Il paradossale soccorso del Pd targato Franceschini al governo grilloleghista

            Fra i punti che guadagna nei mercati finanziari il vorace mister Spread rendendo i titoli del debito pubblico italiano sempre più onerosi, il declassamento delle “prospettive” appena annunciato dall’agenzia internazionale di rating Fitch, le interferenze della magistratura, la “vigilanza preoccupata” del presidente della Repubblica, che aspetta il varo della legge di bilancio per valutarne le compatibilità con gli impegni europei e decidere come regolarsi, cioè se consentirne o no la presentazione alle Camere in base al quarto comma del lungo articolo 87 della Costituzione, che elenca le prerogative e funzioni del capo dello Stato, e viene forse sottovalutato dai ministri, sottosegretari ed esponenti della maggioranza divisi sulla esecuzione del loro “contratto di governo”, le uniche buone notizie che arrivano a Palazzo Chigi sono quelle del Pd. Che pure è paradossalmente il principale partito di opposizione rappresentato in Parlamento.

            Forse esagera il grillino Alessandro Di Battista a parlarne, come ha appena fatto in collegamento dal Guatemala con la festa annuale del Fatto Quotidiano, come di un partito “morto”, ma di certo il Pd non gode di buona salute. E ogni volta che i suoi dirigenti, fuori e dentro le mura del Nazareno, in riunioni di direzione, assemblea nazionale e quant’altro, o in raduni di area o corrente, com’è appena accaduto per quella dell’ex ministro dei beni culturali Dario Franceschini a Cortona, si ritrovano per fare il punto della situazione e cercare di uscire dalla crisi sopraggiunta con le elezioni politiche del 4 marzo scorso, il quadro che ne esce è sempre più confuso.

            A Cortona si è capito che Dario Franceschini ha definitivamente chiuso la stagione renziana, sua personale e del partito, ed è pronto a sostenere nella corsa alla segreteria l’attuale governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il fratello del più celebre commissario televisivo Montalbano, se e quando si riuscirà davvero a realizzare  il congresso. Ma per fargli fare cosa esattamente, una volta assuntane la guida, non si è capito. Né lo stesso Zingaretti ha aiutato a capire nel discorso pur tanto applaudito da Franceschini, incoraggiato peraltro da Piero Fassino.

            L’unica cosa che si è capita è un forte e comune risentimento nei riguardi di Matteo Renzi. Al quale Franceschini, fra il discorso conclusivo del raduno di corrente e le interviste, non perdona l’ingenerosità verso Paolo Gentiloni, la cui candidatura ufficiale a Palazzo Chigi in campagna elettorale avrebbe quanto meno ridotto le perdite del Pd, e poi l’alleanza di governo fra i grillini e la Lega dell’altro Matteo, cioè Salvini.

            E’ un’alleanza, quest’ultima, che rischia, per quanto contraddittoria, di trasformarsi in un “blocco sociale” e che il Pd avrebbe potuto evitare, secondo Franceschini, sostituendosi ai leghisti nella trattativa di governo, come si accingeva a fare il segretario reggente Maurizio Martina dopo l’esplorazione della crisi condotta dal presidente grillino della Camera Roberto Fico su incarico del capo dello Stato, se Renzi non glielo avesse impedito dal salotto televisivo di Fabio Fazio. D’altronde molti, a cominciare dallo stesso capo ufficiale del movimento cinque stelle e allora ancora candidato alla presidenza del Consiglio Luigi Di Maio, avrebbero preferito tra i grillini il pur disprezzato Pd, indebolito dal risultato elettorale di marzo, ad una Lega imbaldanzita dal sorpasso effettuato su Forza Italia all’interno del centrodestra.

            Un partito che, conservando lo stesso nome o cambiando pure quello, e non avendo il coraggio o la cultura, come preferite, di chiedere il ricorso anticipato alle urne, stabilendo peraltro con quali alleati affrontarle, pone di fatto come obiettivo della sua azione politica e parlamentare non il rovesciamento del governo in carica, ma una crisi che gli consenta di sostituire la Lega nel rapporto con i grillini, è una forza politica a dir poco perduta. Che a parole promette opposizione ma nei fatti moltiplica la forza di attrazione del movimento grillino, anziché ridurla.

            In questa situazione scomodare o comunque indicare formule di vecchia scuola morotea, come ha fatto Franceschini parlando della necessità di “scomporre per ricomporre” equilibri, è un puro esercizio dialettico, e retorico.

            Anziché contrastare i grillini, coerentemente con le critiche mosse ai loro programmi e alle loro iniziative di governo, il Pd post-renziano di Franceschini e Zingaretti, o viceversa, li inseguirebbe.  

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