Ad alta velocità ormai solo la corsa verso la crisi del governo Conte

           Di alta velocità a questo punto, dopo i “dubbi”, anzi “forti dubbi e perplessità”, espressi pubblicamente dal presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte sulla “convenienza” della Tav, la nuova linea ferroviaria progettata per il trasporto delle merci da Lione a Torino, è rimasta solo quella con la quale il governo gialloverde viaggia ormai verso la crisi.

          Sarà ben difficile che il vice presidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini possa cavarsela cambiando l’abbigliamento col quale ha risposto alla sfida lanciatagli dai grillini con queste parole: “Vediamo chi ha la testa più dura. Sono cocciuto e pronto ad andare fino in fondo”.

          A questa dichiarazione del ministro dell’Interno l’altro vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, dopo un incontro con i parlamentari pentastellati in cui aveva scaldato il loro cuore anti-Tav, ha  reagito denunciando, ”sbalordito”, davanti a una telecamera mobile appostata di notte davanti a un’uscita secondaria della Camera, “una “minaccia incredibile di crisi di governo”. E’ proprio vero il vecchio proverbio che fa dare del cornuto all’asino dal bue.

           Potrebbe avere contribuito a incoraggiare la durezza a Di Maio la scommessa sui problemi che, in caso di crisi, incontrerebbe Salvini nei suoi rapporti con un alleato forse non meno scomodo dei grillini Rolli.jpgcom’è nel centrodestra Silvio Berlusconi. Che, immaginato qualche giorno fa proprio da Di Maio come il ministro degli Esteri, o dell’Economia, o della Giustizia di un governo Salvini di centrodestra, è appena entrato in un’altra avventura giudiziaria come indagato per corruzione in atti giudiziari. E ciò a seguito di una sentenza sospetta del Consiglio di Stato che tre anni fa gli salvò la partecipazione a Mediolanum, precusagli invece dalla Banca d’Italia dopo la condanna in via definitiva per frode fiscale nell’estate del 2013.

            Un altro elemento di debolezza di Salvini su cui potrebbe avere giocato Di Maio chiedendo e ottenendo dal presidente del Consiglio, con tanto di pubblico ringraziamento, la manifestazione dei suoi “forti dubbi” sulla linea ferroviaria ad alta velocità da Lione a Torino sostenuta dai leghisti Diciotti.jpgpotrebbe essere individuato nel fatto che manca ancora il no definitivo del Senato, programmato in aula solo il 20 marzo, al processo al ministro dell’Interno per sequestro aggravato di persona. Che sarebbe stato commesso sulla nave Diciotti della Guardia Costiera italiana nel porto di Catania a metà agosto dell’anno scorso.

            Certo, la disinvoltura istituzionale dei protagonisti di questa curiosa vicenda della Tav, senza precedenti nella storia ultrasettantennale della Repubblica, fa impressione. La sfida grillina alla crisi e il rilancio leghista sono arrivate poche ore dopo che i due partiti avevano affrontato un dibatttito al Senato proprio sulla Tav proponendo e facendo approvare dai Senato su Tav.jpgloro gruppi, con 139 voti favorevoli e 105 contrari, una mozione dilatoria praticamente copiata dal “contratto” di governo stipulato l’anno scorso. Che prevedeva non di rinunciare alla Tav ma di “ridiscuterne integralmente il progetto”. E ciò “nell’applicazione dell’accordo fra Italia e Francia”, secondo la precisazione contenuta nel documento votato nell’aula di Palazzo Madama.

             Come si possa applicare un accordo internazionale, tradotto peraltro in una legge, decidendo a questo punto di disattenderlo, sia pure dietro la facciata di una richiesta di rinegoziarlo, non si può dire che lo sappia solo Dio. Lo sa, a sorpresa, anche il professore e avvocato Conte. Che avrà la cortesia -si spera- di spiegarlo all’illustrissimo signor presidente della Repubblica Sergio Mattarella:  suo collega, per quanto “in pensione”, d’insegnamento di diritto all’università, come ha precisato qualche giorno fa lo stesso Mattarella parlando del suo “mestiere” ad alcune scolaresche ricevute al Quirinale.  

             Il capo dello Stato ha parlato agli studenti il 4 marzo scorso anche della politica e di chi, ad un certo punto della sua vita, si trova a praticarla. “La politica -ha detto Mattarella- è un’attività fortemente impegnativa, che richiede una dedizione alle volte completa perché le scelte politiche in un grande Paese come l’Italia sono complesse, non possono essere adottate in maniera approssimativa, senza approfondita preparazione e studio. Non possono essere prese per sentito dire”.

 

 

 

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Il governo inghiottito nel “buco” ferroviario della Val di Susa

          La galleria, il traforo, il tunnel, il buco, chiamatelo come volete parlando e scrivendo del progetto della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, ha politicamente inghiottito il governo gialloverde di Giuseppe Conte, e dei suoi due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

        Era stato ottimista Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, notoriamente ostile al progetto e pronto a sbertucciareIl fatto.jpg i grillini se dovessero cedere a Salvini come hanno fatto risparmiandogli il processo per sequestro aggravato di persona sulla nave Diciotti nella scorsa estate, a presentare il governo “appeso al buco”, prima che cominciasse l’ennesimo vertice a Palazzo Chigi sulla Tav. O sulla sua versione maschile, opposta anche alla pronuncia -pensate un po’- dell’Accademia della Crusca. Atro che appeso al buco ferroviario. Il governo vi è stato inghiottito, ripeto.

         Si è rivelata più difficile del previsto anche per uno specialista come il professore di diritto, avvocato civilista e uomo di relazioni Giuseppe Conte la caccia al cavillo, ancora in corso mentre scrivo, per cercare di conciliare l’inconciliabile. Il tentativo è di sbloccare o bloccare i cantieri facendo credere il contrario, in entrambi i casi, perché leghisti e grillini possano cercare di salvare la faccia con i loro tifosi sugli spalti opposti dello stadio dove si svolge il campionato elettorale di questo 2019. Che peraltro non è proprio l’anno “bellissimo” previsto o promesso dal presidente del Consiglio, anche se lo stesso Conte e Di Maio stanno festeggiando l’ordine riscontrato negli uffici postali, e analoghi, dove sono state presentate le prime decine di migliaia di domande per il cosiddetto reddito di cittadinanza.

          Pensate, vi è stato ordine anche alle Poste di Ostia, dove i cronisti del Messaggero hanno visto o comunque riferito dellaMessaggero.jpg partecipazione degli Spada -si, proprio loro, quelli delle capocciate e altro ancora- alle file degli aspiranti alla misura inventata dai grillini per vincere finalmente la povertà, almeno in Italia. Gli Spada evidentemente hanno buoni motivi per ritenersi dotati dei requisiti richiesti dalla legge voluta sotto le cinque stelle e sperare, visto che ci sono, di trovare prima o dopo il navigator adatto a far loro ottenere un lavoro più stabile e meno avventuroso di quelli praticati o tentati sinora.

        salvini.jpgSarà un modo come un altro anche per aiutare il ministro leghista dell’Interno a ristabilire davvero un po’ d’ordine in quello sfortunato litorale di Roma, senza bisogno di irrompere anche lì con qualche ruspa, e giubbotto d’ordinanzaSalvini in cantiere.jpg della Polizia, o corpo similare.  Quei giubbotti, si sa, sono la tentazione irresistibile di Salvini. Ne ha di tutti i tipi e ordini. Vi rinuncia assai malvolentieri, come ha fatto raggiungendo Palazzo Chigi in giacca e camicia, ma senza cravatta, per il lungo vertice sul buco ferroviario da lui visitato di recente in Val di Susa per dimostrare quanto ci tengano lui personalmente e il suo partito.

 

 

 

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Anche il governo gialloverde di Conte ha imboccato la Quaresima

            Finita, almeno formalmente, l’allegra stagione del Carnevale e riposte maschere, coriandoli e quant’altro nei cassetti, o cassonetti, anche il governo dovrebbe sentirsi da oggi in Quaresima. Dopo la quale verrà la Resurrezione, disse una volta con feroce sarcasmo Amintore Fanfani da una tribuna congressuale della Dc licenziando dalla segreteria del partito il suo ormai ex pupillo Arnaldo Forlani. Se mai Fanfani ebbe davvero un pupillo nella sua lunga esperienza politica.

           In effetti Forlani, toltasi la soddisfazione da quella stessa tribuna, nel 1973, di accomiatarsi da Fanfani con una disquisizione sulla natura trasformistica del diavolo, riuscì poi a risorgere: prima come ministro della Difesa negli ultimi due governi di Aldo Moro, poi come ministro degli Esteri di Giulio Andreotti negli anni della cosiddetta solidarietà nazionale, poi come presidente del Consiglio passando successivamente la mano a Giovanni Spadolini, poi ancora come vice presidente del Consiglio di Bettino Craxi e presidente della Dc, infine come segretario, nuovamente, del partito tentando da quella postazione, non ho mai capito con quanta voglia e convinzione davvero, di scalare il Quirinale nella primavera del 1992. Gli toccò invece di lasciare a Mino Martinazzoli l’infelice, direi anzi drammatico compito di chiudere la Dc “con un telegramma”, come avrebbe scherzato Umberto Bossi. Che aveva intanto cominciato a raccogliere come leader della Lega l’elettorato democristiano nelle valli della sua Padania.

          Giuseppe Conte non so francamente se e quante possibilità abbia di garantirsi una resurrezione politica dopo la crisi generalmente prevista all’indomani delle elezioni europee di fine maggio, quando diventerà un po’ preistorica la prevalenza del movimento delle cinque stelle sulla Lega di Matteo Salvini uscita dalle urne del 4 marzo dell’anno scorso. E non vi potrà più essere ragionevolmente compromesso capace di rinviare ulteriormente l’appuntamento appunto di una crisi.

           In compenso, il presidente del Consiglio è in condizioni, in questo inizio di Quaresima, di realizzare il sogno dei vignettisti -a cominciare da quello del Corriere della Sera- che gli attribuisconoSchermata 2019-03-06 alle 06.55.13.jpg la capacità di fare ingoiare qualche altro rospo ancora sia ai grillini sia ai leghisti per non rompere  il contratto gialloverde già adesso sulla controversa questione della Tav. O del Tav, al maschile, come il pericolante ministro pentastellato delle Infrasttutture, Danilo Toninelli, chiama non la linea ferroviaria ma il treno ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, e viceversa.

             Inchiodato da un anno il problema sulla croce dei costi e dei benefici dell’opera, senza peraltro fissare bene in anticipo i criteri con i quali calcolare gli uni e gli altri, per cui ciascuno ha continuato a sparare le sue cifre a salve, Conte sta forse facendo fare ai tecnici di Palazzo Chigi e dintorni in queste ore, con tutti gli indici economici in tale discesa da un bel po’ di mesi a questa parte da trovarsi in recessione, il conto di una crisi di governo in tempi così ravvicinati. E potrebbe essere forse proprio questo costo, economico e politico insieme, a fare trovare ai contendenti un nuovo espediente di uscita, con la cenere cosparsa sulle teste. Come da rito quaresimale, d’altronde.

 

 

 

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La pentastellata Lombardi fischia il fallo a Zingaretti nella Regione Lazio

Intervistato a Torino nella sua prima uscita da segretario del Pd, significativamente a favore della Tav contestatissima dai grillini, Nicola Zingaretti ha risposto così ai giornalisti della Stampa non so se più curiosi o preoccupati del suo doppio incarico di partito e di governo, sia pure a livello regionale: “All’inizio ne avevo timore, ma ci ho ripensato. Fare l’amministratore locale ti dà un’agenda dei problemi diversa da quella di chi fa solo politica. Ti aiuta a non entrare nel Truman Show”.

Perfetto. Anzi, no. Nelle stesse ore a Roma, forse impressionata proprio dalla carica antigrillina di Zingaretti, spintosi a Torino a definire “criminale” una rinuncia alla linea d’alta velocità ferroviaria delle merci provenienti o dirette in Francia, e a liquidare come inutile “furbizia” la sfida appena lanciatagli da Luigi Di Maio di fare sostenere in Parlamento la proposta del salario minimo garantito, la capogruppo regionale delle cinque stelle, Roberta Lombardi, rilasciava al Messaggero un’intervista politicamente minacciosa.  Almeno così mi è sembrata. E se ho sbagliato, me ne scuso in partenza.

Della signora Lombardi, già distintasi come capogruppo a Montecitorio nella scorsa legislatura, è nota Richiamo Dubbio.jpguna certa durezza, sperimentata anche dalla sua collega di partito Virginia Raggi ai difficili esordi di sindaca di Roma. Ebbene, essa ha avvertito Zingaretti che da governatore della regione Lazio potrebbe non andare lontano se non cambiasse musica col partito della cui opposizione benevola, costruttiva e quant’altro, quello appunto dei grillini, ha avuto sinora bisogno per rimanere dov’è, nonostante i numeri un po’ troppo scarsi del centrosinistra sopravvissuto alle elezioni dello scorso anno.

“Le vicende del Lazio vanno di pari passo con quelle nazionali, che si voti fra quattro mesi o quattro anni”, ha avvertito la Lombardi, di fatto spingendo Zingaretti proprio verso il “Truman Show” cui il nuovo segretario del Pd voleva sottrarsi scartando la prima tentazione alle dimissioni da governatore, e accettando l’esperienza del doppio incarico in una visione a dir poco ottimistica di un inconveniente che pure aveva avvertito.

Sarebbe davvero il colmo se l’indubbio successo conseguito nelle primarie, con quell’affluenza e con quel distacco dagli altri due concorrenti un po’ accomunati dal sostegno dei renziani, e con lo stesso Renzi subito offertosi a proteggerlo dal “fuoco amico”  da lui sperimentato in entrambe le esperienze di segretario; sarebbe davvero il colmo, dicevo, se Zingaretti inciampasse nel brecciolino della regione, prima ancora di percorrere la strada asfaltata della segreteria nazionale del partito. È una cosa che gli accadrebbe se si lasciasse davvero condizionare dalla paura di una crisi regionale probabilmente destinata a sfociare, coi tempi che corrono, e malgrado i risvegli avvertiti a sinistra in Abruzzo e in Sardegna, nella vittoria del centrodestra anche nel Lazio.

Se questo fosse davvero lo scenario dietro l’angolo della nuova segreteria del Pd, prima ancora del suo insediamento formale, si prenderebbero una pur magra e improduttiva soddisfazione quei renziani, se non lo stesso Renzi, che all’avvio dell’avventura congressuale del partito, con tutto il tempo datosi da tutti per una riflessione, se c’è stata davvero, sulla bruciante sconfitta politica del 4 marzo 2018, avevano storto il muso alla candidatura di Zingaretti temendone proprio i condizionamenti regionali.

Va tuttavia detto con onestà che il governatore del Lazio ha avuto il coraggio, l’accortezza, chiamatela come volete, di concludere di fatto la sua campagna delle primarie con quella intervista televisiva a Lucia Annunziata in cui escludeva soccorsi ai grillini, già in forti difficoltà in Parlamento, specie al Senato, schierandosi per le elezioni anticipate in caso di crisi. E ciò anche a costo di fare forse sobbalzare qualcuno al Quirinale, che ha consolidati rapporti col vicino Nazareno. E dove di solito si gradiscono poco interferenze dirette e indirette nelle prerogative costituzionali, ed esclusive, del capo dello Stato quando deve essere valutato un passo estremo come quello dello scioglimento anticipato delle Camere.

Se ne accorse a sue spese l’ancora segretario del Pd Renzi nelle prime settimane del 2017, quando bussò inutilmente alla porta di Sergio Mattarella per cercare di investire politicamente quel 40 per cento dei voti che aveva raccolto pur nella sconfitta referendaria del mese precedente sulla riforma costituzionale.

Zingaretti non si è lasciato paralizzare da quel ricordo. E forse è proprio questo che la Lombardi non gli ha perdonato, prima ancora della missione a Torino a favore della Tav, o della versione maschile preferita letterariamente sotto le cinque stelle.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il tallone di Achille…Zingaretti potrebbe essere il governatorato del Lazio

             Pur contrario per il futuro al doppio incarico di capo del partito e del governo, che alla lunga in effetti non ha portato bene a Matteo Renzi, così come nella storia della Dc a uomini di temperamento come Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita, il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti ha deciso di tenersi stretta la carica di governatore della regione Lazio. Dove dispone sulla Lombardi 1.jpgcarta di una risicatissima maggioranza di centrosinistra, dipendendo in realtà da un’opposizione sostanzialmente benevola dei grillini, gestita in particolare dalla capogruppo Roberta Lombardi. Che è una donna alquanto “tosta”, già presidente del gruppo alla Camera nella scorsa legislatura, ben conosciuta per il suo difficile temperamento nel partito dalla sindaca di Roma Virginia Raggi. Della quale la signora da Montecitorio seppe prevedere e denunciare tutti i limiti che avrebbe saputo dimostrare cambiando, per esempio, collaboratori e assessori a ritmi a dir poco insoliti.

            Ebbene, la Lombardi in una intervista al Messaggero si è affrettata ad avvertire Zingaretti che, se continuerà a fare il segretario del partito come ha cominciato, correndo a Torino per sfidare i grillini, ma Lombardi.jpganche i troppo pazienti leghisti, sulla urgenza della Tav, e liquidando come “furbizia” l’aiuto chiestogli dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio per portare avanti in Parlamento il progetto del “salario minimo”, non potrà scommettere molto sulla sopravvivenza politica come governatore ombardi 2 .jpgdella sua regione. Il “dialogo” locale con le cinque stelle si interromperebbe e le elezioni anticipate potrebbero sopraggiungere anche in regione, e non Lombardi 3 .jpgsolo a livello nazionale, come proprio Zingaretti ha prospettato in caso di crisi del governo gialloverde, escludendo soccorsi di qualsiasi tipo ai grillini per rimpiazzare i leghisti.

           Il treno sotto al quale nella redazione del manifesto hanno immaginato di vedere Zingaretti, pensando a quello ad alta velocità per le merci che lui è  andato a sostenere a Torino definendo “criminali” i tentativi grillini di chiudere i cantieri già aperti, potrebbe essere o diventare un più modesto manifesto.jpgconvoglio delle linee ferroviarie laziali. Quello di Zingaretti diventerebbe il viaggio politico fra i più brevi al vertice del Pd, dove pure si sono avuti segretari di transizione come Dario Franceschini, dopo le dimissioni di Walter Veltroni, o Guglielmo Epifani, dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani, o di Maurizio Martina, dopo le dimissioni di Matteo Renzi.

           Per quanto uscito molto bene dalle primarie di domenica, anche con i risultati definitivi che sono stati inferiori a quelli provvisori, con un milione e 600 mila partecipanti anziché un milione e 800 mila, e con il 67,22 per cento di voti per il segretario eletto, anziché il 70 per cento e anche oltre festeggiato a caldo, Zingaretti ha tempi obiettivamente stretti per giocare la sua partita. Che l’impietoso Massimo Cacciari, pur suo dichiarato elettore nei gazebo, ha definito praticamente disperata, parlando delle elezioni europee di fine maggio già come dell’”ultima spiaggia” del nuovo segretario. E prevedendo, in caso di mancata e concreta ripresa, o solo di raggiungimento della infelice percentuale delle elezioni politiche dell’anno scorso, il ritorno dei renziani astutamente dispersi domenica scorsa fra i tre candidati alla segreteria. Eppure essi, a cominciare da Renzi in persona, hanno garantito collaborazione a Zingaretti per risparmiargli il “fuoco amico” riservato invece all’attuale senatore di Scandicci nei suoi due turni di capo del partito.

 

 

 

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Bel colpo, d’affluenza e di voti, per il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti

            Nicola Zingaretti ha dunque vinto alla grande le primarie arrivando alla segreteria del Pd col quasi 70 per cento del milione e ottocentomila voti espressi nei settemila seggi allestiti in tutta Italia, tra gazebo e locali interni. primarie.jpgE’ stata un’affluenza ben superiore a quella contenuta entro il milione negli auspici, evidentemente scaramantici, dallo stesso Zingaretti. E che forse Matteo Renzi, votando di prima mattina nella sua Firenze, aveva ritenuto troppo ottimistica con quella dichiarazione pur di apprezzamento per le primarie, cui il suo partito era tornato a ricorrere “per coinvolgere migliaia di persone -aveva detto- nella scelta del suo leader”.

            La notevole affluenza alle urne e il forte distacco di Zingaretti dai concorrenti Maurizio Martina e Roberto Giachetti, fermatisi rispettivamente a circa il 19 e il 12 per cento dei voti pescandoGiannelli.jpg proprio nell’area riconducibile al due volte ex segretario del partito, nonché presidente del Consiglio per quasi tre anni, dovrebbero scoraggiare Renzi dalle tentazioni scissionistiche attribuitegli a torto o a ragione da critici, avversari e forse anche amici nella campagna congressuale. Alla quale “il senatore di Scandicci”, come lui suole spesso autodefinirsi, aveva partecipato in modo tutto suo, un pò evitando di schierarsi esplicitamente con qualcuno dei tre candidati in corso, neppure per il renziano radicale -in tutti i sensi- Giachetti, e un po’ dedicandosi anima e corpo al lancio, in tutta Italia, del suo nuovo libro dal significativo titolo “Un’altra strada”.

            Va detto, in verità, che proprio Zingaretti, peraltro felice di avere ricevuto quello di Renzi fra i primi messaggi di congratulazioni e di augurio per l’ormai avvenuta elezione, ha voluto smontare la carica potenzialmente critica del titolo del libro scritto dall’ex segretario. “Me lo ha fregato”, ha detto il governatore del Lazio ribadendo il suo programma di cambiare strada, appunto, come nuovo segretario del partito. Ma non tanto -si deve presumere- da capovolgere o invertire il senso di marcia e le scelte principali adottate al Nazareno dopo le elezioni politiche dell’anno scorso.

           Non è stata certamente casuale la decisione presa da Zingaretti proprio verso la conclusione della campagna delle primarie, rispondendo in una intervista televisiva a Lucia Annunziata, di indicare una sola prospettiva in caso di caduta del governo gialloverde di Giuseppe Conte: il ricorso anticipato alle urne, pur di competenza costituzionalmente esclusiva -come si sa- del presidente della Repubblica. Elezioni anticipate, quindi, piuttosto che una mano ai grillini per sottrarli all’alleanza con i leghisti offrendosi a sostituirli. Che sarebbe, d’altronde, una prospettiva poco realistica, specie al Senato, dove Renzi e gli amici più stretti avrebbero i numeri più che sufficienti per far mancare da soli ad una simile operazione la maggioranza già troppo risicata di suo.

           In realtà, l’alternativa delle elezioni anticipate in caso di crisi può ben essere considerata il prezzo più evidente pagato da Zingaretti al suo predecessore per pescare anche lui voti nella sua area già divisa fra Martina e Giachetti, e per non dargli ragioni o pretesti di rottura e di uscita dal partito.

           Eppure Federico Geremicca, che conosce bene il Pd e le sue precedenti edizioni per ragioni anche familiari, essendo stato il padre un noto e autorevole esponente del Pci, particolarmente amico di Giorgio Napolitano, ha raccolto nel suo commento su La Stampa umori non proprio buoni Geremicca.jpgverso Renzi nell’area del vincitore delle primarie. In particolare, egli ha avvertito “la speranza” di “qualcuno degli uomini più vicini a Zingaretti” che nel nuovo corso appena apertosi con la sua elezione a segretario si possano creare -letteralmente- “le condizioni perché Renzi lasci il Pd, ma senza traumi”. Il che potrebbe accadere forse andandosene solitariamente e allegramente in moto, come il senatore ha fatto arrivando al seggio fiorentino Renzi.jpgdelle primarie, e non con un torpedone di dissidenti, o con una ruspa fattasi prestare dal “Matteo sbagliato”, come Renzi chiama Salvini. Che intanto, bontà sua, ha sentito il bisogno di rivolgere dal Viminale pensieri e parole “di rispetto” per il nuovo leader del partito cui lui si sente più contrapposto. E che continua a considerare in declino inarrestabile, nonostante l’affluenza alle primarie e i segni di vita, almeno, se non di risveglio, colti di recente nelle elezioni regionali d’Abruzzo e di Sardegna. Cui seguiranno in questo mese quelle in Basilicata, e a fine maggio quelle piemontesi e soprattutto europee: un test nazionale di tutto riguardo.

 

 

 

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Il mistero buffo delle primarie del Pd a rischio incorporato di delegittimazione

           Il problema delle primarie odierne per l’elezione del nuovo segretario del Pd è paradossalmente diventato più quello dell’affluenza, sopra o sotto il milione di partecipanti, che quello di chi e se vincerà fra i tre concorrenti superando da solo la metà dei voti. Al di sotto della quale vi sarebbe poi nell’assemblea nazionale del partito il ballottaggio fra i primi due classificatisi nei gazebo e simili. E col ballottaggio potrebbe svolgere un ruolo decisivo proprio l’escluso, condizionando la prevalenza dell’uno sull’altro dei due finalisti.

         Il milione di votanti, meno di un terzo di quelli che nel 2007 corsero a spingere Walter Veltroni al vertice del partito nato dalla fusione fra i resti del Pci, della sinistra democristiana, della sinistra liberale e degli ambientalisti, è una quota, una soglia, un traguardo -chiamateloGiannelli.jpg come volete- che si sono dati un po’ autolesionisticamente almeno due dei tre candidati. I quali sono poi quelli più  votati nell’ambito delle sezioni, cioè Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, piazzatisi decisamente sopra Roberto Giachetti, il radicale in tutti i sensi: sia per la sua origine orgogliosamente pannelliana sia per la intransigenza nella difesa della  stagione politica di Matteo Renzi.

         Quest’ultimo tuttavia non si è schierato apertamente a favore di chi ne ha rivendicato l’eredità. Egli ha lasciato che lo facessero fedelissimi come Maria Elena Boschi e Sandro Gozi, non imitati però da altri fedelissimi, come Luca Lotti e Lorenzo Guerini, impegnatisi col silenzioso assenso dello stesso Renzi a favore di Martina: suo ex vice segretario e per un po’ successore anche critico, ma non tanto critico da non lasciarsene condizionare nel passaggio più decisivo dell’interregno. Fu quando bastò un’intervista televisiva di Renzi per fermare Martina l’anno scorso, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, sulla strada di un’intesa di governo con i grillini pur  attribuita, a torto o a ragione, alle aspettative, simpatie, preferenze e quant’altro  del capo dello Stato. Esse erano probabilmente maturate durante l’esplorazione della crisi affidata da Sergio Mattarella al presidente pentastellato della Camera Roberto Fico, dopo la perlustrazione  svolta nell’ambito del centrodestra dalla presidente forzista del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

          Il carattere autolesionistico, a mio avviso, del milione di partecipanti alle primarie auspicato dai due concorrenti meglio piazzati nella corsa alla segreteria deriva dal rischio di non raggiungere l’obiettivo nell’attuale clima di generale disaffezione del pubblico verso la politica. Che è stato appena confermato dal poco più del 50 per cento di affluenza alle urne nelle elezioni regionali abruzzesi e sarde.

          Come in un rito propiziatorio, cioè promozionale rispetto alle primarie per le quali sono stati allestiti settemila seggi in tutta Italia, e schierati per la loro gestione trentacinquemila volontari, Zingaretti e Martina sono corsi ieri a Milano a mescolarsi, col sindaco Giuseppe Sala, ai duecentomila scesi in piazza contro Salvini in nome dell’antirazzismo.

          Si stenta francamente a capire, proprio per le difficoltà del clima politico a tutti arcinoto, di fronte al quale i duecentomila concentrati a Milano contro la Lega non possono essere francamente o convintamente scambiati come una smentita o una inversione di tendenza, per quale motivo i due maggiori concorrenti alla segreteria del Pd abbiano voluto regalare agli avversari esterni, ma anche a quelli interni, l’handicap di una riconosciuta delegittimazione in caso di affluenza sotto il milione evocativo, a questo punto, non si sa di che cosa.  Del lontanissimo viaggio di Marco Polo in Cina?

           Paradossalmente a trarre i maggiori vantaggi da una eventuale delegittimazione del vincitore, o del “flop” delle primarie, come è già stato battezzato o vaticinato da qualche giornale come il Quotidianoil milione.jpg Nazionale della catena editoriale Monti Riffeser, potrebbe essere lo sconfitto designato dai più incalliti e persino cattivi avversari del Pd: Matteo Renzi. Che, avendo dimostrato di potere richiamare da solo attorno a sé tantissima gente nel giro promozionale, in tutta Italia, del suo nuovo libro dal titolo significativo di “Un’altra strada”, potrebbe essere alla fine maggiormente tentato dall’idea di uscire Renzi.jpgdal partito e di crearne uno nuovo per presidiare meglio l’area, insieme, antigrillina e antileghista. E ciò proprio nel momento in cui la maggioranza gialloverde rischia di implodere per la sua irrimediabile eterogeneità.

          Nel caso di una scissione, di segno opposto a quella subita da Renzi come segretario del Pd nel 2017, quando se ne andarono dal suo partito Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, e poi l’allora presidente politicamente terminale del Senato Pietro Grasso, il senatore di Scandicci, come preferisce spesso chiamarsi con falsa modestia lo stesso Renzi, terremoterebbe anche quel che resta del centrodestra.

         Le polemiche ricorrenti di Silvio Berlusconi e della sua Forza Italia contro Salvini per la eccessiva durata della sua esperienza di governo con i grillini, e per gli effetti recessivi e paralizzanti che ha già prodotto nel Paese, per non parlare dei guai procurati all’Italia a livello internazionale, impallidirebbero di fronte alla maggiore credibilità che avrebbe sul versante contestativo l’irruzione di un partito renziano. A quel punto il Cavaliere rimarrebbe davvero col cerino acceso in mano.

          Renzi potrebbe da una parte vantarsi, contro Berlusconi, della più efficace azione svolta l’anno scorso, peraltro già da ex segretario, contro il tentativo dei suoi compagni di partito di accordarsi il fatto.jpgcon i grillini per il governo del cosiddetto cambiamento. E dall’altra potrebbe smascherare il contributo decisivo dato invece alla nascita del governo gialloverde proprio da Berlusconi. Cui ogni tanto l’insospettabile Salvini ricorda perfidamente il permesso, se non l’incoraggiamento ricevuto dopo il voto del 4 marzo 2018 a “provare” l’intesa di governo con le cinque stelle. E ciò pur di evitare un ricorso anticipato alle urne che avrebbe avuto l’inconveniente di rafforzare il sorpasso della Lega salviniana sul partito del Cavaliere all’interno di un centrodestra già avvicinatosi alla conquista della maggioranza parlamentare più dei grillini nel rinnovo ordinario delle Camere.

          Non sono pochi, come si vede, i nodi che direttamente o indirettamente possono venire al pettine della politica italiana dalle primarie odierne del Pd, sopra e sotto la soglia di un’affluenza milionaria. E condizionare gli sviluppi di una situazione politica per niente statica, nonostante l’apparenza di un governo privo, secondo alcuni, di alternative praticabili, compresa quelle delle elezioni anticipate dopo quelle europee di fine maggio.

 

 

 

 

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Un suicidio, in Sicilia, che grida davvero vendetta, al Viminale

          Per suicidio di Stato s’intende, in genere, un omicidio commissionato dall’alto in regimi autoritari, o falsamente democratici, ed eseguito in modo tale da sembrare un suicidio, ed essere come tale certificato dalle competenti e al tempo stesso compiacenti autorità giudiziarie. Ma per suicidio di Stato, magari inconsapevole, può anche intendersi quello appena compiuto da un disperato imprenditore siciliano. Che uccidendosi dopo avere inutilmente contrastato con i dovuti ricorsi un’interdittiva antimafia risalente alla oggettiva responsabilità di una struttura del Viminale chiamata quasi paradossalmente “Sisma”, ha pagato assurdamente la colpa di avere denunciato dodici anni fa nella sua Gela un’organizzazione mafiosa.

          Il suicida si chiama, anzi si chiamavaRocco Greco 2 .jpg Rocco Greco, di 57 anni, La sua società  si chiama “Cosiam”, interdetta da ogni gara e ridotta ad uno stato pre-fallimentare per dubbi a suo carico rimasti negli uffici di governo nonostante le assoluzioni ottenute nei processi subiti su denuncia ritorsiva dei mafiosi di cui nel 2007 aveva fatto sgominare l’attività estorsiva. All’ombra del pentitismo -si sa- si possono comsumare ignominie di ogni tipo.

          La notizia del suicidio non la troverete nei giornaloni, e neppure nei giornali di dimensioni e diffusioni, diciamo così, ordinarie e necessariamente contenute, con la crisi che attraversa l’editoria destinata alle edicole. L’ha diffusa meritoriamente un giornale cosiddetto di nicchia come Il Dubbio, che già col nome della testata  ne indica la linea garantista, e di denuncia di tutto ciò che appunto suscita dubbi più che certezze, fossero pure bollate con la ceralacca dei ministeri e dei tribunali.

          Il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, o “il capitano”, come lo chiamano i leghisti, affettuosi e ammirati della sua leadership, peraltro premiata con molta generosità dagli elettori, ha molti e seri problemi di cui occuparsi in questi giorni, non foss’altro per calibrare i rapporti con gli alleati grillini in evidente e crescente crisi di identità. Così scrivono e dicono gli specialisti commentando le continue e dure sconfitte elettorali  di Luigi Di Maio in sede locale, preludio di quella in arrivo con le elezioni europee di fine maggio. Nelle quali sarà ben difficile che le cinque stelle potranno tornare a brillare col 32 per cento ottenuto nelle elezioni politiche dell’anno scorso.

          Ma tra un conto e l’altro, tra una dichiarazione e l’altra sulla Tav, come si chiama la controversa linea di alta velocità ferroviaria per le merci da Lione a Torino; tra un sospiro e l’altro, un’allusione o una minaccia contro il percorso delle autonomie differenziate, o potenziate, avviato dal precedente governo e rallentato da questo che pur è a partecipazionele frappe di Conte.jpg leghista; tra una frappa e l’altra consumata nei vertici a Palazzo Chigi in questo periodo di Carnevale discutendo anche delle nomine, mai state peraltro così copiose come da otto mesi a questa parte, cioè dalla nascita della maggioranza gialloverde; tra una protesta e l’altra per il congresso della cosiddetta Guglielmi.jpgMagistratura Democratica, la cui segretaria Maria Rosaria Guglielmi ha dato dell’”eversivo” al governo in carica  facendo sobbalzare sulla sedia anche qualche altra corrente giudiziaria; tra una telefonata e l’altra all’amico e alleato dei giorni pari Silvio Berlusconi, che sogna un calendario da cui cancellare i giorni dispari in cui il segretario leghista ritiene improponibile un governo di centrodestra a livello nazionale; tra una foto con qualche felpa della Polizia e una col giubbotto bianco segnato dai quattro mori sardi che lo hanno fermato domenica scorsa nelle urne poco sopra l’11 per cento, dal 18 o 20 o ancor più su cui lui forse sperava dopo essersi tanto speso personalmente nella campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale; fra Gazzetta.jpguna sommessa e l’altra sulla possibilità di riformare davvero entro questo mese la disciplina della legittima difesa vincendo le resistenze dei grillini; fra una previsione e l’altra sul risultato delle pur snobbate primarie di domani nel Pd per la scelta del nuovo segretario, da cui deve attendersi  una ostilità largamente ricambiata; tra una cosa e l’altra, dicevo, spero proprio che Salvini trovi il tempo e la voglia di occuparsi del Sisma -al maiuscolo, acronimo di Struttura di massima prevenzione e intervento antimafia- che opera al Viminale. E di capire che cosa di preciso sia accaduto per provocare il suicidio del povero Rocco Greco. Che, ad occhio e croce, mi sembra gridi proprio vendetta. Forza, capitano.

 

 

 

 

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Nella caccia alla famiglia Renzi manca ormai solo il mostro di Firenze

            Per numero, frequenza, eco mediatica e intreccio con le cronache politiche, in vista delle ormai imminenti primarie congressuali del Pd e di una meno imminente ma sempre più probabile crisi della maggioranza gialloverde di governo, le iniziative giudiziarie riguardanti la famiglia Renzi danno la sensazione, a torto o a ragione, di una caccia all’uomo. Che è lui, Matteo, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio: in qualche modo coperto dietro lo schermo degli anziani genitori agli arresti domiciliari e in attesa di processi. L’ultimissimo dei quali è stato annunciato a Cuneo contro Laura Bovoli.jpgla madre di Renzi, la signora Laura Bovoli. Che divide già in altre inchieste col marito, Tiziano Renzi, l’accusa di bancarotta fraudolenta, fatture false e non si sa cos’altro. Di cui comunque il figlio Matteo, secondo i suoi avversari, non poteva non sapere, se addirittura non poteva non essere partecipe avendo avuto la ventura, o sventura, di avere lavorato in aziende della famiglia nel settore pubblicitario.

           Ormai, per ragioni diciamo così territoriali, manca solo che la famiglia dell’ex segretario del Pd  venga associata nella fantasia di chi evidentemente ne teme ancora il ritorno, se mai l’ha visto davvero ritirato o solo defilato dalla prima linea della lotta politica, nella vicenda Tiziano Renzi.jpgdel mostro di Firenze. Che risale agli anni giovanili di Tiziano Renzi: fra il 1968 e il 1985, quando a Firenze e dintorni, appunto, furono uccise in coppia dalle 14 alle 16 persone sorprese ad amarsi e amputate per punizione, sadismo, esoterismo e quant’altro.

            I misteri di quei delitti sono rimasti tantissimi, ed hanno prodotto una letteratura abbondante, non essendo bastati a soddisfare la ricerca della verità e la curiosità popolare l’ergastolo comminato a Mario Vanni, i 26 anni di carcere a Giancarlo Lotti, per fortuna solo omonimo di cognome dell’ex braccio destro di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, e l’assoluzione rimediata in appello da Pietro Pacciani, morto prima che il processo venisse ripetuto su ordine della Corte di Cassazione.

           Pensate, in quegli anni il clima creatosi attorno alla vicenda del mostro di Firenze, o di Scandicci, o del mostro delle coppiette, o dei “compagni di merenda” di Pacciani, era tale che una volta in Consiglio dei Ministri Giovanni Spadolini scherzò con alcuni colleghi di governo che si erano soffermati ad osservarne piedi e scarpe per le loro dimensioni, grandi come le orme del mostro rilevate dalla polizia scientifica sul posto di uno dei suoi delitti. Spadolini era di Firenze, e vi abitava quando non stava a Roma.

           Volenti o nolenti, come sempre accade in queste circostanze, perché date e ore scorrono indipendentemente da chi le registra, la caccia alla famiglia Renzi ha finito per moltiplicare la visibilità la stampa.jpgpolitica del suo più illustre componente. Che, già ingegnatosi di suo a programmare in tutto il territorio nazionale il lancio di un nuovo libro in coincidenza con la campagna delle primarie per l’elezione del nuovo segretario del Pd, ne è ancor più diventato una specie di convitato di pietra.

          Matteo Renzi, per carità, non è in corsa e ha lasciato liberi i suoi amici, che sono ancora tanti, di dividersi fra almeno due dei tre candidati: il più renziano forse dello stesso Renzi, che è Roberto Giachetti, e l’’ex segretario Maurizio Martina, essendosi Nicola Zingaretti, peraltro in testa nei sondaggi, mostrato primarie pd.jpgil più distante. E ciò nonostante Renzi si è dichiarato pronto a dare una mano come semplice iscritto e senatore di Scandicci anche a Zingaretti se venisse eletto. Eppure molti, a torto o a ragione, vedono e avvertono l’ex segretario tentato più dall’uscita che dalla permanenza nel Pd.

          Se questa dell’uscita sia la vera e prevalente tentazione di Renzi, nessuno può onestamente dirlo o prevederlo. Certo, ha fatto una certa impressione vederlo, in uno dei sondaggi appena mostrati da Corrado Formigli nella sua Piazza pulita televisiva su la 7, in testa in un elenco di gradimento pubblico come leader: in testa al presidente del Consiglio in carica Giuseppe Conte, a “capitan” Salvini e al povero Silvio Berlusconi scivolato all’ultimo posto.

          Ci sarà rimasta male, fra gli altri, la grillina Roberta Lombardi. Che, ancora sofferente per la scomoda e penalizzante alleanza di governo con i leghisti, che sta triturando elettoralmente le cinque il fatto.jpgstelle, ha appena affidato al Fatto Quotidiano con una intervista il suo rimpianto per “l’accordo col Pd” ormai concluso dal suo movimento l’anno scorso -all’ombra dell’esplorazione affidata dal presidente della Repubblica al presidente grillino della Camera Roberto Fico per la soluzione della crisi- ma “bocciato” da Renzi senza neppure scomodarsi a partecipare alla riunione della direzione del partito convocata per decidere. Bastò e avanzò a Renzi, e al suo partito, il no annunciato la sera prima nel salotto televisivo di Fabio Fazio, a “Che tempo che fa”. Fu bruttissimo tempo per i sostenitori di quell’intesa, anche sotto e sopra i portici del Quirinale.  

 

 

 

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