Giorgia Meloni alle stelle nella classifica europea della testata americana “Politico”

Dal Corriere della Sera

Anche se le stelle non vanno politicamente di moda in questi tempi, almeno in Italia dove l’omonimo movimento fondato da Beppe Grillo e finito nelle mani di Giuseppe Conte non se la passa benissimo, la premier Giorgia Meloni le ha scalate con la promozione alla “più potente” dei leader europei da parte dell’edizione europea di Politico. Che è un’autorevole testata americana. “Più potente”, ripeto, fra 28 leader segnalati o selezionati, fra i quali la presidente confermata della Commissione esecutiva dell’Unione Europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte: tedesca la prima e olandese il secondo.

         Valorizzata al massimo sulle prime pagine dei giornali di area di centrodestra, e di governo, come Il Giornale e Libero, declassata all’interno dalla Stampa, dove si deve arrivare a pagina 12 per trovarla, sia pure con un titolo di evidenza, la notizia  è stata collocata con significativo rilievo dal più diffuso dei quotidiani nazionali, che è il Corriere della Sera.

         Ne sarà rimasta giustamente lusingata l’interessata, peraltro reduce dall’incontro pur breve nel quale si è guadagnata a Parigi gli elogi entusiastici di Donald Trump, l’ospite più autorevole che il presidente Emmanuel Macron, senza aspettarne il ritorno formale alla Casa Bianca, ha voluto invitare alla riapertura suggestiva e mozzafiato della cattedrale Notre-Dame, devastata dal fuoco cinque anni fa. Ne avranno sofferto i soliti rosiconi, fra i quali quelli che si erano appena soffermati ad osservare nelle cronache politiche d’opposizione il fatto di non essere stata citata da Mario Draghi parlando di recente dell’Europa. E diffidando di quanti genericamente si propongono o vengono indicati come mediatori o possibili interlocutori privilegiati di Trump nei rapporti che si preannunciano difficili col vecchio continente.

Fabio Martini sulla Stampa

         Proprio sul giornale che ha cercato di lesinare lo spazio al riconoscimento di Politico a Giorgia Meloni, La Stampa, Fabio Martini ha voluto sottolineate come a procurare alla premier la corona della “più potente” non sia stata qualche particolare circostanza o iniziativa presa come presidente del Consiglio o del G7, ma un giudizio complessivo sul lavoro svolto per un intero anno. “Stavolta Meloni e non altri -ha scritto Martini- è stata scelta da un consesso di analisti senza influenze nazionali, o forti pregiudizi politici”.

La sindrome del parricidio dimezza o vanifica la vittoria di Conte su Grillo

Dal Dubbio

Sotto sotto, ma neppure tanto, penso che Beppe Grillo punti sulla sindrome del parricidio nell’offensiva umana, sarcastica, politica e giudiziaria che sta conducendo contro Giuseppe Conte per rendergli più dura possibile la gestione del MoVimento 5 Stelle. O di come diavolo sarà costretto l’ex presidente del Consiglio a chiamarlo se il fondatore e deposto garante riuscirà nei tribunali a sconfiggerlo anche come avvocato. Che è ora sicuro dall’alto -o dal basso, si vedrà- della sua “precedente carriera”, come lui stesso l’ha chiamata, di potere ridurre allo stato di “temerarie” le vertenze adombrate o minacciate da Grillo.

Ma ancor più che dai fedelissimi che ha conservato sotto le 5 Stelle o persino recuperato, perché ve ne sono che furono da lui espulsi ma ora mostrano simpatia, comprensione, solidarietà e simili, Grillo è consolato da un pubblico completamente nuovo.  

         Il parricidio, anche quello politico, è sempre a doppio taglio. Riscatta il figlio dai torti che può avere subìto ad opera di un padre troppo autoritario, a dir poco, ma lo espone anche agli inconvenienti della impopolarità perché un padre rimane  pur sempre un padre. E non lo si tumula con una festa, per quanto sobria cerchi di renderla il parricida in un empito di carità o di buon gusto.

         Ad occhio e croce avverto, leggendo i giornali e sentendo le chiacchiere dei salotti televisivi, che all’esterno del movimento pentastellare Grillo trovi comprensione, se non solidarietà piena, più a destra che a sinistra. Come se quel movimento a guida ilare e imprevedibile, capace di farsi piacere anche uno così lontano e diverso come Mario Draghi, fosse preferito da chi sta per il momento al governo ad un movimento forse ancora più imprevedibile ma per niente ilare, capace di     creare maggiori problemi dell’altro.

Enrico Berlinguer e Armando Cossutta

         Ciò che sta accadendo attorno a Grillo e a Conte mi ricorda un po’ -fatte naturalmente tutte le debite differenze- l’esperienza da me vissuta al Giornale dei primi tempi montanelliani quando nel Pci delle allora Botteghe Oscure si scontrarono Enrico Berlinguer e Armando Cossutta: l’uno tentato dal cosiddetto eurocomunismo e l’altro furente per gli “strappi” che il segretario comunista consumava nei rapporti con Mosca.

         Già colpito nella sua sensibilità di militante dalla scelta di Berlinguer di considerare la Nato, in una celebre intervista a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, “un ombrello” utile a proteggere anche un Pci autonomo da Mosca, Cossutta esplose letteralmente a quell’”esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” annunciata dal segretario del Pci in una tribuna televisiva rispondendo ad una mia domanda sul regime militare appena instaurato in Polonia. Che doveva servire a  rendere superfluo un intervento delle truppe sovietiche contro le istanze di liberazione di Varsavia dal giogo moscovita.

         Cossutta, combattivo nei suoi 55 anni, improvvisò una manifestazione filosovietica a Perugia. Che Montanelli mi incaricò di seguire affidandomi anche un messaggio personale di simpatia -ripeto, simpatia- per Cossutta. Che evidentemente prefigurava un Pci più duro ideologicamente ma meno preoccupante per il fondatore e direttore del Giornale. Che temeva un Berlinguer capace di avvolgere la Dc nella sua tela, per quanto la fase della cosiddetta solidarietà nazionale dei governi monocolori democristiani appoggiati dal Pci si fosse conclusa.

Indro Montanelli accolto da Massimo D’Alema alla Festa dell’Unità del 1994

         Cossutta, che avvicinai prima del suo discorso, accolse il messaggio di Montanelli con un sorriso educatissimo accompagnandolo però con un invito al mio direttore a “risparmiarlo”. Io naturalmente riferii e Montanelli rise di cuore accontentandolo di buon grado. Poi con Berlinguer a Milano egli sarebbe andato a cena, rimanendone non dico fulminato ma lusingato dagli apprezzamenti che quel furbacchione volle e seppe esprimere per il suo modo di scrivere e di raccontare le cose. Montanelli scoprì dopo qualche anno- ma io ormai me ne ero andato dal Giornale- anche il piacere o  la vanità, come preferite, di frequentare qualche festa dell’Unità, doverosamente da ospite.

Pubblicato sul Dubbio

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Quelle scale sul vuoto dove è rimasto in cima l’elevato Beppe Grillo

         C’è un po’ di sadismo, diciamo la verità, in quella postura scelta da Beppe Grillo elevandosi alla sommità di una lunga scala sul vuoto col pretesto di riproporsi come in un Truman Show dei nostri tempi, per sbeffeggiare la festa di Giuseppe Conte. Che, per quanto abbia vinto anche il bis delle votazioni digitali imposto dallo stesso Grillo al MoVimento 5 Stelle dopo essere stato defenestrato nel primo turno dalla funzione di garante e quant’altro, resta in fondo a quelle scale. Lo aspetta un percorso assai accidentato, giudiziario e politico, in cui sono in gioco simbolo, nome ma soprattutto voti di un movimento cresciuto troppo in fretta, del resto, per risultare davvero solido. Peraltro in un contesto di tale e tanta disaffezione che il primo partito italiano è ormai quello degli astenuti.

         Va bene che è finito il tempo delle ideologie, fra crolli di muri reali e metaforici e  ritirate spontanee, se non suicidi, come fu quello dalla Dc sciolta dall’ultimo segretario Mino Martinazzoli con un telegramma che gli rimproverò persino Umberto Bossi pur ereditando al Nord buona parte del suo elettorato. Va bene che nell’entusiasmo della sorpresa della sua vittoria elettorale, nel 1994, la buonanima di Silvio Berlusconi distorse sul piano personalistico il sistema più di quanto non avessero fatto i magistrati delle cosiddette “Mani pulite” poi occupatisi anche di lui, ma si è forse un pò esagerato col pragmatismo, con la fantasia, con l’improvvisazione. E non solo in Italia, va detto on tutta onestà.  

Da ItaliaOggi del 5 dicembre

         Nel proporsi di “voltare pagina” con ciò che gli è rimasto in mano del movimento fondato da Grillo, sperando di non arrivare all’ultima perfidamente attribuitagli qualche giorno fa da una vignetta di ItaliaOggi stampata con la parola “fine”, Giuseppe Conte ha fatto una promessa forse troppo impegnativa non solo e non tanto per le sue capacità camaleontistiche, già rimproverategli da molti analisti non compiacenti, quanto per i modelli da lui stesso indicati.     

Giuseppe Conte

         “Non scimmiotteremo mai -ha detto testualmente Conte- gli altri partiti. Non saremo mai come gli altri partiti. Non risolveremo mai la nostra questione territoriale accogliendo i signori delle tessere, che spostano voti da una lista all’altra. Noi non saremo mai quella roba lì”, che già Grillo gli ha attribuito. “Porteremo avanti l’etica pubblica, contrastando questo sistema dei signori delle tessere e la degenerazione partitica, quella di cui parlava Berlinguer”, ha concluso l’ex presidente del Consiglio. Che aveva 20 anni quando morì il segretario del Pci avvoltosi nella cosiddetta questione morale, sfuggendo a tutte le formule politiche che lui stesso aveva inventato e in qualche modo imposto, compreso il famoso “compromesso storico” col partito elettoralmente antagonista che era la Dc. Se è a quell’Enrico Berlinguer che Conte si è fermato, o intende tornare, la scalinata in fondo alla quale lo ha messo Grillo sarà dura da percorrere.     

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Assad, il siriano, ruba la scena a Beppe Grillo nella (ri)caduta…..

Immagini da Damasco

         Quel diavolo di Bashar al Assad fuggendo a Mosca proprio nella giornata dell’Immacolata Concezione, per salvare almeno la pelle nella rivolta che lo ha travolto in Siria, è riuscito a offuscare sulle prime pagine dei giornali italiani la festa di Giuseppe Conte per la  (ri)decapitazione pur metaforica di Beppe Grillo. Che ha perduto anche il secondo turno delle votazioni digitali nel movimento da lui fondato a suo tempo. E peggio ancora del primo turno di due settimane fa. Ai funghi, proposti da Grillo per gite alternative alle votazioni, gli iscritti hanno preferito Conte.

Giuseppe Conte

         Soddisfatto dell’”onda dirompente”, come l’ha chiamata lui stesso, che l’ha salvato e consolidato alla guida di quel che è rimasto elettoralmente del MoVimento 5 Stelle, l’ex premier ha ora come inconveniente maggiore non tanto l’inseguimento del Pd sulla strada dell’opposizione, per essere il più duro e puro, il “progressista” più “indipendente” nelle spallate quotidiane al governo Meloni,  quanto il ritorno alla sua professione o esperienza di avvocato per non essere travolto dalle cause che per generale previsione lo aspettano. Promosse naturalmente da Grillo, che non intende lasciargli senza combattere quel marchio delle 5 Stelle che da solo pare valga il 3 per cento dei voti. Non sono pochi in una regione, per esempio, come l’Emilia-Romagna dove il mese scorso il movimento ora del tutto contiano è sceso al 3.6 per cento. A livello nazionale, certo, potrebbe andare meglio ma sempre lontanissimo, sideralmente, dal 30 per cento del 2018.

         Dai giornali che hanno preferito la tragedia di Assad a quella di Grillo, o la festa del rivoltoso siriano Abu Muhammad al Jani a quella di Conte, ha voluto distinguersi Il Fatto Quotidiano. Che ha preferito per la sua copertina, diciamo così, un Grillo mestamente di spalle fotomontato sotto un titolo sull’Elevato che “scende dalle stelle”, sullo sfondo di un rosso natalizio.

Meloni e Trump a Parigi

Sono finiti davvero i tempi in cui il direttore di quel giornale andava a divertirsi agli spettacoli comici di Grillo, non so se più da spettatore pagante o da invitato, per darsi la carica anche come cronista e analista della rivoluzione pentastellare. Premono ora altri problemi da quelle parti di elettorato o opinione pubblica, come si dice con troppa generosità forse. Preme soprattutto il problema di difendere Conte nella postazione dove Marco Travaglio lo aveva collocato di “migliore presidente del Consiglio d’Italia dopo Cavour” -sì, proprio lui, il primo e mitico Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour- e di lasciargli ancora sperare in un ritorno a Palazzo Chigi, pur nelle difficoltà personali, politiche ed elettorali che si è procurate. E che Giorgia Meloni, reduce dal suo incontro parigino con Trump, non ha nessuna intenzione di alleviargli, neppure per fare un piacere alla segretaria del Pd Schlein. Cui Travaglio l’accoppia più o meno perfidamente nelle sue finissime analisi politiche sul piano della politica estera e persino interna.     

Il dramma quasi a lieto fine, per ora, di Giuliano Urbani

Silvio Berlusconi

In attesa di tornare alla cronaca politica a tutto tondo, diciamo così, apprendendo e commentando i risultati delle nuove votazioni digitali imposte da Beppe Grillo al Movimento 5 Stelle, pur da lui considerato ormai estinto, mi concedo la divagazione di una cronaca parapolitica minore. Che è quella del ridimensionamento della drammatica rappresentazione di se stesso fatta di recente dall’ex parlamentare, ex ministro e quasi inventore, forse ancor prima di Silvio Berlusconi, di Forza Italia Giuliano Urbani. Che, consegnatosi ad una residenza di anziani a Roma per aspettare, dopo un delicato intervento chirurgico, la morte cui d’altronde siamo tutti destinati, mi aveva procurato molta tristezza, a dir poco. 

Marcello Pera

         Ho avuto nella mia attività professionale occasioni quasi incidentali di incontro con Urbani, anche di carattere conviviale a casa dell’amica comune Margherita Boniver. E l’ho sempre stimato anche per la franchezza, da lui non risparmiata neppure a Berlusconi, dal quale si separò culturalmente e politicamente dopo averlo tanto aiutato, peraltro su suggerimento dell’allora ancor vivo e potente avvocato Gianni Agnelli, nella costruzione di quel fantasioso partito che nel 1994 impedì alla nascente seconda Repubblica di esordire con un governo di Achille Occhetto. Che si era proposto a Palazzo Chigi alla guida di una “gioiosa macchina da guerra” di sinistra, sorpassata appunto da Berlusconi nelle urne fra la sorpresa di tutti, a cominciare da Oscar Luigi Scalfaro. Non a caso messosi rapidamente all’opera al Quirinale per farlo durare il meno possibile, garantendo all’insofferente alleato Umberto Bossi di risparmiargli elezioni immediatamente anticipate in caso di crisi.

Dal Giornale di ieri

         L’impressione di sapere Urbani in una casa di riposo, per quanto mitigata il giorno dopo dal pubblico annuncio del comune amico e senatore Marcello Pera di andarlo presto a trovare, mi ha angosciato fino a quando non ho letto ieri sul Giornale una intervista dell’attrice e seconda moglie dell’interessato, Ida Di Benedetto, sposata qualche anno fa dopo una lunga convivenza. Che gli ha dato amorevolmente del “bugiardo” quasi seriale.

Il marito, per niente da lei abbandonato in una casa di riposo, peraltro “di lusso” in un quartiere pur non lussuoso di Roma come Primavalle, sta non dico benone, ma bene. E non ha perso la sua nota brillantezza, emersa d’altronde anche nell’intervista che ne svelò la nuova residenza. Egli ha già fatto una vacanza con la moglie fuori sede, diciamo così, e un’altra ne farà presto per poi tornare nel suo ricovero assistito a leggere i suoi libri e frequentare i nuovi amici, pur nell’inconveniente di perderne uno ognitanto nell’avvicinamento alla morte, sempre e andreottianamente il più tardi possibile. 

Anche a me, del resto, che vivo ancora a casa e ho solo poco più di un anno e mezzo in meno di Urbani, capita di frequente non dico di vedere ma di apprendere della morte di qualche vecchio amico. Come mi è appena capitato con Paolo Pillitteri.         

Da Notre Dame de Paris a Notre Dame d’Italie….

Trump, Musk e Meloni a Parigi

Dev’esserci stato un intervento per niente sotterraneo o losco dell’amico Elon Musk, pure lui a sorpresa a Parigi alla riapertura della cattedrale riaperta cinque anni dopo l’incendio che la devastò, nell’incontro annunciato fra il presidente americano Donald Trump, non ancora reinsediato alla Casa Bianca, e la premier italiana Giorgia Meloni. Accorsa contro ogni previsione nella Capitale francese, dove era già arrivato per rappresentare l’Italia il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Accolto con i soliti onori e l’altrettanto solita cordialità dal presidente Emanuel Macron, con tanto di fotografia familiare sul sagrato della cattedrale tornata agli antichi splendori, ancora più lucenti con i mezzi inimmaginabii ai tempi della sua prima costruzione.

Macron, Mattarella e familiari sul sagrato di Notre-Dame

         La Meloni continua a dare il meglio di sé, simbolicamente e praticamente, sulla scena internazionale. E lo fa per quanti sforzi compiano i suoi avversari di ingabbiarla e immiserirla nelle vicende interne di una politica interna spiata attraverso il classico buco della serratura, amplificando le divisioni nella maggioranza, irridendo alle “schermaglie” cui la premier le riduce nelle dichiarazioni pubbliche e imbottendo di retroscena prevalentemente immaginari ogni sua scelta o decisione. Compresa la rapida sostituzione nel governo di Raffaele Fitto, promosso alla seconda Commissione europea di Ursula von der Leyen anche come vice presidente, e il collega di partito Tommaso Foti.

Macron e Trump a Parigi

         Nulla, nella leggenda interna della Meloni, pur quasi a metà ormai del suo primo mandato di presidente del Consiglio, può e deve ritenersi ordinario o normale. Tutto deve avere i suoi misteriosi o inquietanti risvolti, la sua doppia, triplice lettura, per non andare anche oltre. Chissà cos’altro l’aspetta nell’immaginario del pettegolezzo, nella demonizzazione delle sue iniziative e dei suoi progetti negli oltre due anni e mezzo che l’attendono a Palazzo Chigi. Non parlo poi di quelli che potrebbero seguire se l’alternativa perseguita dagli avversari continuerà ad essere quella alla quale essi lavorano, divisi e scomposti, nel campo di dimensioni variabili di cui scriviamo ogni giorno come sull’acqua. Ora si sono aggiunte nel sottofondo musicale dello spettacolo le pernacchie e simili di Beppe Grillo, scippato del suo movimento dal mago di Oz, come lui chiama Giuseppe Conte dopo averlo garantito a 300 mila euro l’anno in veste di comunicatore. Un compito i cui risultati hanno prodotto sinora un improvvisato funerale senza bara e senza fiori, con la semplice esposizione di un lussuoso carro funebre a motore.

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Il Censis si arruola fra le opposizioni al governo Meloni

Giuseppe De Rita, padre di Giorgio

         Evoluzione della specie, diciamo così. Dal 92.enne Giuseppe De Rita, mitico ormai per le sue ricerche targate Censis e per la sua formazione culturale sostanzialmente democristiana, che gli permise di conoscere bene l’Italia cresciuta praticamente all’ombra politica di quel partito, pur nell’alternanza delle alleanze da destra a sinistra, al figlio 62.enne Giorgio, ingegnere aeronautico con un lungo currriculum diffuso anche dalla Presidenza del Consiglio, sotto la cui dicitura si trova navigando per internet. De Rita jr ha appena diffuso il 58.mo rapporto annuale col quale il Censis, volente o nolente il suo segretario generale, ha allungato la lista delle opposizioni al governo di Giorgia Meloni. Almeno per la rappresentazione che si è guadagnata sui giornali.

Dalla Notizia

         Ne prendo uno tra i minori, in quanto meno noti, ma tra i più chiaramente schierati col partito di Giuseppe Conte: più ancora del famoso e diffuso Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Si chiama La Notizia. Eccovene il titolo di copertina di oggi: “Un’Italia allo sbando. Redditi in picchiata. Industria in crisi. Licenziamenti a gogo. E Welfare allo stremo”. Tutto alternando rosso e nero su sfondo rosa. E sotto lo sguardo un po’ sgomento della Meloni.  

         Scritto a tre mani, il resoconto della ricerca di Giorgio De Rita viene più dettagliato e attualizzato nel sommario così: “La fotografia del Censis sull’Italia che galleggia è solo l’ultima conferma di un Paese allo sbando, tra crescita ferma e redditi erosi dall’inflazione. E a pagare sono i lavoratori, come dimostrano i licenziamenti dell’indotto di Stellantis”.

Dal Corriere della Sera

         Per una pura combinazione nel curriculum dell’ingegnere aeronautico si trova un vecchio passaggio di lavoro, fra il 1988 e il 1992,  in una società a responsabilità limitata chiamata Nova, di “ricerche e progetti per l’innovazione sociale” e quan’altro. Nova come Giuseppe Conte ha chiamato il mese scorso la sua assemblea costituente o di rifondazione delle 5 Stelle, con annesse votazioni digitali contestate da Beppe Grillo e in replica sino a domani. Un Grillo che, in attesa di una guerra preannunciata per carte bollate, prima ha improvvisato funerali senza bara e fiori del movimento da lui fondato a suo tempo e poi ha suggerito sarcasticamente  alla segretaria del Pd Elly Schlein una specie di iscrizione coatta di Conte allo stesso Pd. Che se lo meriterebbe tutto come segretario addirittura, anche se l’ex premier, da buon “progressista indipendente”, fa di tutto per distinguersene, criticando le sue scelte di politica internazionale, sociale e quant’altro.

Dal Giornale

         Una stecca nella rappresentazione oppositoria, diciamo così, del rapporto Censis è il titolo compiaciuto dedicatogli dal Giornale di antica fondazione montanelliana. Che gli ha riconosciuto il merito di avere ammesso che anche gli italiani di sinistra sono preoccupati dagli immigrati, sentendo “6 su 10 il nostro stile di vita minacciato”. Ma quella del Giornale è stata solo “una rondine”, che notoriamente “non fa primavera”. Sotto Natale, poi.  

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Giorgia Meloni nel mirino dei neo-nazisti ha desertificato la dietrologia

         E’ proprio vero che il bene non fa notizia, come scrisse una volta Aldo Moro sul Giorno polemizzando con un intellettuale che sul Corriere della Sera aveva appena rappresentato l’Italia tragicamente attribuendogliene almeno una parte delle responsabilità. Moro, in verità, in quel momento non era al governo, ma non per questo aveva perduto autorevolezza e influenza, essendo rimasto protagonista e tessitore degli equilibri politici. Destinato non a caso a finire nel mirino mortale delle brigate rosse e dintorni, forse non estranei ad uno Stato rivelatosi incapace prima di proteggerlo e poi di liberarlo, o cercare quanto meno di farlo davvero, con le buone o con le cattive, in 55 lunghissimi giorni di sequestro in un covo promosso dai terroristi a prigione e tribunale del popolo.  In nome del quale, come della libertà, si sa ormai che possono essere compiute le azioni più cattive.

Dal Corriere della Sera di ieri

         Il bene, o la notizia che oggi non trovate sui giornali perché, appunto, buona ve la do io. I dietrologi solitamente pronti e numerosi a scoprire ciò che gli ingenui o i troppo scaltri, secondo i gusti, non avvertono o vogliono nascondere, si sono finalmente presa una pausa. Nessuno, almeno finora, ha messo in dubbio la serietà delle indagini che hanno portato all’arresto di una dozzina di nazistelli e simili propostisi di ammazzare la premier Giorgia Meloni. Che fingerebbe di fare la fascista comservando la fiamma nel simbolo del suo partito, e lasciandosi trasportare allegramente a Palazzo Chigi dal baciamano di quel fascistone del premier ungherese Viktor Orban, ma in realtà sarebbe una traditrice. Non pronta ma già passata dall’altra parte. E tanto furba, astuta, diabolica -potrei addirittura prospettare sostituendomi ai dietrologi in vacanza o in astinenza- da avere allestito in due anni e più di governo una banda di apparenti, falsi malintenzionati decisi a farla fuori perché convertitasi troppo alla democrazia.

Da Libero

         Ecco, questa commedia ci è stata risparmiata, almeno per ora. Così come ci è stato risparmiato, fra le cronache vere o verosimili della politica, fra retroscena e simili, l’anticipazione o solo la prospettazione di chissà quali segrete contropartite della Meloni a Gianfranco Fini, appena espostosi pubblicamente in elogi di chi ha saputo fare meglio di lui alla guida della destra, portandola a Palazzo Chigi anziché affacciarvisi solo come vice presidente del Consiglio.

No. Non si sono trovate, per ora, tracce di chissà quale investimento, dall’ombra in cui è caduto per tante ragioni, dell’unico fascista, o post-fascista e simili perdonato dagli antifascisti, anzi portato sugli altari dell’antifascismo per un po’ di tempo, avendo avuto l’occasione, il coraggio e quant’altro di essersi rivoltato a Silvio Berlusconi nel centrodestra e di avere cercato, dall’ufficio peraltro di presidente della Camera, di abbatterlo con una mozione di sfiducia.  

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In memoria del mio carissimo amico Paolo Pillitteri

Da Libero

Ci eravamo sentiti pochi giorni fa. Lo avevo cercato io, senza ottenere risposta. E mi ero impensierito. Ma Paolo Pillitteri mi aveva chiamato il giorno dopo con un filo di voce che, a pensarci, doveva impensierirmi ancora di più. Il piacere di risentirlo mi aveva distolto da ogni altra considerazione. E ne ho un grandissimo rimorso, ora che ho appena appreso dal figlio Stefano la notizia della morte mentre compiva 84 anni.

           Lo avevo cercato per commentare insieme la notizia giudiziaria del risarcimento dei danni ai proprietari dell’ultima area occupata abusivamente a Milano dal centro sociale noto col nome della strada del suo primo insediamento, intitolata al musicista Ruggero Leoncavallo. I cui Pagliacci quei contestatori avevano a loro modo deciso di recitare mettendo in croce di giorno e di notte, con le loro attività e musiche assordanti, gli abitanti incolpevoli della zona. Che protestavano scrivendo ai giornali.

         Fresco ancora di nomina a direttore del Giorno e incoraggiato dai rapporti di amicizia che avevo con lui, misi letteralmente in croce Paolo, sindaco della città, perché si desse da fare rendendola “da bere” -come si diceva allora, volendo dimenticare gli anni bui del terrorismo- anche agli abitanti di quella sfortunata strada del suo Comune.

         Non dovetti faticare molto per convincerlo. In una giornata di Ferragosto che doveva aiutarlo sul piano della sorpresa il sindaco tentò con i suoi vigili urbani, strappando anche agenti di polizia al prefetto e al questore poco convinti, di fare sgomberare l’area occupata dai contestatori. Che, quasi avvertendo la scarsa convinzione delle altre cosiddette autorità, opposero una resistenza da guerriglia. E l’area riprese o continuò ad essere occupata, come altre che poi i successori di Paolo a Palazzo Marino avrebbero praticamente permesso agli ormai leoncavallini d’anagrafe politica e sociale di sostituire a quella originaria.

Bettino Craxxi e Paolo Pillitteri

         Peggio dei leoncavallini tuttavia si comportarono con Paolo Pillitteri i magistrati che poi si occuparono di lui nelle indagini sul finanziamento illegale della politica e sugli altri assai presumibilmente reati connessi. L’essere cognato di Bettino Craxi, avendone sposato la sorella Rosilde, fini per diventare per Paolo un’aggravante nei processi di piazza che precedettero e accompagnarono quelli di tribunale.

Antonio Di Pietro

         Ma un’altra circostanza forse ancora più aggravante fu per Paolo la sua amicizia col sostituto procuratore subito diventato il più famoso della covata “Mani pulite”: Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici. Il quale, ora disincantato ex magistrato ed ex politico, in odore o puzza di eresia agli occhi e alle orecchie di tanti giustizialisti incalliti, che non gli perdonano, per esempio, di essere favorevole, o almeno non contrario, alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, non me ne vorrà se continuo ad avere un sospetto. Che, sentendosi in conflitto d’interesse con l’amico Paolo indagato e poi imputato, egli fosse stato ancora più severo del necessario. Così andavano, del resto, le cose in quegli anni terribili: peggiori, secondo me, persino degli anni di piombo per la loro carica dirompente verso le istituzioni e la democrazia. Esse sopravvissero al piombo, ripeto, ma non so francamente se e quanto siano sopravvissute ai danni procurati da quel ribaltamento dei rapporti fra politica e giustizia certificato dall’insospettabile presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, scrivendone pubblicamente alla vedova di Craxi, Anna, nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina.

         Proprio alla morte di Craxi, quasi venticinque anni fa, era stata negata peraltro a Paolo Pillitteri dalla magistratura milanese l’autorizzazione a lasciare l’Italia per il tempo necessario a partecipare ai funerali del cognato. La ciliegina, direi, sulla torta dell’orrore.

         Addio, Paolo, amico mio carissimo.

Pubblicato su Libero

L’autofunerale poco comico del Beppe Grillo politico

Dal Dubbio

Tanto fu accorto, sobriamente accorto, a suo tempo scegliendo la festa di San Francesco d’Assisi come giorno di fondazione del suo movimento politico ispirato alle stelle, quanto è stato distratto Beppe Grillo scegliendo per i funerali della sua creatura, salvo “compostazione” dei resti, il furgone -credo -credo- più costoso sul mercato dell’acquisto o dell’affitto. L’ho scambiato pure io, lì per lì, vedendolo arrivare alla sua guida, per un fuoristrada di listino ordinario, anche per i noti gusti meccanici di Grillo.  Che nel lontano 1981 si avventurò alla guida del mostro di turno su una strada ghiacciata con esiti, a dir poco, infausti.

         Sarà stato per avere lui dimenticato fiori e corone, cui ha poi provveduto sui giornali qualche vignettista, sarà stato per la mia inescusabile ingenuità di spettatore, non ho avvertito all’istante lo sfondo funebre della performance decisa da Grillo. E preannunciata come “messaggio delicato” 24 ore prima.

Una volta insieme

         Ma ora, a esequie immaginate o proposte dall’alto della sopraelevata dove Grillo ritiene di essere visto, e anche preso un po’ giro, da un Giuseppe Conte abituato a muoversi nei sottopassaggi come una volta si pensava che fossero capaci solo i democristiani; a esequie, ripeto, immaginate o proposte, che cosa davvero ha in mente il fondatore di un movimento che ben prima del Landini dei nostri giorni si era proposto di rivoltare l’Italia come un guanto? O di aprire il Parlamento con le sue truppe d’assalto orgogliosamente non professionali, a mandato rigorosamente limitato, come una scatoletta o un barattolone di tonno?  A saperlo davvero.

L’unica, reale prospettiva che si intravvede è di natura giudiziaria, si spesa solo civile e non anche penale, in una contesa lunga e complicata di sigle e di nomi, di contratti e di clausole.  Un po’ troppo o troppo poco, secondo i gusti, per chi aveva pensato, quanto meno, di divertirsi. E per giunta gratis, senza andare necessariamente a teatro e pagare il biglietto.

Pubblicato sul Dubbio

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