Come prima, peggio di prima anche col decreto “salvo intese” su Genova

            E’ inutile prendersela col commissario europeo agli affari economici, il francese Pierre Moscovici, peraltro neppure il più ostile a Bruxelles con gli italiani, per “i piccoli Mussolini” che vede a Roma quando il governo offre spettacoli come quello della presunta -a dir poco- approvazione di un decreto legge sulla cosiddetta emergenza creatasi a Genova con il crollo, esattamente un mese fa, di una parte del viadotto autostradale Morandi.

            Di questo provvedimento, annunciato più per apparire che per essere, più per rinviare che per decidere, più per infiocchettarsi che per vestirsi, i giornali hanno scritto nei titoli di prima pagina come di un decreto “vuoto”, “beffa”, “parziale”, “decretino”. Con la formula “salvo intese”, a seguire, il governo ha potuto evitare di decidere, fra l’altro, chi costruirà il ponte destinato a sostituire quello crollato e chi sarà il commissario straordinario incaricato di occuparsene. Di cui si sa solo che non sarà quello nominato per l’emergenza, cioè il governatore della regione Liguria Giovanni Toti: un berlusconiano alleato  con i leghisti ma troppo preoccupato, agli occhi del ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, delle complicazioni e relativi ritardi che potrebbero derivare da una pregiudiziale esclusione della società concessionaria dell’autostrada, pur obbligata alla ricostruzione dal contratto stipulato a suo tempo con lo Stato.

            D’accordo, la formula “salvo intese” per rinviare anziché fare, per fingere anziché decidere non è nuova nella storia dei governi italiani. Ma da un governo di promesso e decantato “cambiamento” si poteva e doveva aspettare altro. O no? Come con la storia della fiducia sul decreto legge ormai annuale “milleproroghe” appena votata alla Camera su richiesta degli stessi grillini e leghisti che l’avevano trovata scandalosa nella scorsa legislatura.

            Tutto si fa come prima, più di prima, peggio di prima. Il decreto su Genova uscirà da Palazzo Chigi quando quando lo vorranno i vice presidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini mettendosi d’accordo per conto, rispettivamente, dei grillini e dei leghisti. E in forza della prassi, cioè del non cambiamento, si aspetteranno la complicità del presidente della Repubblica  con la promulgazione di un decreto legge  sprovvisto della collegialità della decisione prescritta dalla Costituzione. Che affida al “Governo”, con la maiuscola, non a singoli ministri, e neppure al presidente del Consiglio, l’adozione di “provvedimenti provvisori con forza di legge in casi straordinari di necessità e urgenza”.       

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