La fiera delle maschere prodotta dallo scampato processo a Matteo Salvini

           Francesco Tullio Altan con la vignetta omonima di prima pagina su Repubblica, in cui espone le “idee Altan.jpgchiare” del suo personaggio facendogli dire “sono un tot garantista, e un quid giustizialista”, deve essersi ispirato al senatore grillino, nonché avvocato, Mario Michele Giarrusso. Il quale, uscito dalla competente giunta parlamentare dopo avere votato con altri cinque colleghi di gruppo e dieci fra leghisti, forzisti e fratelli d’Italia contro il processo al ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro aggravato di persona, e altro ancora, ha opposto il segno delle manette agli esponenti del Pd che lo contestavano.

          Quel segno delle manette, specie se collegato ad uno analogo indirizzato qualche giorno fa nell’aula di Montecitorio da un deputato grillino ai parlamentari del Pd che protestavano contro la proposta di legge costituzionale che vorrebbe consentire il referendum propositivo anche per fare o modificare leggi penali, non è francamente confortante, e tanto meno lodevole. Ma con altrettanta franchezza debbo dire -pur ripetendo una infelice battuta sfuggita a suo tempo in televisione a Giulio Andreotti commentando addirittura l’uccisione del povero avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore nel 1979 della banca di Michele Sindona-  che i piddini un po’ se la sono cercata quella brutta reazione sotto i portici e nel cortile di Sant’Ivo alla Sapienza, all’uscita dall’aula della giunta del Senato dove essi avevano fatto quadrato, perdendo, attorno al cosiddetto tribunale dei ministri di Catania. Che non è poi un tribunale, come forse pensa la gente comune, trattandosi solo di tre giudici tratti a sorte che svolgono collegialmente le funzioni del giudice delle indagini preliminari, o dell’udienza preliminare.

          Questi tre giudici si limitano a rinviare a giudizio un ministro indagato, poi condannato o assolto però da altri giudici, sempre ordinari, se il Parlamento dovesse concedere l’autorizzazione al processo non ravvisando nella condotta dell’uomo di governo “l’esimente”, come l’ha definita con insospettabile competenza in un salotto televisivo il consigliere superiore della magistratura Piercamillo Davigo, del perseguimento di un superiore interesse pubblico,manifesto.jpg tutelato da una legge costituzionale di attuazione dell’articolo 96 della stessa Costituzione. E nel caso di Salvini questo interesse, consistente nella difesa dei confini e nel coinvolgimento di altri paesi europei nell’accoglienza ai migranti, c’è stato di sicuro, peraltro certificato dal programma del governo investito regolarmente della fiducia parlamentare e da attestazioni scritte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del vice presidente Luigi Di Maio e del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, tutti grillini, diversamente da Salvini che è il leader della Lega.

          I piddini, una volta tanto uniti pur nelle divisioni abituali ma accentuate dalla campagna congressuale in corso nel loro partito, sono caduti nella tentazione di cavalcare contro l’avversario di turno una vicenda giudiziaria che lo riguarda. Ed hanno perciò reclamato il processo, ed anche auspicato la condanna sposando in pieno, o quasi, un’accusa peraltro formulata dai tre giudici di Catania in difformità dall’ufficio preposto alla stessa accusa, cioè la Procura della Repubblica. Che aveva chiesto l’archiviazione del procedimento non ravvisando reati perseguibili nella condotta del ministro dell’Interno, tesa non a sequestrare nella scorsa estate i 177 migranti soccorsi in mare dal pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana, ma a ritardarne lo sbarco -come correttamente riferito nell’informativa su cui si è svolto un referendum digitale fra gli attivisti grillini- sino al momento della loro distribuzione fra più paesi.

          La linea assunta questa volta dal Pd ha peraltro contraddetto l’impegno più volte preso dai più alti esponenti di quel partito, specie se alla guida del governo, come nel caso di Matteo Renzi dal 2014 al 2016, di restituire alla politica “il primato” a lungo compromesso da un rapporto distorto, diciamo pure sottomesso, con la magistratura. Di cui per più di vent’anni si sono scambiati i semplici avvisi di garanzia per prenotazioni di condanne, reclamando e praticando il rito delle dimissioni degli uomini di governo o dei semplici parlamentari interessati, molti dei quali peraltro destinati a non essere poi neppure rinviati a giudizio. E a volte non sono bastate neppure le dimissioni, essendo stati concessi anche gli arresti degli sventurati.

          Renzi si è peraltro trovato nella curiosa, spiacevole situazione di sostenere il processo a Salvini e di confidare al tempo stesso nella giustizia protestando contro gli arresti domiciliari appena Renzi.jpgcomminati ai suoi genitori con procedure e tempi a dir poco anomali. Non saprei come altro definire arresti necessariamente motivati con l’urgenza di non far scappare gli indagati, o di non far distruggere o manomettere le prove, o di far ripetere il reato contestato, ma rimasti per settimane all’esame del giudice competente, e neppure eseguiti immediatamente dopo la firma. Si è cos’ verificato lo spettacolo, che ha giustamente sorpreso Matteo Renzi, delle cronache sovrapposte dell’arresto dei suoi genitori e del verdetto digitale dei grillini, divisi fra il 59 per cento di favorevli a Salvini e il 41 per cento di contrari.

            Ne è nata una fiera, francamente, di maschere: come quella di Grillo all’uscita di sicurezza dal teatro Grillo.jpgromano dove il comico era stato contestato dal suo pubblico, pur avendo cercato di sostenere dalla sua posizione di “elevato”, “garante” e quant’altro la causa dei soccombenti al computer ed avere definito “bellissime” le cose scritte contro Salvini e i grillini a lui favorevoli dal presente direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio.

           Quest’ultimo, dal canto suo, ha subito sfruttato Di Maio.jpgla cronaca, diciamo così, per irridere a Di Maio sulla prima pagina del suo giornale e per storpiare il nome a Salvini, riscrivendolo all’anagrafe come Salvato, non bastando più il Salvimaio affibbiatogli da mesi per i suoi rapporti con l’omologo grillino al governo. Che, secondo Travaglio, gli avrebbe spianato la strada di primo attore, in tutti i sensi, come una prateria. E ciò anche a costo del suicidio politico del movimento delle 5 stelle.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Miracolo sotto le 5 stelle: prevale il buon senso del sì alla difesa di Salvini

 

         L’esito del referendum digitale svoltosi fra i grillini sul processo a Matteo Salvini, chiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per sequestro aggravato di persone, abuso d’ufficio e non so cos’altro ancora, può essere commentato come la realizzazione di un auspicio recentemente espresso con un richiamo manzoniano dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che, dolendosi come appunto Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi del buon senso costretto in certe occasioni a nascondersi sotto il senso comune, si augurò che presto potesse ristabilirsi la normalità nella politica e, più in generale, nella società civile italiana.

         Ecco, fra i grillini è prevalsa -e pure con una larga maggioranza, col quasi 59 per cento dei voti contro il 41- il buon senso del sì alla difesa di Matteo Salvini, e quindi del no al processo contro il ministro dell’Interno per una vicenda d’immigrazione da lui gestita conformemente al programma di governo, e all’esercizio quindi delle sue funzioni.  Ha perduto invece il senso comune, a lungo avvertito come tale nel movimento delle cinque stelle, di un sì dovuto a tutte le richieste della magistratura. E pazienza se ha votato solo un po’ più della metà -52.417 Rolli.jpgpersone- di quanti avrebbero potuto perché iscritti, o qualcosa del genere, alla cosiddetta piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Anche sotto questo aspetto, vista l’affluenza ormai abituale degli elettori alle urne, il movimento grillino ha fatto un passo avanti sulla strada della normalità, e uno indietro rispetto all’anomalia. O alla “diversità” orgogliosamente rivendicata da Grillo.

        La diversità, d’altronde, non ha mai portato grande fortuna a chi vi si è avvolto irrealisticamente, e presuntuosamente, come in una bandiera. Non portò fortuna neppure a Enrico Berlinguer negli anni Ottanta: gli ultimi della sua vita, segnati dallo scontro ossessivo con quell’alieno quale lui considerava, quanto meno, il leader socialista Bettino Craxi, liquidato più brutalmente come un “bandito” negli appunti poi pubblicati di Tonino Tatò, l’uomo di fiducia e portavoce del segretario del Pci.

         Personalmente preferisco vedere nel risultato del referendum digitale a cinque stelle il segno di un’evoluzione, piuttostoIl Fatto.jpg che come la vittoria addirittura di Barabba evocata con rabbia e sarcasmo sulla prima pagina del Fatto Quotidiano. Che è un po’ il grande sconfitto di questa consultazione on line, visto l’impegno messo nel raccomandare al suo pubblico l’autorizzazione al processo.

         Preferisco interpretare l’esito come una evoluzione anche rispetto alla grossolana liquidazione anticipata in una intervista al Foglio da Antonio Di Pietro. Che, prevedendo appunto l’attestazione del movimento grillino contro il processo a Salvini, considerato peraltro dallo stesso Di Pietro ingiustificato, la liquidò il 5 febbraio scorso come una scelta opportunistica.

         “Questi -disse l’ex magistrato simbolo di Mani pulite parlando appunto dei grillini alle prese con la vicenda giudiziaria di Salvini- ingoiano qualunque cosa. Perseguono un unico scopo: restare incollati alla poltrona”. “Quando gli ricapita? Se perdono il seggio -continuò alludendo al rischio di una rottura con Salvini, di una crisi e di un ricorso alle elezioni anticipate- dai banchi del Parlamento passano a vendere gelati al banco di fronte a Montecitorio”.

        E’ inutile. Con Di Pietro, Tonino per gli amici, non riesco proprio a riconoscermi, pur riconoscendogli -ripeto- il merito di avere riconosciuto la inconsistenza del processo tentato contro il ministro dell’Interno mescolando al solito la politica con la giustizia, come ai terribili tempi della sua esperienza di magistrato a Milano. O come, nelle ultime ore, ho avvertito con i brividi nella schiena apprendendo degli arresti domiciliari inflitti ai genitori di Matteo Renzi, per una vecchia storia di presunta bancarotta fraudolenta, mentre il figlio si ostina a rimanere sulla scena politica. E lo fa peraltro presentando un suo nuovo libro anziché partecipando alla corsa alla segreteria del suo partito, essendogli bastate e avanzate le due volte in cui vinse. O si illuse di avere vinto, visto il cosiddetto e micidiale fuoco amico che lo aspettava in entrambe le occasioni, pur se qualche volta favorito dai suoi errori.

 

 

Gelata di Nicola Zingaretti sugli aperturisti del Pd e dintorni ai grillini

Quello delle elezioni anticipate, opportune o necessarie in caso di crisi di governo, presumibilmente non prima delle elezioni europee di fine maggio, per quanto siano parecchi già ora i problemi aperti nella maggioranza gialloverde, è un messaggio che, intervistato da Lucia Annunziata, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha mandato in varie direzioni: dal Pd, di cui egli sta scalando con forza la segreteria con l’appoggio anche dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al Quirinale. Dove il ricorso anticipato alle urne, in verità, era stato messo nel conto già all’indomani di quelle ordinarie del 4 marzo dell’anno scorso, quando Mattarella pensò di predisporlo con un governo tecnico offerto all’economista Carlo Cottarelli, ma era poi uscito dalle prospettive politiche con la pur tormentata formazione del governo di Giuseppe Conte.

Il messaggio al partito da parte di Zingaretti -che Matteo Renzi definisce ironicamente con gli amici fiorentini “il fratello del commissario Montalbano”, tornato nella programmazione della Rai proprio in questa stagione televisiva, con effetti che evidentemente lo stesso Renzi sospetta positivi per la corsa di Nicola alla segreteria del Pd- mira a tranquillizzare proprio i renziani. Che sono ormai, almeno nelle apparenze, una ex corrente: dispersa non solo fra i simpatizzanti di Roberto Giachetti e di Maurizio Martina, concorrenti nella stessa gara congressuale, ma forse ora anche fra quelli di Zingaretti. Che ha appunto gelato col richiamo alle elezioni anticipate quanti nel Pd sono o sarebbero tentati dall’offerta di una sponda ai grillini in caso di crisi, visto il disagio crescente sotto le cinque stelle di fronte al protagonismo e ai guadagni elettorali del leader leghista Matteo Salvini. Di cui non è indigesta, da quelle parti, solo la vicenda giudiziaria per l’affare Diciotti, messa peraltro nel ventilatore di un referendum digitale proprio mentre i vertici del movimento al governo ne condividevano la responsabilità, anche a costo di rischiare pure loro un processo. O la richiesta di un processo da parte del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per sequestro aggravato di persona, derubricato -diciamo così- nella nota informativa del referendum pentastellato su Salvini ad uno “sbarco ritardato” dei 177 migranti soccorsi in mare dall’ormai famoso pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana.

In riferimento alle tentazioni perduranti nel Pd verso un’intesa con i grillini il messaggio di Zingaretti all’interno del suo partito incrocia o si somma, come preferite, a quello in direzione, ripeto, del Quirinale.Quirinale.jpg Sulla cui indisponibilità alle elezioni anticipate, vera o presunta che sia dopo la partenza del governo Conte, potrebbero essere stati indotti a scommettere in caso di crisi i piddini aperti a quell’intesa già dopo il 4 marzo del 2018, ma bloccati dal veto posto da Matteo Renzi nel salotto televisivo di Fabio Fazio, poche ore prima della riunione della direzione del partito convocata per decidere in materia. Si era appena conclusa, come si ricorderà, un’esplorazione in quel verso affidata dal capo dello Stato al presidente grillino della Camera, Roberto Fico. Che aveva lasciato quanto meno socchiusa la porta ad una trattativa più concreta, o meno generica, di quella che a torto o a ragione gli era stata attribuita nello svolgimento della missione affidatagli da Sergio Mattarella.

Va detto a questo punto che le elezioni anticipate poste sul tappeto da Nicola Zingaretti nella sua chiacchierata televisiva della domenica pomeridiana a Rai 3 potrebbe risolversi, lui volente o nolente, persino in un messaggio di incoraggiamento a Salvini. Al quale gli alleati di centrodestra ancora operanti a livello locale, come dimostrano le elezioni regionali abruzzesi del 10 febbraio e quelle sarde di domenica prossima, attribuiscono a torto o a ragione la ritrosia o contrarietà a rompere l’esperienza di governo con i grillini proprio per la convinzione, o solo per il timore di non ottenere poi dal Quirinale la via libera allo scioglimento anticipato delle Camere. E forse, a quel punto, alla scontata vittoria di un centrodestra a forte trazione leghista.

Quest’ultima prospettiva, secondo talune forse forzate interpretazioni, potrebbe essere perfino preferita da Zingaretti alla prosecuzione del governo Conte, potendo lui scommettere su un tale ridimensionamento elettorale dei grillini, del tipo di quello appena registratosi a livello regionale in Abruzzo, da riproporre sulla scena il bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra. Si potrebbe insomma tornare ai vecchi tempi- anche se poi non tanto vecchi- della cosiddetta seconda Repubblica, sicuramente meno lontana della prima.

Gli scenari, come sempre del resto nella politica italiana, che non è mai stata semplice, sono di varia lettura o previsione. Ciascuno accarezza il futuro che più gli piace, o più gli fa comodo, o lo turba di meno.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Salvini spegne il fuoco del referendum digitale dei grillini su di lui

          In un comizio elettorale a Castelsardo, proseguito in qualche modo su la 7 in collegamento convoto 5 stelle.jpg lo studio televisivo di un Massimo Giletti particolarmente ben disposto nella sua Arena, che è o non è a seconda delle circostanze, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha voluto mandare un messaggio rasserenante agli alleati di governo: almeno a quelli più inquieti per il referendum digitale che nel loro movimento a cinque stelle, adottate dal Giornale come simbolo delle “brigate  Rousseau”, hanno dovuto indire, o subire, sul processo per l’affare Diciotti. Che, se autorizzato poi dal Senato con la prescritta maggioranza assoluta dei voti, vedrebbe Salvini imputato di sequestro aggravato di persona, pur significativamente tradotto  con la nota informativa ai votanti on line in “ritardato sbarco” dei migranti. Essi in effetti nella scorsa estate erano stati soccorsi doverosamente in mare dal pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti, appunto, ma trattenuti a bordo per alcuni giorni il Giornale.jpgnel porto di Catania mentre il governo trattava la loro distribuzione fra più paesi o enti disposti ad accoglierli. E questo fu il risultato dell’operazione, conforme alla linea adottata sin dall’origine  con tanto di fiducia parlamentare dal governo gialloverde in tema di immigrazione: un risultato indubbio, anche se poi parzialmente vanificato di fatto in quella occasione dai vescovi italiani per le fughe verificatesi dai centri dove i loro ospiti erano stati sistemati, nei pressi di Roma.

          Ebbene, a quanti fra i grillini, ai vertici e non,  temono la crisi in caso di epilogo negativo della procedura parlamentare avviata per il processo al ministro dell’Interno, o a quanti l’auspicano dai banchi dell’opposizione, dove tuttavia i senatori dei partiti di Silvio Berlusconi e di Giorgia Meloni voteranno contro l’azione giudiziaria, Salvini ha detto chiaramente che lui a dimettersi e a far cadere il governo non ci pensa proprio.

         La pratica politica a questo punto potrebbe anche considerarsi chiusa, sia pure con uno sputo promosso a “collante straordinario” in una vignetta di Altan sulla prima pagina di Repubblica. Lo sputo consisterebbe Altan.jpgnel non detto, ma presunto da Salvini. Il quale, a conti fatti, si è convinto che -salvo incidenti- nella votazione conclusiva nell’aula di Palazzo Madama, dopo il passaggio imminente nella giunta delle cosiddette immunità, i grillini favorevoli al processo contro di lui, non tutti,  saranno meno degli oppositori di centrodestra, ma suoi alleati a livello amministrativo e locale, contrari all’autorizzazione a procedere chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania. E in tal caso non sarebbe certamente il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, ancora capo del movimento delle 5 stelle, per quanto ammaccato dai risultati delle recenti elezioni regionali abruzzesi, o proprio per questo, a reclamare o promuovere la crisi di governo per il processo eventualmente negato al suo omologo leghista.

          Così stando le cose, e così essendo destinate probabilmente a rimanere almeno sino a quando non si voterà, a fine maggio, per il rinnovo del Parlamento europeo, e non se ne conosceranno i risultati italiani, appare stucchevole anche la polemica, del resto sarcastica, di Beppe Grillo con i suoi. Ch’egli ha praticamente accusato di avere un po’ imbrogliato i militanti a cinque Grillo.jpgstelle con un gioco di sì e di no paragonabile ad un equivoco soccorso a Salvini. Essi infatti se gli votassero no lo salverebbero, e viceversa col sì. Il pubblico digitale è stato chiamato, in particolare, a pronunciarsi sul sì o sul no alla possibilità che Salvini abbia tutelato un interesse superiore ritardando, ripeto, e neppure impedendo lo sbarco dei 177 migranti dalla nave Diciotti.  Il sì equivarrebbe in effetti al no al processo, e viceversa.

           La protesta, ripeto, sarcastica di un comico sicuramente professionale com’è Beppe Grillo presuppone sul piano logico, consapevolmente o no, un assai modesto livello medio, culturale e politico, del suo “popolo”. In Italia col referendum abrogativo praticato da ben 45 anni, da quello cioè sul divorzio svoltosi nel 1974, gli elettori sanno bene che in certe circostanze si vota sì per produrre no, e viceversa. In particolare, nel 1974 si votò per il divorzio votando no all’abrogazione della legge che lo aveva istituito. Non credo proprio che i divorzisti avessero vinto, e gli antidivorzisti perso, per difetto di comprendonio, facendo peraltro saltare l’allora segretario della Dc Amintore Fanfani come il tappo da una bottiglia di champagne nella storica vignetta di Giorgio Forattini su Paese sera.

           Se questa fosse la considerazione che Grillo ha del pubblico che ne ha seguito e approvato le gesta nei dieci anni in cui egli si è speso come fondatore e leader di un movimento così rapidamente portato al governo, ci sarebbe solo da sputargli francamente in faccia. O di aspettare che qualche vignettista lo faccia al nostro posto.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Dal muro in lamiera di Trump a quello di cartongesso di Travaglio

          Vi confesso che in questa sesta domenica del tempo ordinario, contrassegnata dal bellissimo vangelo delle beatitudini secondo Luca, sono stato lì per lì tentato di consolarmi dei fatti strani che accadono in Italia col combinato disposto della maggioranza gialloverde, e delle opposizioni ancora più scombinata dei due partiti al governo, pensando a come siano ridotti addirittura gli Stati Uniti d’America. Di cui impietosamente nella sua ultima domenica di direzione a Repubblica Mario Calabresi ha riproposto sulla prima pagina il muro che il presidente Donald Trump vorrebbe completare lungo gli oltre tremila chilometri di confine col Messico, per cercare di risolvere a modo suo il problema dei migranti.

           Meno male che i confini  italiani sono prevalentemente marittimi, perché Matteo Salvini avrebbe già trovato il modo di rilanciare l’edilizia dal Viminale sostituendo le coste con un bel muro in lamiere sagomate di metallo, come quello di Trump e, purtroppo, dei suoi predecessori. Già, perché all’attuale Schermata 2019-02-17 alle 07.02.14.jpginquilino della Casa Bianca va riconosciuta l’attenuante, nella sua follia o stravaganza a dir poco politica, di essersi mosso in casa, diciamo così, senza ispirarsi addirittura all’antica Grande Muraglia cinese, promossa nel 1967 dall’Unesco a patrimonio dell’umanità e nel 2007 a una delle sette meraviglie del mondo.  E noi ancora ce la prendiamo con la bonanima di Nikita Kruscev, o come diavolo si scrive, per il muro di Berlino fatto costruire nel 1961, parzialmente picconato dal popolo nel 1989 e demolito del tutto nel 1991.

           Ma, muro per muro, preferisco alla fine occuparmi più modestamente, e immediatamente, di quello di cartongesso levato attorno all’ennesimo incidente, diciamo così, della politica italiana: la complicazione della già ingarbugliata vicenda del pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana, dove non più il vice presidente leghista del Consiglio e ministroIl Fatto.jpg dell’Interno Salvini ma anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’altro vice presidente Luigi Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, grillini anziché leghisti, avrebbero tenuto per qualche giorno sotto sequestro nella scorsa estate ben 177 migranti, pur dopo averli fatti soccorrere in mare salvandoli dalla morte.

          L’autodenuncia dei tre esponenti grillini del governo, trasmessa alla Procura di Catania dal Senato, dove la competente giunta si accinge intanto a votare sull’autorizzazione al processo contro il solo Salvini chiesta dal cosiddetto tribunale etneo dei ministri, ha fatto alzare un muro, appunto, di illogicità contro il ministro dell’Interno, anziché alleggerirne la posizione.

          Sentite il ragionamento del Fatto Quotidiano, che da nave scuola dei grillini ha alzato le vele e si è messa a dare lezione ai militanti a cinque stelle chiamati a pronunciarsi sulla faccenda con i loro computer, in modo da indicare ai senatori del movimento come votare, prima in giunta e poi in aula. Ebbene, se i “portavoce” parlamentari del movimento voteranno contro il processo a Salvini, lasceranno soli i ministri della loro parte politica a rispondere del sequestro di persona e di tutti gli altri reati che sarebbero stati commessi sul pattugliatore Diciotti nel porto di Catania.

            Ma come fanno dalle parti di Marco Travaglio, estensore di un editoriale intitolato “Suicidio perfetto”, a dare per scontato che il cosiddetto, ripeto, tribunale catanese dei ministri, magari in difformità Travaglio.jpganche questa volta dalla richiesta di archiviazione da parte della Procura della Repubblica, chiederà l’autorizzazione al processo contro Conte, Di Maio e Toninelli, cioè praticamente contro il governo? E perché mai chi avrà già votato contro il processo a Salvini dovrà poi votare per il processo agli altri tre? Dov’è la logica di questo discorso? E’ solo la logica del partito preso, a favore del diritto della magistratura di emettere una sentenza, nonostante la Costituzione questo diritto non glielo riconosca come scontato e assoluto per via di quell’articolo 96 e della legge costituzionale di attuazione che non piacciono a Travaglio, e alla sua scuola di diritto e d’informazione.

            La Costituzione dice che a giudicare se un reato ministeriale, contestato cioè a un ministro nell’esercizio delle sue funzioni, può essere avvenuto ma non essere contestatbile nel perseguimento di un interesse pubblico e superiore, è il Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti se il ministro è un senatore, o non è un parlamentare, o la Camera se il ministro è un deputato. Punto e basta. E’ una valutazione politica, non giudiziaria. Si mettano quindi l’anima in pace i sostenitori del primato assoluto della magistratura, per cui solo una sua sentenza, non una valutazione votata dal Parlamento, sarebbe legittima, anche là dove la Costituzione dice il contrario.

            Bene o male, anche se non così esplicitamente, il capo del movimento 5 stelle, e vice presidente del Consiglio, Luigi di Maio si è convinto di questa realtà e ha scommesso sulla capacità dei militanti di capirla e votare di conseguenza nel passaggio digitale impostogli dalla natura tutta particolare e improvvisata del suo quasi partito: un “quasi” di cui pare ch’egli sia tentato di liberarsi, avendo Rolli.jpgscoperto al governo che la realtà è diversa dalla fantasia. Ciò ha procurato al vice presidente grillino del Consiglio ramanzine e altro ancora nella redazione del Fatto Quotidiano. Di cui pertanto staremo a vedere, nella imminente consultazione digitale, il grado di credibilità o autorevolezza nel rapporto con la più o meno mitica base del movimento delle 5 stelle. Esse potrebbero ben diventare sei, con la faccia di Travaglio, se a prevalere nei computer fosse la scuola politica e persino dottrinaria del giornale che lui dirige.  

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Di Maio scolorisce la foto col giallo Chalencon e scarica Di Battista

          Ai grillini, gialli già di loro nei simboli del movimento delle cinque stelle, il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio si è deciso a togliere la tonalità aggiuntiva rovinosamente assunta in quella trasferta in Francia, insieme con l’amico Alessandro Di Battista, improvvisata per gemellarsi in qualche modo con Crhristophe Chalencon. Che di tutti i gilet gialli d’oltr’Alpe è il più smanioso di appiccare il fuoco, da fabbro che è, al governo del suo Paese. Solo qualche sera fa egli si è vantato col pubblico italiano, al quale era diretta una sua intervista televisiva, dei “paramilitari” pronti a seguirlo nel tentativo di rovesciare il presidente Emmanuel Macron e di far guidare la Francia da un generale.

          E pensare che lo stesso Di Maio di fronte alle proteste dell’Eliseo e dintorni per la sua missione all’estero, all’annuncio del ritiro dell’ambasciatore francese da Roma e anche alle prime ritorsioni economiche che si avvertivano nell’aria, aveva rivendicato il diritto di incontrare chi e dove voleva. E aveva pensato di incantare i lettori francesi del giornale Le Monde trasformando da centenaria in millenaria la loro tradizione democratica.

           Adesso che la  sua disinvolta trasferta estera ha quanto meno contribuito a dimezzare in meno di un anno i voti del suo movimento nella prima regione in cui si è votato da allora, l’Abruzzo, e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha cercato di mettere una Di Maio con i nuovi alleati.jpgpezza allo sbrego diplomatico procurandosi con i dovuti modi l’invito ad una visita riparatrice all’Eliseo, Di Maio ha scolorito anche la foto del suo incontro col fabbro e amici. E se n’è fatta scattare un’altra, a tinte azzurre, con interlocutori europei meno scomodi o compromettenti. Non vi è neppure l’ombra o una scarpa, nella nuova immagine, di Alessandro Di Battista.

Quanto potrà durare questa correzione di rotta del capo del movimento grillino e vice presidente del Consiglio, completa anche di parole contro le violenze e le illegalità di cui i gilet gialli francesi si sono mostrati capaci, sarebbe azzardato prevedere o valutare. E di quanto potrà invertire la tendenza elettorale a perdere emersa così chiaramente in Abruzzo, e già proiettata verso gli appuntamenti regionali in Sardegna e Basilicata, per non spingerci verso le elezioni europee di fine maggio, neppure questo si può dire, tanto imprevedibile è diventata la politica in Italia almeno da un anno a questa parte. Cioè da quando si è voluto adottare lo schema emergenziale  -da scuola- del 1976, cioè di 42 anni prima, senza avere non dico leader ma uomini politici lontanamente paragonabili a quelli di allora.

            Nel 1976, all’indomani di un  turno elettorale dal quale erano usciti maggiormente votati due partiti -la Dc e il Pci- scontratisi nelle urne ma incapaci di allestire una maggioranza autonoma, l’uno contro l’altro, Aldo Moro per i democristiani ed Enrico Berlinguer per i comunisti concordarono un governo di tregua, decantazione e quant’altro, affidandone la guida a Giulio Andreotti: un governo nato realisticamente non per tutta la legislatura, ma con una prospettiva non superiore a due anni e mezzo, quanti ne mancavano alla scadenza del mandato del presidente della Repubblica e all’elezione del suo successore. Che avrebbe potuto essere l’occasione di un chiarimento politico. Il percorso fu poi accelerato per l’assassinio di Moro e le complicazioni che ne seguirono.

            L’anno scorso grillini e leghisti, con Di Maio -tenetevi forti- al posto di Moro e Matteo Salvini al posto di Enrico Berlinguer, o viceversa, se non preferite l’ordine dei due partiti uscito dalle urne, hanno stipulato un contratto di governo dandosi entrambi, almeno a parole, una scadenza addirittura di cinque anni, pari ad una legislatura ordinaria. Che invece, per come si si sono messe le cose, con gli incidenti quotidiani o ad horas che contrassegnano la vita della maggioranza e del governo, quanto meno durerà tanto meglio sarà.  

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Gravi incidenti alla Camera. Le scuse del presidente Fico non possono bastare

         Eh no. Non possono bastare le scuse, per quanto pubbliche, espresse dal presidente della Camera Roberto Fico ai deputati del Pd avendone salutato con sufficienza l’uscita dall’aula di Montecitorio per protesta contro la mancata espulsione del deputato grillino Giuseppe D’Ambrosio, che aveva mimato le manette contro il piddino Gennaro Migliore. Il quale altro non aveva osato GIUSEPPE D'AMBROSIO.jpgfare che contestare, nella discussione sulla riforma dell’articolo 71 della Costituzione, il ricorso al referendum propositivo anche per le leggi penali. Che sarebbe un po’ come legittimare quella specie di referendum col quale Pilato, lavandosi le mani nel processo più famoso e infausto nella storia dell’umanità, lasciò decidere alla folla se mandare sulla croce Gesù o Barabba. E toccò a Gesù.

         Sì, lo so bene. Il paragone è forzato. Può sembrare eccessivo. Nel testo della riforma proposta e sostenuta dai grillini è previsto un filtro della Corte Costituzionale prima di arrivare ad un referendum propositivo su una legge penale, ma sotto sotto la sostanza del ragionamento sotteso a quel paragone non cambia. Ed è valido. Lo sapete benissimo.

         Con quelle manette mimate contro il suo avversario politico non un avvocato, per fortuna, né un magistrato in aspettativa, ma il fisioterapista pugliese Giuseppe d’Ambrosio ha riproposto quel vomitevole spettacolo giustizialista offerto nel 1993 nella stessa aula parlamentare dal deputato leghista Luca Leoni Orsenigo, che esibiva e reclamava un cappio al collo degli indagati, non Orsenigo.jpgcondannati, per finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione e tutti gli altri reati che i magistrati solevano contestare nell’uragano giudiziario della cosiddetta Tangentopoli. Fu uno spettacolo riproposto, sempre alla Camera, e prima ancora di D’Ambrosio, pur senza ricorrere al cappio, dal grillino Alessandro Di Battista nel 2013 e l’anno dopo dal suo compagno di partito Manlio Di Stefano, oggi felicemente -per lui- sottosegretario agli Esteri. E non dico altro se non che l’attuale alleanza di governo fra leghisti e grillini, pur fra i tanti e crescenti contrasti nella maggioranza, dalla Tav alle autonomie differenziate, dalla politica estera ora anche alla vertenza del latte approdata con i pastori sardi al Viminale, conferma un po’ il vecchio proverbio secondo cui Dio li fa e poi li accoppia.

           Oltre o più ancora che scusarsi con i deputati del Pd, salutati con sollievo –“arrivederci!”- mentre si allontanavano dall’aula per protesta, salita a quel punto di tono e di metodo con lanci di carte contro il banco della presidenza, il presidente della Camera avrebbe dovuto scusarsi per la sottovalutazione del comportamento del suo collega di gruppo e di partito D’Ambrosio, responsabile della tensione esplosa a Montecitorio. E nei cui riguardi Fico aveva invece ritenuto che bastasse, e forse anche avanzasse, il solito, rituale, direi anche banale richiamo all’ordine. Che non si nega e non si risparmia a nessuno.

          Qualsiasi  cosa dovesse decidere e annunciare fra qualche giorno il presidente della Camera, visto che ha convocato il collegio dei questori, arriverebbe troppo tardi. E troppo male. Il clima del Paese è già troppo avvelenato per lasciarlo intossicare di più, persino in Parlamento, e  per  giunta nell’interminabile clima di campagna elettorale procurato dalle scadenze regionali ed europee.

 

 

 

Ripreso da wwwstartmag.it policymakermag.it

E’ tornato Matteo Renzi garantendo serenità? No, è Salvini

           A quattro giorni dal sisma politico in Abruzzo, che ha tramortito i grillini costringendo, una volta tanto, il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio a 48 ore di silenzio e di riflessione; a due giorni dal “burattino dei suoi vice” presosi dal capo del governo Giuseppe Conte nell’aula del Parlamento europeo; mentre non si riducono ma aumentano i dossier critici della maggioranza gialloverde, dalla Tav alle autonomie regionali differenziate,, dagli emendamenti leghisti al decretone sul cosiddetto reddito di cittadinanza al voto in giunta al Senato nella prossima settimana sul no al processo a Salvini per la vicenda Diciotti, un no proposto dal presidente della stessa giunta, il forzista Maurizio Gasparri, tra i mal di pancia e i dubbi dei sette esponenti pentastaellati, nei piani alti del governo è tutta una ostentazione di sicurezza e di ottimismo.

           Il presidente del Consiglio in persona ha annunciato ai due maggiori giornali italiani- Repubblica Repubblica.jpge Corriere della Sera– che non cadrà e che “il canto del cigno” è solo quello di chi lo ha attaccato e insultato a Strasburgo. Di Maio, forse deciso a riorganizzare il proprio movimento avvicinandolo al Corriere.jpgmodello di un partito, se riuscirà a convincere Davide Casaleggio e il “garante”, “l’elevato” e quant’altro Beppe Grillo, ha assicurato che finchè lui resterà in carica non ci sarà crisi di governo. Il che, in verità, è una pura ovvietà perché una sua caduta e la crisi sarebbero comunque le due facce di una stessa medaglia.

           In più, Di Maio ha aggiunto ai compiti del governo e della sua personale azione di sorveglianza quello di “argine” contro un ritorno di Silvio Berlusconi. Che il capo grillino teme, in particolare, al Ministero della Giustizia o a quello dell’Economia, visto che nel centrodestra la presidenza del Consiglio spetterebbe ormai a Salvini. Il quale, dal canto suo, ha negato che esistano argini di questo tipo da costruire o rafforzare.

            Tuttavia nel portare il suo contributo alla garanzia del cosiddetto quadro politico, da vincitore delle elezioni regionali abruzzesi, e probabile replicante nelle elezioni regionali sarde del 24 febbraio, specie ora che si è assunto anche il compito di proteggere e mettere in sicurezza i pastori in rivolta, a Salvini è sfuggita un’espressione alquanto infelice, se non vogliamo dire infausta, nel linguaggio politico. “Il governo va avanti serenamente”, ha detto testualmente il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno.

             Si fa presto in Italia a promettere e annunciare la serenità. Ne sa qualcosa Enrico Letta. Che a Palazzo Chigi verso la fine del 2013 si sentì invitare appunto a stare “sereno” dal giovane collega Matteo Renzi, appena insediatosi alla segreteria del Pd. Ma che al telefono con un generale amico della Guardia di Finanza, se non ricordo male, si lamentava del fatto che il capo del governo in carica non fosse proprio adatto a quel compito. E infatti dopo qualche settimana gli fece dare il ben servito dalla direzione del Pd, all’unanimità, e lo sostituì personalmente cumulando le cariche di segretario del partito e di presidente del Consiglio, nello stile già sfortunato di Amintore Fanfani e di Ciriaco De Mita nella Dc della cosiddetta prima Repubblica.

            Renzi, peraltro diligente senatore di Scandicci, come preferisce Renzi.jpgdefinirsi, è appena tornato in libreria per descrivere, annunciare, promettere già nel titolo del volume “un’altra strada”. Ma quel diavolo, quell’impertinente di Salvini, peraltro senatore pure lui, lo ha proceduto riproponendo il suo disinvolto uso ed esercizio della serenità, in vista probabilmente delle elezioni europee di fine maggio. Che temo, per il governo, difficilmente archiviabili come quelle abruzzesi di domenica scorsa.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Quando al posto di Conte c’era Moro e i suoi vice erano Nenni o La Malfa…

Al netto della cafonata di quel “burattino ” dei suoi due vice dato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’aula del Parlamento europeo dall’ex premier belga Guy Verhofstadt, peraltro in perfetto italiano, quindi con l’aggravante di sapere bene quello che diceva, permettetemi che mi chieda se basti indignarsi e protestare. Come ha subito fatto da Roma uno dei due vice di Conte, appunto, il leghista Matteo Salvini, degradando il capogruppo liberale di Strasburgo a “euroburocrate”, festeggiandone in anticipo la scadenza del mandato parlamentare e augurandone la bocciatura, se mai volesse o dovesse ricandidarsi alla prossima legislatura.

Assente dalle reazioni l’altro vice presidente, il grillino Luigi Di Maio, perché impegnato in una pausa riflessiva dopo il dimezzamento dei voti del suo movimento nelle elezioni regionali abruzzesi di domenica scorsa, a meno di un anno dal copioso raccolto delle ultime elezioni politiche nello stesso territorio, Salvini ha ritenuto di avere fatto doppiamente il suo dovere, anche a nome e per conto del suo omologo a cinque stelle. È stato un modo forse anche per spargere, al di là e persino contro i perduranti contrasti fra i due partiti della maggioranza gialloverde, altro unguento sulla ferita elettorale dell’amico e alleato Di Maio.

Il governo resta insomma davvero al suo posto. Non cambia nulla. E guai a chi paragona queste assicurazioni di Salvini al beffardo “stai sereno” di Matteo Renzi, fresco di elezione a segretario del Pd, rivolto verso la fine del 2013 all’allora presidente del Consiglio e compagno di partito Enrico Letta. Che stava invece per essere sostituito a Palazzo Chigi proprio da Renzi, intercettato peraltro al telefono con un alto ufficiale della Guardia di Finanza mentre riconosceva a Enrico Letta le doti per succedere, magari, a Giorgio Napolitano al Quirinale, non per restare dov’era.

Eppure Salvini e Di Maio, insieme, dovrebbero francamente chiedersi, per come hanno fatto i vice di Conte almeno sino all’altro ieri, se non hanno fornito ragioni o pretesti all’ex premier belga di leggere così polemicamente la realtà politica italiana.

D’altronde, proprio la conoscenza della nostra lingua ha forse permesso a Guy Verhofstadt di apprendere direttamente dai giornali italiani indiscrezioni, retroscena e quant’altro sul presidente Conte scoraggiato, deluso, preoccupato e persino fuori dalla grazia di Dio per le libertà di parole e d’iniziative dei suoi due vice sui terreni più diversi: persino su quello delicatissimo della politica estera, dal Venezuela alla Francia, sino a far drizzare i capelli bianchi del capo dello Stato Sergio Mattarella.

Personalmente, per quanto possa valere in questi tempi di orgoglioso ma anche convulso cambiamento la testimonianza di un vecchio giornalista, ho altri ricordi e cognizioni di vice presidenti del Consiglio e dei loro rapporti con i primi ministri di turno: rapporti finalizzati a risparmiare grane, più che a procurane.

Agli inizi del primo governo di centro-sinistra, col trattino, presieduto dal democristiano Aldo Moro  e accompagnato dall’annuncio dell’Avanti! agli italiani, su nove colonne, a sentirsi finalmente “più liberi”, il vice presidente socialista Pietro Nenni ricevette nel suo ufficio di Palazzo Chigi una delegazione spagnola di oppositori del regime franchista. Seguirono le scontatissime proteste da Madrid, che misero in difficoltà Moro. Il quale se ne dolse un po’ con Nenni aspettandosi, come poi mi confidò, una impuntatura. L’anziano leader socialista invece si rese conto della situazione, si scusò e si offrì a qualche precisazione riparatrice sul luogo dell’incontro, programmato originariamente nella sede del Psi. Moro, immaginando a sua volta i problemi che Nenni avrebbe potuto avere nel suo partito, lo invitò a desistere. E lasciò che la ferita diplomatica si rimarginasse da sola.

Sempre Moro, una decina d’anni dopo, presidente del Consiglio di un bicolore Dc-Pri con Ugo La Malfa vice Moro e La Malfa.jpgpresidente, si sentì spiazzato dalle voci di interventi dello stesso La Malfa, in riunioni riservate di partito, che auspicavano un superamento di quel che rimaneva del centro-sinistra per associare alla maggioranza i comunisti. Il cui segretario Enrico Berlinguer aveva proposto il cosiddetto compromesso storico con la Dc, convinto che un governo delle sinistre in Italia avrebbe fatto la fine del governo del socialista Alliende in Cile, eliminato nel sangue dai generali.

Moro, la cui candidatura al Quirinale nel 1971 era stata contrastata proprio da La Malfa perché troppo gradita o attesa dai comunisti, pregò il leader repubblicano di essere più cauto nelle sue aperture al Pci per non mettere lui in difficoltà nella Dc e il segretario socialista Francesco De Martino nel Psi. Che partecipava in modo sofferto alla maggioranza reclamando equilibri politici “più avanzati”, come si diceva allora.

Il povero Moro aveva visto giusto. Piuttosto che farsi scavalcare a sinistra da La Malfa, il segretario socialista alla fine del 1975 tolse la spina dell’appoggio al governo annunciando che i socialisti non sarebbero più tornati con la Dc senza i comunisti. E con un monocolore democristiano presieduto dallo stesso Moro -fu il suo ultimo governo- si andò nel 1976 alle elezioni anticipate e poi, con i socialisti ridotti all’osso, e con la Dc e il Pci incapaci di raccogliere una maggioranza l’una contro l’altro, si giunse alla fase dei monocolori democristiani di Giulio Andreotti appoggiati esternamente dal Pci.

Ebbene, nelle ultime settimane del bicolore Dc-Pri La Malfa commise l’imprudenza di un incontro “riservato” con la stampa estera in Italia, dove diede per “ineluttabile” l’intesa con i comunisti. Quando la notizia venne fuori sul Giornale di Indro Montanelli, portatami -ora lo posso raccontare- da uno dei commensali che era nostro collaboratore, scoppiò il putiferio. E La Malfa per togliere Moro dall’imbarazzo non solo oppose una smentita furiosa, nel suo stile, ma per avvalorarla chiese all’amico Montanelli il mio licenziamento, fortunatamente negatogli. Venutone a conoscenza, Moro volle incontrarmi per raccontarmi il retroscena dell’incidente e dare, a suo modo, una giustificazione della reazione di La Malfa.

Vi racconto infine di un altro vice presidente del Consiglio: il democristiano Arnaldo Forlani con Bettino Craxi a Palazzo Chigi, e il segretario della Dc Ciriaco De Mita insofferente a tal punto Craxi e Forlanipg.jpgda sposare il paragone fatto su Repubblica da Eugenio Scalfari fra il leader socialista e il “bandito” medievale Ghino di Tacco. Che nella sua Rocca di Radicofani taglieggiava tutte le carovane dei pellegrini dirette o provenienti da Roma.

Alla vigilia di un congresso nazionale della Dc denso di paura e malumore verso Craxi il suo vice Forlani, che era anche presidente dello scudo crociato, andò a ripassarsi ben bene la storia di Ghino di Tacco per capovolgerla in quella di un intrepido vendicatore di torti, per questo perdonato di tutti i suoi delitti con bolla pontificia. E Craxi adottò come pseudonimo sul giornale socialista proprio Ghino di Tacco.

Vi sono stati tempi, quindi, in cui i vice aiutavano, o cercavano davvero di aiutare i loro presidenti del Consiglio. Ne propongo il ricordo ai vice del professore e avvocato Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, senza esporlo alle cafonate del Verhofstadt di turno.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le scuse mancate dei vice a Conte per quel “burattino” procuratogli in Europa

            Già deluso, credo, da quell’aula semivuota del Parlamento europeo dove gli è toccato di parlare come capo del governo italiano, Giuseppe Conte ha dovuto subire l’affronto di essere indicato nella discussione seguita al suo discorso come “il burattino” dei suoi due vice a Palazzo Chigi: il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini, entrambi dotati peraltro anche di pesanti dicasteri. Che sono addirittura due per Di Maio: lo Sviluppo economico, stagnazione o recessione permettendo, e il Lavoro. A Salvini è toccato invece “solo” il Ministero dell’Interno. Ma, già grosso di suo per le competenze assegnategli dalla legge, questo dicastero viene gestito dal titolare, al Viminale, come una fisarmonica. Quando gli occorre, all’ombra della gestione di materie complesse come l’immigrazione e la sicurezza interna, Salvini sembra spesso muoversi anche come ministro degli Esteri, delle Infrastrutture, della Difesa e, in questi giorni, persino dell’Agricoltura, con i pastori sardi e gli agricoltori pugliesi in rivolta nelle piazze e sulle strade  per i guai vecchi e nuovi delle loro aziende. Eppure all’Agricoltura siede un ministro leghista.

            A dare del “burattino” a Conte nel Parlamento europeo è stato, peraltro in perfetto italiano,  l’ex presidente del Consiglio belga Guy Verhofstadt, liberale, oggi presidente del gruppo parlamentare di Strasburgoil belga.jpg denominato Alde. Grazie al cui appoggio l’italiano Antonio Tajani, candidato dal Partito Popolare Europeo, ha potuto succedere a un socialista al vertice dell’Europarlamento. Che da qualche tempo gli garantisce anche maggiore visibilità come numero due di Silvio Berlusconi al vertice di Forza Italia, all’opposizione del governo Conte ma in qualche modo corresponsabile della sua formazione, avendo a suo tempo autorizzato l’alleato Salvini a parteciparvi per scongiurare elezioni anticipate subito dopo quelle ordinarie del 4 marzo dell’anno scorso.

             Meno male che l’ex primo ministro belga parlando a Strasburgo non aveva ancora letto l’ultimo “bestiario” di Giampaolo Pansa su Panorama in arrivo nelle edicole italiane. Sennò sarebbe stato magari tentato di citarne il passaggio in cui il presidente del Consiglio italiano è definito “un gagà ingenuo, insieme ai due litiganti Di Maio e Salvini”: gli stessi dei quali secondo Verhofstadt egli sarebbe appunto “il burattino”.

            Conte naturalmente c’è rimasto male, si è doluto nell’intervento di replica dell’offesa rivolta all’Italia prima ancora che a lui, e ha in qualche modo ricambiata dando in pratica all’ex primo ministro belga del “lobbista”. Che nel linguaggio grillino della militanza elettronica e fisica può significare anche intrallazzatore, corruttore, corrotto e via sproloquiando.

           Poi il presidente del Consiglio nostrano si è incontrato con gli europarlamentari italiani di ogni colore politico,Mussolini.jpg diciamo così, ricevendone parole e gesti di solidarietà e comprensione. Da Alessandra Mussolini si è guadagnato, per solidarietà, anche un bel bacio, pur privo della riconoscenza di quello che la signora diede in pubblico a Silvio Berlusconi nella campagna elettorale che la portò a Strasburgo.

         Dall’Italia intanto giungevano proteste e quant’alto contro quel maleducato di Verhofstadt, cui Salvini, assimilandolo ai “burocrati” dell’Unione, ha fra l’altro ricordato che ormai può ben preparare le valige perché il Parlamento europeo sta per essere rinnovato e lui, il belga, probabilmente non ci tornerà più, travolto dal sovranismo in arrivo.

           Eppure Salvini, anche a nome e per conto del suo omologo grillino, scomparso per un po’ dai radar per tramortimento o delusione  nelle 24 ore successive al fiasco del suo movimento nelle elezioni regionali abruzzesi di domenica, da cui invece i leghisti sono usciti trionfanti, dovrebbe chiedersi fra le quattro mura del suo ufficio al Viminale, o della sua abitazione, se Conte non è stato davvero delegittimato tante volte, diciamo anche troppe, dai due vice col loro modo di fare e di parlare, di spalleggiarsi o di contraddirsi, secondo le circostanze.  Essi gli hanno creato oggettivamente più problemi che altro. E lo hanno qualche volta fatto magari anche pentire del giorno in cui, come la Monaca di Monza, rispose sventuratamente alla chiamata di Beppe Grillo. Non parliamo poi dei problemi creati al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che, vincendo le prime e ammesse riluttanze, finì per mandare Conte a Palazzo Chigi proprio con quei due vice.

Blog su WordPress.com.

Su ↑