Quella orgogliosa solitudine annunciata da Giuseppe Conte

Dal manifesto

         Quei megalomani dei nostri cugini francesi, come spesso -confessiamolo- li abbiamo considerati, anche quando la buonanima di Cavour riuscì ad ottenerne l’aiuto per fare uscire l’Italia dall’”espressione geografica” alla quale l’aveva relegata a Vienna Metternich, possono godersi in questi giorni lo spettacolo del “re solo”. Come al manifesto hanno rappresentato il presidente Emmanuel Macron, deciso a rimanere in carica sino alla scadenza ordinaria del suo mandato, nel 2027, ma incapace da luglio scorso di allestire un governo capace di restare in carica per più di qualche settimana, o quasi.

         I tedeschi stanno scommettendo fra di loro su quanto perderà nelle elezioni anticipate di febbraio il loro cancelliere Olaf Sholz. Gli americani stanno aspettando con un’ansia neppure tanto trattenuta l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, vista la quantità enorme di novità che egli ha promesso o minacciato per essere eletto e prendersi la rivincita su Joe Biden, che lo aveva sconfitto l’altra volta con risultati contestati a furor di scalmanati incitati dallo stesso Trump contro il Campidoglio di Washington. I coreani del Sud reclamano per strada le dimissioni di un presidente sconfessato in Parlamento in un tentativo di soppressione o sospensione della democrazia.

         Noi, in Italia, in un quadro inconsueto di stabilità governativa, per quanto disturbato dalle “schermaglie” interne ammesse dalla premier Giorgia Meloni e dagli scioperi dichiaratamente politici di un sindacalista -Maurizio Landini- deciso a rivoltare il Paese “come un guanto”, dobbiamo accontentarci di contemplare la solitudine di Giuseppe Conte. Che è stato due volte presidente del Consiglio, con maggioranze di segno opposto, e si è illuso per un po’ di potere tornare a farlo      in e con una coalizione di sinistra dal “punto più alto dei progressisti” dove lo avevano promosso qualche anno fa l’allora segretario del Pd  Nicola Zingaretti e il suo consigliere, amico e quant’altro Goffredo Bettini.

Dalla Stampa

         Ora, ripudiato sotto le 5 Stelle dal garante ripudiato, a sua volta, Beppe Grillo, che si è spinto a celebrare i funerali pur virtuali del suo movimento mettendosi alla guida di un furgone vuoto di bara e di fiori, Conte ha appena affidato alla Stampa, in una intervista, alcuni annunci confermativi o peggiorativi della sua crisi di solitudine. In particolare, egli ha detto che ciò che gli resta o gli resterà del movimento, di qualsiasi denominazione e simbolo, andrà “solo al voto”. Anzi, “soli”. Al plurale che si vedrà di quali dimensioni. Ed ha tenuto a spiegare che “non siamo di sinistra”, per quanto lui la pratichi collocando, per esempio, i suoi con la sinistra radicale nella geografia del Parlamento europeo.

         Quella di non essere o di non poter essere considerati di sinistra dalle parti di Conte sembrava qualche giorno fa solo una battuta di Romano Prodi nel criptico dibattito interno al Pd sulla costruzione dell’alternativa al centrodestra. Ora invece è un’autocertificazione.

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Le navigazioni in Italia dei marinai che non sanno dove andare

         Per deformazione professionale ho pensato alle nostre miserabili cronache politiche finendo di vedere a Rai Storia la prima puntata, dedicata alle eccellenze italiane in mare, della serie “Che magnifica impresa” di Mario Sechi. Il quale ha voluto riproporre, fra il sorriso compiaciuto e consenziente di Marco Tronchetti Provera, un Seneca quanto mai attuale con quel monito sulla inutilità del vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

         Beppe Grillo, che è anche uomo di mare, oltre che di teatro e di politica a mezzadria con la comicità, appena tornato sulle prime pagine dei giornali per il funerale immaginario, e di lusso, del suo movimento pentastellare, sa davvero dove andare adesso che si è spinto al largo dopo avere scaricato Giuseppe Conte? E Conte sa dove andare, per terra o per mare, con la sua ciurma o simile di “progressisti indipendenti”? Indipendenti non solo dal Pd della Schlein, che l’ex premier considera troppo a destra, guerrafondaia eccetera, ma anche da loro stessi.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         E la Schlein, sì proprio lei, la segretaria del Nazareno che è convinta di arrivare sempre dove nessuno l’aspetta? Sa dove andare davvero, oltre che alla ricerca di quell’araba fenice di complemento, rispetto al Centro, che è l’alternativa al centrodestra al governo da più di due anni a conduzione meloniana? E’ una domanda che temo condivisa nel Pd anche da chi dice di apprezzarla. Come, per esempio, in ordine rigorosamente alfabetico, il presidente del partito Stefano Bonaccini, l’ex commissario europeo Paolo Gentiloni, appena restituito alla politica interna, e l’ex presidente un po’ di tutto, compresa la Commissione europea, Romano Prodi.

         Bonaccini appare insofferente dei veti e delle liste bloccate. Gentiloni convinto che ci sia  ancora molta strada da compiere sulla strada dell’alternativa. Prodi si aspetta, sempre su questa strada, proposte più concrete. Se non sono critiche, non sono neppure applausi. O se non è zuppa, è pan bagnato. 

Le auto poco francescane che Beppe Grillo preferisce per i funerali

La vignetta della Gazzetta del Mezzogiorno

Diavolo di un uomo, di un comico, di un politico, nell’ordine in cui Beppe Grillo potrebbe essere considerato o definito senza offenderlo. Il fondatore del MoVimento 5 Stelle volendo proporre nella sua ultima performance l’immagine della morte, del funerale e di quant’altro cui la propria creatura sarebbe stata ridotta da Oz, come lui chiama ora Giuseppe Conte, ha scelto di farsi riprendere alla guida del più caro e lussuoso carro funebre, credo, in commercio. Prodotto dalla Mercedes. Così lussuoso e luccicante che personalmente ho avuto difficoltà a riconoscerlo, avendolo scambiato lì per lì per un SUV di listino ordinario, prima di insospettirmi sentendo parlare il conducente in camicia blu del suo movimento “ormai morto”. Mancavano solo i fiori e le corone appostevi in una vignetta da Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno con Conte per niente in lutto.  

Grillo al volante

         Fra tutti i carri funebri da potersi fare prestare da qualche amico titolare di agenzie del settore o da affittare per il suo breve spettacolo parapolitico, chiamiamolo così, Grillo è riuscito a scegliere il più lontano da quello stile sobrio, dichiaratamente francescano, da lui stesso rivendicato di recente per sé e gli amici ancora fedeli. Contrapposto a quello “gesuitico” di Conte reduce, o ancora sul palco o podio circolare dell’assemblea costituente del movimento pentastellato chiamata Nova, esplosa in un boato all’annuncio del risultato della votazione digitale con la quale gli iscritti avevano soppresso la figura di Grillo garante o elevato. Anzi “super-elevato”, come lo stesso Grillo ha accusato Conte di sfotterlo vedendolo dai “sottopassaggi” in cui si muoverebbe scimmiottando la Dc di un tempo. 

         Un Papa insieme francescano, tanto da averne assunto il nome sul trono di Pietro, e gesuita di formazione e appartenenza come Bergoglio usa auto utilitarie per farsi trasportare dentro e fuori le mura del Vaticano. Altro che la Mercedes e il SUV di uso da parte di Grillo per i suoi viaggi da spettacolo.   

Dall’Identità

         A parte le bizzarrie ironiche alle quali si sono abbandonati i giornali -dal “Grillo in modalità becchino” dell’Identità al “requiem di Grillo” sulla Stampa e al “funerale show” di Libero- c’è una circostanza storica, diciamo così, che dovrebbe suggerire a Grillo di tenersi alla larga da certe macchine. E’ quel disgraziato incidente stradale procuratosi il 7 dicembre 1981 a  bordo di un fuoristrada in Piemonte, guidandolo spericolatamente su neve e ghiaccio. Lui si salvò sull’orlo di un burrone buttandosi fuori all’ultimo momento dal mezzo di cui aveva perso il controllo, ma gli amici che aveva ospitato ci rimisero la vita. Per loro quel fuoristrada divenne un furgone mortuario. Assolto in primo grado, Grillo fu condannato nel giro di 7 anni a 14 mesi di reclusione per omicidio colposo, godendo tuttavia dei benefici, per niente comici, della condizionale e della non iscrizione.

Grillo sfida Conte a farsi un suo movimento, non appartenendogli le 5 Stelle

         Per lanciare il “messaggio delicato” preannunciato ieri Beppe Grillo non è neppure sceso dal lucente e lussuoso carro funebre automobilistico in cui si è fatto riprendere dalla telecamera all’arrivo davanti ad una delle sue case. Egli è rimasto seduto al posto di guida, ha calato elettricamente il vetro del finestrino e ha parlato dichiarandosi consapevole di avere “perduto” la partita con Giuseppe Conte, che chiama ormai solo Oz, togliendogli anche la qualifica di mago.

  Al tempo stesso, tuttavia,  rovesciando il rapporto reclamato dall’ex presidente del Consiglio nel momento in cui aveva annunciato il suo licenziamento da consulente a contratto per la comunicazione, Grillo ha licenziato Conte dal MoVimento 5 Stelle. Che il fondatore ritiene tanto di sua proprietà, con tutte le conseguenze che potranno derivarne sul piano giudiziario, da invitare, sfidare e quant’altro Conte a farsene uno per conto suo. Che evidentemente dovrà chiamare in altro modo.

         Dalle nuove votazioni digitali, che pure ha reclamato come garante dopo quelle che hanno abolito la sua carica e il suo ruolo, e che Conte ha predisposto dal 5 all’8 dicembre, Grillo non si aspetta niente. Non ha neppure dato l’indicazione preannunciata nei giorni scorsi di non votare per fare mancare la partecipazione necessaria a renderne valido il risultato. Per lui già nell’altro, primo turno, nonostante il “quorum” vantato da Conte in persona davanti all’assemblea costituente chiamata “Nova”, aveva votato meno della metà più uno degli iscritti. Peraltro ridotti da 160 mila a meno di 90 mila in cinque mesi con una epurazione camuffata, secondo le evidenti convinzioni del fondatore, da verifica della loro concreta operatività.

L’hastag dei grillini di qualche giorno fa

         Grillo ha invitato a questo punto i suoi amici a regolarsi come vorranno fra il 5 e l’8 dicembre, Potranno mettersi davanti al computer o al telefonino per votare o “andare per funghi”.  E Conte potrà anche trastullarsi e cantare vittoria con i risultati. Ma non per questo il movimento 5 Stelle gli apparterrà. Esso continuerà ad appartenere invece a Grillo, che lo trasformerà, aggiornerà e quant’altro come un rifiuto già orgogliosamente da lui definito “compostabile”.

         A quel punto al fondatore non interesserà più verificare di quanto ancora calare il patrimonio elettorale di Conte, ridottosi già di più della metà rispetto a quello ereditato assumendone la presidenza, una volta allontanato da Palazzo Chigi per essere sostituito da Mario Draghi.

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L’operazione lampo della Meloni per la successione di Foti a Fitto nel governo

Raffaele Fitto

La rapidità con la quale, d’intesa col Quirinale, la premier Giorgia Meloni ha voluto e potuto sostituire -in poche ore- il ministro degli affari europei Raffaele Fitto, dimessosi perché insediatosi a Bruxelles come uno dei vice presidente esecutivi e commissario del nuovo esecutivo europeo di Ursula von der Leyen, ha naturalmente un suo significato politico. Essa smentisce lo spettacolo, esasperato dalle opposizioni, delle divisioni o “schermaglie”, come le aveva definite la stessa Meloni, nel governo e nella maggioranza di centrodestra.

         Inoltre, l’esplicito riconoscimento da parte della Meloni del nuovo ministro e collega di partito Tommaso Foti  come  “militante coerente e appassionato” colora di più la nomina, confermando la posizione dominante della destra nella coalizione di governo.

Dal Messaggero

         Ha un suo forte significato politico anche la decisione della Meloni di passare intatte a Foti, senza spacchettamenti e simili, di cui si era parlato nelle scorse settimane,       le deleghe di Fitto. La cui rilevanza è stato peraltro sottolineata dal capo dello Stato quando ha incoraggiato il nuovo ministro, che aveva appena giurato, l’ importante ruolo di governo assunto dopo l’esperienza di capogruppo alla Camera.

         Nel complesso la Meloni può considerare l’operazione lampo condotta per la sostituzione di Fitto come un rafforzamento del suo esecutivo. Mentre altri in Europa se la passano molto male: da Berlino a Parigi. In Germania sulla strada ormai delle elezioni anticipate, in Francia con il già agonizzante governo Barnier faticosamente nominato dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron dopo la sconfitta personale subita nelle elezioni europee di giugno. E il tentativo di recupero compiuto con le successive elezioni politiche anticipate.

Dal Fatto Quotidiano

         In quello che la buonanima di Silvio Berlusconi definiva “il teatrino politico”, cui pure lui tuttavia finì per contribuire in Italia, resta alle opposizioni solo il solito gioco di rimessa e di incitamento alla rissa. “Forza Italia a mani vuote”, ha titolato per esempio Il Fatto Quotidiano scommettendo sulla delusione e sulle possibili ritorsioni del partito guidato dal vice presidente del Consiglio Antonio Tajani. Che forse aspirava a raccogliere per qualcuno dei suoi uomini almeno una parte del pacchetto delle deleghe di Fitto.

Maurizio Lupi

         Di Tajani è stata offerta a sinistra in questi giorni anche la rappresentazione di un leader insidiato nella sua area dai riguardi della Meloni per il partitino molto visibile di Maurizio Lupi. Alle cui aspirazioni di crescita, dopo l’arrivo delle ex forziste Mariastella Gelmini e Mara Carfagna provenienti da Carlo Calenda, la Meloni ha voluto fare arrivare un pubblico messaggio di incoraggiamento.

Da Domani

         Dalle parti di Domani, il giornale di Carlo De Benedetti che fa concorrenza a Repubblica nell’opposizione al governo,  si è voluto indicare nella nomina di Foti, perché emiliano, il segno di una umiliazione del Sud, essendo Fitto meridionale.

Gentiloni libero offre “una mano” alla Schlein ma potrebbe diventarne un problema

Dal Dubbio

Sarà una coincidenza casuale, non di quelle garantite ai viaggiatori negli orari dei trasporti, quando funzionano, ma dovrebbe forse impensierire la segretaria del Pd Elly Schlein il convegno critico promosso in un albergo romano dal presidente del partito Stefano Bonaccini e un’intervista quasi simultanea rilasciata al Corriere della Sera da Paolo Gentiloni., ormai ex commissario europeo all’economia.  

Gentiloni al Corriere della Sera

         “Cosa farà adesso? Torna in Italia e si occupa anche del Pd?”, gli ha chiesto l’intervistatore Paolo Valentino, che ne ha seguito l’attività a Bruxelles.  “Vorrei continuare a dare una mano al progetto europeo, soprattutto nei rapporti con il Sud globale. E poi cercherò ovviamente di dare una mano anche in Italia, nel mio partito e nel centrosinistra, per contribuire a far maturare un’alternativa al governo. C’è ancora molta strada da fare per un’alternativa credibile”, ha risposto Gentiloni.

Romano Prodi

Quest’ultimo, quindi, sia pure ancora interessato al “progetto europeo”, si sente attratto “ovviamente”, ripeto, dalla politica interna italiana – cui ha partecipato nel passato da ministro e da presidente del Consilio- e dai problemi del suo partito. Il Pd appunto guidato dalla Schlein. Alla quale, del resto. già un altro ex presidente del Consiglio, e anche ex presidente della commissione europea, Romano Prodi, pure lui intervistato dal Corriere della Sera, ha appena consigliato, raccomandato e quant’altro di essere più concreta, diciamo così, nei propositi e nelle proposte di una reale alternativa di governo. Oggi ancora troppo generica, evidentemente, per attrarre gli elettori e strappare loro i voti necessari all’alternativa al centrodestra.

Stefano Bonaccini

Bonaccini nel convegno della sua area chiamata “Energia popolare” ha aggiunto alle osservazioni di Prodi una considerazione di metodo non meno importante, riguardante perimetri e criteri di gestione del “campo largo” -lo ha chiamato così, anche se non piace a Giuseppe Conte- in cui dovrebbero ritrovarsi i partiti di una nuova maggioranza. “Lo schema del volta per volta del cosiddetto campo largo- ha avvertito Bonaccini- non basta più. Serve una nuova alleanza di centrosinistra. Non lasceremo più a nessuno il diritto di porre veti e ricatti”.

Giuseppe Conte

Il riferimento è chiaro  all’antirenzismo di Conte, costato in Liguria al Pd, pur con quasi il 30 per cento dei voti contro meno del 20 per cento della destra riconducibile alla premier Giorgia Meloni, la sconfitta elettorale per il rinnovo anticipato dell’amministrazione regionale. Non parliamo poi, per restare al confronto fra i numeri elettorali di quella regione, del 4,6 per cento del movimento di Conte, non votato in Liguria neppure da Beppe Grillo.

Oltre alla conduzione di un’eventuale coalizione alternativa al centrodestra, Bonaccini ha sollevato un problema di metodo anche nella gestione del Pd da parte della segretaria riuscita l’anno scorso a precederlo nella corsa al Nazareno, superandolo nelle primarie aperte ai non iscritti dopo avere perduto nelle votazioni limitate ai tesserati.

In particolare, Bonaccini ha avvertito la Schlein, con largo anticipo rispetto ad una scadenza ordinaria della legislatura che non sembra minacciata davvero dalle divisioni che pur esistono nel governo e nella maggioranza, ridotte a “schermaglie” dalla Meloni, che le candidature sono cose troppo serie e delicate per rimanere nella disponibilità della segreteria del Nazareno, In mancanza del voto di preferenza le liste bloccate dei candidati al Parlamento andranno elaborate attraverso le primarie. Cui difficilmente d’altronde la Schlein potrebbe sottrarsi, visto che se n’è giovata nella scalata al vertice del partito.

Schlein con Landini e Bonelli

Anche di questo problemino, se vogliamo considerarlo così rispetto alla costruzione di quella che Bonaccini ha chiamato “una nuova alleanza di centrosinistra”, dovrebbe occuparsi Gentiloni nel “suo” Pd, ora che ne ha il tempo e, pare, pure la voglia avendo finito il suo lavoro a Bruxelles. Ma alla costruzione della nuova alleanza di centrosinistra appartiene pure -a pensarci bene- il perimetro andato sempre più allargandosi di recente con le incursioni del segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Che ha rivendicato in piazza il carattere politico dei suoi scioperi, finalizzati a “rivoltare l’Italia come un guanto”, variante del calzino evocato dai magistrati più di trent’anni fa.

Pubblicato sul Dubbio

La corrida…elettronica di Beppe Grillo e Giuseppe Conte fra le polveri delle loro stelle

Spettacolo in diretta elettronica da Beppe Grillo e da Giuseppe Conte, in ordine di anzianità visto che quello politico è ormai saltato, alla vigilia delle votazioni digitali d’appello imposte dal primo al secondo nel MoVimento 5 Stelle sul suo sostanziale destino.

         Conte ha dato appuntamento televisivo ai suoi per questa sera su RaiUno alle 23,35, ospite di @frangiorgino a #XXISecolo, si vedrà se più per difendersi o per attaccare.

         Grillo, riproponendosi in una vecchia foto col compianto cofondatore del movimento pentastellato Gianroberto Casaleggio, ha invece convocato gli spettatori  per domattina alle ore 11,03 sul suo blog personale per “un delicato messaggio da annunciare”. Nulla di più e nulla di meno. Cripticamente, come d’altronde si è sempre detto e scritto dei messaggi grillini. O grilleschi.

         La suspence è massima, la serietà forse minima, per quanto lo scontro sia fra due pesi massimi, rispettivamente, della comicità teatrale e della imprevedibilità politica. Che Goffredo Bettini ha generosamente scambiato di recente per coriaceità, intesa come appartenenza ormai coriacea, appunto, di Conte al campo dei progressisti. Che lo stesso Bettini considera naturalmente, organicamente a sinistra ma Conte ritiene invece “indipendenti”. Intesi come battitori liberi in qualsiasi schieramento dovessero o volessero trovarsi. Una libertà di movimento dalla quale ha appena cercato di dissentire pubblicamente la pur paziente, coriacea pure lei, segretaria del Pd Elly Schlein. Che ha avvertito forse il rischio di finire nei guai al Nazareno e dintorni a furia di inseguire l’ex presidente del Consiglio.  

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La Schlein fra le carezze e gli avvertimenti di Bonaccini nel Pd

Giorgia Meloni

         Le “schermaglie” nel centrodestra “diviso ma coeso”, come dice la premier Giorgia Meloni cercando di limitare i danni della concorrenza che si fanno nella coalizione i due vice presidenti del Consiglio e i rispettivi partiti, hanno distolto o ridotto l’attenzione da ciò che forse di ancora più significativo e importante sta maturando criticamente a sinistra. Più in particolare, nel Pd di Elly Schlein pur rafforzatosi nell’ultimo turno elettorale di questo calante 2024 anche dove ha perduto, in Liguria, e non solo dove ha vinto, in Emilia-Romagna e in Umbria.

Beppe Grillo e Giuseppe Conte

 Nella pur perduta, anzi riperduta Liguria, il Pd si è avvicinato al 30 per cento dei voti quasi doppiando il partito della premier e spingendo sotto il 5 per cento il movimento delle 5 Stelle, che neppure il genovese Beppe Grillo ha voluto andare a votare, come già si era risparmiato di fare nelle elezioni europee di giugno.

Pur avvolta nei numeri della Liguria e più ancora in quelli, ripeto, dell’Emilia-Romagna e dell’Umbria, peraltro tornata a sinistra dopo la parentesi leghista dell’ex governatrice Donatella Tesei, la Schlein deve guardarsi al Nazareno da una insoddisfazione crescente, trattenuta nei mesi scorsi solo dal clima elettorale di fine anno.

Avrebbe dovuto svolgersi già nello scorso mese di ottobre, rinviata appunto per le circostanze elettorali, la riunione di corrente, di area, di anima -chiamatela come volete- del presidente e mancato segretario del Pd Stefano Bonaccini appena conclusasi con due avvertimenti, a dir poco, dello stesso Bonaccini alla Schelin, al netto della cordialità dei loro incontri pubblici.

Il primo avvertimento è stato quello di prepararsi sin d’ora alle primarie per le candidature alle elezioni in liste bloccate, senza preferenze. Esse non potranno essere stese dalla segretaria e dal suo cerchio più o meno magico.

Bonaccini al convegno della sua area

Il secondo avvertimento è contenuto in queste testuali parole di Bonaccini: “Lo schema del volta per volta del cosiddetto campo largo non basta più. Serve una nuova alleanza di centrosinistra. Non lasceremo più a nessuno il diritto di porre veti e ricatti”, come quelli di Giuseppe Conte ai renziani costati la sconfitta in Liguria.

Maurizio Landini

Ma, oltre che dai “veti e ricatti” di Conte e di quel che rimarrà del suo movimento dopo il secondo tempo della partita simil-congressuale contro Grillo, salvo i tempi supplementari, il “campo largo” evocato da Bonaccini per indicare l’alternativa al centrodestra va forse difeso anche dalle incursioni, prenotazioni e quant’altro del “rivoltoso” Maurizio Landini, impegnato nella terapia degli scioperi dichiaratamente, orgogliosamente “politici”.  Di una politica “seria” -sempre parola di Landini- mica quella armocromatica della Schlein e delle otto tonalità di rosso della sinistra, quante ne ha contate scrupolosamente una recente pubblicazione della Fondazione Feltrinelli recensita su Repubblica da Francesco Bei.  

Le piazze piene e le urne vuote anche della politica praticata dal sindacato

Pietro Nenni nel lontano 1948, affranto dalla sconfitta elettorale del fronte popolare di socialisti e comunisti, contrappose le piazze piene e le urne vuote.

Maurizio Landini a Bologna

  Piazze piene, a prescindere dalla reale astensione nei posti di lavoro, dalle scuole alle fabbriche, come anche quelle di cui si sono vantati Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri, i capi rispettivamente della Cgil e della Uil, nella giornata dello sciopero generale contro il governo svoltosi l’altro ieri, 29 novembre.

Urne vuote, con ormai più della metà delle schede in meno rispetto a quelle che dovrebbero contenere per numero di aventi diritto al voto, come accade sempre più frequentemente o abitualmente nelle elezioni di qualsiasi tipo o livello.  

Pierpaolo Bombardieri a Napoli

Ma né Landini né Bombardieri -quest’ultimo poi anche col cognome ingombrante che porta- avranno l’inconveniente di Nenni di riconoscere la loro sconfitta per il semplice fatto che alle elezioni loro personalmente e i sindacati che hanno alle spalle non partecipano. E se solo le influenzano, riescono forse a farlo contribuendo all’astensionismo, perché in Italia ormai è facile più scioperare che votare.

Matteo Salvini

Nelle poco più di tre settimane che ci separano da Natale i sindacati sono riusciti a programmare scioperi per o in quindici giorni. E come ministro dei Trasporti il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini riuscirà probabilmente a farsi fotografare di nuovo mentre dispone e firma precettazioni per cercare di proteggere il pubblico incolpevole che dovrà subire gli effetti delle agitazioni. Il che gli procurerà naturalmente altri attacchi dei sindacalisti ma insieme anche altri consensi della gente comune, recuperandone magari un bel po’ rispetto a quelli che perde beccandosi del “paraculetto” da qualche alleato disinibito di governo per il suo modo di parteciparvi.

Il “disinibito” tuttavia spetta anche a Landini per avere voluto vantarsi, nel suo comizio a Bologna, di fare “politica” con i suoi scioperi, come lo accusano critici ed avversari. Ma -ha aggiunto- politica “seria”, per “rovesciare l’Italia come un guanto”, mica quella dei politici non sindacalisti, eletti per governare o fare l’opposizione combattendosi fra di loro ma ritrovandosi insieme a fare cose non serie.

Sergio Cofferati

E poi i politici di opposizione, fingendo di non capire il carattere sommario del giudizio di Landini, si affrettano a inseguirne il consenso infilandosi in qualche corteo, come hanno fatto a Roma la segretaria del Pd Elly Schlein e, distanziato di qualche passo, Massimo D’Alema. Che pure da presidente del Consiglio, l’unico post-comunista riuscito ad arrivare a Palazzo Chigi, sia pure per restarvi poco, finì per scontrarsi anche lui col segretario generale di turno della Cgil, Sergio Cofferati. “Il signor Cofferati”, diceva D’Alema del compagno di partito che non gli faceva sconti. Né ne ottenne quando si mise pure lui nella politica poco o per niente seria denunciata da Landini.

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Si sprecano i vaffa…sotto le cinque stelle di Beppe Grillo e Marco Travaglio

Dal Fatto Quotidiano

         Poche righe -ci provo davanti ai due fotomontati insieme dal Tempo– per segnalarvi il “vaffanculo!”, compreso l’esclamativo, di Marco Travaglio a Beppe Grillo nell’editoriale di commiato, diciamo così, pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano in vista delle votazioni digitali che si ripeteranno sotto le 5 Stelle dal 5 all’8 dicembre. Votazioni chieste, anzi imposte dallo stesso Grillo per sotterrare le altre che lo hanno appena detronizzato, in un boato di plauso, da garante del movimento da lui fondato. E precipitato con Giuseppe Conte dal 30 per cento del 2018 al 9,9 di giugno scorso, ridottosi al 3,6 in Emilia Romagna assai di recente.

Parole e …musica di Marco Travaglio

         Ma sotterrarle come? Con una votazione di risultato opposto, rovesciato, a favore di Grillo e contro Conte? No. Solo puntando alla mancanza del cosiddetto quorum di partecipazione alle urne: lo stesso che il medesimo Grillo definiva a suo tempo “un furto di democrazia per fottere il cittadino”.

         Ce n’è abbastanza, in effetti, per capire il “vaffanculo” di Travaglio a Grillo, e anche per non sentire il “vaffanculo” di ritorno, cioè di Grillo a Travaglio. E’ musica di casa.

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