Di Maio sbeffeggiato per le feste seriali di liberazione dalla povertà

           Ci voleva Vauro Senesi con la sua matita, e ancor più meritoriamente sul giornale di maggiore ortodossia grillina che si stampi in Italia, naturalmente Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, per invitare praticamenteVauro 3pg.jpg il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro a smetterla. O a darsi una regolata nelle celebrazioni seriali che fa del cosiddetto reddito di cittadinanza. Per il quale si stanno predisponendo in tutta, e forse troppa fretta, gli adempimenti normativi, tecnici e burocratici per l’erogazione prima delle elezioni europee di maggio, e forse anche di qualcuna delle elezioni regionali in programma nella primavera di questo “bellissimo” 2019. Così lo ha definito o promesso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sfidando tutte le previsioni di segno opposto formulate dagli organismi preposti in sede nazionale e internazionale. Che -hanno garantito una volta tanto all’unisono esponenti grillini e leghisti di ogni livello- non ci hanno mai azzeccato nei loro calcoli e previsioni, per cui saremmo autorizzati questa volta a riderne, o a fare i dovuti scongiuri.

          Quello sconosciuto a gambe penzolanti  che attende con l’imbarazzo della vergogna di essere scoperto come un monumento sul palco allestito da Di Maio allo scopo di festeggiarne la liberazione dallo stato di povertà, e per il cui disagio da spettacolo viene minacciosamente redarguito dal potente capo del movimento grillino, rappresenta come meglio francamente non si poteva, e non si potrebbe, l’abuso che si sta facendo della propaganda.

            Vauro, del resto, non è la prima volta che interviene con giusto sarcasmo contro il modello di governo, chiamiamolo così, dei grillini. Fu felicissima anche quella vignetta suggeritagli dai primi preparativi Vauro 2.jpgdel reddito di cittadinanza durante l’elaborazione della legge di bilancio, se non ricordo male. Vi era rappresentato il bambino che chiedeva al padre se fossero ancora poveri e si sentiva rispondere: “Si, ma adesso ci pagano per esserlo”. E ciò a esclusivo vantaggio -si potrebbe aggiungere con gli ultimi aggiornamenti- delle migliaia di “navigator” in via di assunzione per assistere, indirizzare e quant’altro i destinatari di una carta gialla di soccorso tanto modesta per chi la riceverà quanto costosa per l’economia del paese. Che avrebbe avuto e avrebbe bisogno di ben altro per uscire dalla stagnazione in cui è appena entrata anche sul piano formale, o tecnico, come altri preferiscono dire.

 

 

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Mal di mare fra i grillini… in navigazione sulla Diciotti con Salvini

Cronaca poco gratificante, per chi l’ha ricevuta, di un’assemblea o riunione del gruppo grillino al Senato sul Fatto Quotidiano. Ai cui lettori Luca De Carolis ha riferito con onestà e precisione del diffuso scetticismo, a dir poco, sulla fondatezza giuridica e persino sull’opportunità  politica di una risposta positiva del Parlamento, raccomandata invece dal Fatto un giorno si e l’altro pure, alla richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di processare il titolare del Viminale Matteo Salvini per la vicenda del pattugliatore Diciotti, della Guardia Costiera italiana. Dove furono trattenuti per alcuni giorni in agosto 170 migranti soccorsi in mare dallo stesso pattugliatore ma in attesa, all’ancora nel porto di Catania, di una ripartizione fra più paesi reclamata dal governo. E alla fine ottenuta, per quanto poi vanificata quanto meno dagli ospiti allontanatisi dalle destinazioni loro assegnate dai vescovi italiani che li avevano presi in carico.

Fu notoriamente sequestro aggravato, abuso d’ufficio e altro ancora di penalmente rilevante per i tre giudici tratti a sorte del tribunale dei ministri etneo, difformemente dalla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura locale della Repubblica. Fu invece, per Salvini ma anche per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e per gli altri ministri grillini pronunciatisi sul tema, l’esecuzione di una linea di governo perseguita nell’”interesse pubblico”. Che è protetto dall’articolo 96 della Costituzione, e disposizioni attuative.

Ebbene, grazie anche alle valutazioni dei compagni di partito al governo, molti senatori grillini, avvocati e non, hanno riconosciuto che l’autorizzazione al processo sarebbe una “supercazzola”, potrebbe dire il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio ripetendo la definizione data ad una versione light della Tav auspicata in Val di Susa dal suo omologo leghista Salvini, sempre lui.

A convincere i grillini che hanno provocato con il loro orientamento verso il no “una netta spaccatura” nel gruppo non è valsa neppure la previsione, insistentemente formulata in questi giorni dal Fatto, di un esito positivo, a favore dell’imputato, del processo “curioso, singolare” e quant’altro chiesto dalla magistratura catanese evidentemente solo per una questione di principio. Essa consisterebbe nella necessità, o opportunità, quotidianamente segnalata sempre dal Fatto,  di  lasciare riconoscere l’esistenza di un superiore e pubblico interesse, nella condotta del ministro Salvini, da un tribunale della Repubblica, e non dal Parlamento, cui pure la Costituzione assegna una chiarissima e, direi, anche esclusiva competenza.

Scetticismo, se non decisa contrarietà, è emersa fra i senatori partecipi dell’assemblea anche l’ipotesi di esonerarli da ogni valutazione e decisione affidando direttamente la vicenda ai militanti del movimento, alle prese con i loro computer nella logica e nelle formalità della cosiddetta democrazia digitale.

Il titolista del Fatto al quale è toccata la cronaca della riunione dei senatori grillini se l’è presa, diciamo Il Fatto.jpgcosì, con i fatti, intesi anche come plurale della testata, scomunicando in prima pagina “mezzo M5S” perché “parla come B.”, cioè come Silvio Berlusconi. In verità, nella cronaca questo concetto non si trova, ma qualcuno ha provveduto a mettervelo sopra come un cappello.

Se è per questo, se cioè gli argomenti valgono per chi li sostiene più notoriamente, mi permetto di segnalare al titolista del Fatto ciò che ha dichiarato ad Annalisa Chirico, per un’intervista al Foglio pubblicata lunedì scorso,  l’insospettabile -credo- Antonio Di Pietro. Che per i suoi trascorsi professionali può ben essere considerato un’autorità nella materia trattata nella riunione dei senatori a cinque stelle.

“Il tribunale dei ministri di Catania- ha spiegato l’ex magistrato simbolo di Mani pulite- ha chiamato il Parlamento a una sacrosanta assunzione di responsabilità. I senatori devono stabilire se quella decisione di Salvini fu atto politico o per fini politici. A me pare evidente che il caso rientri nella prima fattispecie. Il M5S deve votare non in base a una regoletta generale per cui bisogna dire sempre sì a ogni richiesta dei giudici, ma deve esprimersi sulla vicenda specifica, possibilmente dopo aver letto le 52 pagine dell’atto, ammesso che i senatori sappiano leggere e comprendano ciò che leggono”. “Salvini non va processato”, ha detto papale papale Di Pietro senza avventurarsi, per fortuna, in congiuntivi o altro.

Richiesto di una previsione su come finirà il tormento in corso fra i grillini, “Tonino” ha forse  deluso le aspettative dell’intervistatrice, vista la posizione favorevole al processo curiosamente assunta dal Foglio, dove prevale evidentemente in questa vicenda, sul garantismo abituale di Giuliano Ferrara, la voglia matta di vedere Salvini nei guai.

“Alla fine  voteranno contro l’autorizzazione a procedere”, ha preconizzato Di Pietro parlando sempre dei grillini, ma dando del loro felice approdo una infelice, anzi spietata spiegazione, DiPietro e Grillo.jpgdavvero a sorpresa rispetto all’interesse da lui mostrato sino a qualche mese fa per la “novità”, il cambiamento e quant’altro attribuito al loro movimento. “Questi -ha detto l’ex magistrato, ex ministro, ex senatore ed ora felicemente e finalmente avvocato- ingoiano qualunque cosa…Perseguono un unico scopo: restare incollati alla poltrona. Quando gli ricapita? Se perdono il seggio, dai banchi del Parlamento -ha detto ancora Tonino- passano a vendere gelati al banco di fronte a Montecitorio”, o a Palazzo Madama.

Compagnia per compagnia, i grillini contrari al processo a Salvini si trovano scomodamente insieme con Berlusconi e con Di Pietro, quelli favorevoli altrettanto scomodamente con Giuliano Ferrara e con l’ex segretario del Pd Matteo Renzi. Che ha spavaldamente annunciato di voler leggere ben bene le carte per poter votare dal suo banco nel Senato a favore dell’autorizzazione. Incredibile, almeno per me, ma vero.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

E’ proprio vero che non si può stare in Paradiso a dispetto dei santi…

           Tra editoria e politica quella appena trascorsa è stata un po’ una giornata da giudizio relativamente universale. Si sono avuti tre casi assai diversi di licenziamento, o commiato, accomunati dalla conferma di un vecchio adagio popolare secondo il quale non si può stare in paradiso a dispetto dei santi.

          I casi sono quelli, in ordine rigorosamente alfabetico, per non fare torto a nessuno, del giovane Mario Calabresi, allontanato dalla direzione di Repubblica dopo soli tre anni, e due direzioni durate vent’anni l’una; del meno giovane ma pur sempre giovane Raffaele Cantone, convinto con le buone o con le cattive, secondo i gusti, a prenotare il ritorno al servizio giudiziario lasciando la guida dell’Autorità anticorruzione; dell’anziano ma sempre in forma Paolo Savona, spinto alla presidenza della Consob o rimosso, come preferite, dal governo dove avrebbe dovuto entrare come superministro  dell’Economia, ma venne dirottato al Ministero senza portafogli, come si dice in gergo tecnico, degli affari europei.

          Della rimozione di Calabresi, 48 anni, dalla direzione del giornale e della nomina di Carlo Verdelli a Mario Calabresi.jpgsuccessore, annunciate peraltro ai lettori delle copie cartacee all’interno, senza l’evidenza della prima pagina che di solito si assegna a questo tipo di notizie, si è cercato di attribuire la causa alla crisi della Repubblica di carta nelle edicole. Che invece l’ormai ex direttore, quasi per difendersene, si è vantato di avere ridotto dal 14 per cento delle perdite evidentemente ereditato al 7 per cento.

          In realtà, peraltro nel contesto di una caduta generalizzata dei giornali, e nel caso di Repubblica nel contesto anche di uno sfaldamento, sbandamento e quant’altro del suo pubblico originario per i mutamenti intervenuti nel tradizionale elettorato di sinistra, o centrosinistra, Calabresi si portava addosso da un po’ di tempo la diffidenza o la delusione pubblicamente espressa, o non smentita, dell’ex ma pur sempre influente presidente della società editrice Carlo De Benedetti, padre del presidente attuale.

           Non credo, francamente, di essere troppo malizioso e temerario a sospettare che un grande peso in questa delusione, a dir poco, ha avuto a suo tempo una certa freddezza o distanza mostrata dal Carlo De Benedetti.jpggiornale diretto da Calabresi quando scoppiarono le polemiche sui 600 milioni di euro di profitto realizzato in poco tempo dall’editore di Repubblica ordinando al suo operatore di borsa Gianluca Bolengo di investire 5 milioni nelle banche popolari che stavano per essere riformate con un decreto legge dal governo di Matteo Renzi. Dei tempi ormai vicinissimi di quella riforma, appunto, De Benedetti aveva appreso dallo stesso presidente del Consiglio al termine di una colazione, di primo mattino, a Palazzo Chigi.

           La vicenda procurò una istruttoria della Consob e poi un’inchiesta giudiziaria tuttora aperta, riguardante formalmente solo l’operatore finanziario Bolengo e contrassegnata da almeno due richieste di archiviazione avanzate dalla Procura della Repubblica di Roma, ma confutate dal giudice delle indagini preliminari Gaspare Sturzo. 

          Vi pare -ha sempre e praticamente chiesto De Benedetti a critici e avversari- che se avessi voluto davvero fare una speculazione sulle presunte anticipazioni ottenute dall’allora amico e presidente del Consiglio, mi sarei limitato a ordinare un investimento nelle banche popolari nell’ordine di soli 5 milioni di euro, contro i 50 milioni abituali di questo tipo di miei interventi in Borsa? La Procura di Roma, che lo ascoltò nelle indagini, gli ha creduto. Gli avversari no. E a costoro forse De Benedetti si aspettava che il “suo” giornale rispondesse per le rime, e non col distacco imbarazzato che gli deve essere forse apparso quello di chi lo dirigeva.

           Passiamo al magistrato Raffaele Cantone, 56 anni, fortemente sostenuto nel 2014 da Renzi al vertice dell’Autorità Cantone.jpganticorruzione e altrettanto fortemente valorizzato nella sua attività da giornali e giornalisti di ogni tendenza, salvo pochi mugugni, sino a quando non è arrivato nello scorso anno il governo gialloverde del cosiddetto cambiamento. Dove qualcuno non ha gradito, senza neppure nasconderlo, il lavoro o forse ancor di più il metodo di lavoro di Cantone, dai cui uffici sono passate pratiche di appalti e di nomine di ogni tipo, nazionale o locale.  Egli si è sentito e dichiarato ad un certo punto  “sopportato”, più che supportato, cioè stimato e sostenuto. E, magari precedendo qualche intervento di quelli che non sono certo mancati a Palazzo Chigi e dintorni in materia di cosiddetto spoils system, ha colto l’occasione offertagli dalla gara in Consiglio Superiore della Magistratura per la copertura di Procure della Repubblica vacanti per parteciparvi. E tornare così al suo antico e generalmente apprezzato mestiere, anche  ha precisato di prevedere tempi lunghi per la sua pratica al Csm, per cui rimarrà dov’e ancora per un bel po’.         

              Eccoci infine a Paolo Savona, 82 anni,  di cui ho già scritto molto accennando al dirottamento dal superministero dell’Economia, esplicitamente negatogli dal presidente della Repubblica, al ministero senza portafogli -ripeto- degli affari europei. Ebbene, lasciatemi aggiungere solo questa osservazione. Il professore, già ministro di Carlo Azeglio Ciampi e tante altre cose, a contatto Paolo Savona.jpgquotidiano nel governo gialloverde con i suoi colleghi, considerando l’esperienza e la competenza economica e finanziaria che egli ha, deve averne viste e sentite tante, e tanto inutilmente cercato di correggere o evitare cose contrarie alle sue abitudini e visioni, che non gli è parso vero evitare gesti clamorosi di rottura saltando sul convoglio della presidenza della Consob offertogli dal presidente del Consiglio, forse anche dal capo dello Stato o comunque dalle circostanze. E ha preferito, alla sua età, saltarvi sopra con spirito giovanile, anche a costo di sentirsi dire e contestare tutte le presunte o vere ragioni di “incompatibilità” contestategli prevalentemente dal Pd, e sotto sotto condivise forse anche da qualche grillino. Sarà probabilmente una via crucis fuori stagione quella che aspetta Savona nelle procedure parlamentari e burocratiche della nomina.

Piovono tegole dall’Europa sull’Italia per la Tav e le coperture a Maduro

          Mentre a Roma Giuseppe Conte e Luigi Di Maio presentavano festosamente il primo esemplare della carta di credito stampata dalle Poste per il cosiddetto e imminente reddito di cittadinanza, e Matteo Salvini Card Di Maio.jpgannunciava con giubilo la presentazione delle prime ventimila domande all’Inps per l’accesso anticipato alla pensione da parte di chi ha maturato 62 anni di età e 38 di contributi, dall’Europa sono piovute altre tegole sull’Italia.

         La lite farcita di parolacce fra grillini e leghisti sulla realizzazione della “supercazzola”, come la chiama Di Maio, della linea ferroviaria ad alta velocità Lione-Torino per il trasporto delle merci, la famosa Tav sostenuta e appena visitata in cantiere da Salvini con casco e tuta d’ordinanza, è stata bruscamente interrotta dall’annuncio della Commissione di Bruxelles che rinunce e ritardi potrebbero costare a breve al governo italiano la restituzione di un miliardo e duecento milioni di euro di contributi dell’Unione Europea, da noi già incassati. Emilio Giannelli ha giustamente immaginato e rappresentato sul Corriere della Sera la turbo-fuga del ministro pentastellato delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Che sta giocando ormai da troppo tempo con i numeri segreti del rapporto fra costi e benefici dell’opera, a sollecitare la quale si è liquidati come “rompicoglioni” dall’ineffabile Alessandro Di Battista. Che dalla panchina di ex deputato partecipa a suo modo alla partita della squadra grillina di governo senza che nessuno, ma proprio nessuno, dall’arbitro ai giocatori in campo con la maglia delle cinque stelle, si senta a disagio e tanto meno protesti.

           Sempre dall’Europa è venuta all’Italia, sul fronte questa volta della politica estera, che pure è uno degli anelli deboli dell’Unione, dove di solito si è più solisti che coro, una cocente lezione di realismo e anche di dignità di fronte al caos crescente in Venezuela. Dove peraltro risiedono non 130 mila, come si è spesso scritto in questi giorni, ma forse più di 150 mila italiani, al netto di quelli che sono già scappati per la miseria e la violenza garantite dal dittatoreMaduro.jpg Nicola Maduro: l’erede di Chavez di cui Alessandro Di Battista, sempre lui, è riuscito ad imporre la venerazione nel suo movimento. Ben 19 Paesi dell’Unione Europea hanno definitivamente scaricato Maduro e riconosciuto il presidente ad interim del Venezuela Juan Gaidò, che alla scadenza del mandato del rivale, confermato l’anno scorso con elezioni dalla irregolarità persino sfacciata, si è proposto di restituire la parola ai cittadini. Che invece Maduro vorrebbe rimandare alle urne, con i suoi metodi, per eleggere un  nuovo Parlamento, visto che quello in carica è presieduto proprio da Gaidò, legittimato dalla Costituzione venezuelana a prendere provvisoriamente il posto del presidente scaduto della Repubblica.

            La posizione apparentemente agnostica ma sostanzialmente filo-Maduro imposta all’Italia dai grillini, fra le proteste anche degli alleati di governo, è diventata ormai talmente  insostenibile che ha dovuto intervenire il capo dello Stato per invitare il governo a scegliere finalmente “fra democrazia e violenza”.

             Si speraSalvini.jpg a questo punto che non rimedi pure Sergio Mattarella il “rompicoglioni” già riservato da Di Battista a Salvini per la Tav. Ormai il repertorio dei grillini è o è tornato ad essere questo, se è mai davvero cambiato da quando sono passati dall’opposizione al governo.

Più che al Senato per la Diciotti, Salvini rischia alla Consulta per la sicurezza

Non è per niente detto che il fronte più rischioso su cui sta combattendo Matteo Salvini sia quello del processo che gli vorrebbero fare a Catania per sequestro aggravato di persona, abuso d’ufficio e altro. E neppure dopo che il presidente della Camera Roberto Fico, volente o nolente, ha cercato di sgambettarlo politicamente intervenendo contro di lui nel dibattito in corso fra i grillini, al Senato, su come rispondere all’azione promossa dal cosiddetto tribunale etneo dei ministri, in difformità dall’archiviazione richiesta dalla Procura della Repubblica, per la vicenda del pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti. Dove il ministro leghista dell’Interno fece trattenere  per quattro o cinque giorni in agosto più di 170 immigrati, doverosamente soccorsi in mare, per trattare a terra la loro ripartizione fra più paesi europei e i vescovi italiani. Che furono poi poco solerti a trattenere gli ospiti nelle destinazioni assegnate loro vicino Roma.

Voglio proprio vedere, quando verrà il momento nell’aula del Senato, tutti i grillini votare contro Salvini, e le garanzie costituzionali che gli spettano nell’azione di governo per il perseguimento di un interesse superiore, peraltro riconosciutogli in prima persona, e pubblicamente, dal presidente del Consiglio.

Sono altrettanto curioso di vedere votare contro Salvini tutti i senatori del Pd, per quanto spronati in questa direzione assai strumentale anche dall’ex segretario del partito Matteo Renzi, disinvoltamente dimentico delle rivendicazioni del “primato della politica” quando era lui alla guida del governo.

Posso sbagliare, per carità, ma più facile di un sì al processo è  la maggioranza assoluta del no, nell’aula di Palazzo Madama, grazie al concorso determinante dei forzisti di Silvio Berlusconi. E per i grillini, se ufficialmente schierati per il sì ma incapaci per questo di provocare una crisi, sarebbe uno schiaffo politico clamoroso. Non parlo dei piddini perché aspetto, col buon Emanuele Macaluso, che si decidano a diventare un partito, almeno dopo che avranno tentato di regolare i conti fra di loro con l’elezione del nuovo segretario.

Non credo particolarmente rischioso per Salvini neppure il fronte della Tav, o della versione maschile preferita da Marco Travaglio, per quanto il leader leghista si sia guadagnato del “rompicoglioni” da Alessandro Di Battista per l’insistenza con la quale sostiene la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità per le merci da Torino a Lione. Da Luigi Di Maio invece Salvini si è sentito dare del supercazzolaro – da autore di una “supercazzola”- per avere proposto una versione almeno light del progetto tanto inviso ai grillini. Che pur di combatterlo meglio ne hanno moltiplicato a tavolino i costi per l’Italia, facendoli salire a 20 miliardi di euro dai 6 e anche meno cui furono ridotti già nella versione rivisitata dal governo precedente, con Graziano Delrio al Ministero delle Infrastrutture.

Decisamente rischioso, o più rischioso, per Salvini è invece il fronte della Corte Costituzionale, dove è materialmente approdata la contestazione della legge su sicurezza e immigrazione al sessantesimo giorno dalla pubblicazione della legge di conversione del decreto di urgenza emanato il 4 ottobre scorso, in curiosa coincidenza con la festa del patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi.

A mio modesto avviso, Salvini prese sottogamba nelle settimane scorse la rivolta degli amministratori locali capeggiati dal  sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Che peraltro ha appena ripreso la sua offensiva politica facendo iscrivere in questi giorni all’anagrafe del suo Comune gli immigrati col permesso umanitario scaduto o in via di scadenza.

Appresso ai sindaci, ritenendo le nuove norme su sicurezza e immigrazione lesive delle autonomie e competenze locali indicate dalla Costituzione, si sono mossi anche i governatori -e relative giunte, con tanto di deliberazioni- di ben otto regioni: dal Piemonte all’Emilia-Romagna, dalle Marche all’Umbria, dalla Toscana alla Sardegna, dalla Basilicata alla Calabria.

Diversamente dai primi cittadini, che in ogni caso, essendo eletti direttamente, hanno una rappresentatività politica maggiore di quella di un governo maturato non nelle urne, come ai tempi pur impropri della legge prevalentemente maggioritaria adottata nel 1993, ma in Parlamento dopo le elezioni, e composto da partiti contrappostisi in campagna elettorale; diversamente dai sindaci, dicevo, le regioni e i loro governatori, anch’essi di elezione diretta, hanno accesso diretto alla Corte Costituzionale. Dove sono appunto approdati i nodi della legge nella quale si è avvolto come in una bandiera il ministro  dell’Interno: una legge che il presidente della Repubblica firmò a dicembre, dopo la conversione parlamentare, così poco convintamente da scrivere al presidente del Consiglio una lettera per raccomandarne in pratica un’applicazione avveduta, conforme al rispetto dei principi costituzionali.

Più stringente sarà o dovrà essere a questo punto, visti i problemi sorti sul piano locale, il giudizio della Corte Costituzionale. Il cui presidente Giorgio Lattanzi in una intervista a Repubblica di non più tardi del 31 gennaio scorso ha ricordato, fra l’altro, che “al centro della Costituzione c’è la persona con la sua dignità”, e “senza distinzioni di colore della pelle, di etnia, di religione”. Ciò vale -ha insistito Lattanzi- “per tutte le persone che si trovano in Italia, cittadini o stranieri che siano”, anche quelli che Salvini un po’ troppo frettolosamente aveva promesso di rispedire a centinaia di migliaia entro l’anno, o quasi, nei paesi di provenienza.

Poi Schermata 2019-02-01 alle 06.13.37.jpgil ministro dell’Interno, e vice presidente del Consiglio, ha scoperto al Viminale, indossando felpe della Polizia e lasciandosi spiegare dai prefetti leggi, trattati, regolamenti e quant’altro, che le cose non stanno proprio come lui aveva immaginato. Esse sono più complicate, stanno purtroppo in modo tale che solo qualche giorno fa, proprio per le condizioni in cui si è venuto a trovare con l’applicazione delle nuove norme, il nigeriano venticinquenne Jerry Prince si è ucciso gettandosi sotto un treno a Genova.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Roberto Fico spiega che tempo fa (cattivo) nella maggioranza gialloverde

           Neppure il  festival della canzone a Sanremo riuscirà a contenere quello della politica. In cui i concorrenti sono sostanzialmente soltanto i due partiti al governo, visti i disturbi di voce, a dir poco, delle opposizioni.

          Un contributo fuori programma alle prestazioni del movimento delle 5 stelle è appena arrivato dal presidente della Camera Roberto Fico. Che, ospite con la sua barba d’immagine filosofica nell’omonima trasmissione televisiva a Rai uno, ha aiutato a capire “che tempo che fa” nel partito di Beppe Grillo: cattivo tempo, direi, per la Lega di Matteo Salvini e per il governo che li contiene entrambi. Un tempo ben peggiore di quello che ha coperto di neve e di fango l’autostrada del Brennero, a tal punto da annebbiare ancora una volta la memoria del ministro (grillino) delle infrastrutture Danilo Toninelli, facendogli coltivare il sogno dell’ennesima, palingenetica ma impossibile nazionalizzazione, essendo quell’arteria già prevalentemente pubblica, con l’ottantacinque per cento conferito agli enti locali.

          Fico tuttavia ha volato un po’ più alto di Toninelli, contendendogli le competenze solo in un passaggio fuggevole della sua prestazione televisiva, quando ha preso posizione contro la Tav, la  progettata linea ferroviaria di alta velocità per le merci da Lione a Torino. Che per i grillini -ha annunciato a distanza il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio- rimarrebbe “una supercazzola” anche nella versione light, diciamo così, offerta come compromesso da Salvini. Di Battista.jpgIl quale continua evidentemente nel ruolo di “rompicoglioni” contestatogli dal quasi gemello di Di Maio, Alessandro Di Battista, smanioso di un “ritorno” del leader leghista con Silvio Berlusconi.  Col quale, in verità, Salvini non mai rotto davvero, governando insieme regioni come la Lombardia, il Veneto e la Liguria. Ma non ha rotto davvero -direi- neppure a livello nazionale, nonostante il ruolo di opposizione assuntosi da Forza Italia in Parlamento, perché il ministro dell’Interno ricorda insistentemente il consenso ottenuto ad Arcore, dopo le elezioni politiche dell’anno scorso,  a “provare” a governare con i grillini, visto che non c’era altro da fare di fronte al rifiuto del capo dello Stato di rimandare gli italiani a votare: cosa, d’altronde, che neppure Berlusconi auspicava, tramortito com’era dal sorpasso subìto ad opera leghista all’interno del centrodestra.

            Forse il governo gialloverde sta durando oltre le previsioni del Cavaliere, che non a caso ha deciso di tenersi lontano dal Parlamento nazionale, dove avrebbe potuto tornare con qualche elezione suppletiva, facendo dimettere un fedelissimo eletto in qualche collegio uninominale, una volta riottenuta dalla magistratura la piena agibilità politica. Berlusconi ha invece preferito candidarsi al Parlamento Europeo e persino cercare casa a Bruxelles: l’ennesima della sua collezione immobiliare.

            Quanto potrà ancora durare il governo gialloverde, fra le liti e i pasticci che lo contrassegnano, nessuno francamente può dirlo con sicurezza. Ancora tanto, par di capire da Fico, che in televisione ne ha paragonato il percorso ad “una maratona di 42 chilometri”, accorciandone quindi il tracciato solo di 195 metri. Che potrebbero essere quelli della campagna elettorale certificata col decreto di scioglimento delle Camere, magari alla scadenza ordinaria, e il deposito delle liste.

             La parte grossa della prestazione televisiva di Fico nel salotto televisivo di Fabio Fazio è stata comunque quella dedicata alla posizione giudiziaria di Salvini, che il cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, in realtà un organo collegiale di quello che per altri imputati è il  gip, cioè il giudice delle indagini preliminari, ha chiesto al Senato di poter rinviare a giudizio per i quattro-cinque giorni di “sequestro” o di “arresto” inferti nella scorsa estate a 170 e rotti immigrati soccorsi in mare dal pattugliatore della Guardia Costiera italiana Diciotti, ma trattenuti a bordo, nel porto etneo, per trattarne la ripartizione fra più paesi europei.

            Il problema ha notoriamente spaccato e spacca tuttora il movimento grillino, favorevole per principio a tutte le richieste della magistratura, senza sconti a e per nessuno, tanto meno per un alleato scomodo come si è rivelato Salvini. Che per almeno 20 delle 24 ore di una giornata sembra essere il vero capo del governo, esonerando dai suoi compiti il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ora grillino a tutti gli effetti, avendo aderito anche formalmente al movimento che lo ha portato a Palazzo Chigi.

              Sottrattosi a commenti sulla materia per qualche giorno, lasciando che fra i suoi compagni di partito si sviluppasse un certo dibattito sulla possibilità o meno di considerare la unicità, diciamo così, di una vicenda che va ben oltre le responsabilità personali e ministeriali di Salvini, il presidente della Camera ha deciso di intervenire nella partita. E lo ha fatto a gamba abbastanza tesa rivolgendo in giù il pollice della mano.

              “Se arrivasse una richiesta di giudicare me, pregherei i colleghi di dare il via libera”, ha detto Il Fatto.jpgtestualmente Fico pur esprimendo “rispetto sostanziale” e preventivo, bontà sua, per ogni decisione che assumerà il ramo del Parlamento cui lui non appartiene, e chiamato invece a pronunciarsi.  E Di Maio ha avvertito, cambiando quanto meno umore sul problema, che l’affare Diciotti, chiamiamolo così, è tutto ancora aperto per il suo comprimario di governo.

 

 

 

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Il governo gialloverde di Giuseppe Conte ormai come quel masso di Agordo

             A dispetto del “2019 bellissimo” annunciato dal presidente del Consiglio per esorcizzare la recessione “tecnica” intervenuta col secondo trimestre consecutivo contrassegnato dal segno meno per il prodotto interno lordo, dopo 14 contrassegnati dal segno più, le liti continue nella compagine ministeriale e nella maggioranza;  la confusione che producono;  il contrasto fra il 60 per cento che i due partiti della coalizione raccolgono insieme nei sondaggi cantando vittoria e il 54 per cento dei no che raccolgono le misure adottate per sconfiggere addirittura la povertà;  la diffidenza crescente a livello internazionale, dove Roma è riuscita a guadagnarsi i ringraziamenti del presidente venezuelano Nicolas MaduroNaduro.jpg fra le proteste dei tanti italiani che risiedono in quel paese sperimentandone la miseria e le violenze,  fanno apparire il governo di Giuseppe Conte e dei suoi due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini come quel masso caduto col maltempo di questi giorni sulla strada di Agordo, nel Bellunese.

             Non vi è problema, ormai neppure quello delle nomine, su cui grillini e leghisti avevano marciato per un po’ all’unisono spartendosi tutto il possibile, e superando in disinvoltura e rapidità anche i loro peggiori predecessori, su cui il governo non appaia, ma soprattutto non sia diviso. Anzi, profondamente diviso. E’ come se esso si fosse chiuso nella sua metà campo, visto anche che nell’altra metà la confusione è persino superiore, e giocasse da solo la partita scambiandosi le due parti che lo compongono i ruoli di maggioranza e di opposizione, I grillini giocano contro la porta leghista e i leghisti contro la porta grillina, segnando tra le grida, i fischi, gli applausi e gli insulti degli stessi giocatori, oltre alle tifoserie.

             Degli insulti, l’ultimo che si è sentito bello forte, ben stampato su molti giornali, a cominciare naturalmente dal Fatto Quotidiano, è quello di “rompicoglioni” lanciato contro Salvini dal grillinoDibba a Salvini.jpg onnipresente Alessandro Di Battista avendo accanto il per niente imbarazzato amico e vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio. Che d’altronde aveva appena finito di alludere proprio al comprimario di governo Salvini come loro punto di riferimento parlando dei “peggiori” gruppi di potere e di corruzione operanti nel paese e interessati alla realizzazione della Tav. O del Tav, come Marco Travaglio preferisce chiamare al maschile la linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci progettata fra Lione e Torino: una linea di cui esistono cantieri, uno dei quali appena visitato da Salvini, che i grillini non vedono e non sentono, pur partecipando alle dimostrazioni di protesta e agli assalti alle loro attrezzature, nonché alle forse dell’ordine che le proteggono.

            Quell’opera -aveva avvertito Di Maio prima che il suo amico desse del “rompicoglioni” a Salvini perché ne sostiene la realizzazione- “non esiste, non ha futuro”. E se al leader leghista, che insiste a sostenerla ma anche ad Eulli.jpgescludere – va detto- una crisi di governo su questo problema, non piacesse davvero questa posizione grillina, infiocchettata con i calcoli dei costi e dei benefici di una pubblicazione sempre imminente e rinviata, non  resterebbe che tornarsene da Silvio Berlusconi. “Glielo restituiamo”, ha detto Di Battista: sempre lui. E sempre accanto a Di Maio.

             E questo Altan.jpgsarebbe un governo. O, ripeto, un macigno? E fino a quando -mi chiedo a questo punto- con la tolleranza del presidente della Repubblica, fra una lettura e l’altra del vecchio e da lui giustamente preferito romanzo manzoniano dei Promessi Sposi? Dove Sergio Mattarella ha attinto più o meno recentemente quel richiamo sempre più attuale al buon senso ormai costretto a nascondersi sotto o dietro al senso comune.

 

 

 

 

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Trump è bizzarro ma non fesso. La Casa Bianca chiusa a Di Maio e Salvini

            I primi a fare le spese personali e politiche della pasticciata posizione italiana sulla crisi venezuelana sono gli stessi autori del pasticcio: i vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Che prima si sono scontrati sulla valutazione del presidente Nicolas Madero, il primoDi Maio.jpg difendendolo e il secondo no, e poi si sono trovati d’accordo nel contrastare a livello europeo – dall’astensione congiunta dei loro amici di partito nel Parlamento di Strasburgo al veto imposto alla diplomazia italiana nel vertice dei ministri degli Esteri dell’Unione a Bucarest- il riconoscimento del presidente ad interim Juan Gaidò, autoproclamatosi tale a Caracas reclamando elezioni finalmente corrette e garantite.  

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha cercato, come al solito, di mettere una pezza all’ennesima confusione esplosa nel suo governo dicendo che Maduro, confermato nel mese di maggio dell’anno scorso fra denunce di brogli e violenze, non è mai stato riconosciuto Salvini.jpgdall’Italia. Ma egli ha finito così per aggravare la situazione, in particolare nei rapporti con i grillini, sostenitori di Maduro. E ciò senza recuperare credito sul versante opposto, proprio mentre da Caracas giungeva una esplicita sollecitazione di Gaidò, che è anche presidente del Parlamento, a sostenerlo apertamente nel tentativo di fare uscire il suo Paese dal marasma in cui si trova. E di cui sono vittime, oltre che testimoni, più di centrotrentamila italiani che vi risiedono, per non parlare dei due milioni di oriundi.

           Ebbene, in questa situazione a Washington, dove il presidente Donald Trump si sta spendendo personalmente a favore del presidente ad interim del Venezuela, riconosciuto all’istante, si è bloccata la pratica diplomatica dei due viaggi programmati negli Stati Uniti, ciascuno per conto suo, dai due vice presidenti del Consiglio per questi mesi, nella prospettiva della campagna elettorale per le europee di maggio. Già difficile di sua per ragioni di cerimoniale, trattandosi di personalità politiche non al massimo livello, è definitivamente tramontata l’ipotesi anche solo di una foto di opportunità alla Casa Bianca di Di Maio e di Salvini con Trump. Di cui pertanto il leader leghista potrà continuare a disporre solo di un’immagine molto casuale con l’allora candidato alla Casa Bianca, che peraltro la commentò dicendo di non averne alcun ricordo.

           Sembra che dalla Casa Bianca siano anche partite verso gli uffici dipartimentali, cioè governativi, degli Stati Uniti raccomandazioni alla prudenza e al distacco verso gli ormai ingombranti ospiti italiani, ove dovessero veramente insistere nei loro programmi e sbarcare oltre Atlantico.

          Trump insomma, che pure ha avuto incontri e telefonate più volte nei mesi scorsi con Giuseppe Conte, chiamandolo Giuseppi, ha quanto meno cominciato a farsi sospettoso di quanto accade a Roma. Conte e Trumnp.jpgIl presidente americano è bizzarro -per esempio con quell’idea di murare i confini col Messico, spingendoli sino al mare, per respingerne i migranti- ma non è fesso. Le porte quanto meno della Casa Bianca ai due proconsoli del governo italiano sono chiuse, almeno per ora.

          Un segnale delle difficoltà insorte nella preparazione dei viaggi paralleli dei due vice presidenti del Consiglio negli Stati Uniti si è colto d’altronde in un giornale – Il Fatto Quotidiano- solitamente informato specie della componente grillina del governo e della sua maggioranza: una componente cui dispensa consigli, raccomandazioni e quant’altro, come ha appena fatto elencando dieci ragioni per le quali iIl Fatto dellì1-2-19.jpg senatori a cinque stelle non dovrebbero cedere alla tentazione di negare l’autorizzazione al processo a Salvini per sequestro di persona, abuso d’ufficio e altro ancora, chiesta dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania per l’affare noto come Diciotti. Che è notoriamente il pattugliatore della Guardia Costiera italiana a bordo del quale furono trattenuti per quattro giorni nella scorsa estate 170 migranti, regolarmente  soccorsi in mare ma che al Viminale si voleva che fossero preventivamente distribuiti fra vari paesi, alla fine riuscendovi, sia pure con successive complicazioni per la parte assuntasi dai vescovi italiani. “La missione in Usa è tutta in salita”, ha titolato ieri in prima pagina il giornale di Marco Travaglio richiamando un articolo sulle difficoltà, appunto, dei “viaggi gemelli” di Di Maio e Salvini negli Stati Uniti.

 

 

 

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Colpo basso di Di Maio a Salvini: l’immigrazione non è il primo problema

           I soliti maliziosi retroscenisti dicono che Matteo Salvini -al quale l’hanno raccontata mentre si provava una nuova felpa della Polizia nel suo ufficio al Viminale- abbia imprecato sapendo del colpo basso appena infertogli dal pur amico e comprimario di governo Luigi Di Maio rifiutandosi di rispondere alle domande sull’immigrazione durante la conferenza stampa indetta per vantarsi dei successi gialloverdi. E ciò nonostante il fresco, anzi gelido annuncio della recessione “tecnica” certificata dall’Istat con i dati economici anche dell’ultimo trimestre del 2018. Di cui il vice presidente grillino del Consiglio si è liberato, diciamo così, attribuendone la responsabilità ai governi precedenti, accusati di avere nascosto la realtà al Paese inducendo evidentemente la stessa Istat a diffondere dati falsi sulla quindicina di trimestri antecedenti i due col segno meno toccati per disgrazia all’attuale compagine ministeriale.

            Il colpo basso a Salvini da parte di Di Maio, rimasto peraltro convinto che ci aspetta lo stesso un “boom economico”, prima o poi, grazie ai soldi che riusciranno a muovere le pur tanto contestate novità del reddito di cittadinanza e dell’accesso anticipato alla pensione, sta nella Salvini e Di Maio.jpgmotivazione del rifiuto di rispondere ai giornalisti curiosi di sentirlo parlare di immigrati e complicazioni conseguenti. Fra le quali va naturalmente annoverato il processo allo stesso Salvini per sequestro aggravato di persone, arresto illegale e abuso di ufficio che il cosiddetto tribunale dei ministri di Catania ha chiesto al Senato di autorizzare. Il che ha creato un bel po’ di problemi al movimento delle 5 stelle e allo stesso Di Maio, in particolare.

             Il giovane capo dei grillini sta sudando, fuori stagione col freddo che fa,  le fatidiche sette camicie per convincere i suoi senatori a votare contro la richiesta della magistratura derogando alla loro regola, abitudine, convinzione e quant’altro di non contraddire mai le toghe alle prese con i politici. Ad un’opera di persuasione in questa inversione di marcia, vista la contrarietà maturata nel ministro dell’Interno contro un processo cui si era per un po’ mostrato invece disponibile con l’aria di sfida e di sicurezza che lo distingue, se non vogliamo parlare di spavalderia, si è offerto anche il presidente del Consiglio in persona Giuseppe Conte.

          Il professore, avvocato civilista e “del popolo”, sempre più attivo dopo un periodo in cui sembrava rassegnato ad un ruolo defilato, prima si è dichiarato pubblicamente corresponsabile dei reati contestati a Salvini per i migranti soccorsi ma anche bloccati nella scorsa estate per qualche giorno sul pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana, poi ha definito -giustamente- uno strafalcione giuridico quello di confondere la vicenda giudiziaria del ministro dell’Interno con una banale questione di immunità parlamentare, o di quel Il Fatto.jpgche ne resta, e infine ha annunciato di volere personalmente parlare al gruppo grillino del Senato quando si riunirà -si spera- per decidere come votare. L’opera di persuasione deve essere a buon punto se il giornale di Marco Travaglio ha annunciato che “cresce la fronda” tra i grillini contro il processo.

           Ma veniamo, finalmente, alla motivazione del no opposto da Di Maio alle richieste dei giornalisti di  parlare di immigrazione nella sua trionfalistica conferenza stampa sui successi del governo, indicati sulle pareti con cartelli da scoprire come monumenti, e su un tavolo con tanti barattoli. “L’immigrazione non è il primo problema” dell’Italia, ha detto il vice presidente grillino del Consiglio, pur sapendo quanto ci tenga invece Salvini alla missione che si è data di farla finita con “la pacchia” degli sbarchi e dell’accoglienza.

           Una vignetta che, non importa se casualmente o apposta, riflette meglio di un articolo, editoriale e quant’altro il colpo basso di Di Maio al suo alleato e comprimario di governo è quella di Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno. Che fa indossare a Salvini una felpa finalmente anonima, sbeffeggiato da un immigrato che se ne va via, con tanto di valigia, per via della recessione. Finisce così un’altra e forse più dannosa “pacchia”: quella del boom economico sognato e persino annunciato da Di Maio, e condiviso da Salvini nei salotti televisivi. Dove l’altra sera il vice presidente leghista del Consiglio si vantava del grandissimo successo dell’ultima asta dei titoli italiani di Stato, precedente l’annuncio ufficiale della recessione.  Parlo naturalmente dei titoli di Stato a scadenza breve, perché la musica di quelli a lunga scadenza è ben altra, come si è visto anche di recente.

 

 

 

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