Il significato consolante dell’accoglienza della Scala a Liliana Segre

Oltre all’ovazione iniziale, all’arrivo sul palco reale del teatro milanese,  nel posto d’onore riservato al presidente della Repubblica quando vi accorre, la senatrice giustamente a vita Liliana Segre, questa nostra meravigliosa comune madre, nonna, zia, com’è riuscito ad essere martedì nel suo genere Guido Cecchettin agli occhi e ai cuori degli italiani dando l’addio alla sua Giulia assassinata da chi la voleva sciaguratamente tutta per sé; oltre all’ovazione iniziale, dicevo, Liliana Segre si è guadagnata buona parte di quei tredici, lunghi minuti di applausi alla fine della rappresentazione del Don Carlo di Giuseppe Verdi. 

         Preceduta nei giorni scorsi a Roma da una manifestazione filoebraica riparatrice di tante altre svoltesi in Italia, ma anche fuori, di un sostanziale, rivoltante antisemitismo col pretesto di una solidarietà umana ai palestinesi, purtroppo vittime più dei terroristi di Hamas, i quali li usano come scudi umani, che dei militari e vertici israeliani provocati alla guerra, la ultranovantenne reduce dai campi nazisti di sterminio ha impersonato alla Scala l’impegno preso dalla civiltà occidentale, all’indomani della seconda guerra mondiale, che mai più sarebbe stato permesso ciò che era stati consentito a Hitler, fra razzismo, vigliaccheria e calcoli sbagliati di vittoria.

         Gli applausi alla Scala, al netto di quelle miserabili e strumentali grida contro il fascismo dirette in realtà alla persona o alla figura del presidente del Senato Ignazio La Russa, che è la seconda carica dello Stato, portano bene a chi li riceve e alle cause che rappresentano, qualche volta persino malvolentieri. Come accadde a Sergio Mattarella alla vigilia della sua non voluta, non richiesta, non predisposta rielezione al Quirinale per un nuovo, intero mandato presidenziale: non giusto per trovare il tempo e l’occasione giusta per sostituirlo prematuramente. Com’era successo per e con Giorgio Napolitano.

         Mattarella- di cui con poco garbo Fedele Confalonieri ha detto ieri sera, fra gli spettatori del Don Carlo, che non sentiva la mancanza- reagì a quegli applausi incoraggianti della Scala per il bis con lo stesso fastidio mostrato nelle piazze e nelle udienze al Quirinale tradottesi precedentemente in auspici per la sua rielezione, pur essendovi ancora fra i candidati possibili alla sua successione l’ottimo Mario Draghi. Che ora il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, stando a qualche retroscena giornalistico, vorrebbe portare l’anno prossimo al vertice della nuova Commissione dell’Unione Europea, a Bruxelles. Ma poi, tornando a Mattarella, prevalsero le attese popolari sui giochi palazzo.

         Mi spiace che a guastare, diciamo così, la festa della Scala a Liliana Segre si sia messo addirittura Il Foglio con una vignetta di prima pagina in cui la donna più autorevole, prestigiosa e lucida del Senato passa per una svanita che confonde fra voci, musiche e quant’altro. Ah, Giuliano, in che mani hai lasciato il tuo giornale.

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Cronache da Palazzo Chigi e dintorni sotto le stelle dell’Unione Europea

         Mica male lo spettacolo tutto politico di ieri a Palazzo Chigi sotto le stelle, pur non visibili di giorno, dell’Unione Europea. La premier Giorgia Meloni prima di ricevere con tutti gli onori dovuti l’ormai amica presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen -e il riconoscimento di essere “una donna molto forte”, che quando parla nelle sedi comunitarie dimostra che “l’Italia conta”, tanto da essere ormai “al centro del dibattito europeo sia sull’immigrazione, sia sui finanziamenti, sia sui piani digitali, climatico e sociale”-  ha convocato il leader leghista Matteo Salvini. Lo ha fatto, pur con l’aria di invitarlo a un incontro fra amici e alleati, con tanto di sorrisi e carinerie reciproche davanti ai fotografi, per chiedergli in pratica di darsi una regolata. Un incontro “forse anche franco”, ha scritto Marco Galluzzo sul Corriere della Sera

Gli obiettivi dei due in Europa sono diventati diversi, anche per le esigenze di questa lunga campagna elettorale che si concluderà solo a giugno per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo.  Salvini coltiva -o mostra di coltivare- il sogno di una maggioranza di centrodestra. o di destra-centro, anche nell’Unione, come in Italia dall’autunno dell’anno scorso, senza socialisti o simili fra i piedi. La Meloni, incoraggiata così pubblicamente e chiaramente da Metsola, che è stata già ricandidata alla presidenza dell’Europarlamento dall’amico e collega del Partito Popolare Europeo Antonio Tajani, segretario di Foza Italia oltre che vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, si è proposta un obiettivo apparentemente più limitato. Che è quello -ha detto più volte e ripetuto anche ieri fuori da Palazzo Chigi- di partecipare a “istituzioni europee in cui l’Italia conti molto di più”, anche rispetto a quello che le ha già riconosciuto Metsola.

         Immaginare che a questo obiettivo più limitato di quello che lui persegua fra Pontida, Firenze ed altre località o piazze dove forse continuerà a presentarsi prima di giugno con i suoi amici di estrema destra preferiti in Europa, Salvini voglia o possa preferire l’anno prossimo, a campagna elettorale terminata, anzi a campagne elettorali terminate, al plurale, una rottura con la Meloni in Italia e una conseguente crisi di governo significa vivere nella irrealtà. Anche se già provata da Salvini nell’estate del 2019, all’indomani delle precedenti elezioni europee, bevendo mojto e altre bevande sulle spiagge adriatiche, reclamando pieni poteri e scommettendo su elezioni anticipate solo perché gliele aveva fatte intravvedere dall’opposizione l’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che poi si allineò alle piroette giallorosse di Matteo Renzi senza peraltro riuscire neppure a trattenerlo sulla strada della scissione. Uno scenario, quello, che a ricordarlo deve essere diventato un incubo per il leader leghista di fronte al modellino, o sotto l’arcata immaginaria del suo ponte sullo stretto di Messina.

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Quanti rumori diversi nelle piazze e nei palazzi, a cominciare da Chigi

         Ciascuno, certo, fa i suoi rumori. Quelli commossi dei diecimila e più in piazza a Padova, raccolti e rilanciati al Quirinale dal presidente della Repubblica, per salutare la ormai nostra comune figlia o sorella o nipote Giulia Cecchettin, assassinata da chi la voleva tutta per sé, li abbiamo sentiti  sul posto o a a casa, davanti al televisore. Con gli occhi ancora lucidi per l’addio datole da quel magnifico papà in Chiesa.

         Matteo Salvini invece ha preferito scrivere al Corriere della Sera per riproporre in sostanza la sua e le altre voci levatesi a Firenze contro l’Unione Europea dei massoni, degli intrusi e quant’altri. E per proporsi -contro l’ex vice Antonio Tajani succedutogli alla guida di Forza Italia e suo collega di governo- come il vero continuatore, erede, emulo della buonanima di Silvio Berlusconi. Che nel 1993, di questi tempi, sdoganò in autostrada la destra italiana e la portò dopo pochi mesi al governo, come il leader leghista vorrebbe fare ora con tutte le destre europee, comprese le più estreme di linguaggi e simboli nazisti, nella maggioranza del Parlamento di Strasburgo che uscirà dalle urne nella primavera prossima. Povero Berlusconi. Quante cose gli fanno dire, pensare e auspicare nell’urna che ne custodisce le ceneri nella villa di Arcore.

         Eppure nell’Unione dominata -ripeto- secondo lui da massoni e poteri tanto forti quanto subdoli  Salvini si è vantato,  scrivendo al plurale al Corriere- di avere reso “meno drastiche le posizioni sull’uso dei carburanti alternativi, raccogliendo il sostegno della Germania”. “Abbiamo convinto parecchi Paesi europei -ha aggiunto- dell’irragionevole posizione austriaca al Brennero e, giusto lunedì al Consiglio dei Trasporti Ue, l’Italia ha incassato un’ampia condivisione su alcune critiche alla direttiva Ets che colpisce i porti europei (obbligati a rivoluzioni green frettolose e illogiche) a vantaggio di quelli africani”. Intanto l’amico, collega di partito e ministro dell’Economia, anzi superministro, Giancarlo Giorgetti tratta il nuovo patto di stabilità europeo, cioè le nuove regole o parametri di bilancio, pronto a votare contro, viste le resistenze dei soliti frugali teutonici, ma anche a favore non escludendo quindi che pure su questo terreno potranno essere compiuti passi in avanti.

         In attesa che Giorgetti concluda il suo lavoro mescolando fermezza e duttilità, come in ogni negoziato, Salvini contribuisce a suo modo – nella felice vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina sempre del Corriere, accanto sl richiamo della sua lettera al giornale- ad allestire con la premier l’albero di Natale a Palazzo Chigi. Cioè a staccare, buttare a terra e rompere le palle che la presidente del Consiglio vi ha appena appeso infiocchettandole. Buon lavoro, diciamo così, e buon Natale, con largo anticipo, al diversamente rumoroso vice presidente leghista  del Consiglio, che pensa di poter così raccogliere poi chissà quanti voti, o cocci.

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Le docce gelate della politica, con tutto il freddo che fa

Fa freddo, almeno a sentire i meteorologi, ma la politica, che corre sempre contromano, rovescia docce gelate su chi la osserva, ma anche su chi la pratica. Come la presidente del Parlamento europeo, la maltese Roberta Metsola scambiata dal Corriere della Sera in prima pagina per la presidente del Consiglio europeo, che durante un suo viaggio in Italia si è vista rovesciare addosso la grandine oratoria del vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, scatenato contro l’Unione nelle mani dei massoni. Dei demo-giudaico-plutomassonici, avrebbe detto Benito Mussolini, di cui alla fine il leader leghista, con la piega che hanno preso i suoi comizi, rischia di contendere il ricordo anche ai fratelli d’Italia ancora ieri accusati da Ezio Mauro, su Repubblica, di esserne condizionati.

         Grandine deve essere caduta anche sul generale Roberto Vannacci e sui lettori entusiasti del suo “Mondo al contrario”. I quali non hanno fatto in tempo a festeggiare il suo ritorno in carriera come capo di Stato Maggiore delle forze terrestri, o come altro si chiama il diavolo del nuovo incarico, che hanno appreso non di una ma di due inchieste disciplinari a suo carico. Una è quella già nota del libro che gli ha procurato tanta notorietà quanti soldi. L’altra è quella appena rivelata da Repubblica sui suoi “anni in Russia”, fra il 2020 e il 2022, quando fu l’addetto militare all’ambasciata italiana a Mosca e maturò -dicono i malevoli- una certa simpatia per Putin e compagni. Che però lo cacciarono lo stesso dal loro paese come ritorsione per l’espulsione di alcuni diplomatici russi dall’Italia mentre maturava la crisi ucraina.

         Ritorsione per ritorsione, è apparsa tale a parecchi giornali, con tanto di titoli, anche la licenza per ragioni familiari presasi da Vannacci appena rimesso in carriera, e contemporaneamente più indagato di prima. Il ministro della Difesa Guido Crosetto – che continuo a sospettare, a torto o a ragione, di voler far passare al generale tentazioni politiche che potrebbero elettoralmente nuocere alla destra della premier Gorgia Meloni- si è affrettato a precisare che il generale aveva chiesto questa licenza già a novembre. Ma allora, signor ministro, non valeva la pena nominarlo capo di Stato Maggiore eccetera eccetera al termine della licenza? Non stanno scadendo termini per candidature a qualche tipo di elezione. L’alto ufficiale potrebbe al massimo candidarsi ad amministratore del suo condominio, se il suo alloggio ne ha uno.

         Non resta che ridere, una volta tanto, col vignettista del Fatto Quotidiano Mario Natangelo.  Che, senza cedere a tentazioni sessiste come fece a suo tempo con la sorella di Giorgia Meloni immaginandola  a letto con un migrante di colore, ha messo in concorrenza elettorale per “prendersi l’Italia”  Vannacci e il collega  Francesco Paolo Figliuolo, che però è dotato  di una stelletta più di lui perché giornale di corpo d’armata e non di divisione.  

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Solo ora è cominciato davvero il dopo-Berlusconi in Forza Italia

Il fondatore e unico presidente è morto il 12 giugno di quest’anno, il suo vice Antonio Tajani – nonostante i gravosi impegni governativi di vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, o proprio per questi- ne è diventato successore come segretario del partito il 15 luglio, affrettandosi a sottolinearne la provvisorietà con la convocazione del congresso a fine febbraio. Ma il vero post-Berlusconi in Forza Italia, non so se pure fuori, è appena cominciato col pubblico dissenso di Gianni Letta dalla riforma costituzionale del Premierato proposta dal governo come “la madre -parole di Gorgia Meloni- di tutte le riforme”. Compresa quella della giustizia, pur considerata prioritaria da parecchi forzisti ma che il presidente del Senato Ignazio La Russa ha consigliato, raccomandato, ammonito -come preferite- a posticipare perché l’elezione diretta del presidente del Consiglio la deve precedere, non seguire, e neppure accompagnare.

         La natura post-berlusconiana del dissenso dal Premierato espresso da Gianni Letta, già consigliere, sottosegretario, amico e quasi familiare dello scomparso ex presidente del Consiglio, è emersa in tutta la sua evidenza dall’imbarazzo provocato in Forza Italia, a cominciare da Tajani. Che, chiamatolo dopo qualche ora, non so se più rasserenato o ancor più insospettito e allarmato, si è sentito rispondere -secondo il racconto di Francesco Verderami sul Corriere della Sera– nel modo apparentemente più disponibile e umile: “Smentitemi pure”. Forse già gli bastava e avanzava il risultato raggiunto di “incassare, olimpico, i complimenti pubblici delle opposizioni e quelli privati delle istituzioni”, ha scritto sempre Verderami. Che con lo stesso Letta e, più in generale, con la sede romana di Mediaset ha sempre avuto buoni rapporti.

         Il dissenso dell’ex sottosegretario di Palazzo Chigi dall’elezione diretta del presidente del Consiglio è un po’ organico, direi, ai buoni rapporti ch’egli è riuscito ad avere durante la lunga esperienza politica di Berlusconi con tutti i presidenti della Repubblica succedutisi al Quirinale, anche con quelli le cui relazioni personali con Berlusconi sono state più difficili, a cominciare dal primo. Che fu il compianto Oscar Luigi Scalfaro, arrivato a dargli l’incarico di presidente del Consiglio, dopo la sorprendente vittoria elettorale del 1994, con una lettera davvero inusuale, in cui erano indicate sostanzialmente le linee programmatiche del nuovo governo. Poi sarebbe stato lo stesso Umberto Bossi a raccontare degli incoraggiamenti ricevuti al Quirinale quando lui da capo della Lega cominciò a scalciare contro Berlusconi sino a farlo cadere, a prescindere dalle difficoltà che avevano già cominciato a procurargli i magistrati della Procura di Milano.

         Gianni Letta è stato insomma al Quirinale più di casa di Berlusconi, tanto che questi lo avrebbe ben volentieri trasferito sul Colle se avesse potuto, e soprattutto se non avesse voluto lui stesso la voglia di andarvi, sino all’ultima corsa conclusasi con la conferma di Sergio Mattarella.

         Ebbene, secondo Gianni Letta l’elezione diretta del presidente del Consiglio avrebbe l’inconveniente non superabile in alcun modo di ridurre spazio, autorevolezza e quant’altro al Presidente della Repubblica eletto invece dal Parlamento, pur a poteri invariati sulla carta. “In teoria”, ha osservato Tajani in uno sforzo massimo di comprensione, non di condivisione. E così mi pare anche la Meloni.

         Ma in Forza Italia, con Berlusconi ancora vivo, nessuno si sarebbe spinto a parlare del Letta anti-premierato come ha fatto, rispondendo al Fatto Quotidiano, il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera Nazario Pagano: “E’ un uomo Mediaset. Fa parte del gruppo industriale che fa capo a Berlusconi. Non ha mai avuto un ruolo di partito”. Cui in effetti Gianni non aveva bisogno di iscriversi per consigliare, assistere e quant’altro il capo a gestirlo, anche nei passaggi delicatissimi della formazione delle liste dei candidati alle elezioni. Sempre un passo indietro formalmente a Berlusconi, ma come il mitico Talleyrand con tutti i sovrani di Francia succedutisi sotto di lui. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il Salvini Calimero di Firenze che abbaia contro l’Unione Europea ma non morde

         Se il ministro della Difesa Guido Crosetto avesse mai pensato, rimettendo in carriera il generale Roberto Vannacci con la nomina a capo di Sato Maggiore delle forze militari terrestri, di spuntare la campagna elettorale della Lega per le europee di giugno, cui l’autore del “Mondo al contrario” avrebbe potuto partecipare come candidato del Carroccio, l’obbiettivo potrebbe ritenersi fallito.

         Per dipingersi di nero, o comunque di scuro, come un Calimero qualsiasi, nella corsa a destra per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, e poi per la definizione di nuovi equilibri nell’Unione Europea con la formazione della prossima Commissione esecutiva di Bruxelles, il capo della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dei Trasporti credo che basti ed avanzi da solo. Il suo comizio ieri a Firenze- con l’attacco frontale all’Unione, dove invece la premier Giorgia Meloni spera con l’aiuto dell’altro vice presidente del Consiglio, il forzista Antonio Tajani, di far valere la destra che lei rappresenta e guida in Italia- dimostra che Salvini ha altro nella testa. Nel momento in cui persegue non un allargamento delle maggioranze tradizionali ma un rovesciamento degli equilibri, incurante anche del Partito Popolare indisponibile ad accordarsi con la destra europea che lui coltiva con le sue manifestazioni in Italia, da Pontida a Firenze e a chissà dove sino a giugno, Salvini vuole solo abbaiare. Non vuole né può mordere davvero: magari cercando solo di strappare alla destra di Meloni qualche decimale di punto nelle urne da contendersi con le liste eventuali dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno.  

Di questa scalata  allo 0 virgola qualcosa in più nessuno poi chiamerà Salvini a rendere conto nella coalizione di governo cui partecipa: a cominciare dalla Meloni, per quanto “imbarazzo” possa averle procurato -secondo il titolo odierno del Corriere della Sera– il comizio fiorentino dell’alleato. O per quanto il cognato ministro Francesco Lollobrigida abbia tenuto proprio sul Corriere a rispondergli che “mai” il partito della premier accetterà di allearsi a Strasburgo, Bruxelles e dintorni “con chi è contro Kiev e Israele”. E fra le destre che piacciono a Salvini ce ne sono.

         Così peraltro il cognato della Meloni si è tolto dalle scarpe anche i sassolini delle distanze prese dalla Lega nei suoi riguardi per la vicenda del treno precipitato dall’alta alla bassissima velocità, da cui egli dovette scendere per proseguire il viaggio in auto e arrivare puntuale ad un impegno di governo.

         Ha avuto forse ragione Alessandro Sallusti ad avvertire oggi sul Giornale che “Matteo è Matteo” col suo gioco ormai di corto respiro ma “a carte scoperte”. E a concludere che “siamo in campagna elettorale”, durante la quale “ogni partito ha il diritto di parlare ai suoi elettori con le parole d’ordine che ritiene più efficaci, che a volte sono vere, altre verosimili”. Parole cioè inattendibili.

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Il nipote di Agnelli realista come il nonno nei rapporti con il governo di turno

         Non sarà regale come il nonno Gianni Agnelli, “l’avvocato” che, pur all’ombra della Repubblica, in qualche modo successe con la sua famiglia ai Savoia deposti col referendum del 1946, ma John Elkann si sta rivelando non meno realista di lui. Dietro le quinte egli ha saputo articolare da editore -o disarticolare, direbbero altri- i suoi giornali per non vederli schiacciati sotto lo scontro riapertosi fra il potere esecutivo e l’ordine giudiziario. Se mai esso ha avuto vere pause in quella che ormai è una specie di riedizione della guerra dei trent’anni. Trenta davvero, essendone trascorsi tanti da quando i parlamentari -nel 1993- rinunciarono spontaneamente ad una parte delle loro prerogative, o immunità, per far passare il primato dalla politica alla magistratura, dalle Camere alle Procure.

         Se la Repubblica, quella di carta, ha sparato oggi in apertura contro “l’attacco di Meloni”, che da Dubai, in missione climatica,  se l’è presa con “quella piccola parte della magistratura che ritiene che i provvedimenti di alcuni governi non in linea con una certa visione del mondo debbono essere contrastati”, la consorella Stampa ha preferito un modesto richiamo in prima pagina di un articolo che all’interno prende sul serio la verbale assicurazione della premier che “nessun conflitto” sia in corso, almeno da parte sua, con “certe toghe ostili”. Sono loro piuttosto -par di capire- a mettersi in conflitto con il governo, che continua lo stesso sulla sua strada: in tema, per esempio, di immigrazione o di difesa di un sottosegretario appena rinviato a giudizio, peraltro coatto, contro la richiesta d’archiviazione da parte dell’accusa. Egli rimarrà al suo posto. o magari sarà promosso ministro, sino a eventuale condanna definitiva, dovendosi sino ad allora ritenere “non colpevole” per esplicito dettato costituzionale in disuso dopo lo tsumani di “Mani pulite”. Stavolta, poi, non si tratta neppure di un’accusa di corruzione, o simili, ma di violazione -udite, udite- di un segreto d’ufficio già escluso dal ministro competente.

         Se la consorella Stampa a Torino ha abbassato il livello dell’attacco, o comunque della reazione e lettura di Repubblica, il confratello Secolo XIX a Genova ha rimosso l’argomento dalla prima pagina, considerandolo di scarto rispetto a tutti gli altri che vi sono approdati con minore o maggiore evidenza.

         A Dubai la Meloni si è distratta un po’ dalle questioni climatiche anche per rispondere ad una domanda sul significato da attribuire ad alcune dichiarazioni del braccio destro del compianto Silvio Berlusconi, il suo ex sottosegretario Gianni Letta, sul torto che si farebbe alla figura del presidente della Repubblica col premierato proposto dal governo con l’elezione diretta del presidente del Consiglio. La premier non è parsa francamente preoccupata della sortita “strumentalizzata dalla sinistra”, come ha detto la ex capogruppo di Forza Italia Licia Ronzulli esordendo come vice presidente del Senato.

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La frenata del ministro Guido Crosetto senza tracce sull’asfalto

Alla faccia della “frenata” attribuitagli dal Corriere della Sera in prima pagina. Una frenata di quelle che non lasciano segno sulla strada, per quanti sforzi facciano vigili e poliziotti accorsi sul luogo dell’incidente per i rilievi d’uso. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha rivolto accuse pesanti nell’aula della Camera agli illustrissimi signori magistrati insorti contro di lui per la puzza di “opposizione giudiziaria” avvertita in una intervista che è stata deplorata anche dalle opposizioni politiche, e non certo per gelosia, cioè perché sentitesi defraudate del loro compito dalle toghe. I politici schierati contro il governo hanno solidarizzato con le toghe d’attacco incitandole implicitamente a continuare nelle loro iniziative di supporto, molto più efficaci di una mozione, di un ordine del giorno o altro.  Più efficaci perché, con quel poco che resta dell’immunità parlamentare dopo la rinuncia-suicidio dei deputati e dei senatori nel 1993, all’epoca delle “Mani pulite”, i malcapitati rischiano costosi processi addirittura “coatti”, disposti contro l’archiviazione chiesta dalla pubblica accusa, e detenzioni cosiddette cautelari, persino con tanto di autorizzazione dei loro colleghi di gruppo o di coalizione intimiditi dai processi sommari sulle piazze.

         Hanno partecipato anche deputati e senatori a quell’orrendo bilancio ricordato in aula da Crossetto di 30.778 innocenti finiti in manette negli ultimi 20 anni. Un bilancio che contribuisce a capire e spiegare quel 57 e più per cento degli italiani che diffidano della magistratura, ritenendola impegnata “con fini politici”, e il 45 per cento minoritario ancora convinto invece della imparzialità delle toghe. Lo ha appena verificato un sondaggio Demos riferito da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, sotto il titolo della presunta “frenata” del ministro della Difesa nell’aula di Montecitorio. Un’aula peraltro sconsolatamente deserta a beneficio, paradossale, sia della destra sia della sinistra.  

         A sinistra, come preferiscono essere classificati al Fatto Quotidiano sognando che prima o dopo ne prenda la guida il presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte, gli “appena 26 deputati” presenti alla seduta del venerdì, tanto abitualmente disertata che non sono generalmente calendarizzate votazioni, costituirebbero una vergogna per il governo. Incapace evidentemente di mobilitare la sua maggioranza per riempirne almeno i seggi.

         Con maggiore logica, considerando chi ha reclamato  la risposta di Crosetto, sentitosi un po’ convocato di fronte a “un plotone di esecuzione”, quelli di Libero hanno titolato accanto alla foto dell’emiciclo vuoto di Montecitorio: “Democrazia in pericolo, poi non vanno neanche in aula”. Che in effetti avrebbe dovuto essere affollata almeno a sinistra del governo per sommergerlo di fischi e simili. Deserte, o quasi, anche le tribune, dove magistrati avrebbero potuto essere invitati dai gruppi di opposizione non foss’altro per fare numero, come si dice.

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Gli scherzi emeriti di Gustavo Zagrebelsky sulla riforma Meloni del premierato

Ma com’è diventato spiritoso a 80  anni ben compiuti il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, da lui guidata per nove mesi nel 2004! O -se preferite- come ha smesso rapidamente di esserlo dopo avere a suo modo cantato su Repubblica di un mesetto fa, occupandosi della riforma costituzionale del premierato proposta dal governo di Giorgia Meloni, il famoso, allegro, ottimistico “Voglio essere positivo” di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Tanto positivo da avere riconosciuto alla Meloni e compagnia di avere predisposto un disegno di legge capace stavolta di superare anche l’eventuale, anzi scontato referendum popolare di ratifica. Sì, i partiti minori avrebbero avuto e avrebbero  tutto il diritto di ribellarsi, schiacciati da quelli maggiori con l’investitura diretta del  candidato della maggioranza alla guida del governo, ma erano e sono minori, appunto. Prima o dopo -sembrava il sottinteso del ragionamento dell’emerito- doveva finire la pacchia di un protagonismo senza voti.

         Ebbene, entrato nella lista degli esperti invitati a illuminare le menti e gli occhi dei senatori della Commissione degli affari costituzionali nel lungo, doppio percorso parlamentare della riforma considerata dalla Meloni “la madre di tutte le riforme”, l’emerito si è ravveduto. O ha buttato giù la maschera e nella “osservazione conclusiva” ha chiarito, testualmente: “Avrei voluto pensare positivo, ma mi accorgo di non esserci riuscito. Condivido le preoccupazioni circa il sistema parlamentare che, pur scritto sulla Carta, è andato degenerando legislatura dopo legislatura, governo dopo governo. Credo però che la riforma proposta, al di là dei difetti particolari su alcuni dei quali prima  mi sono soffermato, potrebbe rivelarsi non una cura ma, piuttosto, un colpo di grazia”. E così –“colpo di grazia”-  ha titolato in prima pagina la Repubblica pubblicando il testo pur incompleto dell’intervento, non essendo bastata a contenerlo un’intera pagina lasciatagli all’interno, oltre allo spazio in prima

Immagino il sollievo del direttore di Repubblica, che nei primi giorni di novembre, ospitando la prima sortita “in positivo” dell’emerito, aveva dovuto avvertire i lettori che il suo contenuto era di carattere ironico. Ora le cose sono state messe a posto davvero. L’emerito è contrario a tutti gli effetti, senza scherzi, implacabilmente.

E pazienza se contemporaneamente, su un giornale ancora più contrario alla “schiforma” del premierato, Il Fatto Quotidiano, il filosofo del diritto e della politica Francescomaria Tedesco, già docente all’Università per gli stranieri di Perugia, è riuscito a strappare l’ospitalità per un articolo contro i poteri “debordanti” del presidente della Repubblica. Che il premierato della riforma Meloni limiterebbe, a tal punto da avere allarmato anche Gianni Letta, già braccio destro di Berlusconi, comparso sui giornali di oggi per i “dubbi” o “la bocciatura” espressi a carico della premier.  

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Troppo deboli le spalle di Forza Italia per la reclamata riforma della giustizia

A sentire l’ormai immancabile Marco Travaglio collegato con Lilli Gruber all’ora di cena, a leggerlo sul suo Fatto Quotidiano e a vederne i fotomontaggi -per esempio quello di martedì scorso ispirato al pericolo della “opposizione giudiziaria” al governo avvertito dal ministro della Difesa Guido Crosetto in una intervista al Corriere della Sera- mai Silvio Berlusconi è stato così vicino, da morto, al successo mancatogli da vivo nell’azione di contrasto ai magistrati. “B. è vivo e lotta insieme a loro”, gridava il titolo di apertura della prima pagina del Fatto, appunto, sopra i volti dello scomparso fondatore di Forza Italia, sullo sfondo di Palazzo Chigi, e della premier Giorgia Meloni affiancata dal guardasigilli Carlo Nordio e da Crosetto, naturalmente.

         A leggere tuttavia le cronache interne dello stesso Fatto e altri giornali sempre in ansia quando le toghe ai avvertono in pericolo, a torto o a ragione, la buonanima del Cavaliere non avrebbe ragione di sorridere dall’aldilà. E i custodi della sua urna ceneraria avrebbero da proteggerla per ciò che potrebbe ribollirvi di fronte alle troppe frenate che subirebbero nel governo in carica, nonostante le apparenze, i suoi progetti o sogni di riforma radicale della Giustizia, con la maiuscola. La stessa Meloni, magari consigliata dal suo principale sottosegretario a Palazzo Ghigi Alfredo Mantovano, che come la buonanima dell’ex magistrato Oscar Luigi Scalfaro porta la toga incollata alla pelle sotto l’abito che indossa per i fotografi, si divide fra tentazioni allo scontro, alla sfida e altro e desiderio, interesse o simile ad attenuare i toni, a ridurre la velocità della corsa sino a fermarla, spiazzando chi si fosse avventurato troppo in avanti. Si posticipa, per esempio, ora questa ora quell’altra tappa del percorso riformatore dell’amministrazione giudiziaria.

         Sulla prova psico-attitudinale per i magistrati che entrano in carriera la premier non si è lasciata convincere ad insistere neppure dal suo intervistatore preferito e quasi biografo -il direttore del Giornale Alessandro Sallusti – che le ha offerto come su un piatto d’argento il recupero d’archivio dell’assenso dell’insospettabile Nicola Gratteri. Che nel 2019 diede sorprendentemente ragione a Berlusconi, ancora vivo e vegeto, pur tra un controllo e l’altro in ospedale, nel reclamare quello che i magistrati già ritenevano uno schiaffo. Anzi, l’attuale capo della Procura di Napoli sostenne che alla prova psico-attitudinale i magistrati dovessero essere sottoposti non solo per entrare ma anche per rimanere in carriera, ad una scadenza almeno quinquennale, quanto dura una legislatura. Deputati e senatori debbono riconquistare o conquistare la fiducia degli elettori e i magistrati quella degli psicanalisti, o simili.

         Neppure Nordio se l’è sentita di raccogliere la palla passatagli dal buon Sallusti. E chissà se proverà a spingere davvero sull’acceleratore, anziché sul freno, di una radicale riforma della giustizia quel monumento un po’ fisico che è diventato, per peso e posa, il mio amico Antonio Tajani. Che si divide ora per ora fra le sue funzioni di segretario di Forza Italia, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri in una congiuntura peraltro internazionalmente non calda ma rovente.

         Ne ha di gatte da pelare il povero Tajani pensando anche al congresso del suo partito già convocato per la fine di febbraio, e ancora sprovvisto -tra l’insofferenza del vice presidente della Camera Giorgio Mulè e altri- di un regolamento che disciplini le candidature alla sua eventuale successione.

         Forza Italia naviga generalmente nei sondaggi attorno all’8 per cento delle cosiddette intenzioni di voto, preceduta dalla Lega di Matteo Salvini e seguita solo dalla scheggia di “noi moderati” di Maurizio Lupi, con uno striminzito 0,5 per cento. Stanno rientrando nel partito di Berlusconi anche alcuni di quelli che ne erano usciti negli anni scorsi per dissensi più o meno clamorosi, forse più dal suo cosiddetto cerchio magico che dall’allora presidente. Ma il loro apporto alla tenuta elettorale di Forza Italia nelle scadenze di vario livello della primavera del prossimo anno è tutto da verificare, perché temo che nel passato di voti personalmente essi ne portassero pochi, bastando e avanzando quelli personalissimi di Berlusconi.

         Pensare davvero in queste condizioni, di partito ormai fra i minori e non più il maggiore della coalizione di centrodestra, o destra-centro, di poter fare la voce grossa con la Meloni sul terreno della giustizia e altro ancora è francamente difficile, anche se paradossalmente vi spera qualcuno fra le opposizioni non per potervi costruire sopra un’alternativa di governo ma giusto per scommettere sul masochistico suicidio di una crisi minsteriale: masochistico anche per il campo, largo o stretto che sia, delle minoranze.

Pubblicato sul Dubbio

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