Peccato che Mattarella non abbia partecipato alla seduta straordinaria del Csm

            Con tutto il rispetto dovuto, per carità, alla persona e al ruolo del presidente della Repubblica, e del Consiglio Superiore della Magistratura, si fatica a capire perché non abbia ritenuto di partecipare al cosiddetto plenum Gazzetta.jpgstraordinario -con 5 dei 16 consiglieri togati assenti perché dimissionari o autosospesi- dell’organo di autogoverno delle toghe. Cui l’articolo 105 della Costituzione conferisce “le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

            Eppure, dichiaratamente -ripeto- straordinaria, la riunione del Csm appena svoltasi nella sua sede, nota come Palazzo dei Marescialli, era stata convocata sotto l’incalzare di quella che ormai vieneCorriere.jpg generalmente ritenuta e definita “la questione morale anche dei magistrati”, dopo tutto ciò che è già emerso giudiziariamente e mediaticamente – a proposito della nomina del nuovo capo della nevralgica Procura della Repubblica di Roma- sui mercanteggiamenti correntizi e d’altro tipo nell’assegnazione degli uffici dove si amministra la giustizia.

            E’ emerso qualcosa che ha già evocato l’immagine o il fantasma della P2 degli anni Ottanta, al netto di tutte le strumentalizzazioni fatte allora di quella inquietante vicenda di condizionamento e infiltrazione  delle istituzioni. E il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, non uso certamente Breda 1 .jpgad abusare degli umori e delle notizie che raccoglie sul Colle, ha assicurato che Sergio Mattarella è ben più che “sconcertato e molto contrariato”, come dicono i suoi uffici. Egli è “scandalizzato” di quel che è accaduto apprendendo di riunioni in un albergo romano in cui si preparavano quelle delle commissioni e dello stesso plenum del Consiglio Superiore della Magistratura per assegnare cariche e promozioni.

            D’altronde, verrebbe voglia di dire, lo stesso Palazzo dei Marescialli ha rischiato qualche anno fa di diventare un albergo, quando si progettò il trasferimento del Csm a Villa Borghese, nella sede dell’allora morituro Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, poi salvato incredibilmente dal 60 per cento dei partecipanti al referendum che bocciò il 4 dicembre del 2016 la riforma costituzionale approvata dal Parlamento su proposta del governo di Matteo Renzi.

            Ebbene, proprio la circostanza di un Mattarella “scandalizzato”, come ha riferito il quirinalista del più diffuso giornale italiano, rafforza l’impressione ch’egli si sia lasciato scappare un’ottima occasione per dire direttamente ciò che ha preferito far dire invece al vice presidente David Ermini sulla “ferita profonda e dolorosa” inferta alla magistratura col mercato delle nomine.  “O sapremo riscattare con i fatti  -ha ammonito l’ex parlamentare del Pd- il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti”, se non è già troppo tardi, vista l’illusione che si continua a coltivare -come si evince dal documento approvato all’unanimità dal plenum- della capacità della magistratura di autoriformarsi. E’ dura a morire evidentemente l’abitudine delle toghe di scambiare quasi pregiudizialmente per un attentato alla loro indipendenza ogni riforma non condivisa dalle loro rappresentanze sindacali e istituzionali, cioè con esse non negoziate dal Parlamento e della maggioranza di turno. Così purtroppo è avvenuto sino ad ora, con tutti i governi, di ogni colore e gradazione, succedutisi nella prima e nella seconda Repubblica, come siamo ormai soliti chiamare quella che sarebbe finita col referendum elettorale del 1993 e quella che sarebbe cominciata con le elezioni del 1994.

            Sempre Breda, sul Corriere, ha riferito o assicurato che “quando la situazione si sarà decantata” Mattarella troverà la voglia e il tempo -osservo io- diBreda 2 .jpg interrompere i suoi frequenti e Mattarella.jpgmeritati, per carità, bagni di folla per “farsi sentire”  sulla questione morale apertasi nella magistratura, dopo tutte le altre questioni morali sollevate o gestite alla stessa magistratura a carico, per esempio, della politica. Ma sarà -ha anticipato Breda- un intervento, quello di Mattarella, “a modo suo, che non somiglierà certo alle ruvidezze di Cossiga verso i magistrati”. I quali arrivarono -lo ricordo bene- a scioperare contro il capo dello Stato. E con quali effetti, quegli scioperi, si è visto proprio con la questione morale avvertita o denunciata proprio sulla prima pagina del Corriere “anche tra i magistrati”, andati via via convincendosi di una loro onnipotenza.

 

 

 

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Quella verifica di governo che Conte non vuole chiamare così

Pur con quel “singulto di autorità” riconosciutogli giustamente da Carlo Fusi, che forse lo ha immaginato un po’, com’è capitato a me, al posto del guerriero a cavallo ritratto nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, dove teneva la sua conferenza stampa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mi è sembrato emulo dei tanti predecessori costretti dalle circostanze alle “verifiche” dei loro governi, e relative maggioranze. Ma mi rendo conto, con tutto l’uso e anche l’abuso che si fa della parola magica del “cambiamento”, di quanto debba costare ai politici d’oggi adottare formule e linguaggi della cosiddetta prima Repubblica, ma un po’ anche della seconda.

 Si stenterà anche a chiamare “rimpasto” quello che avverrà, se vi si giungerà davvero, riempiendo nel governo le caselle che si sono via via scoperte, a cominciare da quella dell’ex ministro degli affari europei Paolo Savona. O assegnando diversamente gli altri dicasteri ai quali non sono più interessati i partiti degli attuali titolari. Oppure vi sono troppo interessati i leghisti così fortemente cresciuti nelle urne del 26 maggio.

 Se poi vi sarà davvero la crisi prematuramente già annunciata da alcuni giornali, allora sì che il dizionario della politica si prenderà la sua rivincita. E si tornerà a chiamare almeno quella cosa col suo vecchio nome. E sarà crisi più o meno al buio, come si diceva una volta, anche se al gioco delle scommesse va forte l’ipotesi delle elezioni anticipate a settembre, e persino prima, con gli italiani a rischio di astensionismo da bagni, più ancora che da delusione o stanchezza dopo le votazioni di maggio, e i ballottaggi comunali di domenica prossima. Per i quali si sta spendendo, in particolare, il leader leghista Matteo Salvini con un’energia tale da commentare quasi di sfuggita fra un comizio e l’altro ciò che accade a Roma. Dove peraltro i maggiori sforzi di alleati, concorrenti e avversari sono quelli di interpretare le laconiche e sempre uguali dichiarazioni del “capitano” miste di ottimismo e scetticismo per le sorti di un governo che pure gli ha permesso in poco più di un anno di raddoppiare i voti delle elezioni politiche, e di dimezzare quelli dei grillini, facendoli entrare in una fibrillazione da pronto soccorso.

Mi stupisce che, così pronto quasi scaramanticamente, e non solo per i mutamenti di linguaggio, a non ripetere la vecchia formula della “verifica” applicata alla ricognizione dello stato di salute del governo, alla diagnosi e possibilmente alla cura per evitare esiti infausti, il presidente del Consiglio Conte e, prima ancora di lui, il vice presidente grillino Luigi Di Maio abbiano parlato nei giorni scorsi del passaggio ad una “fase 2”. Di cui -ahimè- sono morti fra prima e seconda Repubblica parecchi governi, anche quelli di pur breve durata guidati, per esempio, da Romano Prodi e da Massimo D’Alema.

Altre due cose mi hanno invece sorpreso piacevolmente della conferenza stampa tenuta da Conte in orario da mercati chiusi, si è detto con una prudenza o un timore eccessivo, essendo escluso che un uomo della sua cautela, e consapevolezza giustamente vantata dei rapporti con l’Europa e con i mercati finanziari, appunto, potesse provocare il panico nelle Borse.

La prima sorpresa positiva è stata la saggia rinuncia al monologo, anticipato alla vigilia dagli addetti ai lavori, per cui sono tornate a sentirsi a Palazzo Chigi le domande di cui l’associazione della stampa parlamentare aveva lamentato la troppo frequente soppressione negli ultimi tempi. L’altra  sorpresa positiva è il proposito espresso dal presidente del Consiglio di tenere un comportamento non dico neutrale ma equidistante fra i due partiti della maggioranza. Che dovrebbero perciò sentire ora di più il dovere di rispettare le funzioni del professore e di non scavalcarlo.

La sorpresa di questo impegno deriva dall’impressione, avvertita magari a torto anche da chi scrive, e denunciata ultimamente e pubblicamente con forza particolare e interessata, per carità, dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, che il presidente del Consiglio fosse stato da qualche tempo più sensibile alle esigenze, almeno quelle di facciata, dei grillini che dell’altro partito della maggioranza. E’ un’impressione -lo confesso- che mi sono portato appresso dal 21 ottobre scorso, quando Conte –“l’uomo che si fa Stato”, annunciò con una certa enfasi il vice presidente del Consiglio Di Maio- saltò sul palco del raduno nazionale del Movimento 5 Stelle al Circo Massimo e, riferendo sui primi 143 giorni trascorsi a Palazzo Chigi, pronunciò un discorso più da festa di partito -quello che lo aveva in effetti designato alla guida del governo promuovendolo da ministro della sburocratizzazione, come era stato annunciato agli elettori- che da festa di un governo di coalizione tra forze -riconobbe lui stesso- “sotto molti versi eterogenee”, a dir poco.

 

 

 

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Conte, a cavallo figurato a Palazzo Chigi, chiede ai suoi vice chiarezza e lealtà

            Anche se alla Stampa, quella storica La Stampa.jpgdi Torino, e al Giornale della famiglia Berlusconi hanno un po’ bruciato le tappe traducendo Giornale.jpgin prima pagina l’attesa conferenza stampa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’annuncio dell’apertura di una crisi governo, il percorso verso di essa, se vi si arriverà davvero, non si presenta né breve né facile, e tanto meno scontato.

            Già ridotto prudentemente da Repubblica a “penultimatum” quello che persino il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, seguendo le parole e il pensiero quasi sintonico del capo dello Stato Repubblica.jpgin trasferta nella sua Palermo, ha definito  “ultimatum”, pur senza il requisito essenziale di una scadenza precisa, quello di Conte a Palazzo Chigi è stato un discorso pronunciato come se anche lui stesse a cavallo: al pari del guerriero nella tela di Giovan Battista Pace appesa alle sue spalle nella sala delle Galere, o dei Galeoni, nella sede del Governo, con la maiuscola.

            Rapidità, ma genericamente intesa, chiarezza e lealtà sono state chieste dal presidente del Consiglio ai suoi due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e ai partiti ch’essi rappresentano: il primo, in verità, in modo un po’ accidentato Gazzetta.jpgdopo la batosta elettorale del 26 maggio e la fiducia alquanto improvvisata dei militanti confermatagli con un referendum digitale non condiviso da un esponente non certo minore del suo movimento come il presidente della Camera Roberto Fico, e l’altro con la sicurezza, anzi la baldanza assicuratagli dal 37 per cento dei voti raccolto nelle urne doppiando i soci grillini di maggioranza.

            Complici un viaggio ufficiale dello stesso Conte nel lontano Vietnam e la coda della campagna elettorale costituita dai ballottaggi comunali di domenica prossima, per i quali Salvini si sta spendendo con la solita energia, intesa in tutti i sensi, solo nella settimana prossima di potranno cominciare a vedere e a capire meglio umori personali e politici e le conseguenti prospettive di un governo di cui il presidente del Consiglio ha onestamente ammesso di avere perduto un po’ il controllo negli ultimi tempi, sottovalutando tensioni, veleni e quant’altro di una serie di competizioni elettorali. E ciò, nonostante quel sussulto di energia, e di orgogliosa rivendicazione delle sue prerogative istituzionali, mostrato dallo stesso Conte in una intervista al madrileno El Pais dopo l’estromissione dal governo del sottosegretario leghista Armando Siri, finito sotto indagini preliminari per presunta corruzione nel tentativo, peraltro fallito, di garantire incentivi per legge ad un certo tipo di aziende eoliche, comprensivo  di quella di un amico sotto processo di mafia.

            Nel reclamare, ripeto, rapidità di decisioni, chiarezza e lealtà per rispettare sino alla scadenza “naturale” della legislatura il “contratto” di governo stipulato l’anno scorso, e con il contratto anche il rispetto delle regole e dei vincoli europei sino a quando le une e gli altri non saranno cambiati, come vorrebbe in particolare Salvini, il presidente del Consiglio ha cercato di ricollocarsi in una posizione equidistante fra grillini e leghisti, pur essendo stati soprattutto i primi a designarlo a Palazzo Chigi.

            Conte, questa volta scendendo un po’ da cavallo, ha mostrato di non gradire la domanda della giornalista Alessandra Sardoni, de la 7, poco convinta, diciamo così, ch’egli fosse stato equidistanteConte in ottobre.jpg fra i due partiti della maggioranza come si era appena vantato, o riproposto. Ma il presidente del Consiglio ha quanto meno dimenticato la sua partecipazione, il 21 ottobre dell’anno scorso, al raduno nazionale dei grillini al Circo Massimo, a Roma. Dove lui salì sul palco, abbracciato poi da Luigi Di Maio, per pronunciare un discorso, integralmente riascoltabile ancora su you tube, non proprio da esterno, diciamo così, del Movimento 5 Stelle: un discorso orgogliosamente e fiduciosamente di parte, all’indomani della “manovra del popolo” varata dal Consiglio dei Ministri nella convinzione di avere risolto il problema della povertà in Italia, come aveva annunciato imprudentemente dal balcone di Palazzo Chigi il suo vice pentastellato mandando in visibilio i militanti in marcia verso i barconi sul Tevere per proseguire i festeggiamenti.

            Aiutato da un foglietto su cui aveva appuntato la scaletta dell’intervento, e libero una volta tanto dal vincolo della cravatta al collo, pur senza rimanere in maniche di camicia, Conte fece un bilancio trionfalistico dei 143 giorni trascorsi sino ad allora a Palazzo Chigi e ne promise altri dello stesso segno, grazie alle virtù e alle particolarità del movimento grillino, “sino al 2023”, epilogo ordinario della legislatura prodotta dal voto del 4 marzo 2018. “Fatevene una ragione”, disse il presidente del Consiglio rivolgendosi a quel punto non al pubblico che lo inneggiava ma alle opposizioni ben lontane dal Circo Massimo.

 

 

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La parata delle “scatole” girate in diretta a Matteo Salvini contro Roberto Fico

            Volente o nolente, trascinatovi o no dal presidente grillino della Camera Roberto Fico con una dichiarazione dalla quale si è dissociato con significativo tempismo lo stesso capo del movimento delle 5 stelle Luigi Di Maio in questo momento di grande incertezza politica, dopo i risultati delle elezioni europee, piemontesi ed amministrative del 26 maggio, il vice presidente Manifesto su generali assenti.jpgleghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini è riuscito ad agitare, diciamo così, la parata militare per la festa della Repubblica più ancora dei “quattro generali dietro la collina”. Così il manifesto ha definito nel titolo di un editoriale i già capi dell’Aeronautica, e alcuni anche Parata 3.jpgcapi di Stato Maggiore della Difesa, oggi in pensione, che hanno disertato la storica sfilata davanti al presidente della Repubblica ai Fori Imperiali motivando il loro dissenso dalla ministra Elisabetta Trenta, ma anche dall’intero governo per il trattamento delle Forze Armate.

            Reduce dal ricevimento, il giorno prima, nei giardini del Quirinale, dove si era praticamente trattenuto, sempre mano nella mano con la fidanzata Francesca Verdini, da risentimenti politici e personali per le allusioni ravvisabili nei suoi riguardi dal monito appena espresso dal capo dello Stato contro chi attenta alla Costituzione esasperando i contrasti e vivendo di nemici, Salvini non ha retto all’estensione della festa della Repubblica, da parte di Fico.jpgFico, a tutti “i presenti nel territorio” italiano, compresi migranti, rom, sinti”. Di cui invece il ministro dell’Interno ha ricordato “i campi” dove non c’è di solito molto rispetto della legalità. Perciò egli ha opposto alle parole del presidente della Camera, in qualche modo conformi peraltro al tema dell’”inclusione” scelto dalla ministra della Difesa per questa edizione della parata, la popolana e ben poco istituzionale espressione del “rivolgimento di scatole”. Che è stata tradotta dalla vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera in un Salvini schizzato via con quei giramenti come una freccia tricolore.  

            Quella esplosa tra alte uniformi, pennacchi, cavalli, ottoni, selfie e bande musicali in una domenica per fortuna e finalmente di sole, non è stata la prima, e probabilmente non sarà neppure l’ultima polemica fra il presidente grillino di Montecitorio e il leader leghista, scontratisi già, ma a maggiore distanza, proprio sul tema dell’immigrazione, e nel pieno dello svolgimento di operazioni ad alta tensione politica, come gli sbarchi impediti dal Viminale nei porti italiani.

           E’ capitato al presidente della Camera persino di sottolineare, per vantarsene, la rinuncia a presiedere, appunto, la seduta d’aula per la conversione in legge del primo decreto sulla sicurezza voluto da Salvini fra le resistenze e anche qualche voto contrario dei grillini riferibili, nel movimento delle 5 stelle, proprio alle posizioni di Fico.

            Chiaro fu anche il dissenso del presidente della Camera dal mancato processo a Salvini per l’affare  della nave Diciotti della scorsa estate: processo per sequestro aggravato di persone chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania e non autorizzato dal Senato, dopo un referendum digitale improvvisato tra i grillini e conclusosi col 60 per cento dei no contro il 40 per cento dei sì.

             Dev’esserci stata la memoria anche di questi precedenti, e in più del dissenso dal referendum digitale di conferma del capo pentastellato, nello sfogo attribuito, in particolare, dal Messaggero a Di Maio con i suoi amici contro un “Fico servo del Pd”. Col quale, da “esploratore” nominato da Sergio Mattarella, il presidente della Camera cercò un aggancio l’anno scorso per un governo alternativo a quello poi negoziato dal suo partito con i leghisti.

             La parata, diciamo così, della Breda.jpgparolaccia deve avere prodotto ulteriore sconforto e preoccupazione nel presidente della Repubblica, visti gli “scenari avvilenti” di crisi e di “rassegnazione” alle elezioni anticipate di cui ha scritto sul Corriere della Sera il quirinalista di provata esperienza e attendibilità Marzio Breda. Cresce anche per questo l’attesa della conferenza stampa prenotata dal presidente del Consiglio, a mercati prudentemente chiusi,  nel primo -e si vedrà anche se unico- compleanno del suo governo gialloverde.

 

 

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Tutti in fila al Quirinale felici e contenti, si fa per dire, a festeggiare la Repubblica

            Di fronte alle tensioni che continuano a pesare sulla politica italiana, sui rapporti con Bruxelles e sui mercati finanziari, anche dopo una settimana dai risultati delle tanto attese elezioni europee, piemontesi e amministrative, con un presidente del Consiglio che non è ancora riuscito, fra l’altro, a rimettere insieme allo stesso tavolo i suoi due vice per avviare, o solo tentare un chiarimento, colpiscono francamente qirinale.jpgle immagini della festosa fila di eccellenze di ogni grado e colore davanti al portone del Quirinale per il ricevimento tradizionale della festa della Repubblica. Tutti vi si sono recati in apparente allegria, svanita però nelle cronache giornalistiche che hanno riferito dei doppi sensi sfuggiti a protagonisti e attori nelle parole e negli atteggiamenti, fra la terrazza del Quirinale e i giardini.

            Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per esempio, è stato visto e sentito non so se ripetere o anticipare con gesti di insofferenza, parlando con la collega della funzione pubblica Giulia Bongiorno, lo stupore e lo sgomento che si sono poi trovati stampati in una intervista al Corriere della Sera per le ultime sortite dei grillini. Che, anche a costo di complicare i rapporti col suo interlocutore francese a Bruxelles, Pierre Moscovici,   hanno cercato di inchiodarlo alla bozza della lettera predisposta, e poi modificata, per fornire alla Commissione Europea i chiarimenti reclamati entro 48 ore sul debito pubblico italiano.

            Il premier Giuseppe Conte, condannato a tenere in mano un curioso libro regalatogli da un amico sulla delinquenza che di “Tregua” ha solo il nome dell’autore, è stato sentito esprimersi così sulle prospettive del suo governo nel giorno del primo compleanno: “Se ci sarò il 26 giugno al vertice mondiale di Osaka sarà una notizia”. Un suo collaboratore parlava invece svogliatamente dei preparativi dell’imminente viaggio in Vietnam.

            Forse ha esagerato Massimo Giannini a scrivere dei due vice presidenti del Consiglio disciplinatamente  in fila, a distanza, davanti al portone del Quirinale come di “uomini saliti al Colle con le fidanzate Di Maio.jpga braccetto e i pugnali nella giacca”, ma di certo essi non sono stati generosi con i fotografi a farsi riprendere insieme nei giardini. E fuggevoli sono state negli approcci diretti anche le loro fidanzate, nonostante la fiducia espressa da Luigi Di Maio sulla capacità delle donne, quando lo vogliono, di aiutare i loro uomini.

            Va comunque riconosciuto a Salvini, forse grazie al buon umore procuratogli dai risultati elettorali di domenica scorsa, superiori -a detta di molti nella Lega- alle sue stesse previsioni per l’andamento preso nelle ultime battute dalla campagna elettorale, di avere saputo resistere nei giardini  sul Colle e dintorni alla tentazioneSea Watch 3.jpg che deve avere avuto di commentare a modo suo l’ultima cattiva sorpresa riservatagli dai magistrati. E’ il dissequestro della nave dei soccorsi privati dei migranti in Mediterraneo Sea Watch 3, probabilmente destinata a procurargli altri grattacapi e a farlo sbottare contro i complici dei trafficanti di carne umana che egli vede un po’ dappertutto, specie in prossimità delle acque libiche. 

 

 

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Le tensioni politiche e sociali si scaricano sulla parata militare del 2 giugno

            Questa volta la notizia non è nei titoli di testa ma di coda dei giornali, almeno di quelli che hanno ritenuto di doverla comunque dare, perché vi è stato anche chi, come il Corriere della Sera, non Repubblica.jpgl’ha considerata meritevole della prima pagina, neppure nel modo più defilato possibile. E’ la notizia della parata militare per la Festa della Repubblica che sarà La Stampa.jpgdisertata da quattro ex generali già capi di stato maggiore, diventati tre per alcuni quotidiani, insorti con la loro protesta contro il governo ma, più in particolare, contro la ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta. Che peraltro è anche contestata più o meno esplicitamente sul piano politico dai leghisti, e persino da un suo sottosegretario e compagno di partito.

            I generali dissidenti, chiamiamoli così, sono tutti dell’Aeronautica: generali dell’Aria, diciamo. Eccone i nomi in ordine rigorosamente alfabetico: Mario Arpino, Vincenzo Camporini, Pasquale Preziosa e Dino Tricarico. Essi sono sbottati non tanto contro i tagli inferti dal governoMattino.jpg gialloverde, tra i festeggiamenti in piazza dei parlamentari pentastellati, alle loro pensioni “d’oro”, quanto contro la pretesa di liquidare come truffe, o quasi, questi trattamenti di quiescenza legittimamente maturati, al pari dei non militari. Hanno inoltremanifesto.jpg contestato la gestione, secondo loro, troppo poco gerarchica dei rapporti fra la ministra della Difesa e i suoi sottoposti con le stellette dei loro gradi, anziché quelle dell’omonimo movimento, e il crescente disinteresse, sempre secondo loro, per gli investimenti necessari a tenere in sicurezza il Paese.

             Ma la goccia che sembra avere fatto traboccare il vaso è la decisione presa dalla ministra Trenta, e condivisa pienamente dal presidente del Consiglio, di dare un’intestazione diciamo così sociale, se non la vogliamo definire politica, alla parata militare e, più in Messaggero.jpggenerale, alla Festa della Repubblica nel primo compleanno del governo gialloverde: quella della “inclusione”. Che sembra, a torto o a ragione, studiata apposta per dare una lettura dell’immigrazione, e dei QN.jpgsoccorsi che anche i militari sono tenuti a prestare in mare, un po’ diversa dalle parole d’ordine o dagli approcci del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Sono d’altronde recenti le polemiche esplose proprio su questi temi ai vertici politici e militari, con tanto di inediti comunicati vergati dai Comandi in politichese stretto, e di costernazione pur silenziosa del presidente della Repubblica nella sua veste costituzionale anche di capo delle Forze Armate.

            Tutto ciò credo che basti ed avanzi per capire come e perché questa notizia “di coda” sulla contestata parata militare, e connessa festa della Repubblica, o viceversa, possa e debba essere Giornale.jpgconsiderata più importante, e direi persino più inquietante, di quelle dei titoli di testa dei giornali. Che sono stati assegnati al giallo della lettera del ministro dell’Economia alla Commissione Europea Tempo.jpgdi Bruxelles per rispondere alle osservazioni e richieste di chiarimento sulla consistenza del debito pubblico, o alle perduranti sofferenze nel partito maggiormente rappresentato in Parlamento anche dopo la scoppola elettorale di domenica scorsa, o ai moniti di turno levatesi dal governatore della Banca d’Italia sui rischi di maggiore, e non minore, povertà derivanti da una versione italiana della Brexit.  

 

 

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Luigi Di Maio tra i fantasmi dei democristiani Giulio Andreotti e Amintore Fanfani

Paolo Delgado non ha torto a vedere un po’ l’ombra di Giulio Andreotti nello scrupolo col quale Luigi Di Maio ha avvertito come prima esigenza, dopo la dura sconfitta elettorale subita domenica scorsa nel rinnovo del Parlamento europeo, quella di tutelare il governo a prevalente partecipazione grillina dai rischi di rovinosi contraccolpi. Che potrebbero fare precipitare la situazione in elezioni anticipate destinate probabilmente a riservare al movimento delle 5 stelle altre, e forse anche più amare sorprese.

La buonanima di Andreotti, in effetti, convinto che il potere logorasse più l’opposizione che il governo, era di quest’ultimo un difensore accanito, specie quando gli toccava di farne parte andreotti.jpge ancor più di guidarlo. E’ rimasta famosa la reazione opposta agli inizi degli anni Novanta a Ciriaco De Mita, che da presidente del partito, con Arnaldo Forlani segretario, lamentava che il governo guidato in quel momento proprio da Andreotti fosse tanto claudicante da meritarsi una crisi. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, gli rispose il presidente del Consiglio da Palazzo Chigi.

D’altronde, prima ancora di vederlo in difficoltà elettorale, quando anzi era sulla cresta dell’onda, il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana intravvide in Luigi Di Maio una certa somiglianza con Giulio Andreotti in un saggio che l’anno scorso sorprese e persino scandalizzò qualche recensore.

Tuttavia nel Di Maio rappresentato dal pur estimatore Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano come “un pugile suonato” dopo le elezioni di domenica, ma confermato alla guida del suo partito con l’80 per cento dei voti di chi ha partecipato al referendum digitale gestito dalla piattaforma di Davide Casaleggio, c’è qualcosa che mi fa tornare alla mente un ben altro personaggio della Dc: Amintore Fanfani. Penso, più in particolare, al Fanfani reduce, come Forattini.jpgsegretario del partito, dalla clamorosa sconfitta referendaria sul divorzio nel 1974. Che sfatò la leggenda di una Dc invincibile con quel quasi 60 per cento di no all’abrogazione della legge sul divorzio e il 40 per cento dei sì, tradotto da Giorgio Forattini su Paese sera in un tappo che ne avrebbe fatto le fortune di vignettista. Il tappo era proprio Fanfani, in uscita come un missile da una bottiglia di champagne in mano ai divorzisti in festa.

Tornato alla segreteria della Dc non più tardi dell’anno prima, allontanandone addirittura il delfino Arnaldo Forlani, cui forse ancora rimproverava di non averlo saputo mandare al Quirinale alla fine del 1971, in una lunga, convulsa corsa vinta invece anche su Aldo Moro da Giovanni Leone, il povero Fanfani sembrò destinato ad una rovinosa e immediata resa dei conti nello scudo crociato.

Ricordo ancora la convinzione di Indro Montanelli -col suo Giornale appena uscito nelle edicole grazie anche all’aiuto di Fanfani, insofferente di un Corriere della Sera secondo lui troppo a sinistra-  che il segretario della Dc non potesse farcela a resistere. “Fanfani conta amici e nemici”, titolò personalmente Montanelli sulla prima pagina del primo numero del Giornale il mio articolo sulla vigilia del Consiglio Nazionale dello scudo crociato che avrebbe discusso della situazione politica dopo la sconfitta referendaria.

Presente anche Gianfranco Piazzesi, che borbottava previsioni pessimistiche in un toscano competitivo con quello del nostro direttore, Montanelli era quasi pentito, in una conversazione al ristorante poco distante dalla redazione romana, di avere definito a suo tempo “Rieccolo” il già una volta ex segretario della Dc. “Questa volta -disse masticando qualche fagiolo- temo che non ce la potrà fare a riprendersi. Ma -avvertì- sia chiaro che noi non lo lasceremo solo”. E invece Fanfani riuscì a rimanere al suo posto, sorprendendo anche Montanelli.

Ma, più che Fanfani, paradossalmente, come potrebbe rischiare adesso Di Maio, vinsero con quel risultato i suoi avversari, dichiarati o occultati dietro frasi convenevoli di apprezzamento. I quali, prevedendoandreotti e fanfani.jpg la spinta che la sinistra esterna al partito avrebbe finito per ricevere non tanto dalla vittoria referendaria dei divorzisti quanto dalla sua dimensione, vollero perfidamente che Fanfani restasse dov’era per potergli intestare anche i risultati delle elezioni regionali dell’anno successivo.

Si votò per i consigli regionali il 15 e 16 giugno del 1975. La Dc, che nelle elezioni politiche anticipate del 7 e 8 maggio 1972 aveva avuto il 38,6 per cento dei voti, scese al 35,2: pochi punti, tutto sommato, ma tantissimi rispetto ad un Pci salito dal 27 al 33,4, collocandosi quindi a meno di due punti di distanza dallo scudo crociato.

Ricordo ancora la sera dei risultati di quelle elezioni, quando un gruppo di festanti reduci da un comizio improvvisato da Enrico Berlinguer sul balcone della sede del Pci della vicina via delle Botteghe Oscure, si avventurarono in Piazza di Pietra, dove si trovava la redazione romana del Giornale, e citofonarono per gridare la loro soddisfazione e sbeffeggiarci.

Il mese dopo Fanfani non era più segretario della Dc, sostituito dal medico moroteo Benigno Zaccagnini, a sua volta destinato ad essere confermato dal successivo congresso e chiamato alla disperata avventura di evitare nelle elezioni politiche anticipate del 1976 il sorpasso comunista sullo scudo crociato cavalcando il tema del rinnovamento. Che non sarebbe certamente bastato a garantirgli il risultato se il buon “Zac” non avesse ricevuto nella campagna elettorale e nelle urne l’aiuto indovinate di chi? Di Montanelli in persona. Che, anche a costo di mettere in imbarazzo l’amico Giulio Andreotti, il quale se ne lamentò con lui in un colloquio privato, coniò la formula della Dc da votare “col naso turato”, pur di evitare che venisse sorpassata, appunto, dal Pci berlingueriano.

Quel soccorso alla Dc, sia pure a naso turato, creò scompiglio anche nel Giornale, dove Enzo Bettiza e Cesare Zappulli si candidarono al Parlamento, venendo comunque eletti entrambi, nelle liste di un’improvvisata alleanza laica.

Dalle urne del 20 e 21 giugno 1976, cui sarebbe seguita una breve e drammatica legislatura, contrassegnata dal sequestro e dall’uccisione di Aldo Moro e dalla consumazione della stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale”, la Dc uscì col 38,7 per cento dei voti: tre punti e mezzo in più delle regionali dell’anno prima. Guadagnò un punto anche il Pci, che però col 34,3 per cento risultò distanziato dalla Dc di 4 punti e rotti: il doppio di un anno prima.

A fare le spese del mancato sorpasso comunista, o del recupero democristiano, come preferite, furono i partitini laici tradizionalmente alleati dello scudo crociato, senza la cui forza peraltro la Dc dovette poi fare accordi con i comunisti per guadagnarne l’appoggio a due governi monocolori guidati da Andreotti. I liberali si ridussero all’1,3 per cento dei voti, i repubblicani al 3 per cento e i socialdemocratici al 3.3.  I loro leader non ringraziarono certamente Montanelli.

Ma questa storia naturalmente Vauro.jpgnon ha più addentellati possibili con quella attuale dei grillini, la cui “centralità” di memoria quasi democristiana nello schieramento politico, col 32 per cento raccolto nelle urne dell’anno scorso, sembra avere ballato una sola estate, essendo sopraggiunto il 17 per cento di domenica scorsa.

 

 

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