome anche di rilievo alle primarie “aperte” del Pd da lei vinte- che si possa registrare l’esplosione di una rana troppo imprudentemente gonfiata. Ed ha concluso il suo editoriale ripromettendosi di verificare, questa volta assai più prudentemente di altri, se alla fine “la Schelin avrà cambiato il Pd o il Pd avrà cambiato la Schlein”. Sarebbe, quest’ultimo, evidentemente il Pd dei “cacicchi e capibastone” che la nuova segretaria ha invece sfrattato nel suo discorso di insediamento sulla nuvola di Fuksas, all’Eur, dicendo praticamente che per loro è finita. Ed è arrivato invece il momento auspicato anche da Bonaccini di indossare tutti una stessa maglietta, dismettendo quelle delle correnti e simili. 

Al Nazareno e dintorni, al di fuori della stretta cerchia degli ammiratori della prima ora e degli ex appena rientrati o rientrandi nel Pd, sono state alte e numerose le voci che hanno consigliato cautela alla nuova segretaria nell’approccio con i grillini. La più autorevole è stata quella di Romano Prodi, al quale un pò la Schlein deve la notorietà guadagnatasi in politica guidando dieci anni fa nel Pd l’incitamento ad occuparne le sedi per protesta contro la mancata elezione dell’ex premier al Quirinale, alla scadenza del primo mandato di Giorgio Napolitano. Una occupazione -mi permetto di ricordare- alla quale la Schlein non aveva minimamente pensato nei giorni precedenti, quando a fare le spese dei cosiddetti “franchi tiratori” nelle votazioni per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica era stato persino il presidente del Pd Franco Marini. Alla cui candidatura era favorevole anche il centrodestra memore della provenienza dell’interessato dalla sinistra sociale democristiana di Carlo Donat-Cattin. Che prima e anche subito dopo la caduta del muro di Berlino per il suo anticomunismo dichiarato si distingueva dall’altra sinistra, chiamata “Base” e guidata da Ciriaco De Mita segretario del partito dal 1982 al 1989: una sinistra, quest’ultima, talmente diffidente verso il Psi anche, o soprattutto, di Bettino Craxi da preferire “la scommessa” -come la chiamava con un pò di vasellina Arnaldo Forlani- “sulla evoluzione del Pci” di Enrico Berlinguer e successori. 

Prodi, per tornare a lui, ha pubblicamente consigliato alla Schlein di non considerare prioritario il problema pur importante delle alleanze, oggi all’opposizione e in futuro al governo, perché occorre prima definire bene e finalmente l’identità evidentemente un pò smarrita del Pd. Smarrita, direi, quanto meno dal momento dell’amalgama mal riuscito lamentato da Massimo D’Alema già l’anno dopo, poco più o poco meno, della confluenza fra gli eredi del Pci, della sinistra democristiana e cespugli verdi e liberali.  

Già allora, ripeto, come oggi Prodi e tanti altri, si poteva dire con Eugenio Montale solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, anziché ciò che siamo e vogliamo: sia per stare all’opposizione in questa legislatura o tornare al governo nella prossima, se e quando si sarà consumata l’esperienza, l’avventura -chiamatela come volete- del centrodestra di una Meloni appena declamata “i n v i n c i b i l e” persino da Berlusconi nella cena di festeggiamento dei  primi 50 anni di Matteo Salvini, solo quattro in più della premier. Una cena purtroppo approdata sulle prime pagine dei giornali soprattutto per il karaoke non proprio felice, viste anche le circostanze esterne, sull’infelice emigrata calabrese Marinella resa famosa da Fabrizio de Andrè per la tragica fine da prostituta in un fiume del  ricco Nord.   

Pubblicato sul Dubbio

La primavera del Pd annunciata da Elly Schlein nella nuvola di Fuksas

Anche se tradita in tante altre occasioni politiche che non tanto in Italia quanto nel mondo vi si sono ispirate, dalla Cecoslovacchia ancora comunista di Dubcek nel 1968 alle meno remote  esperienze arabe della costa mediterranea, la stagione della primavera -una “nuova primavera”, ha detto Elly Schlein insediandosi come segretaria nell’avveniristica nuvola di Fuksas, a Roma- si è aperta festosamente con qualche giorno di anticipo  rispetto al calendario nel e sul Pd. Che è finalmente uscito davvero dal lunghissimo percorso congressuale imboccato dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre scorso. 

E’ una primavera che la Schlein, convinta di potersi sottrarre a “capibastone e cacicchi”cresciuti coltivando gli orti delle loro correnti, dovrà fare proseguire fuori stagione almeno fino alle elezioni europee dell’anno prossimo. Che svolgendosi col sistema proporzionale, e svincolate dal gioco delle alleanze o delle combinazioni di maggioranza e di opposizione al governo nazionale, potranno consentire alla nuova segretaria del Pd di misurare davvero la sua capacità attrattiva, da investire poi nel resto della corrente legislatura italiana,  in vista della prossima. 

Un assaggio di questa capacità attrattiva, nella quale potrà certo aiutarla una certa garanzia unitaria fornita dalla promozione dello sconfitto interno Stefano Bonaccini a presidente del partito, anziché vice segretario gerarchicamente subordinato, Elly Schlein ha potuto farlo nell’operazione voluta di riapertura delle iscrizioni dopo la vittoria nelle primarie del 26 febbraio. Dei diecimila che hanno risposto all’appello della segretaria, una buona parte è fatta di persone adulte, non giovani né giovanissimi, non di ritorno al Pd ma di nuovo arrivo, senza altri precedenti di militanza politica. Sembrano quindi iscrizioni  dettate non da infatuazioni improvvise ma da ragionamenti. 

La nuova segretaria  del Pd è forse riuscita davvero a fare incursione nel mondo tanto cresciuto dell’astensionismo. E nella parte più rischiosa per una democrazia come quella degli indifferenti. Che fra tutti gli avversari reali o potenziali erano i più temuti, e insieme disprezzati, da Antonio Gramsci negli anni in cui in Italia maturava il fascismo. E il socialismo si lasciava svuotare dal mito rivoluzionario del comunismo.Di cui lo stesso Gramsci rimase in qualche modo vittima, pur se la sua figura era destinata a diventare un’icona della sinistra marxista. 

La “nuova primavera”, ripeto, annunciata dalla Schlein potrà forse rivelarsi per la Meloni -come si è detto ottimisticamente sicuro ieri Carlo De Benedetti nella sua “radicalità” tradotta anche in un libro- più pericolosa di quanto abbia mostrato di ritenere la premier dicendo carinerie solidali della sua avversaria. Ma ancor più negativi credo che risulteranno i suoi effetti su ciò che è rimasto del MoVimento 5 Stelle ed è stato ereditato da Giuseppe Conte, mentre Grillo si è praticamente restituito alla sua professione di comico.

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Una festa, o un Karaoke di troppo per il governo e la sua maggioranza

Sarà pure vero, come ha fatto notare il presente vicedirettore del Giornale Nicola Porro, spalleggiato dal direttore di Libero, Alessandro Sallusti, che è difficile pensare ad una maggioranza e a un governo travolti dai contrasti interni dopo una festa di compleanno di Matteo Salvini come quella organizzata dalla fidanzata Francesca Verdini nel Comasco, con la partecipazione di Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, familiari e un centinaio di amici. Sarà pure vero, ripeto, ma francamente neppure a me – come alle opposizioni, che hanno protestato, magari esagerando nel “delirio” denunciato dal Giornale per un compleanno trasformato in “reato”- quella festa differita di un giorno è sembrata una grande idea, specie col karaoke che l’ha coronata o accompagnata. Si è cantata, in particolare, la celebre e sfortunata Marinella di Fabrizio de Andrè, quanto meno inadatta per le circostanze, trattandosi di un’emigrata calabrese finita prostituta e morta in un fiume del Nord. 

Le “circostanze” che avrebbero consigliato almeno un altro repertorio sono naturalmente quelle della strage di migranti nelle acque di Cutro, delle bare che la premier non ha avuto il tempo di visitare neppure nella trasferta sul posto di un Consiglio dei Ministri straordinario, delle proteste ancora in corso in Calabria e altrove e di una  difficile conferenza stampa, diciamo così, della stessa premier, sempre a Cutro, infelicemente chiusa -direi- sul piano politico ed anche umano dal vice presidente del Consiglio Salvini rivendicando i suoi cosiddetti porti chiusi del 2019. E il numero più basso di morti in mare con la sua gestione del Viminale, all’epoca della partecipazione al primo governo del grillino Giuseppe Conte. 

Beh, al netto -ripeto- di tutte le esagerazioni nelle proteste delle opposizioni, compresa “la cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano sull’immaginario karaoke al suono della “barca va”, penso che un pò di imbarazzo sia lecito attenderselo  dai leader di governo e di maggioranza accorsi alla festa dei “primi 50 anni” di Salvini. Della cui fidanzata e organizzatrice quel birbante di Giuliano Ferrara aveva ieri tessuto gli elogi sulla prima pagina del Foglio attribuendole la capacità di ammorbidire il “truce” Matteo, avendo iil suo “cuore immacolato temperato l’uso a portachiavi del rosario e di Maria Vergine da parte del ministro dei Trasporti e vice presidente del Consiglio”. 

Meno male- direi- che alle opposizioni non si è aggiunta questa volta la prima pagina di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. Che ha lasciato nascosto o ammortizzato all’interno la notizia della festa e le relative polemiche, come anche il manifesto e, sul fronte filogovernativo, La Verità di Maurizio Belpietro, Il Tempo, Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino, Domani e i giornali del gruppo Riffeser Monti. Che hanno definito “grottesca” la polemica, senza tuttavia contestarla in prima pagina come Il Giornale nella sua vistosa apertura.  

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Il passaggio stretto in cui Meloni si è infilata tra errori e altro sul fronte dei migranti

Non saranno certamente i soccorsi in mare seguiti alla strage di migranti a Cutro, con i mille e più salvati di cui il vignettista del Foglio fa vantare la presidente del Consiglio con l’auspicio di “pareggiare” la partita apertasi sulle coste calabresi, a far cambiare il clima politico e mediatico attorno a Giorgia Meloni. Che ormai, volente o nolente, con quel Mattarella lasciato andare solo a omaggiare le salme e a consolare familiari e superstiti, non visitati peraltro da lei neppure in occasione della trasferta del Consiglio dei Ministri a Cutro, si è non dico guadagnata ma certamente procurata l’immagine di una premier poco accorta. Gliel’ha appena rimproverato sul Dubbio il direttore Davide Varì suggerendole di cambiare registro, certamente con più grazia di quanto  non avesse fatto il giorno prima sulla Stampa Lucia Annunziata. 

Debbo scrivere con franchezza che non ha aiutato Meloni a migliorare la situazione, o a contrastare la rappresentazione demonizzata o demonizzante della sua posizione di fronte al fenomeno inevitabilmente drammatico dell’immigrazione clandestina gestita dagli scafisti, o dalla loro manovalanza, come sostiene non senza ragione il presidente dei penalisti italiani Gian Domenico Caiazza; non l’ha aiutata, dicevo, l’iniziativa presa ieri di volare da Roma a Milano, dopo l’incontro col premier israeliano, per festeggiare a cena con Berlusconi  il  compleanno di Matteo Salvini. Un volo perfidamente enfatizzato in un titolo da Repubblica accanto alla vignetta di Altan nella quale La Meloni è rappresentata come una specie di bambola di Salvini. 

Di quest’ultimo, evidentemente, la presidente del Consiglio non si è accorta, o gli ha già perdonata la perfidia con la quale ha voluto chiudere lui la conferenza stampa di governo a Cutro vantandosi del minore numero di morti in mare verificatosi quando egli fu ministro dell’Interno nel primo governo con i grillini sventolando la formula pur approssimativa dei “porti chiusi”. Che fu alla fine contestata anche dall’allora presidente del Consiglio con un duro discorso di rottura al Senato. 

Questi sono errori che non si debbono compiere né permettere. Errori che non consentono solo al vignettista di Repubblica di ridurre la premier ad una bambola di Salvini, ma anche al Foglio di attribuirle in prima pagina “l’eredità del trucismo”, Così dice un titolo spiegato così in quello che tecnicamente si chiama sommario: “Una Meloni in affanno fa sì che Salvini rivendichi quel 2019 dei porti chiusi, che fu un disastro”, finito non a caso in un processo ancora in corso in Sicilia consentito dal Parlamento grazie al voltafaccia grillino. 

Peraltro l’occasione di fare gli auguri a Salvini per i suoi “primi 50 anni” vantati da Libero, soltanto quattro in più di lei, la premier l’aveva già avuta proprio a Cutro fra una cosa e l’altra. O, sarebbe forse meglio dire, fra uno sgambetto e l’altro. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it il 13 marzo

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