Il miracolo del venezuelano Maduro sulle opposizioni in Italia

         Scusatemi l’indifferenza, odiata ai sui tempi anche da Antonio Gramci. Non sono riuscito a indignarmi, neppure all’1 per cento della tragedia di Capodanno in Svizzera costata la vita anche a sei ragazzi italiani, per la cattura del presidente venezuelano Maduro. Che non è stato ucciso dai militari americani come la scorta che lo proteggeva, ma ammanettato e portato negli Stati Uniti per un processo che meritano le nefandezze di narcotraffico e dintorni compiute nel suo paese. Dove la gente, pur ancora minacciato da un regime sostanzalmente militare che ha già insediato alla guida del governo la vice di Maduro, ha festeggiato la liberazione.  E ancora più liberamente i tanti venezuelani all’estero, dove hanno dovuto rifugiarvisi per le condizioni disperate del loro paese.

         Le varie componenti, anime e via dicendo dell’opposizione italiana aspirante all’alternativa si sono subito compattate, una volta tanto, nella protesta contro  l’iniziativa di Trump e la condivisione espressa a Roma dalla premier Giorgia Meloni, prima ancora di telefonare all’amica Maria Corina Machado, insignita del premio Nobel della Pace anche per la sua azione di contrasto in Venezuela a Maduro. E avrebbe ora il bisogno internazionale che merita per succedere lei davvero al dittatore sotto processo, al posto della vice già avvertita da Trump del rischio di provocare un altro intervento degli Stati Uniti.

         Diversamente dal mio pur amico Piero Sansonetti, dell’Unità da lui riportata a nuova vita, il Maduro in manette non mi ricorda minimamente l’Aldo Moro sequestrato il 16 marzo di 50  anni fa fra il sangue della scorta a breve distanza da casa e ucciso pure lui 55 giorni dopo, eseguendo la sentenza emessa in un processo farsesco del fantomatico tribunale del popolo nel covo in cui il prigoniero era stato rinchiuso. Né gli americani calatisi sul Venezuela per arrestare Maduro e portarlo ad un processo vero, che tutto il mondo potrà seguire alla luce del sole, mi sono sembrati i terroristi rossi delle omonime brigate italiane.

         Rientriamo, per favore, nella realtà. E non scambiamo neppure la Groenlandia pretesa da Trump, col suo segretario di Stato agli affari esteri che esorta i danesi a prenderlo sul serio, per la Danzica della seconda guerra mondiale.

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Il vecchio Rino Fomica smattarella il messaggio quirinalizio di Capodanno

         L’ormai miticamente vecchio Rino Formica -98 anni compiuti da un pezzo, 99 fra meno di due mesi, auguri- ha fatto finta di chiedersi su Domani se l’elogio. Il riconoscimento totale della premier Giorgia Meloni nell’undicesimo messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia stato e sia “un modo per rinnegare o per imbrogliare le carte”. Rinnegare cioè una militanza fascista vista da Fornica nella provenienza della Meloni dal Movimento Sociale e poi da Alleanza Nazionale, o imbrogliare le carte, appunto, per fingersi quella che vorrebbe risultare da una sua “improvvisata e sfuggente dichiarazione di ringraziamento al presidente della Repubblica per i riferimenti alla storia italiana dal 2 giugno del 1946 ad oggi”. “Che però è tutta antifascista e democratica”, ha osservato Formica non dando importanza evidentemente al fatto, altrettanto evidentemente colto invece dalla Meloni, dell’assenza nel messaggio presidenziale delle solite parole “fascismo” e “antifascismo”. Come se appartenessero all’archivio, non all’attualità pretesa dalle opposizioni per darsi quel contenuto che non riescono a elaborare davvero con concretezza e coerenza nei loro no sistematicamente pregiudiziali al governo in carica da più di tre anni. Di una stabilità o longevità che ne fanno, fra l’altro, un interlocutore affidabile nel complesso scenario internazionale. Al quale invece ogni volta che si affacciano le opposizioni in Parlamento zoppicano o inciampano nelle loro divisioni.

       E’ fresca di stampa l’intervista al Foglio con la quale l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha riproposto alla segretaria dell’ancor suo Pd l’incompatibilità con la posizione di Giuseppe Conte sull’Ucraina.

       Ma torniamo a Fornica e alla sua domanda pleonastica, se non vogliamo chiamarla di nuovo falsa, sulla sincerità, attendibilità e quant’altro dell’apprezzamento della Meloni della ricostruzione mattarelliana dei quasi 80 anni di storia della Repubblica.

       Diversamente dalla premier, Formica ha contestato la scelta di quell’immagine femminile della storia repubblicana sullo sfondo non di un Avanti! o altre testate della sinistra, ma del Corriere della Sera. Che -ha protestato Fornica- “fu a lungo voce del regime” fascista e “peraltro ebbe anche contaminazioni inquietanti durante il periodo della prima Repubblica”. Evidentemente ai tempi di un personaggio tirato in ballo anche dagli oppositori della riforma costituzionale della giustizia sotto procedura referendaria: il capo della loggia speciale massonica P2, Licio Gelli. “La scelta non mi pare gloriosa”, ha insistito e concluso Fornica rivolgendosi al tempo stesso a Mattarella e al Corriere della Sera.

       Eppure appartiene anche a  Formica la stagione coraggiosa del “socialismo tricolore” di Bettino Craxi. Che da presidente del Consiglio nel 1985, prima che prevalesse nella Dc la candidatura di Francesco Cossiga al Quirinale, si prodigò per quella del suo vice presidente Arnaldo Forlani parlandone ufficialmente con l’allora segretario del Movimento Sociale Giorgio Almirante. Col quale già una decina d’anni prima si incontrava il segretario del Pci Enrico Berlinguer per consultazioni su come difendere i rispettivi partiti dal terrorismo che li minacciava entrambi, da destra e da sinistra. 

Beppe Grillo cerca adesso di intestarsi l’astensionismo maggioritario

Se non l’ultimo, almeno il penultimo Beppe Grillo ha portato avanti la sua involuzione nel blog personale entrando a suo modo nel nuovo anno. Una involuzione rispetto alla presunta evoluzione negli anni d’oro in cui egli aveva saputo portare le sue 5 Stelle in testa alla graduatoria elettorale dei partiti e spingere Giuseppe Conte prima a Palazzo Chigi e poi alla testa del suo stesso movimento garantendone affidabilità e quant’altro. Ma finendo, sempre Grillo, com’è finito. Fuori dal partito o quasi-partito, senza neppure una buonuscita. 

       Ora, mentre i suoi più fedeli e convinti sostenitori si aspettavano ancora le ripetutamente minacciate iniziative giudiziarie o simili, il comico genovese, pur violandolo con la sua uscita, ha promosso il silenzio alla “forma più elevata di presenza”. Elevata, ripeto,  come lui stesso si definiva già ai tempi in cui faceva il garante del suo movimento.

Silenzio e presenza si coniugano o declinano politicamente solo nell’astensionismo, praticato del resto da qualche tempo dallo stesso Grillo come elettore nella sua Liguria, contribuendo nel proprio piccolo alla polverizazione delle stelle scoperte con Roberto Casaleggio, morto in tempo per risparmiarsene la decadenza.

       Grillo pensa forse di riuscire dove una volta Marco Pannella sognò di arrivare. Cioè all’intestazione dell’astensionismo, mancata al leader radicale per la sua irrinunciabile vocazione elettorale attiva con la lista a se stesso intestata. Da una sua lista Grillo non sembra invece per niente tentato. Vuole solo prendersi ciò che materialmente non ha, pur alimentandolo, specie ora che è diventato il partito di maggioranza per giunta assoluta, e non più relativa: l’astensionismo, appunto.

Mai passato del resto da un’aula della Camera o della Senato, dove si è affacciato solo come invitato dalle tribune del pubblico, anche quando era in grado di fare arrivare nell’emiciclo amici sconosciuti, Grillo oggi è un extra-parlamentare a tutti gli effetti. Ne sarà contento Conte, pur dai voti più che dimezzati ma dalle ambizioni per niente ridotte, deciso a contendere alla Schlein la leadership della tanto declamata ma poco praticata alternativa al centrodestra della Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

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Archiviato da Mattarella lo scontro tra fascismo e antifascismo

Del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del suo undicesimo messaggio di Capodanno colpiscono sicuramente le parole dette sull’Italia di oggi, “affermata” e per niente in “disastro” come nei cartelli levati dalle opposizioni nell’aula di Montecitorio, a cominciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein, contro l’approvazione definitiva della legge di bilancio. Senza il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio che sarebbe stato un po’ in sintonia con l’immagine disastrosa, ripeto, sventolata dai signornò dell’improbabile alternativa al centrodestra della Meloni.

       Ma ancor più colpisce, specie agli occhi degli addetti ai lavori, che spaccano sempre il capello in quattro, le parole non dette da Mattarella “sfogliando l’album delle immagini” della Repubblica, come lui stesso ha detto, prossima all’ottantesimo compleanno. Una Repubblica nata avendo alle spalle il fascismo e che, stando alle rappresentazioni delle opposizioni, anche dichiaratamente o presuntivamente moderate, rischierebbe  di covarne una replica al femminile, con la Ducia a Palazzo Chigi  ormai da quasi tre anni e mezzo.

       Fascismo e antifascismo appartengono a un passato tanto passato, verrebbe da dire, che il Capo dello Stato non ha ritenuto di doverne neppure parlare. Davvero “la Repubblica è lo spartiacque nella storia dell’Italia”, come Mattarella ha detto invitando tutti a riconoscervisi. “La Repubblica siamo noi, Ciascuno di noi”, ha insistito Mattarella annusando e rappresentando il clima vero del Paese, né disastrato né a rischio del fascismo che i signornò, ripeto, avvertono e denunciano ad ogni atteggiamento, decisione, parola pronunciata dalla premier fiera della stabilità che il suo governo rappresenta. E che a volte sembra  avvertita e apprezzata all’estero più che in Italia, tante sono le barricate che le opposizioni cercano di alzare col vecchio binomio del fascismo e dell’antifascismo.

       Le opposizioni, dicevo. Ma c’è qualcosa di diverso, di nuovo che comincia ad affiorare anche da quelle parti. E che sarebbe stupido, oltre che disonesto, ignorare. Affiora, paradossalmente, nell’avvitamento di cui hanno finito di rimanere prigionieri i due maggiori esponenti che se ne contendono la leadership. E che sono naturalmente la già menzionata Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte.

       Storditi o distratti dai botti di Capodanno e della vigilia, a molti è forse sfuggito il segnale lanciato in una intervista al Foglio dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, già ministro peraltro del secondo governo di Conte. Ma ancor più, o soprattutto, presidente dell’associazione nazionale dei Comuni e anche per questo promosso dagli stessi Schlein e Conte a elemento essenziale, emblematico dell’alternativa realizzata per ora in sedi locali, a cominciare dalla Campania, e da costruire in sede nazionale, ma con comodo. Di un programma comune, delle trecento pagine dei tempi di Romano Prodi o di ancor più o meno, Conte è disposto ad occuparsi non prima dell’autunno prossimo. E chissà che cosa potrà accadere nel frattempo in quella che Prodi chiamava “officina” del suo Ulivo e poi Unione, e per ora è solo un campo di larghezza variabile e indefinita.

       Ebbene, richiesto di esprimersi sulla prospettiva della Meloni al Quirinale nel 2029, alla scadenza del mandato di Mattarella, e quando lei avrà già da due anni l’età minima richiesta per salire al vertice dello Stato, Manfredi ha evitato di strapparsi capelli e abiti come abitualmente fanno protagonisti, attori e comparse della sua area, chiamiamola così. Ed ha ammonito gli esagitati, o esagitandi, che “non aiutano la sinistra i toni apocalittici” di una Ducia immaginata al Quirinale dopo l’esperienza a Palazzo Chigi. Manfredi ha liquidato tutto questo malumore o timore come “un pregiudizio”. E dei pregiudizi, si sa, come d’altronde delle buone intenzioni, è lastricata la via dell’Inferno.

Pubblicato su Libero

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La deroga minacciosa al silenzio del “postumo” Beppe Grillo

         Beppe Grillo ha dunque violato, nel mondo delle contraddizioni in cui vive già dai tempi apparentemente d’oro, per lui, in  cui si scrutavano i significati reconditi delle sue abituali intemperanze, “il silenzio” nel quale ha dichiarato sul suo blog di essersi rinchiuso, con tanto di documentazione fotografica, ritenendolo “la forma più elevata di presenza”.  Lo ha violato da “postumo”, in una deroga riservata al suo blog,  per annunciare minacciosamente  agli avversari, compreso il Giuseppe Conte da lui imposto per due volte a Palazzo Chigi e sfuggitogli poi di mano, o di piede, che il suo tempo “non è ancora arrivato”. O tornato, voleva forse dire distraendosi nella sua invettiva d’apertura del nuovo anno.

         Il 2025 ormai trascorso anche per lui, comprensivo dei problemi giudiziari di famiglia, chiamiamoli così, dopo la condanna del figlio Ciro per stupro, è stato vissuto come “un anno di sottrazione, che ha tolto più d quanto abbia dato”. E’ la stessa valutazione, d’altronde, del pur ripudiato Conte. E della segretaria del Pd Elly Schlein alla quale l’ex premier contende giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto la cosiddetta leadership di quell’Araba fenice che è l’alternativa al centrodestra della Meloni. Popolata, come la maggioranza, dalle “solite facce” che “si aggirano con le loro scorte per i palazzi” intesi alla maniera pasoliniana Ormai alla buonanima di Pasolini mancava solo di vedersi piacere e persino rimpiangere  anche da Grillo.

 

L’Italia disastrata della Schlein smentita, anzi rifiutata da Mattarella

Quasi ottant’anni di Repubblica, raccontati in quindici minuti nel messaggio augurale del Capo dello Stato, più di dieci di Presidenza di Sergio Mattarella, che scadrà nel 1929 con i due mandati conferiti dal Parlamento, e circa tre e messo di governo di Giorgia Meloni. Che ha buone probabilità, quanto meno, di restare ancora a lungo a Palazzo Chigi, stanti le condizioni di salute politica delle opposizioni, ancora al purale quando si vota su cose importanti come le questioni internazionali tanto alla Camera quanto al Senato. In questi numeri c’è l’immagine, un po’ controcorrente in un mondo sottosopra non solo nei libri e nei comizi del generale Vannacci, di una Italia stabile. Con problemi anch’essa, di certo, ma non è sembrata neppure a Mattarella “distrutta” come nei cartelli levati dalle opposizioni nell’aula di Montecitorio contro la Meloni dopo l’approvazione definitiva del bilancio, senza il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio che avrebbe dato consistenza a quell’invettiva demolitrice contro la premier.

       Ma è una premier che le opposizioni, nell’altro ramo del Parlamento, hanno contestato con altri cartelli per le sue contraddizioni, o bugie. Di cui tuttavia in onda, su la 7, anche un estimatore dichiarato della segretaria del Pd Elly Schlein come Paolo Mieli, giornalista e storico insieme tra i più venduti nelle librerie, ha fatto l’elogio in omaggio al senso di realismo, pragmatismo e simili dimostrato governando. E rinunciando alle cose che si dicono di solito all’opposizione e non si fanno al governo, com’è capitato anche alla sinistra, e non solo alla destra.

       Tutto bene, quindi? Mah, anche a sentire, ripeto, Mattarella al Quirinale nelle ultime ore del 2025, in piedi e non seduto come preferiva fare Sandro Pertini piacendogli più l’immagine del salotto che del Palazzo, non così male come la immaginano e la rappresentano, anzi denunciano, gli aspiranti all’alternativa comunque, poco importa con quale leader candidato a Palazzo Chigi e con quale programma. Partiti, partitini e particelle del no sono tutti dichiaratamente impegnati a preparare ciascuno il suo, di programma, per tentare un assemblaggio dopo l’estate, con tutta calma, a ridosso delle elezioni ordinarie del 2027 che potrebbero svolgersi in primavera  per non farle capitare daccapo in autunno come nel 2022, a ridosso -a loro volta- della preparazione della legge di bilancio.

       Sono gli stessi tempi lunghi assegnatisi dalle opposizioni per organizzare il loro progetto di alternativa nazionale, con tutti gli argomenti e problemi che possono risparmiarsi nelle elezioni regionali e comunali, a smentire la loro visione catastrofica del Paese solo perché governato dagli avversari. Come se si fosse in una guerra, simile alle tante  purtroppo in corso altrove, e non nello sviluppo di una democrazia. Dove anche un referendum come quello in arrivo sulla riforma della giustizia -o della magistratura, come sarebbe più corretto chiamarla- legittimamente approvata dal Parlamento non può essere vissuto e scambiato per la prova della vita o della morte di un sistema.

Pubblicato sul Dubbio

I primati intrecciati di Sergio Mattarella e di Giorgia Meloni

       Non per volerne deprezzare il merito, lo stile e quant’altro, per carità, specie considerando il rifiuto della  rappresentazione dell’Italia  “disastrosa” appena fatta dalle opposizioni nell’aula di Montecitorio contro il bilancio dello Stato approvato in via definitiva, del messaggio televisivo di Capodanno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ritengo che l’elemento politico e istituzionale più significativo sia stato e sia, a scriverne dopo qualche ora, il numero d’ordine, diciamo così.

       E’ stato l’undicesimo messaggio del Capo dello Stato in carica.  Un record, che ha battuto quello del predecessore Giorgio Napolitano, eletto nel 2006, rieletto nel 2013 e uscito anticipatanente dal Quirinale alla fine del secondo anno del mandato settennale per ragioni di stanchezza, forse anche politica oltre che fisica, essendogli toccato di gestire troppe crisi di governo, e troppo anomalie. Accusato anche da chi aveva contribuito alla sua rielezione come Silvio Berlusconi dai banchi dell’opposizione di essersene liberato come presidente del Consiglio su imput internazionale, particolarmente europeo.

  Incontinente come spesso gli capitava, nel buono e nel cattivo umore, l’ornai ex premier si sentì e dichiarò vittima non di uno ma di tre “colpi di Stato”. Senza tuttavia tentare nemmeno l’iniziativa parlamentare del cosiddetto impeachment del presidente della Repubblica, evidentemente perché consapevole per primo del suo eccessivo malumore. D’altronde, avrebbe dovuto anche autodenunciarsi per complicità, avendo tanto apprezzato la propria sostituzione con Mario Monti da offrire negli ultimi giorni a Palazzo Chigi la controfirma, non dovuta, al decreto quirinalizio di nomina del suo ancora potenziale successore a senatore a vita. Funzione che – va riconosciuto con onestà e apprezzamento- l’interessato svolge ancora con scrupolo e partecipazione non comuni rispetto agli altri inquilini di diritto di Palazzo Madama e di Palazzo Giustiniani, dove Monti ha il suo ufficio.

       I 10 anni trascorsi al Quirinale, dei 14 che gli spettano per due mandati -il secondo tanto non sollecitato che egli pretese e ottenne una sostanziale processione politica sul Colle per rendersene disponibile, dopo avere gridato ai quattro venti, persino alla Scala di Milano quasi fra gli applausi dell’orchestra, la sua contrarietà- hanno fatto di Mattarella il presidente più longevo della Repubblica. Come Giorgia Meloni si accinge ad essere come presidente del Consiglio. Coincidenza casuale, si potrebbe dire o obiettare. Per niente, invece.

       Così diversi anagraficamente, culturalmente e politicamente, Mattarella e Meloni hanno saputo e voluto andare d’accordo e completarsi. Di scontri veri fra i due si è più fantasticato che riferito. Essi sono riusciti a coniugare il massimo della stabilità istituzionale e il massimo della stabilità politica. E chissà se nel 2029, alla scadenza del secondo ed ultimo mandato di Mattarella, i due non riusciranno ad avvicendarsi con la stessa cordialità, onestà e intelligenza con la quale si scambiarono i loro posti a Palazzo Chigi più di tre anni fa Mario Draghi e la stessa Meloni.

       Solo a pensare o immaginare questo scenario sul Colle più alto di Roma certi esponenti della sinistra gruppettara, d’ordine e dichiaratamente moderata -da  Nicola Fratoianni a Francesco Boccia e a Matteo Renzi, per esempio- si mettono le mani fra i capelli e quasi si preparano a salire in montagna, come si diceva dei partigiani durante l’occupazione nazista dell’Italia, anche quella ancora dichiaratamente fascista di Salò.

       Eppure qualcosa può muoversi diversamente. Mi ha colpito, per esempio, che il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, iscritto d’ufficio da  cronisti e retroscenisti fra i possibili leader della cosiddetta alternativa al centrodestra, non si sia strappati per niente né capelli né abiti quando, qualche giorno fa soltanto, Carmelo Caruso per Il Foglio gli ha chiesto se lo “spaventa” l’idea di Meloni al Quirinale, appunto. Egli ha risposto, testualmente e per niente istericamente: “I toni apocalittici non aiutano la sinistra. Abbiamo un grande presidente che è Mattarella. Chi ne prenderà il posto dovrà essere alla sua altezza. Sarà questa la sfida più grande. Il resto è solo pregiudizio”. Nulla di più e nulla di meno. Vi sembra poco in questo inizio dell’anno nuovo, senza che il sindaco di Napoli abbia smentito e nessuno dalla sua parte lo abbia contestato? Solo distrazione o avvio di consapevolezza? Me lo chiedo in questa inusualmente  lunga riflessione di apertura del 2026.

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La cartellonistica parlamentare del no smentita anche da Paolo Mieli

         Bilancio, manovra finanziaria, legge di stabilità, o comunque vogliamo chiamarla, è dunque passata al Senato fra i cartelli delle opposizioni contro il “Voltafaccia Meloni” e alla Camera, ieri, contro il “Disastro Meloni”.

         Questa cartellonistica parlamentare ha eccitato fantasia, passione e quant’altro in onda su la 7, dove ieri sera conduttori e un’ospite a distanza, collegata da Berlino, hanno cercato di sviluppare il concetto con “corsivi” -come li ha chiamati Luca Telese- fatti di spezzoni di comizi e simili della premier degli anni in cui diceva, proclamava, reclamava cose non solo mancate nella sua azione di governo, ma clamorosamente contraddette.  

         Paolo Mieli, l’ospite più autorevole, diciamo così, per la sua storia professionale di giornalista, storico e scrittore, peraltro presente nello studio con quella faccia e quel profilo simpaticamente somigliante sempre più al compianto Alfred Hitchcock, o come diavolo si scrive; Paolo Mieli, dicevo, si è messo di traverso. E, contestando pure un sondaggio riferito in chiave se non critica almeno problematica sulla tenuta del gradimento del governo pur tra i più longevi della Repubblica, prossimo a sorpassare anche l’unico che ancora gli resiste, ha difeso la Meloni. Che pure egli non ha votato. E penso che non la voterà neppure la prossima volta, avendo ripetutamente espresso simpatia, o qualcosa di simile, per la segretaria in carica del Pd Elly Schlein. Alla quale ogni tanto manda pubblici messaggi di incoraggiamento e anche qualche consiglio, pur sapendo che quella fa sempre di testa sua spazientendo anche Romano Podi. Che ne è pubblicamente seccato.

         Della Meloni, in particolare, Mieli ha appezzato, oltre alla “longevità” del suo primo governo, il credito che è riuscita a conquistarsi sul piano internazionale e il “realismo” col quale ha saputo rinunciare a certi obiettivi che ogni opposizione si propone per prendere voti  e poi, quando le capita di governare, deve disattendere per rispettare il Mercato, al plurale e al singolare, le agenzie estere di valutazione, i trattati e, più in generale, il buon senso.

         Insomma Mieli, elettore ed estimatore -ripeto- di Elly Schlein, ha fatto l’elogio della “incoerenza”, come lui stesso l’ha chiamata prendendola in prestito dalle opposizioni. Se la trasmissione in onda fosse durata un po’ di più, il mio amico Paolo si sarebbe forse spinto sino all’elogio della follia, già fatto in un saggio nel 1511 da Erasmo da Rotterdam. Dal quale Silvio Berlusconi si vantava di essere stato ispirato scendendo, come diceva, in politica e rimanendovi sino alla morte, non risparmiandosi neppure la nascita del governo Meloni. Dove la sua Forza Italia è ancora rappresentata fra qualche borbottio, diciamo così, interno dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri conservando  il suo ruolo apicale nel partito.

Quello sbotto di fine dell’anno di Antonio Tajani in Forza Italia

Nei tempi e nei modi che gli sono propri, non lenti ma moderati, appresi in una trentina d’anni di politica in cui è salito persino alla presidenza del Parlamento europeo, dove si arriva peraltro eletto con i voti di preferenza, non per l’ordine di lista confezionato dai segretari dei partiti, Antonio Tajani è sbottato contro la palude nella quale vogliono infilarlo amici veri o presunti di partito. Che vorrebbero ringiovanimento, vigore, strappi e altro ancora in Forza Italia: dai figli di primo e secondo letto della buonanima del fondatore Silvio Berlusconi alla sua penultima fidanzata Francesca Pascale. Che, parlandone al Corriere della Sera, me ha reclamato le dimissioni senza giri di parole.

         Ebbene, come per dire di ritenere colma la misura, e parlandone anche lui al Corriere della Sera a conclusione di una lunga intervista sui suoi impegni internazionali di governo, fra guerre che continuano e paci o solo tregue che ritardano, ha detto: “Non c’è partito che più di noi (cioè, di Forza Italia) non sia per la libertà. E non solo ci abbiano scritto un manifesto dei nostri valori a settembre scorso, ma faremo tre manifestazioni a metà gennaio a Milano, Napoli e Roma sui nostri valori che trasformiamo in azioni concrete”. E lì ad elencare temi, iniziative, cose ottenute anche nella confezione sempre affannosa della legge di bilancio o manovra finanziaria. 

         “Eppure -gli ha chiesto impietosamente Paola Di Caro pur facendogli la cortesia di parlare al plurale almeno all’inizio- vi dicono che crescete poco, dovete allargarvi. Lei potrebbe cedere il suo posto (di segretario del partito) per dare una scossa?”. “Forza Italia -ha risposto Tajani- è cresciuta elezione dopo elezione, gli stimoli sono sempre positivi ma la realtà è questa. Nuovi volti ne abbiamo, siamo aperti a chiunque voglia essere protagonista, Oggi abbiano 250 mila iscritti, una classe dirigente eletta dalla base. Questo è un vero partito”.

Per cortesia, garbo e simili Tajani ha omesso di ricordare che gli iscritti ereditati da Silvio Berlusconi erano 60 mila, come l’8 per cento dei voti nelle elezioni politiche del 2022, largamente sorpassato dalla destra di Meloni, come nelle elezioni precedenti dalla Lega di Matteo Salvini, autorizzato dallo stesso Berlusconi ad una breve libera uscita come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del primo governo di Giuseppe Conte.

         Vorrei personalmente esortare Tajani a consolarsi di certe amarezze che gli riservano, a dir poco, le cronache interne, reali o immaginarie, del suo partito che Forza Italia era appena nata, agli inizi del 1994, quando uno dei suoi fondatori come Marcello Dell’Utri scherzò propendo di chiamarla “Salva Italia” per i troppi consigli alla prudenza, alla moderazione e quant’altro che giungevano a Berlusconi dal pur amico -anche suo, di Dell’Utri- di nome Gianni e di cognome Letta. Che è ancora in campo da quelle parti quanto memo come consigliere emerito.  Forse anche dello stesso Tajani, oltre che dei familiari del compianto Berlusconi.

Pubblicato sul Dubbio

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La guerra accanita, per quanto di carta, di Matteo Renzi a Giorgialand

         Anche se l’ironia può sembrare blasfema in questi tempi, mentre si combatte spietatamente e davvero in troppi posti nel mondo, si può dire che ognuno ha e fa le sue guerre. Quella di Matteo Renzi, da lui stesso raccontata con un certo vanto in poco meno di due pagine e mezza sul Foglio preconfezionato dell’ultimo lunedì di quest’anno, è contro Giorgialand. La terra di Giorgia Meloni, della quale all’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pd e ora solo di Casa Riformista- ex Italia Viva, non piace politicamente e persino toponomasticamente nulla. A cominciare dal nome della strada romana -Via della Scrofa- dove si trova la sede nazionale dei Fratelli d’Italia e versioni precedenti.  

         E’ un po’ come se al Pci di Togliatti, di Longo, di Berlinguer, di Natta e di Occhetto avessimo contestato la Via delle Botteghe Oscure dove ne esisteva la sede. Oscure come tante cose e scelte di quella forza politica avvolta nella disciplina del famoso centralismo democratico .

         La Giorgialand che toglie il sonno e il buon umore a Renzi va demolita come Cartagine ai tempi dei romani antichi. Demolita prima che finisca per appartenerle anche il Quirinale, dove siede da dieci ami il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che Renzi è orgoglioso di avere personalmente spinto verso il Colle nel 2015 da presidente del Consiglio, preferendolo a Massimo D’Alema che anche Silvio Berlusconi dall’opposizione era disposto a votare.

         “Se il centrosinistra parla di tasse  e  di sicurezza”, magari badando a diminuire davvero le prime e ad aumentare la seconda, anziché viceversa, “Meloni va a casa. Se il centrosinistra si fa guidare da Francesca Albanese e da Ilaria Salis, Meloni va al Quirinale”, ha scritto Renzi concludendo il suo lungo manifesto, chiamiamolo così.

 Ossessionato da questo rischio, l’ex premier partecipa ben volentieri al cosiddetto campo largo della sinistra dove sono di casa proprio l’Albanese fanatica della Palestina di Hamas, pur fra crescenti malumori nel Pd, e la Salis fanatica delle case occupate e simili.

         Claudio Petruccioli, che ha confessato di votare ancora per il Pd senza saper capire e spiegare bene le ragioni, ha appena proposto in una intervista al Dubbio la ricostituzione della Margherita dei tempi di Francesco Rutelli e Franco Marini per attirare i voti moderati preclusi alla Schlein? Renzi ha risposto chiamando anche Margherita 4.0 la sua Casa Riformista. E spiegando che, male che vada, non col 4 per cento ma anche solo col 2 per cento egli potrebbe contribuire in modo decisivo alla demolizione di Giorgialand.

         In un eccesso di spirito, sarcasmo e quant’altro Renzi ha rimproverato ai  leghisti, che tanto hanno influito sul  bilancio in uscita anche dalla Camera, di non avere preteso il trasporto in Italia delle 2000 tonnellate e più di oro di casa  custodite da troppo tempo nei forzieri americani. Gli è sfuggito che ad avere avuto questa idea, e ad averla lanciata in una intervista, è stato di recente, diffidando di Trump, l’ex premier italiano di centrosinistra  Romano Prodi. A ciascuno il suo merito, per favore, anche in Giorgialand.

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