Di alta velocità a questo punto, dopo i “dubbi”, anzi “forti dubbi e perplessità”, espressi pubblicamente dal presidente grillino del Consiglio Giuseppe Conte sulla “convenienza” della Tav, la nuova linea ferroviaria progettata per il trasporto delle merci da Lione a Torino, è rimasta solo quella con la quale il governo gialloverde viaggia ormai verso la crisi.
Sarà ben difficile che il vice presidente del Consiglio e leader della Lega Matteo Salvini possa cavarsela cambiando l’abbigliamento col quale ha risposto alla sfida lanciatagli dai grillini con queste parole: “Vediamo chi ha la testa più dura. Sono cocciuto e pronto ad andare fino in fondo”.
A questa dichiarazione del ministro dell’Interno l’altro vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, dopo un incontro con i parlamentari pentastellati in cui aveva scaldato il loro cuore anti-Tav, ha reagito denunciando, ”sbalordito”, davanti a una telecamera mobile appostata di notte davanti a un’uscita secondaria della Camera, “una “minaccia incredibile di crisi di governo”. E’ proprio vero il vecchio proverbio che fa dare del cornuto all’asino dal bue.
Potrebbe avere contribuito a incoraggiare la durezza a Di Maio la scommessa sui problemi che, in caso di crisi, incontrerebbe Salvini nei suoi rapporti con un alleato forse non meno scomodo dei grillini
com’è nel centrodestra Silvio Berlusconi. Che, immaginato qualche giorno fa proprio da Di Maio come il ministro degli Esteri, o dell’Economia, o della Giustizia di un governo Salvini di centrodestra, è appena entrato in un’altra avventura giudiziaria come indagato per corruzione in atti giudiziari. E ciò a seguito di una sentenza sospetta del Consiglio di Stato che tre anni fa gli salvò la partecipazione a Mediolanum, precusagli invece dalla Banca d’Italia dopo la condanna in via definitiva per frode fiscale nell’estate del 2013.
Un altro elemento di debolezza di Salvini su cui potrebbe avere giocato Di Maio chiedendo e ottenendo dal presidente del Consiglio, con tanto di pubblico ringraziamento, la manifestazione dei suoi “forti dubbi” sulla linea ferroviaria ad alta velocità da Lione a Torino sostenuta dai leghisti
potrebbe essere individuato nel fatto che manca ancora il no definitivo del Senato, programmato in aula solo il 20 marzo, al processo al ministro dell’Interno per sequestro aggravato di persona. Che sarebbe stato commesso sulla nave Diciotti della Guardia Costiera italiana nel porto di Catania a metà agosto dell’anno scorso.
Certo, la disinvoltura istituzionale dei protagonisti di questa curiosa vicenda della Tav, senza precedenti nella storia ultrasettantennale della Repubblica, fa impressione. La sfida grillina alla crisi e il rilancio leghista sono arrivate poche ore dopo che i due partiti avevano affrontato un dibatttito al Senato proprio sulla Tav proponendo e facendo approvare dai
loro gruppi, con 139 voti favorevoli e 105 contrari, una mozione dilatoria praticamente copiata dal “contratto” di governo stipulato l’anno scorso. Che prevedeva non di rinunciare alla Tav ma di “ridiscuterne integralmente il progetto”. E ciò “nell’applicazione dell’accordo fra Italia e Francia”, secondo la precisazione contenuta nel documento votato nell’aula di Palazzo Madama.
Come si possa applicare un accordo internazionale, tradotto peraltro in una legge, decidendo a questo punto di disattenderlo, sia pure dietro la facciata di una richiesta di rinegoziarlo, non si può dire che lo sappia solo Dio. Lo sa, a sorpresa, anche il professore e avvocato Conte. Che avrà la cortesia -si spera- di spiegarlo all’illustrissimo signor presidente della Repubblica Sergio Mattarella: suo collega, per quanto “in pensione”, d’insegnamento di diritto all’università, come ha precisato qualche giorno fa lo stesso Mattarella parlando del suo “mestiere” ad alcune scolaresche ricevute al Quirinale.
Il capo dello Stato ha parlato agli studenti il 4 marzo scorso anche della politica e di chi, ad un certo punto della sua vita, si trova a praticarla. “La politica -ha detto Mattarella- è un’attività fortemente impegnativa, che richiede una dedizione alle volte completa perché le scelte politiche in un grande Paese come l’Italia sono complesse, non possono essere adottate in maniera approssimativa, senza approfondita preparazione e studio. Non possono essere prese per sentito dire”.
Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it
i grillini se dovessero cedere a Salvini come hanno fatto risparmiandogli il processo per sequestro aggravato di persona sulla nave Diciotti nella scorsa estate, a presentare il governo “appeso al buco”, prima che cominciasse l’ennesimo vertice a Palazzo Chigi sulla Tav. O sulla sua versione maschile, opposta anche alla pronuncia -pensate un po’- dell’Accademia della Crusca. Atro che appeso al buco ferroviario. Il governo vi è stato inghiottito, ripeto.
partecipazione degli Spada -si, proprio loro, quelli delle capocciate e altro ancora- alle file degli aspiranti alla misura inventata dai grillini per vincere finalmente la povertà, almeno in Italia. Gli Spada evidentemente hanno buoni motivi per ritenersi dotati dei requisiti richiesti dalla legge voluta sotto le cinque stelle e sperare, visto che ci sono, di trovare prima o dopo il navigator adatto a far loro ottenere un lavoro più stabile e meno avventuroso di quelli praticati o tentati sinora.
Sarà un modo come un altro anche per aiutare il ministro leghista dell’Interno a ristabilire davvero un po’ d’ordine in quello sfortunato litorale di Roma, senza bisogno di irrompere anche lì con qualche ruspa, e giubbotto d’ordinanza
della Polizia, o corpo similare. Quei giubbotti, si sa, sono la tentazione irresistibile di Salvini. Ne ha di tutti i tipi e ordini. Vi rinuncia assai malvolentieri, come ha fatto raggiungendo Palazzo Chigi in giacca e camicia, ma senza cravatta, per il lungo vertice sul buco ferroviario da lui visitato di recente in Val di Susa per dimostrare quanto ci tengano lui personalmente e il suo partito.
la capacità di fare ingoiare qualche altro rospo ancora sia ai grillini sia ai leghisti per non rompere il contratto gialloverde già adesso sulla controversa questione della Tav. O del Tav, al maschile, come il pericolante ministro pentastellato delle Infrasttutture, Danilo Toninelli, chiama non la linea ferroviaria ma il treno ad alta velocità per il trasporto delle merci da Lione a Torino, e viceversa.
una certa durezza, sperimentata anche dalla sua collega di partito Virginia Raggi ai difficili esordi di sindaca di Roma. Ebbene, essa ha avvertito Zingaretti che da governatore della regione Lazio potrebbe non andare lontano se non cambiasse musica col partito della cui opposizione benevola, costruttiva e quant’altro, quello appunto dei grillini, ha avuto sinora bisogno per rimanere dov’è, nonostante i numeri un po’ troppo scarsi del centrosinistra sopravvissuto alle elezioni dello scorso anno.
carta di una risicatissima maggioranza di centrosinistra, dipendendo in realtà da un’opposizione sostanzialmente benevola dei grillini, gestita in particolare dalla capogruppo Roberta Lombardi. Che è una donna alquanto “tosta”, già presidente del gruppo alla Camera nella scorsa legislatura, ben conosciuta per il suo difficile temperamento nel partito dalla sindaca di Roma Virginia Raggi. Della quale la signora da Montecitorio seppe prevedere e denunciare tutti i limiti che avrebbe saputo dimostrare cambiando, per esempio, collaboratori e assessori a ritmi a dir poco insoliti.
anche i troppo pazienti leghisti, sulla urgenza della Tav, e liquidando come “furbizia” l’aiuto chiestogli dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio per portare avanti in Parlamento il progetto del “salario minimo”, non potrà scommettere molto sulla sopravvivenza politica come governatore
della sua regione. Il “dialogo” locale con le cinque stelle si interromperebbe e le elezioni anticipate potrebbero sopraggiungere anche in regione, e non
solo a livello nazionale, come proprio Zingaretti ha prospettato in caso di crisi del governo gialloverde, escludendo soccorsi di qualsiasi tipo ai grillini per rimpiazzare i leghisti.
convoglio delle linee ferroviarie laziali. Quello di Zingaretti diventerebbe il viaggio politico fra i più brevi al vertice del Pd, dove pure si sono avuti segretari di transizione come Dario Franceschini, dopo le dimissioni di Walter Veltroni, o Guglielmo Epifani, dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani, o di Maurizio Martina, dopo le dimissioni di Matteo Renzi.
E’ stata un’affluenza ben superiore a quella contenuta entro il milione negli auspici, evidentemente scaramantici, dallo stesso Zingaretti. E che forse Matteo Renzi, votando di prima mattina nella sua Firenze, aveva ritenuto troppo ottimistica con quella dichiarazione pur di apprezzamento per le primarie, cui il suo partito era tornato a ricorrere “per coinvolgere migliaia di persone -aveva detto- nella scelta del suo leader”.
proprio nell’area riconducibile al due volte ex segretario del partito, nonché presidente del Consiglio per quasi tre anni, dovrebbero scoraggiare Renzi dalle tentazioni scissionistiche attribuitegli a torto o a ragione da critici, avversari e forse anche amici nella campagna congressuale. Alla quale “il senatore di Scandicci”, come lui suole spesso autodefinirsi, aveva partecipato in modo tutto suo, un pò evitando di schierarsi esplicitamente con qualcuno dei tre candidati in corso, neppure per il renziano radicale -in tutti i sensi- Giachetti, e un po’ dedicandosi anima e corpo al lancio, in tutta Italia, del suo nuovo libro dal significativo titolo “Un’altra strada”.
verso Renzi nell’area del vincitore delle primarie. In particolare, egli ha avvertito “la speranza” di “qualcuno degli uomini più vicini a Zingaretti” che nel nuovo corso appena apertosi con la sua elezione a segretario si possano creare -letteralmente- “le condizioni perché Renzi lasci il Pd, ma senza traumi”. Il che potrebbe accadere forse andandosene solitariamente e allegramente in moto, come il senatore ha fatto arrivando al seggio fiorentino
delle primarie, e non con un torpedone di dissidenti, o con una ruspa fattasi prestare dal “Matteo sbagliato”, come Renzi chiama Salvini. Che intanto, bontà sua, ha sentito il bisogno di rivolgere dal Viminale pensieri e parole “di rispetto” per il nuovo leader del partito cui lui si sente più contrapposto. E che continua a considerare in declino inarrestabile, nonostante l’affluenza alle primarie e i segni di vita, almeno, se non di risveglio, colti di recente nelle elezioni regionali d’Abruzzo e di Sardegna. Cui seguiranno in questo mese quelle in Basilicata, e a fine maggio quelle piemontesi e soprattutto europee: un test nazionale di tutto riguardo.
come volete- che si sono dati un po’ autolesionisticamente almeno due dei tre candidati. I quali sono poi quelli più votati nell’ambito delle sezioni, cioè Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, piazzatisi decisamente sopra Roberto Giachetti, il radicale in tutti i sensi: sia per la sua origine orgogliosamente pannelliana sia per la intransigenza nella difesa della stagione politica di Matteo Renzi.
Nazionale della catena editoriale Monti Riffeser, potrebbe essere lo sconfitto designato dai più incalliti e persino cattivi avversari del Pd: Matteo Renzi. Che, avendo dimostrato di potere richiamare da solo attorno a sé tantissima gente nel giro promozionale, in tutta Italia, del suo nuovo libro dal titolo significativo di “Un’altra strada”, potrebbe essere alla fine maggiormente tentato dall’idea di uscire
dal partito e di crearne uno nuovo per presidiare meglio l’area, insieme, antigrillina e antileghista. E ciò proprio nel momento in cui la maggioranza gialloverde rischia di implodere per la sua irrimediabile eterogeneità.
con i grillini per il governo del cosiddetto cambiamento. E dall’altra potrebbe smascherare il contributo decisivo dato invece alla nascita del governo gialloverde proprio da Berlusconi. Cui ogni tanto l’insospettabile Salvini ricorda perfidamente il permesso, se non l’incoraggiamento ricevuto dopo il voto del 4 marzo 2018 a “provare” l’intesa di governo con le cinque stelle. E ciò pur di evitare un ricorso anticipato alle urne che avrebbe avuto l’inconveniente di rafforzare il sorpasso della Lega salviniana sul partito del Cavaliere all’interno di un centrodestra già avvicinatosi alla conquista della maggioranza parlamentare più dei grillini nel rinnovo ordinario delle Camere.
Rocco Greco, di 57 anni, La sua società si chiama “Cosiam”, interdetta da ogni gara e ridotta ad uno stato pre-fallimentare per dubbi a suo carico rimasti negli uffici di governo nonostante le assoluzioni ottenute nei processi subiti su denuncia ritorsiva dei mafiosi di cui nel 2007 aveva fatto sgominare l’attività estorsiva. All’ombra del pentitismo -si sa- si possono comsumare ignominie di ogni tipo.
leghista; tra una frappa e l’altra consumata nei vertici a Palazzo Chigi in questo periodo di Carnevale discutendo anche delle nomine, mai state peraltro così copiose come da otto mesi a questa parte, cioè dalla nascita della maggioranza gialloverde; tra una protesta e l’altra per il congresso della cosiddetta
Magistratura Democratica, la cui segretaria Maria Rosaria Guglielmi ha dato dell’”eversivo” al governo in carica facendo sobbalzare sulla sedia anche qualche altra corrente giudiziaria; tra una telefonata e l’altra all’amico e alleato dei giorni pari Silvio Berlusconi, che sogna un calendario da cui cancellare i giorni dispari in cui il segretario leghista ritiene improponibile un governo di centrodestra a livello nazionale; tra una foto con qualche felpa della Polizia e una col giubbotto bianco segnato dai quattro mori sardi che lo hanno fermato domenica scorsa nelle urne poco sopra l’11 per cento, dal 18 o 20 o ancor più su cui lui forse sperava dopo essersi tanto speso personalmente nella campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale; fra
una sommessa e l’altra sulla possibilità di riformare davvero entro questo mese la disciplina della legittima difesa vincendo le resistenze dei grillini; fra una previsione e l’altra sul risultato delle pur snobbate primarie di domani nel Pd per la scelta del nuovo segretario, da cui deve attendersi una ostilità largamente ricambiata; tra una cosa e l’altra, dicevo, spero proprio che Salvini trovi il tempo e la voglia di occuparsi del Sisma -al maiuscolo, acronimo di Struttura di massima prevenzione e intervento antimafia- che opera al Viminale. E di capire che cosa di preciso sia accaduto per provocare il suicidio del povero Rocco Greco. Che, ad occhio e croce, mi sembra gridi proprio vendetta. Forza, capitano.
la madre di Renzi, la signora Laura Bovoli. Che divide già in altre inchieste col marito, Tiziano Renzi, l’accusa di bancarotta fraudolenta, fatture false e non si sa cos’altro. Di cui comunque il figlio Matteo, secondo i suoi avversari, non poteva non sapere, se addirittura non poteva non essere partecipe avendo avuto la ventura, o sventura, di avere lavorato in aziende della famiglia nel settore pubblicitario.
del mostro di Firenze. Che risale agli anni giovanili di Tiziano Renzi: fra il 1968 e il 1985, quando a Firenze e dintorni, appunto, furono uccise in coppia dalle 14 alle 16 persone sorprese ad amarsi e amputate per punizione, sadismo, esoterismo e quant’altro.
politica del suo più illustre componente. Che, già ingegnatosi di suo a programmare in tutto il territorio nazionale il lancio di un nuovo libro in coincidenza con la campagna delle primarie per l’elezione del nuovo segretario del Pd, ne è ancor più diventato una specie di convitato di pietra.
il più distante. E ciò nonostante Renzi si è dichiarato pronto a dare una mano come semplice iscritto e senatore di Scandicci anche a Zingaretti se venisse eletto. Eppure molti, a torto o a ragione, vedono e avvertono l’ex segretario tentato più dall’uscita che dalla permanenza nel Pd.
stelle, ha appena affidato al Fatto Quotidiano con una intervista il suo rimpianto per “l’accordo col Pd” ormai concluso dal suo movimento l’anno scorso -all’ombra dell’esplorazione affidata dal presidente della Repubblica al presidente grillino della Camera Roberto Fico per la soluzione della crisi- ma “bocciato” da Renzi senza neppure scomodarsi a partecipare alla riunione della direzione del partito convocata per decidere. Bastò e avanzò a Renzi, e al suo partito, il no annunciato la sera prima nel salotto televisivo di Fabio Fazio, a “Che tempo che fa”. Fu bruttissimo tempo per i sostenitori di quell’intesa, anche sotto e sopra i portici del Quirinale.