Una breccia nel muro del No referendario della Repubblica di carta

       Mancano 30 giorni al voto referendario del 22 marzo, e 23, sulla riforma costituzionale della magistratura.

       Trenta giorni al voto spingono all’immagine del conto alla rovescia, cui invece Antonio Polito sul Corriere della Sera ha preferito “l’inizio della partita”, forse per paragonare al “fischio dell’arbitro” d’inizio, appunto il breve intervento del Capo dello Stato Sergio Mattarella al Consiglio Superiore della Magistratura, di cui è presidente. Ma più che d’inizio, quell’intervento mi è parso nel corso della partita, per ammonire più che per avviare essendo tutto già cominciato con troppa animosità e falli di reazione. Fra i quali è francamente difficile giudicare, scegliere, indicare e quant’altro il più grave. Anche se l’ammissione e la promessa del ministro della Giustizia Carlo Nordio di “adeguarsi” ha fatto pensare che Mattarella ce l’avesse soprattutto con lui per avere evocato, sia pure citando le parole di un ex esponente dello stesso Consiglio come Nino Di Matteo, l’aspetto “paramafioso” del suo funzionamento, condizionato dalle correnti dell’associazione nazionale delle toghe. “Una cinofila” diventata erogatrice di nomine, promozioni , insomma una centrale “di potere” nel corrosivo racconto anche di Antonio Di Pietro, l’ex magistrato simbolo della vicenda giudiziaria “mani Pulite”, detta anche Tangentopoli, Un Di Pietro che faceva sognare, con i suoi colleghi della Procura di Milano,  le folle che sfilavano chiedendo più manette ai polsi soprattutto dei politici, che avevano praticato il finanziamento illegale dei partiti in modo così prolungato e diffuso da averlo fatto diventare, al massimo della osservazione negativa, un posteggio in seconda fila.

       In apertura, diciamo così, del conto referendario alla rovescia vorrei segnalare una sorpresa spero incoraggiante per chi desidera una partita in cui è scontato solo il peggio, cioè uno scontro pregiudiziale di posizioni dure come paracarri, contro i quali si sbatte facendosi generalmente solo del male. La sorpresa, almeno personale, cioè mia, è quella riservata dalla breccia che il buon Francesco Merlo ha fatto nel muro del no referendario della sua “Repubblica” di carta rispondendo ad una lettera di Giorgio La Malfa, figlio dell’indimenticabile Ugo. Al quale Carlo Donat Cattin, al limite della basfemia per un cattolico praticante, dava del “Padreterno”.

       Diversamente dal padre, famoso per distinguere i contenuti dagli schieramenti, come li chiamava, privilegiando i primi rispetto ai secondi, Giorgio La Malfa ha guardato la riforma della magistratura con gli occhiali degli schieramenti, appunto, e ha scelto il no per evitare che col sì vinca il centrodestra della Meloni. E se ne faciliti il raddoppio del mandato nelle elezioni dell’anno prossimo. “I secondi mandati -ha scritto la Malfa senza imbarazzo per quello in corso di Mattarella al Quirinale e ponendosi un problema di “coscienza”- rischiano di essere peggio dei primi”.

       “La coscienza è materia complessa e a volte contorta”, gli ha risposto Francesco Merlo osservando che i sostenitori del no “per ragioni solo politiche” dovrebbero porsi il problema di avere “sulla coscienza un rafforzamento del giustizialismo”.  Ben detto.

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑