Poche righe -bastano e avanzano- per commentare la decisione appena presa dal Consiglio Superiore della Magisratura di bocciare l’istanza presentata nel 2017 dai familiari di considerare vittima del dovere il giurista Loris D’Ambrosio. Che, consigliere giuridico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, morì d’infarto nel 2012 nel mezzo delle polemiche procurategli dal coinvolgimento, con lo stesso Napolitano, nelle intercettazioni telefoniche -poi distrutte su ordine della Corte Costituzionale- per il processo sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi.
Di quella morte si dolse pubblicamente e pianse, partecipando ai suoi funerali, il capo dello Stato in persona. Profonda fu la costernazione anche fra i collegi di D’Ambrosio, cui venne poi dedicata una sala del Ministero della Giustizia, dove egli aveva lavorato prima di essere chiamato al Quirinale.Dove peraltro Napolitano respinse com immediatezza e fermezza le dimissioni presentategli dall’illustre collaboratore nel tentativo di arginare i veleni che stavano raggiungendo, per quella vicenda processuale, il vertice istituzionale.
Il commento alla decisione del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha ereditato dal precedente il non meno assurdo ritardo nell’esame dell’istanza, è semplicemente questo: Giorgio Napolitano, scomparso di recente e giustamente onorato dei funerali di Stato, è rimorto: non di vecchiaia, questa volta, ma di dolore.
Novecento morti, migliaia di feriti, alcune centinaia di dispersi, più di cento ostaggi, fra cui due italiani, per limitarci alle persone e non parlare dei danni materiali subiti da Israele, non bastano evidentemente all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in cravatta e senza, col suo passo sempre rapido e quasi allegro, per capire che “a Gaza è guerra totale”, come ha titolato realisticamente Il Secolo XIX.
Come già accadde dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, quando il nostro per fortuna non era più a Palazzo Chigi ma faceva ancora parte della maggioranza e si lasciava rappresentare al governo dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dissentendo tuttavia da lui, Conte da una parte solidarizza con l’aggredito di turno, riconoscendogli il diritto alla difesa, e dall’altra ne trova sproporzionate le reazioni o le alleanze e protesta cambiando praticamente campo.
Anche con gli israeliani e con le loro bandiere insanguinate Conte ha steso un documento di “profonda preoccupazione” per la “preannunciata sproporzionata reazione” destinata a colpire “l’inerme popolazione civile della striscia di Gaza”, cui Israele -ha aggiunto l’ex premier a voce- ha già tolto luce, gas e cibo violando “il diritto umanitario”.
Per una volta -ma temo che a questo punto non sarà l’unica- Conte si trova d’accordo col giornalista italiano, credo, più distante da lui dal primo momento che se ne fece il nome come premier, considerandolo semplicemente un fantasma inventato da un comico: Piero Sansonetti. Che oggi, copiandogli voce e pensiero, ha titolato su tutta la prima pagina della sua rinata Unità sulla guerra in Israele “E’ partito l’antiterrorismo (assomiglia al terrorismo)”. L’aggredito, cioè, equivale all’aggressore, se non è addirittura peggiore disponendo di più mezzi per danneggiarlo maggiormente nella reazione.
Non si arriverà probabilmente all’arruolamento pentastellare di Sansonetti per il legame sentimentale con una certa sinistra che il mio amico Piero ha dimostrato facendo riesumare l’Unità dal suo amico editore Alfredo Romeo, e così ringiovanendo per avervi a lungo e intimamente lavorato quando il giornale era l’organo ufficiale del Pci. Tuttavia Conte, dopo avere arruolato fior di magistrati giunti al pensionamento ma decisi a perpetuarsi in politica con le loro pratiche e idee, e perduta la speranza ormai di un accordo con Michele Santoro, potrebbe oggi pensare a candidare nelle sue liste, magari già alle elezioni europee dell’anno prossimo, quel Patrick Zaki che l’Italia è appena riuscita a strappare alle prigioni egiziane. E che si è praticamente unito ai terroristi palestinesi condividendo la lezione che hanno dato a quel terrorista più di loro che sarebbe il premier israeliano. Pazienza, evidentemente, per i novecento morti, ripeto, le migliaia di feriti, le centinaia di dispersi e ostaggi di parte israeliana, cui tuttavia Patrick dovrebbe aggiungere le vittime e i danni di quella parte palestinese nella quale si riconosce.
Sommersa dalla guerra in Israele riaccesa dai terroristi palestinesi di Hamas fra gli applausi degli iraniani e il compiacimento di un Putin che pensa di potere distrarre l’attenzione dell’Occidente da Kiev, è passata un po’ inosservata l’invettiva di Marco Travaglio, sul solito Fatto Quotidiano, contro “le corbellerie di Mattarella” sull’Ucraina.
Le stupidaggini, scemenze e altro, come i dizionari della lingua italiana chiamano le corbellerie, sarebbero quelle dette in Portogallo dal presidente della Repubblica avvertendo che l’abbandono di Zelensky creerebbe in Europa le stesse condizioni in cui più di ottant’anni fa fu permesso a Hitler -con l’iniziale consenso di Stalin, non dimentichiamolo- di scatenare la seconda guerra mondiale.
Ma -aveva improvvisamente scoperto sabato Travaglio, dopo avere irriso alle controffensive di Zelensky- se Putin stenta così tanto a controllare le zone ucraine occupate come si fa a immaginarlo così forte da invadere altri paesi? E via botte verbali da orbi al presidente Mattarella avventuratosi sulla strada di così sciagurati paragoni.
Non so se più deluso dalla distrazione procurata -ripeto- dal nuovo sanguinoso capitolo della tragedia mediorientale, o più convinto delle “corbellerie” con le quali aveva voluto contestare quelle di Sergio Mattarella, il direttore del Fatto Quotidiano ha rilanciato l’attacco al capo dello Stato con la firma di Raniero La Valle. Che alle spalle dei suoi 92 anni ha una ca rriera o storia politica alquanto accidentata o complessa, come preferite.
Da direttore responsabile del Popolo, organo ufficiale della Dc diretto politicamente dall’allora incolpevole segretario del partito Aldo Moro, cui era stata garantita la convintissima appartenenza di La Valle allo scudo crociato, finì per approdare al Parlamento nelle liste del Pci come indipendente di sinistra. Anche lui è rimasto basìto -direbbe la premier Giorgia Meloni non ancora ripresasi dalle sorprese della giudice di Catania Iolanda Apostolico- dalla sortita di Mattarella in Portogallo. Ma, più educato o discreto di Travaglio, o più responsabile come ai tempi della direzione morotea del Popolo, ha preferito buttarla tutta in politica. Niente “corbellerie”, niente scemenze, niente stupidaggini da dizionari. Egli ha trovato semplicemente “gravi” –gravissime nel titolo di richiamo- le parole e i ragionamenti di Mattarella sulla guerra in Ucraina. Le une e gli altri avrebbero segnato tuttavia “un passaggio spaventoso nella lettura occidentale” di quella guerra: spaventoso, in particolare, per il paragone ai fatti del 1938 e 1939.
“Mattarella -ha scritto il collaboratore di Travaglio- non è un uomo qualunque occidentale, bensì il rappresentante costituzionale di un grande Paese come l’Italia”. Se la sua visione “fosse anche di altri più potenti capi dell’Occidente, o addirittura della destra neoconservatrice americana a cui si è associato Joe Biden, le scelte politiche che ne conseguirebbero sarebbero di una inaudita e micidiale gravità”. Lo sarebbero non solo o non tanto per la presunta arbitrarietà del paragone di Putin a Hitler sul piano personale, ma per l’obbligo che deriverebbe all’Occidente di fronteggiarlo in un’epoca molto diversa da più di 80 anni fa a causa degli intervenuti armamenti atomici. Che d’altronde già Marco Travaglio, sotto sotto, nel precedente intervento aveva rimproverato a Mattarella di avere sottovalutato e persino sfidato da vice presidente del Consiglio del primo governo di Massimo D’Alema condividendo la partecipazione dell’Italia alle operazioni contro Belgrado nella guerra dei Balcani. In previsione delle quali la buonanima del presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga aveva allestito in fretta e furia un partito di volenterosi transfughi del centro destra che fornisse all’esecutivo i voti mancanti dopo la caduta del primo governo di Romano Prodi.
Anche la Bibbia è stata scomodata da Raniero La Valle per fare le pulci al povero Mattarella, inconsapevole in Portogallo dei guai nei quali si stava infilando anche da credente occupandosi della guerra in Ucraina e del rischio della stanchezza dell’Occidente nella difesa del paese aggredito. “Assimilare l’attuale capitalismo nazionale e multipolare della Russia al nazismo della Germania hitleriana prospetta all’Occidente -ha scritto La Valle- un’alternativa assoluta, dalle conseguenze inimmaginabili. Essa consisterebbe nell’avverarsi di una interpretazione letterale della Bibbia, nel suo ultimo libro, l’Apocalisse, che secondo la stessa Commissione biblica vaticana corrisponde al “suicidio del pensiero”: un suicidio che può diventare anche un suicidio del mondo”.
Che frittata, signor presidente della Repubblica: ancora più grave di quella, che non Le perdona ancora Travaglio, di avere mandato nel 2021 a Palazzo Chigi Mario Draghi al posto di quella specie di reincarnazione di Camillo Benso di Cavour che si sarebbe rivelato Giuseppe Conte. Il quale non riesce neppure lui a capacitarsi di tanta ingiustizia, ora che è costretto a vagare tra piazze e manifestazioni solo per tenere testa alla segretaria del Pd Elly Schlein nella corsa alla cosiddetta guida degli altrettanto cosiddetti progressisti.
Più appropriata della reazione del travagliano La Valle alle assai presunte “corbellerie” del capo dello Stato in questi tempi purtroppo di guerre, al plurale, mi sembra la speranza laica espressa sul Corriere della Sera da Paolo Mieli che “le parole pronunciate con lucidità e coerenza” da Mattarella –“talvolta trascurate….ma “l’unico possibile contributo di un concreto impegno per la pace”- non debbano essere un giorno “rilette come una profezia”.